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Bye bye Baby boomer

Gli esperti economici sono molto bravi a formulare diagnosi tecniche, ma il loro background formativo ed esperienziale raramente consente loro di elaborare vere strategie di sviluppo industriale. In quale azienda è il direttore finanziario a definire la strategia aziendale? Eppure continuiamo a chiedere proprio agli economisti le ricette strategiche che dovrebbero sostituire quelle rivelatesi perdenti negli ultimi decenni. Prendiamo come esempio i suggerimenti forniti dall’economista ed editorialista Carlo Cottarelli nell’ articolo del Corriere della Sera dal titolo Baby boomer in pensione e pochi giovani: cosa fare? Di fronte al problema del pensionamento dei Baby boomer e, più in generale, al calo demografico che colloca l’Italia tra gli ultimi Paesi al mondo per natalità, Cottarelli richiama giustamente la necessità di aumentare la produttività per evitare un rallentamento del Pil.

Tuttavia, a questo punto, le sue proposte risultano deludenti, come quelle di suoi colleghi. Del resto, è quanto possiamo aspettarci da una classe dirigente nella quale gli esperti di strategia industriale sono quasi totalmente assenti. Dobbiamo riconoscere a economisti come Cottarelli e Mario Draghi il merito di saper fare corrette e competenti diagnosi economico-finanziarie. Purtroppo non troviamo altrettanto valore nelle loro proposte strategiche (anche perché molto poco innovative, se non addirittura assenti). Se si guardano i background di coloro che hanno preparato i Piani di Sviluppo dei vari partiti politici, in effetti si rimane un po’ sconcertati (avvocati, medici, consulenti finanziari..). Il dato di fatto è che le loro ricette ci hanno fatto perdere, negli ultimi trent’anni, tutti i grandi treni dello sviluppo mondiale, sia come Europa sia, in particolare, come Italia.

Tornando all’articolo di Cottarelli, egli, pur riconoscendo correttamente che l’aumento della produttività individuale è indispensabile per compensare il calo demografico e la conseguente futura carenza di lavoratori, continua a proporre ricette risultate già ampiamente fallimentari. O, peggio ancora, non propone vere soluzioni concrete. Che cosa significa, infatti, affermare genericamente che servono investimenti, riduzione della burocrazia, abbattimento del costo dell’energia, ritorno al nucleare e un piano per l’immigrazione regolare, senza analizzare i rapporti di causa-effetto? Esaminiamo le due questioni centrali: produttività e immigrazione

La produttività fantasma

La ricetta proposta per aumentare la produttività dell’Italia è sempre quella di aumentare gli investimenti (ce lo sentiamo dire da 40 anni!). Il problema reale del nostro Paese non è mai stato in realtà la disponibilità di risorse finanziarie (ce le siamo sempre comunque procurate a debito), ma il modo in cui vengono impiegate. Negli ultimi trent’anni abbiamo immesso nel sistema circa 100 miliardi di euro all’anno, prevalentemente a debito, pari a circa il 5% del Pil. Eppure il Pil reale è cresciuto in media di appena lo 0,2% annuo, una percentuale insufficiente persino a mantenere il potere d’acquisto degli italiani, mentre negli altri principali Paesi europei occidentali il Pil è aumentato in media dal 30% al 60%. Anche gli investimenti più recenti, effettuati attraverso il Piano Industria 4.0 (attivato nel 2016), Superbonus (2020-2025) e Pnrr (il piano strategico attraverso cui l’Italia sta investendo i fondi europei del Next Generation EU), non hanno prodotto alcun effetto strutturale positivo sulla produttività del Paese, che continua a ristagnare da decenni. In realtà, un risultato importante lo hanno ottenuto: hanno contribuito ad aumentare gli utili delle imprese, che oggi dispongono di circa 500 miliardi di liquidità, e il risparmio privato, cresciuto di oltre 2000 miliardi dal 2011 a oggi, ben 1600 miliardi solo nel decennio 2011-2021, cioè quello del whatever it takes (la celebre frase che è stata pronunciata da Mario Draghi il 26 luglio 2012 a Londra, quando era Presidente della Bce). Nessun effetto significativo, invece, sulla produttività.  È ormai evidente che gli investimenti vengano storicamente usati su leve sbagliate. Si è trattato spesso di finanziamenti distribuiti a pioggia, utilizzati per sostenere aziende poco competitive o per perseguire incrementi marginali dell’efficienza produttiva.

Il problema dell’Italia non è l’efficienza, ma il basso valore aggiunto dei posti di lavoro. I nostri prodotti e servizi generano mediamente meno valore rispetto a quelli dei principali Paesi concorrenti. Questa è anche la vera causa dei bassi salari italiani. Continuare a investire sulle stesse leve sarebbe profondamente controproducente. Occorre invece individuare e finanziare le attività capaci di aumentare il valore prodotto, non l’efficienza. Altrimenti è quasi una fortuna non disporre di ulteriori risorse finanziarie: servirebbero soltanto ad aumentare il debito senza produrre alcun beneficio sulla produttività, come dimostrano i risultati finora ottenuti. Individuare le leve corrette non è impossibile. Basterebbe copiare quanto fatto dai Paesi più performanti e aggiungere strategie specifiche, basate sui potenziali vantaggi competitivi dell’Italia, che sono facilmente  individuabili.

L’equivoco dell’immigrazione

Un piano per l’immigrazione regolare è certamente necessario, ma non rappresenta il rimedio migliore per aumentare il valore aggiunto dei posti di lavoro e, in molti casi, nemmeno per aumentare l’efficienza. Ricorrere all’immigrazione per mantenere invariato il numero degli occupati è probabilmente il modo meno efficace per sostenere il Pil pro capite. Sicuramente non potrà aumentare. Forse è arrivato il momento di comprendere che un Paese in declino demografico deve cambiare paradigma economico. Negli anni Ottanta, con mercati insaturi e domanda crescente, l’obiettivo prioritario era sicuramente quello di aumentare i volumi produttivi e il numero di lavoratori necessari a sostenerli. Oggi il contesto è completamente diverso: i mercati sono maturi, la concorrenza internazionale è fortissima e molti Paesi operano con costi del lavoro molto inferiori ai nostri. In questo scenario non conta più la quantità prodotta, non conta più l’efficienza (le differenze sono impossibili da colmare con i paesi dell’Europa dell’Est o del Far East), ma ciò che conta è il valore di ciò che si produce. Se il calo demografico rende più difficile aumentare il Pil complessivo, rende però più facile aumentare il Pil pro capite, che è il vero indicatore del benessere e dei salari possibili.

Se il Pil resta invariato e la popolazione diminuisce, il Pil pro capite cresce automaticamente. Con l’attuale andamento demografico, questo incremento è già oggi automaticamente pari a circa lo 0,5% annuo. Perché allora gran parte degli economisti continua a concentrarsi esclusivamente sulla necessità di crescita del Pil totale, ignorando la priorità del Pil pro capite? Peraltro la semplice sostituzione dei lavoratori italiani mancanti con lavoratori immigrati non può aumentare il Pil pro capite e difficilmente riesce anche solo a mantenerlo. Innanzitutto perché una parte significativa dei redditi percepiti dai lavoratori immigrati viene trasferita nei Paesi di origine attraverso le rimesse finanziarie, che oggi ammontano a circa 9 miliardi di euro all’anno, pari a circa lo 0,4% del Pil (che invece venivano trasformate in consumi, cioè in Pil, quando erano percepiti da lavoratori italiani)

Ma esiste una ragione ancora più importante. I posti di lavoro occupati dagli immigrati sono spesso essenziali, ma generalmente caratterizzati da basso valore aggiunto e basse retribuzioni. Se il peso di queste attività aumenta rispetto alle professioni ad alta qualificazione, il risultato è una riduzione del Pil pro capite e del salario medio. Ciò di cui l’Italia ha realmente bisogno è un aumento dei posti di lavoro ad alto valore aggiunto. Questo è molto condizionato dalle strategie e capacità dei nostri imprenditori e dagli incentivi pubblici. Purtroppo non possiamo fare valutazioni molto positive su questi due fronti (non bastano poche eccellenze a fare Pil).

Non mancano i lavoratori: mancano posti di lavoro qualificati

Perché cercare esclusivamente soluzioni difficili da gestire, come l’immigrazione, quando una parte del problema potrebbe essere affrontata intervenendo direttamente sulle nostre inefficienze e cause strutturali? Dal punto di vista della disponibilità di lavoratori, la soluzione è già in casa. Come mai un tedesco lavora mediamente circa 40 anni e un italiano poco più di 32 anni, pur andando in pensione alla stessa età? La vera differenza, infatti, non è tanto l’età di pensionamento, quanto la durata complessiva della vita lavorativa. In Germania una persona lavora mediamente oltre 40 anni perché il sistema tedesco riesce a utilizzare il capitale umano disponibile per circa un quarto di tempo in più rispetto al nostro. Se la durata media della vita lavorativa italiana fosse pari a quella tedesca, avremmo circa il 25% di lavoratori attivi in più. Significa 3,5 milioni di persone aggiuntive nel mercato del lavoro.

La vera domanda è dunque un’altra: perché diciamo che ci mancano i lavoratori? Forse perché non disponiamo di un numero sufficiente di posti di lavoro adatti alle competenze dei nostri giovani, come dimostra il continuo flusso di emigrati qualificati verso l’estero. I lavoratori li avremmo. Quello che manca sono posti di lavoro sufficientemente qualificati e remunerativi. Abbiamo numerose posizioni vacanti in attività che non corrispondono né alla formazione dei giovani italiani né alle competenze degli immigrati che riusciamo ad attrarre. Gli immigrati altamente qualificati scelgono infatti Paesi che offrono salari più elevati. E questi salari più elevati sono possibili perché quei Paesi generano un valore aggiunto superiore. In Germania, ad esempio, il valore aggiunto per occupato è superiore di circa il 30-40% rispetto all’Italia. E qui si torna dunque al problema del basso valore aggiunto dei posti di lavoro della nostra economia e del come non ne incentiviamo l’aumento.  E non sono e non saranno gli immigrati a farci mantenere e aumentare il nostro Pil pro capite: è tecnicamente impossibile!

Cosa fare nel breve periodo?

Nel lungo periodo la risposta resta sempre la stessa: occorre aumentare il valore dei prodotti e dei servizi italiani. Nel breve periodo, però, esistono possibilità di intervento immediati. Un primo bacino di lavoratori è rappresentato da coloro che percepiscono la Cassa Integrazione Straordinaria. Parliamo di circa 75mila persone che ricevono un sostegno pubblico e che potrebbero essere impiegate, almeno in parte, per soddisfare le esigenze delle aziende del territorio che lamentano carenza di personale. Sarebbe certamente preferibile remunerare lavoro produttivo anziché sostenere una inattività forzata a carico dei conti delle Stato. Un secondo enorme bacino potenziale riguarda l’occupazione femminile. Se l’Italia raggiungesse il tasso di occupazione femminile della Germania (circa il 78% contro il nostro 58%) avremmo circa 3,5 milioni di lavoratrici in più. Si tratta di una risorsa enorme e spesso sottovalutata.

In conclusione, se riuscissimo ad aumentare sia la durata media della vita lavorativa, sia la partecipazione femminile al mercato del lavoro, potremmo contare su 6 milioni di occupati aggiuntivi, con effetti positivi sul Pil pro capite, sui salari e sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Abbiamo già gran parte delle soluzioni all’interno del Paese. Per questo motivo è troppo comodo attribuire ogni responsabilità al calo demografico e individuare nell’immigrazione l’unica risposta possibile. La causa principale delle difficoltà economiche italiane è interna. E, almeno in larga misura, interna deve essere anche la soluzione.

In realtà occorre trasformare il problema del calo demografico in una opportunità di aumento del nostro Pil pro capite. Se si impostassero nuove strategie in tal senso, potrebbe essere più facile del previsto. Già il calo demografico, a parità di Pil (quindi senza aumentarlo) abbiamo visto che ci garantisce un aumento del PIl pro capite dello 0,5% annuo (che non è poco). Se in più riuscissimo ad aumentare il valore dei nostri prodotti e del nostro lavoro utilizzando l’Intelligenza Artificiale (AI), il tutto diventerebbe più facile. Potremmo addirittura ribaltare il ragionamento: il fatto che con l’AI serviranno meno lavoratori, noi avremo meno problemi dei Paesi che non hanno un equivalente calo demografico. Dovremmo cavalcare l’onda del calo demografico come acceleratore dell’aumento del valore aggiunto pro-capite e della riduzione di lavoratori necessari e non cercare di impedirlo ricorrendo al lavoro di immigrati.

L’articolo Bye bye Baby boomer proviene da Parole di Management.