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Morti sul lavoro, la conformità non basta più

Tre morti sul lavoro nelle stesse ore, la mattina del 27 maggio 2026. Tre lavoratori schiacciati durante la propria attività, in contesti diversi ma con dinamiche simili: ad Altopascio, in provincia di Lucca; a Catania; a Cavriago, nel Reggiano. Secondo quanto riportato da Ansa, due vittime sono state travolte da un muletto, mentre un’altra è rimasta schiacciata da una pressa caduta da un porta-carichi.

La cronaca, ancora una volta, costringe a guardare il lavoro in una delle sue componenti più difficili (e sommerse): quella in cui l’organizzazione non riesce a proteggere le proprie persone. Le indagini chiariranno responsabilità e dinamiche specifiche dei singoli casi. Ma il ripetersi degli incidenti mortali fa sorgere una domanda che riguarda direttamente le imprese: la sicurezza fa davvero parte della cultura condivisa oppure viene percepita come un adempimento formale?

Il quadro legislativo esiste ed è articolato. Ma i fatti mostrano che la conformità da sola non basta. Se la prevenzione non entra a far parte dei comportamenti quotidiani delle persone come una missione condivisa, il rischio resta un elemento gestito a posteriori.

Dalla procedura alla cultura organizzativa

Su questi temi si concentra l’incontro Zero incidenti sul posto di lavoro: utopia o realtà? Scelte organizzative per una cultura della sicurezza sul lavoro, organizzato dalla rivista Sviluppo&Organizzazione per giovedì 25 giugno 2026 a Milano. L’appuntamento parte da una premessa: la regolarità statistica delle morti sul lavoro dimostra che conformità legislativa e controlli non sono sufficienti ad arginare il fenomeno. Serve una prospettiva manageriale capace di portare la sicurezza al centro delle decisioni strategiche.

Perché gli incidenti non accadono mai in un vuoto organizzativo. Si inseriscono in abitudini, pressioni produttive, catene decisionali, livelli di attenzione, conversazioni mancate, segnali ignorati o normalizzati. Una gestione del rischio evoluta può e deve trasformare l’utopia degli ‘zero incidenti’ in un traguardo concreto, tangibile e misurabile per ogni realtà aziendale..

L’evento promosso da Sviluppo&Organizzazione affronta proprio questo nodo: trasformare la sicurezza da obbligo burocratico a scelta organizzativa consapevole, condivisa tra datori di lavoro e dipendenti, fino a farne un driver di sostenibilità e competitività.

Il rischio come responsabilità manageriale

Il programma dell’incontro unisce contributi accademici, testimonianze aziendali e competenze specialistiche: tra gli interventi sono previsti quelli di Claudio Baccarani, Luigi Golzio, Pasquale Sgrò, Giuseppe Bigonzi di Angelini Pharma, Pasquale Di Maro e Alessandro Bonfanti di CMB e Monica Fabiani di Coreconsulting, con un focus specifico sulla costruzione dell’affidabilità delle persone nella relazione con il rischio.

Per affrontare la sicurezza serve mettere in dialogo organizzazione, comportamenti, leadership e sistemi di prevenzione. Le aziende che vogliono ridurre davvero il rischio devono trattare la sicurezza come una leva gestionale, non come un capitolo separato della compliance. L’incontro di Sviluppo&Organizzazione si terrà in presenza e l’accesso è gratuito, subordinato alla conferma della segreteria organizzativa.

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La bocciatura (non) è una condanna

Ogni anno migliaia di studenti italiani fanno i conti con una parola che, nell’immaginario collettivo, pesa ancora come una sentenza: bocciato. Fuori dal percorso tracciato, separato dai compagni, costretto a ripartire mentre gli altri sembrano andare avanti. È proprio da questa esperienza, emotiva prima ancora che didattica, che prende forma Elogio della bocciatura. Perché la tua più grande caduta può diventare la tua più grande opportunità, il nuovo libro di Federico Mello, giornalista e scrittore, pubblicato da Edizioni BIT.

Il libro nasce da un’esperienza personale: l’autore è stato bocciato in terza superiore e torna su quella frattura per restituirle la complessità che merita. La bocciatura non è un incidente da archiviare in fretta, né una lezione moralistica da impartire agli studenti svogliati. Diventa invece un punto di osservazione sul rapporto tra giovani, scuola e lavoro.

L’autore sposta la bocciatura dal piano individuale a quello relazionale e sistemico. Certo, chi viene bocciato deve fare i conti con le proprie responsabilità. Ma che ruolo hanno avuto le famiglie, i docenti, le istituzioni scolastiche e gli adulti di riferimento mentre la traiettoria si delineava? In un sistema ancora molto centrato su voti, interrogazioni, percorsi lineari e performance, Mello invita a guardare la bocciatura come una deviazione possibile, non come la fine della strada.

La scuola non può disertare il futuro

Il libro è uno spunto per una riflessione più ampia: Mello non attacca l’istituzione scolastica in sé, ma ne evidenzia l’inerzia. Spazi, lezioni, voti e dispositivi di valutazione sono cambiati molto meno del mondo che dovrebbero aiutare a comprendere.

Perché la scuola dovrebbe preparare cittadini e lavoratori capaci di abitare contesti instabili, complessi, attraversati dalla tecnologia e da trasformazioni continue. Le imprese del futuro non avranno bisogno solo di competenze tecniche, ma di persone capaci di pensiero critico, apprendimento continuo, adattabilità, collaborazione, creatività e responsabilità. Secondo il The Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum sono proprio queste le competenze che i principali osservatori sul futuro del lavoro indicano come decisive nei prossimi anni, accanto alla familiarità con l’AI, i dati e le tecnologie digitali.

Se la bocciatura è percepita come una sentenza, produce esclusione. Se diventa un’occasione per rivedere il proprio percorso (anche grazie alla presa di responsabilità degli adulti, che di quel percorso sono gli artefici), può aprire una possibilità. Ma per farlo serve una scuola meno concentrata sulla classificazione e più attrezzata a riconoscere i talenti, anche quando non rientrano nei percorsi più lineari.

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Electrolux, il piano esuberi apre una nuova vertenza sulla Manifattura italiana

Come si legge sul sito web di Electrolux Group, la multinazionale svedese ha annunciato un piano di ‘ottimizzazione del suo assetto organizzativo e produttivo in Italia’. Il piano si traduce in 1719 esuberi, divenuti necessari secondo l’azienda a causa della ‘domanda persistentemente debole, una sempre maggiore pressione competitiva, costi strutturalmente elevati, e crescente complessità operativa’. Un segnale preoccupante per il comparto manifatturiero, e nello specifico per quello dell’elettrodomestico.

La vertenza Electrolux è arrivata il 26 maggio 2026 al primo tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che si è chiuso senza il ritiro del piano di ristrutturazione annunciato dalla multinazionale. Il confronto è stato aggiornato al 15 giugno 2026, ma la posizione di governo, sindacati ed enti locali è stata netta: il piano deve essere ritirato e sostituito da una proposta industriale alternativa.

Il piano presentato dall’azienda è irricevibile, inaccettabile, sia per l’assenza di adeguate prospettive industriali sia per le ricadute occupazionali che comporterebbe. Chiedo a Electrolux di ritirarlo e di aprire un confronto vero, per costruire una soluzione industriale condivisa e sostenibile, fondata su investimenti, innovazione, tutela degli stabilimenti e salvaguardia dell’occupazione”, ha commentato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

Il piano riguarda tutti gli stabilimenti italiani del gruppo. A Susegana gli occupati passerebbero da 728 a 418, con 310 esuberi; a Porcia da 571 a 309, con 262 posti a rischio; a Solaro da 615 a 398, con 217 esuberi; a Forlì da 683 a 345, con 338 tagli. Per lo stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, è prevista la chiusura completa, con l’uscita di tutti i 170 dipendenti. Agli esuberi annunciati si aggiungerebbero inoltre oltre 200 lavoratori a termine che, secondo i sindacati, non sarebbero confermati.

Il nodo industriale dietro i tagli

L’azienda ha richiamato il peso della domanda stagnante, della pressione sui prezzi e dei differenziali di costo rispetto ai Paesi extraeuropei. La crisi Electrolux mette in evidenza una tensione strutturale della Manifattura europea: da un lato la pressione globale sui costi, dall’altro la necessità di preservare capacità produttiva, competenze e occupazione nei territori. L’elettrodomestico, settore già esposto alla concorrenza internazionale e al peso dell’energia, rischia di diventare uno dei punti più sensibili di questa frattura.

Nel corso dell’incontro, Urso ha richiamato il metodo seguito dal Mimit nelle principali crisi industriali, a partire dal caso Beko, concluso senza licenziamenti collettivi, senza chiusure di stabilimenti e con nuovi investimenti. “Le crisi industriali vanno governate, non subite: anche nelle situazioni più difficili si può arrivare a un accordo che non lasci nessuno indietro”, ha sottolineato il Ministro.

Il Segretario Generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, ha denunciato apertamente come “l’operazione non configuri un rilancio o una ristrutturazione, bensì un vero e proprio smantellamento industriale basato su logiche puramente finanziarie che penalizzano la ricerca, lo sviluppo e l’organizzazione stessa del lavoro”. In parallelo, il Segretario Confederale della Cisl, Giorgio Graziani, ha evidenziato che “la crisi di competitività e la forte pressione dei mercati asiatici e cinesi richiedano risposte strutturali non più rimandabili, invocando urgenti e concrete politiche industriali sia a livello italiano che europeo per proteggere e arginare la concorrenza extraeuropea”.

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Leone disarma l’AI

Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato la sua prima Enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata al tema della custodia della persona umana nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale (AI). La lettera pone la dignità dell’essere umano come criterio fondamentale per orientare lo sviluppo e il progresso tecnologico.

Per la prima volta nella storia della Chiesa, un Pontefice ha partecipato di persona alla presentazione di una sua Enciclica. All’incontro, svolto nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano e moderato dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, sono intervenuti i cardinali Fernández e Czerny, la teologa Anna Rowlands e l’esperto di AI Christopher Olah.

La data di pubblicazione coincide con il 135mo anniversario della celebre Rerum Novarum di Leone XIII, considerato uno dei documenti fondanti della dottrina sociale cattolica. Allora, così come oggi, ci si trovava di fronte a grandi e impetuosi mutamenti (le ‘cose nuove’) nelle forze sociali e nell’organizzazione del lavoro. E se la Rerum Novarum affrontava principalmente la questione operaia, professando la concordia tra le classi come alternativa al socialismo per superare le disuguaglianze del sistema industriale, la Magnifica Umanità di Papa Leone XIV mette anch’essa il lavoro al centro, ma lo legge attraverso il rapporto con la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale.

AI e nucleare: due tecnologie da ‘disarmare’

L’Intelligenza Artificiale esige di essere liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione e morte. Come l’energia nucleare, deve essere al servizio di tutti e del bene comune. Le decisioni riguardanti la tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità” ha detto il Pontefice davanti alla platea del Sinodo.

Ed è proprio l’ambivalenza di queste tecnologie, capaci di aprire nuove possibilità di progresso ma anche di generare forme inedite di dominio e distruzione, a rendere necessario un approccio etico. Il confronto sull’Intelligenza Artificiale non è neutrale e non può essere confinato al perimetro tecnico. L’uso dell’AI riguarda il modello di sviluppo che scegliamo di sostenere, le disuguaglianze che siamo disposti ad accettare come inevitabili e il confine, sempre più decisivo, tra ciò che la tecnologia ci permette di fare e ciò che dovremmo scegliere di non fare.

“Ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona” si legge in un passaggio di Magnifica Humanitas.

Per questo, il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano.

“Ho ascoltato scienziati e ingegneri che lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con tenacia norme eque; genitori e insegnanti profondamente preoccupati del futuro delle generazioni più giovani” ha precisato Leone XIV. 

Non a caso, fra gli ospiti presenti nell’aula del Sinodo sedeva Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda dietro a Claude, recentemente entrata in conflitto con il Presidente Usa Trump. Mentre il Pentagono chiedeva accesso illimitato ai modelli di Anthropic, il founder della tech company Amodei pretendeva garanzie scritte che i loro sistemi di AI non venissero impiegati in sistemi d’arma autonomi, né nella sorveglianza di massa dei cittadini.

Un nuovo mondo del lavoro

Leone XIV, nel solco del predecessore, ha aggiornato e ripreso la Dottrina sociale della Chiesa alla luce delle trasformazioni digitali. La tecnologia non è salvezza o male in sé, ma uno strumento da orientare al bene comune, alla dignità della persona, alla giustizia e alla fraternità.

In questo scenario, non bisogna correre il rischio di ‘disumanizzare’ il lavoro. In Magnifica Humanitas si chiarisce che il lavoro non può essere confinato al solo reddito. Il lavoro infatti è anche e soprattutto identità, relazione, contributo alla comunità, responsabilità quotidiana. Una società capace di produrre ricchezza con sempre meno persone occupate rischia un paradosso: progresso tecnico e impoverimento umano.

Il monito dell’Enciclica è che l’AI può liberare le persone da attività ripetitive, pesanti o pericolose, ma se viene guidata solo dalla logica del profitto rischia di produrre dequalificazione, sorveglianza automatizzata, precarietà e perdita di autonomia.

Da qui nasce la necessità di ripensare anche i parametri con cui misuriamo lo sviluppo. Il Pil, da solo, non basta più: servono metriche capaci di considerare dignità del lavoro come contributo essenziale alla persona e alla società tutta. Allo stesso modo, la libertà economica non può essere separata dal bene comune.

Etica e AI: la Chiesa avverte sui rischi della deriva autoritaria

La Chiesa entra quindi nel dibattito sull’AI con un messaggio concreto: ogni persona è unica e insostituibile, “un soggetto libero e intelligente dotato di coscienza e capace di cercare di prendersi cura della nostra casa comune”. Un richiamo lucido e cosciente all’etica umana e un invito a ripensare il presente facendo attenzione a una possibile deriva autocratica e tecnocratica.

Non a caso, forse, l’Enciclica del Papa ha seguito di poche settimane un altro documento programmatico che ha provato a orientare il dibattito sull’AI, quello di Palantir, società tecnologica statunitense fornitrice di servizi per la Difesa e l’Intelligence. Il CEO Alex Kerp si è sbilanciato in dichiarazioni controverse: dalla nuova deterrenza globale che si giocherà sull’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma, alle critiche esplicite alla governance liberale e alle democrazie, fino a scivolare su terreni più controversi come la gerarchia tra culture.

Alcuni passaggi dell’Enciclica sembrano proprio un’implicita risposta a certe visioni tecnocratiche: “Alla radice di questi problemi si trova una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana” si legge in Magnifica Humanitas.

Un altro teorico della società tecnocratica, Marc Andreesseen, informatico e co-fondatore di uno dei fondi di venture capital più influenti della Silicon Valley, nonché autore del controverso Techno-Optimist Manifesto, sostiene che, poiché le emozioni umane e le relazioni profonde non scalano, la società debba essere governata dalla tecnologia, dal libero mercato e dall’iper-produttività.

In Magnifica Humanitas, di contro, ritroviamo la dimensione etica e la giusta distanza da questi modelli estremi: “Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”.

L’Enciclica contrappone Babele, simbolo di un potere tecnico che omologa e Gerusalemme ricostruita da Neemia, immagine di una comunità che ricostruisce legami e convivenza. L’AI va governata con responsabilità, trasparenza e limiti, evitando che diventi strumento di disuguaglianza e controllo sociale. La risposta proposta dal Pontefice è in estrema sintesi una civiltà dell’amore: non rifiutare la tecnica, ma riportarla dentro un orizzonte umano, sociale e spirituale.

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Borse di studio ai meritevoli, l’iniziativa di Tesisquare

Tempi di esami e di pagelle, e in Piemonte anche di borse di studio per il merito. In totale sono 22, del valore di 500 euro ciascuna, quelle assegnate agli studenti di dieci scuole del territorio che si sono distinti per impegno e risultati conseguiti nelle materie Stem. Venti sono state finanziate da Tesisquare, provider di soluzioni tecnologiche per la supply chain con sede a Bra, in provincia di Cuneo.

Altre due sono state invece sostenute dall’associazione Amici di Cecilia, nata nel 2003 a seguito della prematura scomparsa di Cecilia Masi, ex dipendente di Tesisquare. Quest’anno, oltre ai tecnici, sono stati inclusi gli indirizzi scientifici tradizionali, ampliando così il numero di borse erogate. La cerimonia di consegna si è tenuta invece presso la Sala dei 100 del campus DIG421a Roreto di Cherasco.

La partnership e l’evento

Il progetto è infatti frutto della collaborazione tra Tesisquare e Fondazione DIG421. La prima è una multinazionale presente in quaranta Paesi che studia prodotti digitali per il settore fashion, GDO e logistica, puntando all’ottimizzazione delle performance aziendali. DIG421 (Digital Innovation Gate) è invece un complesso di uffici costituito da una rete di aziende, start-up, istituzioni e enti di ricerca, in cui lo spazio è pensato come luogo per l’innovazione. 

All’evento è intervenuto il Presidente di Tesisquare, Giuseppe Pacotto, che ha parlato delI’Intelligenza Artificiale sottolineando come la tecnologia debba essere uno strumento al servizio del talento umano. È seguito il discorso del Provveditore agli Studi di Cuneo Umberto Pelassa, che ha evidenziato il valore istituzionale del progetto e l’importanza del dialogo tra scuola e impresa. Tra gli ospiti anche la squadra del liceo Giolitti-Gandino, vincitrice della 17esima edizione delle Olimpiadi della Cultura e del Talento, a testimonianza dell’eccellenza giovanile del territorio.

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Luca Casaura è Chief Business Officer di Bauli

Il Gruppo Bauli avvia una nuova fase del percorso di crescita e rafforza la propria struttura commerciale e marketing, con l’obiettivo di consolidare il presidio del mercato italiano e rispondere con maggiore rapidità a un contesto competitivo in evoluzione.

Il nuovo modello organizzativo prevede la creazione di due Business Unit dedicate, una per l’Italia e una per i mercati internazionali. La scelta punta ad aumentare la velocità decisionale e a rendere più efficace l’esecuzione delle strategie nei diversi mercati in cui il Gruppo opera.

In questo assetto, Luca Casaura, già Chief Marketing Officer in Bauli Italia dal 2023, assume il ruolo di Chief Business Officer, con la responsabilità di tutte le attività commerciali e marketing sul mercato italiano. La riorganizzazione integra direttamente nelle Business Unit anche marketing, comunicazione e consumer insights, mantenendo linee guida condivise sulla brand equity. La Business Unit Italia avrà quindi un ruolo centrale nel presidio e nello sviluppo degli standard di marca.

Il passaggio a una struttura per Business Unit risponde alla crescente complessità del mercato italiano, caratterizzato da nuove modalità di consumo, dall’espansione dei canali e dalla maggiore rilevanza delle occasioni di consumo fuori casa. Il nuovo modello consentirà al Gruppo dolciario veronese, principale operatore nazionale nel segmento delle ricorrenze, di rafforzare la presenza sul territorio e aumentare la rapidità nell’attuazione delle strategie.

Nuovi assetti per nuove sfide

Il Gruppo Bauli sta vivendo una fase di grande slancio, con l’obiettivo di accelerare il nostro percorso di crescita e rafforzare il posizionamento competitivo”, commenta Fabio Di Giammarco, Amministratore Delegato del Gruppo Bauli. “Questo nuovo assetto ci permetterà di cogliere con maggiore rapidità le opportunità offerte dall’evoluzione dei consumi e dai nuovi canali distributivi, rafforzando al contempo il nostro posizionamento sul mercato italiano e sostenendo una crescita continua e sostenibile nel tempo”.

La nuova configurazione si inserisce nella strategia del Gruppo, fondata su tre direttrici: innovazione di prodotto e ampliamento delle categorie, sviluppo di nuovi canali, in particolare l’out of home, ed espansione internazionale.

“Questa configurazione rappresenta un passaggio chiave per rafforzare ulteriormente la nostra presenza sul mercato italiano”, dichiara Luca Casaura, Chief Business Officer di Bauli Italia. “L’integrazione sempre più stretta tra commerciale e marketing ci permetterà di essere più vicini ai consumatori, aumentando la nostra capacità di risposta e l’efficacia esecutiva. Lavoreremo per valorizzare i nostri brand e intercettare nuove occasioni di consumo lungo tutte le principali leve di crescita del mercato”.

Con questo nuovo assetto, Bauli punta quindi a sostenere una fase di sviluppo più agile, costruita attorno a una maggiore integrazione tra strategia commerciale, marketing e lettura dei consumi.

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RS Italia rafforza le policy per la genitorialità condivisa

RS Italia, fornitore di soluzioni, prodotti e servizi per clienti industriali, introduce nuove misure a supporto della genitorialità, rafforzando il proprio impegno verso un modello organizzativo più equo e inclusivo. L’azienda ha annunciato l’estensione al 100% dell’integrazione economica per la maternità obbligatoria e l’introduzione di ulteriori 10 giorni di congedo retribuito per i padri, portando il totale a 20 giorni.

Le nuove policy si inseriscono in un percorso più ampio, che punta a superare una visione della genitorialità come questione individuale. Per RS Italia, il supporto a madri, padri e caregiver diventa parte integrante delle strategie di benessere organizzativo, resilienza aziendale e sviluppo di una cultura del lavoro più sostenibile.

Le misure annunciate sono il risultato di un percorso pluriennale basato su ricerca, confronto e programmi operativi. Tra le iniziative più recenti rientra la partecipazione al tavolo interaziendale Stayhuman 2026, promosso da Me First, realtà impegnata nel supporto ai genitori lavoratori in azienda.

Un percorso costruito con Me First

RS Italia ha ospitato la prima tappa dell’iniziativa, dedicata quest’anno al tema “Motivazioni e barriere alla genitorialità in Italia”, con l’obiettivo di individuare soluzioni concrete per sostenere il ruolo genitoriale nei contesti professionali.

La collaborazione con Me First era già stata avviata nel 2025 con la realizzazione dell’Inspiring Paper Stayhumam, un manuale pratico per le aziende dedicato al supporto alla paternità. Il documento individua cinque aree di intervento e raccoglie best practice per dare maggiore visibilità all’esperienza maschile della genitorialità, ancora spesso marginale nel dibattito aziendale.

I dati raccolti nella costruzione del paper confermano la necessità di un cambiamento culturale più profondo: il 91% delle madri lavoratrici dichiara di non avere tempo per sé, mentre solo l’11% dei padri si dichiara soddisfatto del proprio ruolo genitoriale.

Dal confronto alla formazione: il Parental Empowerment Program

Dalla collaborazione con Me First è nato anche il Parental Empowerment Program di RS Italia: un percorso strutturato di workshop, momenti di confronto e strumenti pratici pensati per accompagnare genitori, caregiver e manager nella gestione dell’equilibrio tra vita personale e professionale.

Il programma non si limita al supporto individuale, ma coinvolge direttamente il management, con l’obiettivo di integrare il benessere familiare nelle dinamiche organizzative e nelle performance dei team.

Il punto, per l’azienda, non è solo introdurre nuove policy, ma costruire la cultura necessaria a renderle realmente efficaci. Senza un cambiamento dei comportamenti manageriali, infatti, anche le misure più avanzate rischiano di restare strumenti poco utilizzati o percepiti come marginali.

Genitorialità e piano D&I 2026

Le iniziative dedicate alla genitorialità rientrano nel piano Diversity & Inclusion 2026 di RS Italia, strutturato su più pilastri e sviluppato con il supporto di partner qualificati. Per esempio, il proseguimento del Parental Empowerment Program, il rafforzamento della cultura inclusiva attraverso percorsi di formazione e sensibilizzazione, la collaborazione con Valore D e altri network di riferimento, oltre al programma Ambassador DEIB, pensato per diffondere la cultura dell’inclusione a tutti i livelli aziendali.

Il piano prevede inoltre interventi su altri ambiti prioritari, dalla disabilità all’orientamento sessuale e affettivo, dal wellbeing alla prevenzione. Una scelta che conferma la volontà di collocare diversità e inclusione dentro il modello di business, non come appendice della comunicazione corporate.

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Trombetti nuova Operations Director degli stabilimenti Essity

Dall’11 maggio 2026 Valentina Trombetti è la nuova Operations Director Consumer Tissue Private Label degli stabilimenti Essity di Porcari, in provincia di Lucca, e Collodi, in provincia di Pistoia. I siti del gruppo globale attivo nei settori dell’igiene e della salute sono specializzati nella produzione di carta tissue per i marchi privati.

Trombetti porta in Essity oltre 16 anni di esperienza nel mondo manufacturing e operations, maturata tra beni di largo consumo ed elettrodomestici. Laureata in Ingegneria Gestionale-Industriale all’Università di Pisa, ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità nelle operations e nell’innovazione, fino ad assumere incarichi a livello Emea nella direzione di stabilimenti industriali.

Nel corso della carriera, ha guidato programmi di trasformazione e miglioramento continuo, contribuendo all’evoluzione delle performance produttive in ambiti centrali per il settore industriale: sicurezza, qualità ed efficienza. Nel nuovo ruolo, Trombetti sarà chiamata a contribuire al consolidamento delle operations nei siti di Porcari, anche denominati Lucca 1 e Lucca 2, e Collodi, con un focus su persone, sicurezza, processi e risultati.

“Sono entusiasta di intraprendere questa nuova avventura e desidero ringraziare Essity per la fiducia riposta in me nell’affidarmi la guida dei siti di Lucca e Collodi”, dichiara Trombetti. “Entrare a far parte di una realtà leader nel settore, capace al tempo stesso di innovare continuamente e di alzare ogni giorno l’asticella delle proprie performance, è per me motivo di grande orgoglio”.

Leadership femminile negli stabilimenti toscani

La manager sottolinea anche il valore della cultura aziendale: “C’è un aspetto che rende questa esperienza ancora più significativa: la forte cultura del merito e dell’equità che contraddistingue Essity. Vedere diverse donne alla guida dei nostri stabilimenti, ma anche in diversi ruoli chiave dell’organizzazione, è la dimostrazione concreta di un’azienda moderna, inclusiva e orientata al talento”.

Con l’ingresso di Trombetti, l’azienda svedese rafforza la presenza femminile alla guida dei propri siti industriali in Toscana. La nuova Operations Director affianca infatti Stefania Pardini, Site Director dello stabilimento di Altopascio, e Rugiada Cacciatore, Operations Manager dello stabilimento di Collodi, entrambe nominate all’inizio del 2025.

La presenza di tre donne in ruoli di responsabilità nei siti industriali toscani si inserisce nel percorso dell’azienda verso una cultura organizzativa orientata a equità, talento e inclusione. Oggi oltre il 40% dei ruoli di leadership in Essity è ricoperto da donne. Nel 2025 l’azienda ha inoltre ottenuto la certificazione per la parità di genere Uni/PdR 125:2022.

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Scuole aperte d’estate: l’Emilia-Romagna sostiene la genitorialità

C’è chi l’ha definita una “rivoluzione”, l’apertura delle scuole primarie dal 31 agosto. Di certo è un primo segnale di (nuova) attenzione da parte delle istituzioni nei confronti della genitorialità e per cercare di risolvere il dramma della denatalità in Italia. A lanciare la misura è stata l’Emilia-Romagna che ha deciso di sperimentare l’iniziativa nel 2026, con l’idea di renderla stabile dal 2027. In sintesi si tratta di offrire agli studenti della scuola primaria (la fascia di bambini dai sei agli 11 anni) una serie di attività extra scolastiche (per esempio iniziative culturali e sportive) fino al 14 settembre, data di inizio delle lezioni nella regione.

A farsi promotrice del progetto – che ha attirato le proteste di albergatori e bagnini, che si dicono penalizzati dalla misura – è stata Isabella Conti, Assessora Regionale alla Scuola (è stata la candidata più votata con quasi 20mila preferenze), che in carriera si è già spesa per sostenere la genitorialità. Per esempio, da Sindaca di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, aveva condotto la ‘battaglia’ per la gratuità degli asili nido.

A essere coinvolti nell’apertura delle scuole dal 31 agosto sono 42 Comuni dell’Emilia-Romagna (in totale sono 330) che contano potenzialmente circa 100mila bambini coinvolgibili nell’iniziativa: oltre a tutti i Comuni capoluogo della regione, sono comprese le Aree Atus (Agende trasformative urbane per lo sviluppo sostenibile).

Per spiegare la misura – sulla quale la Regione ha investito risorse per 3 milioni di euro – Conti ha pubblicato un video sulla sua pagina Facebook, dove ha parlato come una soluzione per il “contrasto alla denatalità e sostegno alla genitorialità”. Nel messaggio, l’Assessora alla Scuola, ha spiegato: “Le scuole apriranno nella modalità che riterranno più opportuna, più elastica, più flessibile e quindi più vicina alle esigenze dei genitori e delle famiglie per fare in modo che la genitorialità sia un’esperienza sostenuta davvero dalle istituzioni”. Da quanto si apprende, le attività extra scolastiche sono affidate da educatori professionali esterni e dal Terzo settore. “Il messaggio chiaro è che le istituzioni sono accanto alle famiglie”.

È anche un sostegno importante per contrastare la denatalità in Italia, i cui dati indicano che il nostro Paese è nel pieno dell’inverno demografico. Secondo i dati Istat, infatti, nel 2025 sono nati appena 355mila bambini (in calo del 3,9% rispetto al 2024), che significa 1,14 figli per donna. Numeri che dovrebbero entrare nell’agenda politica italiana, ma che sembrano dimenticati dai più: siamo anni luce sempre più lontani dal milione di nuovi nati del 1964, anno dopo il quale è iniziato il progressivo calo delle nascite fino ai nostri giorni.

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Ma dove vai, senza l’e-bike?

Soluzioni per una mobilità aziendale evoluta, che sia a basso impatto ambientale. Con questa idea Altea Federation, Atala ed Etraction Ebike hanno lanciato il progetto congiunto E-ride the sustainability. Un pacchetto rivolto alle aziende che prevede una fornitura di e-bike aziendali del marchio Atala, insieme a colonnine di ricarica e servizi di noleggio. In più si offre la manutenzione a cura di Etraction Ebike e la consulenza ESG da parte di Altea Federation. Da non prendere sotto gamba in un momento storico in cui la normativa per la sostenibilità è sempre più stringente e i bilanci aziendali richiedono il monitoraggio continuo degli spostamenti dei dipendenti.

Per preservare il pianeta servono abitudini più responsabili. “L’intero settore dei trasporti inquina per circa il 15-20% del totale mondiale e il solo trasporto su strada è responsabile di circa il 10-15% delle emissioni globali di CO2” è il commento di Marco Magaraggia, co-Founder di Altea e Corporate Vice Presidente di CSR di Altea Federation. Le aziende non possono sottrarsi alla questione “green”. Al contrario: “Sono chiamate a trovare alternative in grado di ridurre l’impatto degli spostamenti dei propri dipendenti e al contempo a incentivare verso opzioni più attente all’ecologia”.

Manca la cultura della bici

La transizione ecologica deve partire in sostanza dalla routine di tutti i giorni perché sono proprio gli spostamenti a incidere di più su ambiente, qualità dell’aria e vivibilità delle città. Le aziende di conseguenza devono fare la loro parte per ridurre la propria quota di inquinamento. Con la bicicletta che dovrebbe considerarsi il mezzo di elezione. Eppure non è così. “Nel nostro Paese non viene ancora percepita come un vero mezzo di mobilità quotidiana, a differenza del Nord Europa dove esistono incentivi pubblici, infrastrutture adeguate e politiche fiscali a sostegno” afferma Massimo Panzeri, Ceo di ATALA.

Il momento non è dei migliori. “Il settore attraversa una fase difficile, caratterizzata da un calo delle vendite, magazzini pieni e una contrazione generale del mercato dopo il boom del periodo pandemico. Nonostante ciò continuo a vedere nelle e-bike un’opportunità strategica” commenta Francesco Beltrami, Founder di Etraction Ebike. “Le nostre soluzioni nascono dalla convinzione che la mobilità elettrica sia un tassello fondamentale per rendere le città a misura d’uomo. Con la partnership offriamo alle aziende strumenti concreti per produrre meno emissioni e migliorare il benessere dei dipendenti”.

La partnership tra tre aziende

Altea Federation opera da 33 anni come System Integrator e Solution Partner per la trasformazione digitale delle imprese in tutti gli ambiti dell’Information Technology, oggi anche in chiave ESG. La federazione raccoglie 22 aziende e 2.000 risorse. L’ingresso del fondo di private equity Chequers Capital come azionista di maggioranza ha avviato un nuovo piano di crescita e sviluppo per il gruppo.

Atala è unazienda storica specializzata nella produzione di biciclette ed e-bike. Il marchio nacque nel 1907 e proprio il vincitore del Primo Giro d’Italia del 1909, Luigi Ganna, indossò una sua maglia. Oggi come allora l’impegno è rimasto inalterato: progettare e realizzare biciclette di qualità tra modelli urban, trekking, mountain bike ed e-bike.

Etraction Ebike nasce nel 2017 come noleggio e-bike sul Lago d’Orta. Realizza colonnine di ricarica tradizionali, rivestite con uno speciale tessuto capace di ridurre l’inquinamento atmosferico. Ha posizionato finora oltre 250 colonnine di ricarica tra Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia e Svizzera, ognuna dotata di un QR code che rimanda alla mappa con la localizzazione delle altre strutture installate.

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Confindustria, Marsiaj nominato Vicepresidente

Giorgio Marsiaj è il nuovo Vicepresidente di Confindustria (nella foto è con Chiara Lupi, Direttrice Editoriale della casa editrice ESTE durante la tappa di Torino di FabbricaFuturo 2024). A nominarlo, al termine del primo biennio del suo mandato, è stato Emanuele Orsini: il Presidente di Confindustria l’ha voluto nella squadra di Presidenza che guida l’organizzazione. Marsiaj, che dal 2024 ricopre il ruolo di delegato all’Aerospazio (materia su cui continua a concentrare il suo impegno) è stato coinvolto per sostenere lo sviluppo delle imprese, la crescita economica, l’innovazione e la creazione di occupazione.

Classe 1947, Marsiaj è fondatore, Presidente e Amministratore Delegato di Sabelt, azienda di produzione di sedili per auto di alta gamma, cinture di sicurezza, abbigliamento tecnico per il Motorsport e applicazioni speciali di sistemi di ritenuta nel settore Aerospace. Inoltre, è Vice Presidente e Amministratore Delegato della Holding M. Marsiaj & C, fondata dal padre Michele nel 1947. È tra i fondatori del fondo di private equity Charme ed è nel Consiglio di amministrazione (Cda) di Fenera Holding. Dal 1985 al 2015 Marsiaj ha ricoperto i ruoli di Presidente, AD e VP Fiat Group Global di TRW Automotive Italia. Dal 2016 al 2020 è stato presidente dell’Amma e Vice Presidente dell’Unione Industriale di Torino, di cui successivamente è stato Presidente dal 2020 al 2024, insieme alla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino. Dal 2016 è nel Consiglio Generale di Confindustria.

“È un grande onore per l’Unione Industriali Torino che il nostro Past President rivesta un ruolo ancora più rilevante nella squadra guidata da Orsini. È importante che a Marsiaj sia stata confermata la delega all’Aerospazio, un settore in rapidissimo sviluppo, in particolare proprio a Torino, la nostra città. In questi due anni Marsiaj ha svolto un ottimo lavoro, promuovendo la conoscenza del settore anche attraverso la prima mappatura della filiera nazionale”, ha dichiarato Marco Gay, Presidente dell’Unione Industriali Torino a seguito della nomina di Marsiaj in Confindustria.

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Appesi a un Pil (cattivo)

Ci raccontano il Prodotto interno lordo (Pil) come l’indicatore assoluto della bontà dell’economia di un Paese: se cresce va tutto bene, se cala siamo nei guai. Senza considerare altri indicatori di qualità della vita e simili, il Pil è comunque una semplificazione ingannevole, perché non distingue tra la ricchezza che crea futuro e quella che si limita a spostare denaro da una tasca all’altra. Dentro il Pil finisce tutto: innovazione e rendite, export e burocrazia, ricerca e… bollette gonfiate.

Prendiamo il caso della casa di proprietà. In Italia è quasi una religione patrimoniale, ma nelle statistiche economiche diventa anche una voce di Pil. Come? Attraverso gli ‘affitti imputati’: si calcola un affitto teorico che il proprietario pagherebbe a se stesso e quel valore entra nei conti nazionali. È una regola internazionale, ma in Italia pesa molto più che altrove perché la proprietà immobiliare è maggiore. Il risultato è paradossale: una parte consistente del Pil italiano deriva da ricchezza immobiliare ‘ferma’, che non produce innovazione, brevetti, produttività o nuove imprese. È un patrimonio che dorme nei muri. In Italia gli affitti imputati valgono circa il 10% del Pil, il doppio della Germania. Significa che una fetta enorme della nostra ‘ricchezza’ è in realtà contabilità, non economia dinamica.

Lo stesso vale per i profitti bancari. Se una banca guadagna perché finanzia investimenti produttivi, bene. Ma se gli utili record arrivano soprattutto dal rialzo dei tassi, allora il Pil cresce mentre famiglie e imprese pagano mutui più cari e credito più costoso. Non è nuova ricchezza: è redistribuzione verso il sistema finanziario. Anzi si potrebbe definire come una estrazione di ricchezza dal Paese per distribuirla agli azionisti delle banche (non è re-immessa nel sistema per finanziare sviluppo).

Anche l’energia segue la stessa logica. Se il prezzo del gas esplode, aumentano fatturati e utili delle società energetiche, e il Pil sale. Ma un’industria che paga bollette più alte non è più produttiva; una famiglia che spende di più per scaldarsi non è più ricca. Eppure tutto questo entra nelle statistiche come ‘crescita’.

La produttività ristagna e i salari restano bassi

Qui sta il nodo: il Pil contabilizza anche ciò che impoverisce cittadini e imprese. Per questo non tutto il Pil ha lo stesso valore. Ce n’è uno ‘buono’: è quello che nasce da innovazione, ricerca, export ad alto margine, software, turismo organizzato, tecnologia, servizi avanzati, università attrattive, imprese capaci di crescere nel mondo. E poi c’è un Pil ‘cattivo’: è quello alimentato da rendite, oligopoli, rincari obbligati, immobili improduttivi, burocrazia, extra-profitti finanziari e spesa pubblica senza effetti duraturi.

Il problema italiano è che abbiamo troppo del secondo e troppo poco del primo. Continuiamo a concepire la ricchezza come possesso, non come capacità di generare valore. Così il Paese appare più solido di quanto sia, mentre la produttività ristagna, i salari reali arrancano, i giovani emigrano e la tecnologia arriva quasi sempre dall’estero. Il confronto con Germania, Francia o Svizzera è impietoso proprio per i motivi appena esposti: lì una quota maggiore dell’economia è legata a servizi avanzati, ricerca, grandi gruppi internazionali, innovazione e capitale umano. In Italia, invece, spesso il denaro gira senza creare futuro.

C’è una terza forma di Pil ancora più ambigua: quella drogata dalla spesa straordinaria. Il Superbonus ne è stato l’esempio perfetto. Per alcuni anni quest’ultima misura ha gonfiato Pil, occupazione e fatturati nell’edilizia, ma attraverso una crescita sostenuta artificialmente dal debito pubblico. Finita la spinta, il settore si è ritrovato improvvisamente senza domanda sufficiente. Il rischio è dunque scambiare un picco temporaneo di attività per sviluppo strutturale: se la spesa non aumenta produttività, innovazione e competitività future, crea solo Pil immediato e non crescita duratura.

Anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) può diventare un’enorme occasione o un’enorme illusione. Se investirà in tecnologia, formazione, infrastrutture efficienti e ricerca, potrà trasformarsi in Pil ‘buono’; se invece finirà disperso in micro-progetti e burocrazia, produrrà solo altra crescita contabile.

Ecco il vero punto: il Pil non distingue tra ciò che crea futuro e ciò che lo consuma. Un Paese non diventa più ricco perché spende di più o contabilizza di più. Diventa più ricco quando produce più valore per ogni ora lavorata, quando trasforma conoscenza in innovazione e risparmio in capitale produttivo. Il resto è contabilità. E l’Italia, purtroppo, è diventata bravissima a confondere la contabilità con la prosperità.

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