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Marco Ferrero è il nuovo AD di Edenred Italia

Marco Ferrero, in precedenza Chief Country Officer ed Executive Board Director di Nexi Italy, è il nuovo Amministratore Delegato di Edenred Italia. La sua esperienza nella gestione di ecosistemi che mettono in relazione clienti, utenti e partner commerciali contribuirà a cogliere nuove opportunità di crescita, generare maggiore valore per i clienti e accelerare il piano triennale Amplify 25-28 del Gruppo. Ferrero subentra a Fabrizio Ruggiero, ora nel ruolo di Chief Operating Officer Benefits & Engagement di Edenred.

Ferrero, nel corso della sua carriera ha guidato organizzazioni complesse e progetti di crescita, partnership e innovazione digitale in settori regolamentati. Queste competenze sono particolarmente rilevanti per accompagnare Edenred Italia nelle sfide future, sostenendo la crescita del business, l’evoluzione delle soluzioni e il percorso di trasformazione tecnologica dell’azienda.”

“Assumere la guida di Edenred Italia significa entrare in un’azienda che incide concretamente sulla vita quotidiana di milioni di persone e sulla capacità delle imprese di prendersi cura di chi lavora”, ha dichiarato Ferrero. “Il nostro compito, nei prossimi anni, sarà rafforzare e ampliare questo impatto: raggiungere un numero sempre maggiore di aziende, anche di piccole e medie dimensioni, comprendere bisogni sempre più diversi e trasformarli in soluzioni semplici, personalizzate e digitalmente accessibili”.

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Igiene inclusiva, un bisogno ancora poco considerato

Nei servizi igienici aziendali troviamo diversi prodotti considerati indispensabili: carta igienica, sapone, asciugamani di carta, prodotti per la pulizia. L’accesso ai prodotti per l’igiene mestruale, invece, non è ancora altrettanto diffuso né scontato, nonostante riguardi una necessità concreta di una gran parte della forza lavoro.

Secondo l’indagine Tork Insight Survey 2025 condotta da Essity, multinazionale svedese attiva nei settori dell’igiene e della salute, il 46% degli intervistati ritiene che i datori di lavoro dovrebbero fornire gratuitamente prodotti per l’igiene mestruale. Attualmente, però, solo il 14% lo fa effettivamente.  Il dato evidenzia una discrepanza ‘secolare’ fra il sentire comune e le reali esigenze igieniche delle lavoratrici. Una distanza che può avere conseguenze anche sull’esperienza quotidiana delle persone e, in senso più ampio, sul loro benessere.

Dallo studio di Essity (che ha coinvolto 11.500 persone del pubblico generale e 1.000 addetti alle pulizie), emerge anche che il 42% dei dipendenti ha dovuto ricorrere alla carta igienica a causa della mancanza di prodotti per l’igiene mestruale sul luogo di lavoro. Il 27% è invece rimasto a casa a causa di disagi legati al ciclo mestruale. Lo stesso studio riporta inoltre che una persona su quattro dichiara di aver trascorso meno tempo al lavoro a causa di un’esperienza negativa con l’igiene intima sul luogo di lavoro.

“L’accesso ai prodotti per l’igiene mestruale al lavoro o a scuola non dovrebbe essere un lusso, ma un gesto fondamentale per soddisfare i bisogni delle persone“, ha dichiarato Rebecka Hallencreutz, Direttrice dell’Organizzazione Mensen, Ong svedese che lavora affinché nella società civile i diritti mestruali siano sempre rispettati. “Quando le organizzazioni rimuovono le barriere all’accesso, stanno inviando un messaggio chiaro di supporto al benessere di tutti gli utenti dei servizi igienici”.

Un’attenzione che migliora la percezione dell’azienda

La disponibilità dei prodotti viene associata anche alla percezione dell’ambiente di lavoro. Secondo un panel web condotto tra il 14 e il 19 febbraio 2025 da Norstat, multinazionale specializzata nella raccolta di dati per ricerche di mercato, il 54% delle donne considera l’accesso ai prodotti per l’igiene mestruale un elemento qualificante di un ambiente di lavoro inclusivo, mentre il 73% ritiene che questo accesso rafforzi l’immagine del datore di lavoro. Tra le persone tra i 18 e i 33 anni, la percentuale sale all’86%.

È in questo contesto che Tork, brand di Essity dedicato all’igiene professionale, ha introdotto anche in Italia Tork Period Care, una soluzione destinata ai servizi igienici negli spazi pubblici. I dispenser sono riforniti con prodotti per l’igiene mestruale Nuvenia, anch’essi prodotti da Essity.  La soluzione consente alle aziende e alle organizzazioni di fornire gratuitamente prodotti per l’igiene mestruale a dipendenti, studenti, clienti e altri utenti dei servizi igienici. Il dispenser a parete mette a disposizione assorbenti e salvaslip Nuvenia, tutti dermatologicamente testati e senza profumo. Il design è pensato per mantenere i prodotti igienici e protetti e per facilitarne installazione e manutenzione.

Per Aitor Perfecto, Direttore Commerciale Italia della Business Unit Professional Hygiene Essity Italia, rendere questi prodotti accessibili, al pari del sapone e degli asciugamani di carta, significa creare ambienti nei quali le persone possano sentirsi valorizzate e rispondere a una domanda presente tra i dipendenti: “Lavorare per garantire un’igiene più inclusiva, rendendo facilmente accessibili tanti prodotti, è un modo pratico e significativo per le organizzazioni e le aziende di dimostrare che si preoccupano di abbattere le barriere al benessere di tutte le persone,” ha affermato Perfecto. L’igiene inclusiva entra così nella gestione ordinaria degli spazi di lavoro: un’esigenza specifica che interessa una quota significativa delle persone e che le organizzazioni possono affrontare attraverso una dotazione concreta.


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ERP, le applicazioni oltre la tecnologia

L’Intelligenza Artificiale (AI) ha dato voce a chi ha iniziato a pensare che l’Enterprise Resource Planning (ERP) rischi di essere una soluzione superata dall’arrivo della nuova tecnologia. Chissà se i vendor si sono mai interrogati su questo aspetto; di certo stanno facendo di tutto perché questa visione non trovi spazio. Nel caso di Oracle, su JD Edwards gli investimenti non mancano per aggiornarlo, tanto che è in arrivo la nuova release (R27), che non è solo un aggiornamento grafico (anche se c’è una user experience migliorata anche nel design), ma che dà corpo alla filosofia della multinazionale Usa sull’ERP.

“Modernization without disruption”. È questo il messaggio lanciato in occasione dello user group di JD Edwards, che si è tenuto agli inizi di ottobre presso il Luiss Hub di Milano: un evento aperto a tutti i clienti del gestionale e che ha visto la partecipazione di alcuni dei partner di JD Edwards, chiamati a presentare le novità sviluppate sulla soluzione.

A raccontare la visione del vendor Usa è stato David Mihala, Vice President Sales Applications Unlimited di Oracle, che si occupa della famiglia di prodotti che comprende anche JD Edwards. I dati presentati raccontano un prodotto in salute: in Europa occidentale il gestionale è cresciuto del 6% anno su anno (+5% per l’intera Applications Unlimited), in Italia ha portato 26 nuovi clienti negli ultimi tre anni e dal 2022 vale il 50% dei ricavi dell’intera area; inoltre per l’anno fiscale 2027 il 30% delle opportunità aperte in Italia è legato a JD Edwards.

Il merito va anche alla continuità del prodotto. A rimarcare questo aspetto è stato Paul Houtkooper, Vice President Product Development di JD Edwards, intervenuto in video. Oracle, ha ricordato, si è impegnata a estendere il Premier Support per tutti i prodotti Applications Unlimited almeno fino al 2037: significa investire non solo per mantenere, ma per migliorare il prodotto per almeno i prossimi 10 anni.

L’ERP cambia aspetto, ma non il modo di lavorare

Sui contenuti della R27 è entrato nel dettaglio Paolo Borriello, Master Principal Solution Engineering di Oracle. La novità più visibile per gli utenti è l’interfaccia, ha spiegato il manager: si passa dall’attuale Alta a Redwood (Redwood City è stata per lungo tempo la sede del vendor Usa), con nuovi font, colori e icone e una banda nera in alto che accomuna tutte le applicazioni della multinazionale, così da dare continuità visiva a chi affianca più prodotti. È questo un esempio concreto di quella modernizzazione senza disruption di cui Oracle si è fatta promotrice.

Sotto la superficie, però, i cambiamenti del gestionale sono più profondi e riguardano sicurezza e longevità della piattaforma: il passaggio da Java 8 a Java 21, l’addio al supporto di IBM WebSphere e la prima release esclusivamente a 64 bit. Per chi lavora su piattaforme diverse da quelle supportate, il messaggio è semplice: è necessario un aggiornamento. Sull’AI la strategia è altrettanto chiara. Come ha spiegato Jonathan Price, Director Solution Engineering Europe di Oracle, l’AI non è “built-in” ma “bolt-on”: la nuova tecnologia non è integrata nel gestionale, ma è collegabile. Con la R27 arriva, infatti, uno standard che permette agli agenti di AI di dialogare con il sistema usando i servizi già costruiti con Orchestrator, lo strumento di JD Edwards per l’automazione dei processi.

Per Houtkooper è questo il fondamento di quella che ha chiamato “forza lavoro digitale”: non sostituisce le persone, ma ne estende le capacità. Come riassunto da Borriello, Oracle fornisce le piattaforme, i partner costruiscono la digital workforce e i clienti fanno il loro business.

Dai partner la creazione della digital workforce

Il passaggio dalla visione alla pratica è stato affidato ai partner, come RTT, Sinfo One, Horsa Next e GN Techonomy. Per esempio, RTT, che nel 2026 festeggia 30 anni di attività, ha presentato Fast Kit 360, pacchetti preconfigurati sulla piattaforma Oracle di Enterprise performance management (EPM) che coprono pianificazione, budget e consolidamento. L’approccio, ha spiegato Andrea Ghezzi, Amministratore Delegato di RTT, è quello della “solution in a box”: invece di partire da analisi e requisiti, soluzioni specifiche per problemi specifici, pronte all’uso e quindi più rapide da adottare.

Sinfo One ha portato in sala una demo dal vivo della sua digital workforce, una piattaforma installata per singolo cliente che legge tabelle, ruoli, personalizzazioni e orchestrazioni di quella specifica installazione del gestionale. Gli agenti operano con le credenziali dell’utente e ogni attività è tracciata, indicando se è stata svolta in sola lettura, in scrittura verificata o non verificata, oppure è fallita. I processi si possono schedulare, come il controllo delle quadrature del venerdì sera, e le parti che non richiedono l’AI si possono rendere deterministiche, risparmiando risorse.

Sul fronte dell’AI, Paola Pomi, CEO di Sinfo One, ha invitato alla cautela, ricordando che la tecnologia propone e non calcola; per questo servono guardrail e l’AI va trattata come un’infrastruttura, con la stessa affidabilità richiesta al gestionale. E poi: se un’organizzazione è farraginosa, con dati ridondanti e informazioni discordanti, l’AI non fa che velocizzare la corsa contro un muro. Inoltre, questa tecnologia va usata quando serve, perché se un processo è deterministico, non ha senso affidarlo all’AI. C’è poi il rischio dell’omologazione: l’AI tende a riportare le risposte al centro della curva di Gauss e a eliminare le imperfezioni, ma sono spesso le anomalie a rendere un’azienda e un prodotto riconoscibili.

L’ERP resta un alleato anche con l’AI

Horsa Next si è presentata come partner a tutto tondo. Enrico Nassetti, Responsabile della business unit che implementa i sistemi ERP di Oracle, ha ricordato che il gestionale vale il 30-40% dell’attività del gruppo; il resto passa dalle altre tre business line: tecnologia, software house con soluzioni che si collocano tra l’ERP e le macchine di produzione e, infine, Business Intelligence e Corporate performance management, dove stanno crescendo le competenze sull’AI che vengono poi messe al servizio delle altre aree.

GN Techonomy, fondata nel 1995 e partner Oracle da oltre 20 anni, copre l’intera offerta ERP del vendor, da NetSuite (in cloud) a JD Edwards (on premise e su Oracle Cloud Infrastructure) fino a Fusion, con una specializzazione sull’EPM.

Anche i partner confermano dunque la visione iniziale: l’ERP non è superato dall’AI, ma può diventare la base su cui l’AI lavora, a patto che i processi siano ordinati e che le persone siano formate. Per le aziende la scelta non è tra restare fermi e ricominciare da capo, ma tra modernizzare in modo graduale e rischiare di dover rincorrere. Torna il suggerimento di Houtkooper: “Modernizzazione non deve significare buttare via ciò che funziona”.

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AI, prima le regole e poi la tecnologia

Intelligenza Artificiale (AI)? Sì, ma con cautela (e con metodo). È questa la visione di Paola Pomi, CEO di Sinfo One, che da tempo studia – e ragiona – sull’AI e sulla sua implementazione in azienda. Per prima cosa l’imprenditrice chiarisce che la parola “artificiale” non è adeguata per definire questa tecnologia, perché richiama “artefatto”, cioè fatto a immagine dell’uomo, mentre l’AI non imita gli esseri umani, ma fa qualcosa di diverso.

Meglio – è la sua tesi – etichettarla come “intelligenza aliena”, ma non nel senso fantascientifico del termine, quanto in quello di “diversa da me”. È un’intelligenza che raccoglie la storia che abbiamo riversato nei sistemi e nella Rete, ed è capace di trovare schemi che le persone non vedono e li proietta in avanti. Da qui l’idea che l’AI non è un oracolo, ma “un osservatorio” che permette di individuare la soluzione più probabile. E quindi è bene ricordare che un’alta probabilità non equivale a una certezza.

Usare l’AI solo dove serve per davvero

Dal fatto che l’AI sia probabilistica e non deterministica discende la prima regola: serve l’intervento professionale delle persone, che devono mettere “i guardrail” alla tecnologia. Pomi ricorda l’immagine che aveva già usato per definire l’AI: un bambino di sei anni in una cristalleria. Facile immaginare che cosa possa succedere…

La seconda regola proposta dalla CEO di Sinfo One è trattare l’AI come ogni altra infrastruttura critica. Se un’azienda non riesce ad accedere al proprio gestionale è un problema; se affida agli agenti di AI task e processi, deve pretendere la stessa alta affidabilità. Serve allora tracciare le attività per non lasciare alla tecnologia troppo margine di discrezionalità.

Il messaggio più diretto riguarda le organizzazioni. L’AI, dice Pomi, non è la panacea di tutti i mali: se un’azienda ha un’organizzazione farraginosa, dati ridondanti e informazioni discordanti, e sopra si mette l’AI, il risultato è velocizzare la velocità con cui finire ‘contro il muro’. E se c’è qualcosa da sistemare nell’organizzazione, allora “forse si è sbagliata tecnologia”.

Vale anche la distinzione tra automazione e AI: se un processo è deterministico, non va affidato all’AI. Meglio scrivere un programma deterministico (magari facendolo scrivere pure all’AI) e usare la tecnologia solo dove serve. Pomi aggiunge il consiglio di usarla “quando serve e dove serve”, anche perché non conviene economicamente: essere troppo dipendenti dall’AI significa prepararsi a pagarla molto di più di adesso. Quanto all’idea di attendere che il mercato si assesti, per Pomi l’attesa sarà lunga: i modelli oggi presenti sono oltre 2 milioni e alcuni sono già stati lanciati e ritirati…

Le imperfezioni rendono uniche le aziende

C’è poi il rischio di omologazione, tendenza che caratterizza i risultati dell’AI. La CEO di Sinfo One propone un esempio che interessa ogni imprenditore: l’AI non ama le imperfezioni. Cita, a supporto della sua tesi, una immagine che tempo fa era diventata virale, cioè quella dell’attrice Alba Flores – è Nairobi de La casa di carta – ritoccata con l’AI: tolta l’imperfezione, si perde l’identità del personaggio, tanto che anche gli appassionati della serie hanno faticato a riconoscerla.

Lo stesso vale per le aziende. Se processi, organizzazione, brand e prodotto sono dati all’AI chiedendo un risultato ottimizzato, la risposta probabilistica tende a mettere tutti al centro della curva di Gauss, dove le peculiarità sono abbattute e si ottiene un risultato medio, quindi indistinguibile. Ma non sempre un’anomalia è un errore: per esempio, nel vino sono proprio certi difetti a rendere il prodotto riconoscibile. Così le anomalie rendono unica un’impresa.

La cautela proposta non è però rifiuto. L’AI, ricorda Pomi, democratizza l’accesso alle competenze tecniche: chi non ha certe skill, le può delegare alla tecnologia. Significa però che ci sono competenze che sono destinate a perdersi, ma questo vuol dire liberare spazi con imprenditorialità e con quelle soft skill che per mancanza di tempo non si riusciva a sviluppare e che contribuiscono a creare il valore aziendale. Per le piccole e medie imprese, significa anche catene di processi più brevi e maggiore capacità di adattarsi al mercato. Il cambiamento in corso, è il ragionamento dell’imprenditrice richiamando la missione dell’Apollo 13 – in cui dopo un lancio apparentemente riuscito l’equipaggio dovette affrontare problemi imprevisti – mette alla prova le aziende. L’AI aiuta a ‘vedere di più’, ma poi saremo noi umani a decidere cosa fare.

Quanto all’ERP di Oracle, Pomi inquadra la nuova trasformazione in atto degli agenti non come necessità, ma occasione per avanzare rimanendo se stessi: “Faccio mio il motto ‘Modernization without disruption’ proposto da Oracle perché siamo davanti a un nuovo Rinascimento di JD Edwards, che è sempre stato la base su cui abbiamo costruito i tasselli importanti dell’azienda”, dice l’imprenditrice. “L’AI non farà che rendere ancora una volta questi tasselli centrali con un approccio nuovo, ma senza disruption”.

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AI, prima le regole e poi la tecnologia

Intelligenza Artificiale (AI)? Sì, ma con cautela (e con metodo). È questa la visione di Paola Pomi, CEO di Sinfo One, che da tempo studia – e ragiona – sull’AI e sulla sua implementazione in azienda. Per prima cosa l’imprenditrice chiarisce che la parola “artificiale” non è adeguata per definire questa tecnologia, perché richiama “artefatto”, cioè fatto a immagine dell’uomo, mentre l’AI non imita gli esseri umani, ma fa qualcosa di diverso.

Meglio – è la sua tesi – etichettarla come “intelligenza aliena”, ma non nel senso fantascientifico del termine, quanto in quello di “diversa da me”. È un’intelligenza che raccoglie la storia che abbiamo riversato nei sistemi e nella Rete, ed è capace di trovare schemi che le persone non vedono e li proietta in avanti. Da qui l’idea che l’AI non è un oracolo, ma “un osservatorio” che permette di individuare la soluzione più probabile. E quindi è bene ricordare che un’alta probabilità non equivale a una certezza.

Usare l’AI solo dove serve per davvero

Dal fatto che l’AI sia probabilistica e non deterministica discende la prima regola: serve l’intervento professionale delle persone, che devono mettere “i guardrail” alla tecnologia. Pomi ricorda l’immagine che aveva già usato per definire l’AI: un bambino di sei anni in una cristalleria. Facile immaginare che cosa possa succedere…

La seconda regola proposta dalla CEO di Sinfo One è trattare l’AI come ogni altra infrastruttura critica. Se un’azienda non riesce ad accedere al proprio gestionale è un problema; se affida agli agenti di AI task e processi, deve pretendere la stessa alta affidabilità. Serve allora tracciare le attività per non lasciare alla tecnologia troppo margine di discrezionalità.

Il messaggio più diretto riguarda le organizzazioni. L’AI, dice Pomi, non è la panacea di tutti i mali: se un’azienda ha un’organizzazione farraginosa, dati ridondanti e informazioni discordanti, e sopra si mette l’AI, il risultato è velocizzare la velocità con cui finire ‘contro il muro’. E se c’è qualcosa da sistemare nell’organizzazione, allora “forse si è sbagliata tecnologia”.

Vale anche la distinzione tra automazione e AI: se un processo è deterministico, non va affidato all’AI. Meglio scrivere un programma deterministico (magari facendolo scrivere pure all’AI) e usare la tecnologia solo dove serve. Pomi aggiunge il consiglio di usarla “quando serve e dove serve”, anche perché non conviene economicamente: essere troppo dipendenti dall’AI significa prepararsi a pagarla molto di più di adesso. Quanto all’idea di attendere che il mercato si assesti, per Pomi l’attesa sarà lunga: i modelli oggi presenti sono oltre 2 milioni e alcuni sono già stati lanciati e ritirati…

Le imperfezioni rendono uniche le aziende

C’è poi il rischio di omologazione, tendenza che caratterizza i risultati dell’AI. La CEO di Sinfo One propone un esempio che interessa ogni imprenditore: l’AI non ama le imperfezioni. Cita, a supporto della sua tesi, una immagine che tempo fa era diventata virale, cioè quella dell’attrice Alba Flores – è Nairobi de La casa di carta – ritoccata con l’AI: tolta l’imperfezione, si perde l’identità del personaggio, tanto che anche gli appassionati della serie hanno faticato a riconoscerla.

Lo stesso vale per le aziende. Se processi, organizzazione, brand e prodotto sono dati all’AI chiedendo un risultato ottimizzato, la risposta probabilistica tende a mettere tutti al centro della curva di Gauss, dove le peculiarità sono abbattute e si ottiene un risultato medio, quindi indistinguibile. Ma non sempre un’anomalia è un errore: per esempio, nel vino sono proprio certi difetti a rendere il prodotto riconoscibile. Così le anomalie rendono unica un’impresa.

La cautela proposta non è però rifiuto. L’AI, ricorda Pomi, democratizza l’accesso alle competenze tecniche: chi non ha certe skill, le può delegare alla tecnologia. Significa però che ci sono competenze che sono destinate a perdersi, ma questo vuol dire liberare spazi con imprenditorialità e con quelle soft skill che per mancanza di tempo non si riusciva a sviluppare e che contribuiscono a creare il valore aziendale. Per le piccole e medie imprese, significa anche catene di processi più brevi e maggiore capacità di adattarsi al mercato. Il cambiamento in corso, è il ragionamento dell’imprenditrice richiamando la missione dell’Apollo 13 – in cui dopo un lancio apparentemente riuscito l’equipaggio dovette affrontare problemi imprevisti – mette alla prova le aziende. L’AI aiuta a ‘vedere di più’, ma poi saremo noi umani a decidere cosa fare.

Quanto all’ERP di Oracle, Pomi inquadra la nuova trasformazione in atto degli agenti non come necessità, ma occasione per avanzare rimanendo se stessi: “Faccio mio il motto ‘Modernization without disruption’ proposto da Oracle perché siamo davanti a un nuovo Rinascimento di JD Edwards, che è sempre stato la base su cui abbiamo costruito i tasselli importanti dell’azienda”, dice l’imprenditrice. “L’AI non farà che rendere ancora una volta questi tasselli centrali con un approccio nuovo, ma senza disruption”.

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Relazioni B2B, come orientare le strategie commerciali

Perché alcuni clienti seguono un commerciale quando cambia azienda, mentre altri interrompono una collaborazione consolidata senza segnali apparenti? E perché la fedeltà di un cliente non coincide necessariamente con la frequenza o il valore dei suoi acquisti? Sono domande che riguardano un elemento centrale per le imprese B2B: la qualità delle relazioni con clienti e fornitori. Eppure, nelle analisi commerciali, l’attenzione si concentra spesso sui dati di vendita, sugli ordini, sulle caratteristiche dei mercati e sulle performance dei singoli prodotti. Informazioni importanti, che tuttavia non restituiscono da sole la natura del rapporto tra un’azienda e i suoi interlocutori.

Da questa osservazione nasce la metodologia ‘Flowers and Oaks’, che punta a rendere misurabile il valore del portafoglio relazionale attraverso indicatori e criteri di analisi strutturati. L’obiettivo è fornire alle organizzazioni elementi utili per orientare le decisioni commerciali e individuare le relazioni sulle quali investire, comprese quelle che mostrano segnali di criticità.

Dalle vendite alle relazioni

L’approccio parte da una distinzione: per comprendere un mercato non basta analizzare le singole componenti che lo costituiscono, occorre considerare anche le relazioni che ne sostengono gli scambi. La metafora scelta dagli autori è quella della foresta: i fiori rappresentano i numerosi parametri utilizzati nelle analisi, mentre le querce simboleggiano le relazioni, sulle quali si fonda una parte significativa del valore generato nel B2B.

Il metodo intende superare una gestione del portafoglio clienti affidata prevalentemente all’intuito o alla valutazione individuale dei commerciali. Attraverso la classificazione delle relazioni sulla base di indicatori, le aziende possono distinguere i clienti strategici, individuare rapporti potenzialmente a rischio e definire azioni più coerenti con le caratteristiche di ciascuna relazione. La metodologia trova applicazione in una piattaform, che consente di utilizzare il modello per analizzare il portafoglio relazionale.

Un approccio trasversale alle funzioni aziendali

La gestione delle relazioni non riguarda soltanto la direzione commerciale. Le informazioni raccolte possono contribuire a coordinare le attività delle diverse funzioni coinvolte nella creazione di valore. Marketing e trade marketing possono utilizzare questa lettura per orientare la comunicazione e rendere più coerente la proposta di valore. Le vendite possono definire strategie commerciali e previsioni di budget maggiormente aderenti alle caratteristiche dei clienti. Anche le Risorse Umane possono ricavarne indicazioni sulle competenze necessarie per sviluppare e gestire le relazioni che l’impresa considera strategiche.

A livello direzionale, il modello propone inoltre l’introduzione di un indicatore relazionale con funzione predittiva, pensato per supportare le decisioni sul portafoglio clienti. La finalità è affiancare alle metriche tradizionali una lettura della qualità dei rapporti commerciali, così da disporre di ulteriori elementi per pianificare gli interventi.

Dall’esperienza sul campo alla ricerca

La metodologia è stata sviluppata da Giovanni L.M. Manera, responsabile della Business Unit Consulenza commerciale di Gruppo Areté, sulla base di oltre 25 anni di esperienza in aziende nazionali e internazionali di diversi settori e dimensioni. Il modello ha trovato un ulteriore riferimento teorico nella ricerca di dottorato pubblicata nel 2024 da Camillo M.G. Manera, coautore del libro e consulente in una grande azienda italiana. ‘Fiori e Querce’ è anche un’eredità intellettuale tra due generazioni che attraverso epoche ben diverse e percorsi di vita e di studio del tutto paralleli, si sono trovate unite dallo stesso focus sulla ‘relazione’ quale fattore veramente differenziante a maggior ragione nei mercati saturo

Il volume ricostruisce l’evoluzione del concetto di relazione nel mondo del business e introduce le definizioni e gli strumenti alla base della metodologia. Il libro, disponibile dal 2 ottobre 2026, si rivolge alle imprese interessate a comprendere meglio il proprio portafoglio clienti e a utilizzare le informazioni relazionali nelle decisioni commerciali.

La piattaforma rende il metodo applicabile anche attraverso un’interazione vocale basata sull’Intelligenza Artificiale. In un mercato in cui prodotti e servizi possono risultare sempre più simili, comprendere la qualità delle relazioni diventa quindi un ulteriore elemento da considerare nella gestione del valore. La proposta di Flowers and Oaks è tradurre questa dimensione in criteri di analisi utilizzabili dall’impresa, affiancando alla lettura dei risultati commerciali quella dei rapporti che contribuiscono a generarli.

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Relazioni B2B, come orientare le strategie commerciali

Perché alcuni clienti seguono un commerciale quando cambia azienda, mentre altri interrompono una collaborazione consolidata senza segnali apparenti? E perché la fedeltà di un cliente non coincide necessariamente con la frequenza o il valore dei suoi acquisti? Sono domande che riguardano un elemento centrale per le imprese B2B: la qualità delle relazioni con clienti e fornitori. Eppure, nelle analisi commerciali, l’attenzione si concentra spesso sui dati di vendita, sugli ordini, sulle caratteristiche dei mercati e sulle performance dei singoli prodotti. Informazioni importanti, che tuttavia non restituiscono da sole la natura del rapporto tra un’azienda e i suoi interlocutori.

Da questa osservazione nasce la metodologia ‘Flowers and Oaks’, che punta a rendere misurabile il valore del portafoglio relazionale attraverso indicatori e criteri di analisi strutturati. L’obiettivo è fornire alle organizzazioni elementi utili per orientare le decisioni commerciali e individuare le relazioni sulle quali investire, comprese quelle che mostrano segnali di criticità.

Dalle vendite alle relazioni

L’approccio parte da una distinzione: per comprendere un mercato non basta analizzare le singole componenti che lo costituiscono, occorre considerare anche le relazioni che ne sostengono gli scambi. La metafora scelta dagli autori è quella della foresta: i fiori rappresentano i numerosi parametri utilizzati nelle analisi, mentre le querce simboleggiano le relazioni, sulle quali si fonda una parte significativa del valore generato nel B2B.

Il metodo intende superare una gestione del portafoglio clienti affidata prevalentemente all’intuito o alla valutazione individuale dei commerciali. Attraverso la classificazione delle relazioni sulla base di indicatori, le aziende possono distinguere i clienti strategici, individuare rapporti potenzialmente a rischio e definire azioni più coerenti con le caratteristiche di ciascuna relazione. La metodologia trova applicazione in una piattaform, che consente di utilizzare il modello per analizzare il portafoglio relazionale.

Un approccio trasversale alle funzioni aziendali

La gestione delle relazioni non riguarda soltanto la direzione commerciale. Le informazioni raccolte possono contribuire a coordinare le attività delle diverse funzioni coinvolte nella creazione di valore. Marketing e trade marketing possono utilizzare questa lettura per orientare la comunicazione e rendere più coerente la proposta di valore. Le vendite possono definire strategie commerciali e previsioni di budget maggiormente aderenti alle caratteristiche dei clienti. Anche le Risorse Umane possono ricavarne indicazioni sulle competenze necessarie per sviluppare e gestire le relazioni che l’impresa considera strategiche.

A livello direzionale, il modello propone inoltre l’introduzione di un indicatore relazionale con funzione predittiva, pensato per supportare le decisioni sul portafoglio clienti. La finalità è affiancare alle metriche tradizionali una lettura della qualità dei rapporti commerciali, così da disporre di ulteriori elementi per pianificare gli interventi.

Dall’esperienza sul campo alla ricerca

La metodologia è stata sviluppata da Giovanni L.M. Manera, responsabile della Business Unit Consulenza commerciale di Gruppo Areté, sulla base di oltre 25 anni di esperienza in aziende nazionali e internazionali di diversi settori e dimensioni. Il modello ha trovato un ulteriore riferimento teorico nella ricerca di dottorato pubblicata nel 2024 da Camillo M.G. Manera, coautore del libro e consulente in una grande azienda italiana. ‘Fiori e Querce’ è anche un’eredità intellettuale tra due generazioni che attraverso epoche ben diverse e percorsi di vita e di studio del tutto paralleli, si sono trovate unite dallo stesso focus sulla ‘relazione’ quale fattore veramente differenziante a maggior ragione nei mercati saturo

Il volume ricostruisce l’evoluzione del concetto di relazione nel mondo del business e introduce le definizioni e gli strumenti alla base della metodologia. Il libro, disponibile dal 2 ottobre 2026, si rivolge alle imprese interessate a comprendere meglio il proprio portafoglio clienti e a utilizzare le informazioni relazionali nelle decisioni commerciali.

La piattaforma rende il metodo applicabile anche attraverso un’interazione vocale basata sull’Intelligenza Artificiale. In un mercato in cui prodotti e servizi possono risultare sempre più simili, comprendere la qualità delle relazioni diventa quindi un ulteriore elemento da considerare nella gestione del valore. La proposta di Flowers and Oaks è tradurre questa dimensione in criteri di analisi utilizzabili dall’impresa, affiancando alla lettura dei risultati commerciali quella dei rapporti che contribuiscono a generarli.

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Fiducia in azienda, quanto pesa la busta paga?

La fiducia è sempre più un elemento centrale nel rapporto tra aziende e lavoratori. Lo scollamento culturale, valoriale e soprattutto retributivo che persiste tra le parti non può più essere ignorato, rendendo necessario analizzarne le origini, gli effetti e le possibili soluzioni. È questo il tema al centro della ricerca presentata da Coverflex, piattaforma all-in-one per la gestione della retribuzione flessibile e del welfare aziendale, lunedì 28 settembre 2026 a Milano, in occasione della quarta edizione del Report sulla Retribuzione, realizzato in collaborazione con Ipsos Doxa.

La ricerca ha preso in esame un campione di 1000 lavoratori tra i 18 e i 64 anni, rappresentativi della popolazione lavoratrice in Italia, con l’obiettivo di fotografare il livello di fiducia tra persone e organizzazioni e capire quali siano gli aspetti che incidono maggiormente sulla soddisfazione lavorativa. In particolare, sono state prese in considerazione quattro dimensioni fondamentali: adeguatezza, chiarezza, equità e valore riconosciuto. Per farlo è stato introdotto un nuovo strumento proprietario, il Coverflex Compensation Index (Compindex), che misura, su una scala da 0 a 100, la salute del rapporto retributivo tra dipendenti e aziende in Italia.

Stipendi, equità e competitività

“Tra gli aspetti analizzati, la retribuzione emerge come uno dei temi più importanti per i lavoratori italiani, ma anche come uno di quelli caratterizzati dal maggiore divario tra importanza e soddisfazione. Infatti, è un dato che rimane al di sotto della sufficienza, nonostante un leggero miglioramento negli ultimi anni”, ha spiegato Mara Tonta, Marketing Manager di Coverflex.

Il dato assume particolare rilevanza se si considera che il 60% degli italiani dichiara di non aver ricevuto un aumento salariale negli ultimi due anni, mentre solo il 17% riceve un adeguamento dello stipendio ogni anno. Ancora più significativo è il dato relativo alla percezione dell’equità: soltanto il 34% dei lavoratori ritiene che la propria retribuzione sia proporzionata alle responsabilità, all’esperienza e al lavoro svolto. “La maggioranza, quindi non percepisce pienamente questo equilibrio”, ha sottolineato la Manager.

Anche la competitività rispetto al mercato rappresenta un punto critico. Il 28% dei lavoratori è convinto di essere pagato meno rispetto a persone che svolgono un lavoro analogo in altre aziende. Un dato che alimenta una domanda importante: quanto è realmente competitivo il proprio trattamento economico rispetto alle opportunità presenti sul mercato?

La trasparenza salariale entra nel rapporto di fiducia

È proprio su questo terreno che la trasparenza retributiva, altro elemento analizzato dal Report, assume un ruolo sempre più importante. La ricerca evidenzia che il 69% dei lavoratori italiani ritiene che le aziende non siano sufficientemente trasparenti sul tema delle retribuzioni.

Allo stesso tempo, la trasparenza viene vista positivamente dalla maggioranza dei lavoratori. Infatti, Tonta ha commentato che: “La maggiore disponibilità di informazioni può rendere più semplice comprendere il proprio posizionamento, affrontare un confronto con l’azienda e individuare eventuali differenze salariali. Non a caso il 40% auspica che la propria azienda diventi più trasparente in futuro, una quota che sale tra i giovani e nelle aziende più grandi”.

Infatti, il tema assume particolare rilevanza anche per le nuove generazioni. I lavoratori più giovani risultano, secondo la ricerca, maggiormente informati e preparati sul tema della trasparenza salariale. La normativa europea rappresenta quindi un ulteriore elemento di cambiamento per le aziende, chiamate a dotarsi di sistemi e processi capaci di fornire risposte chiare ai dipendenti.

La sfida del benessere

“La fiducia però, non riguarda soltanto lo stipendio. Tra gli aspetti considerati più importanti dai lavoratori emergono anche sicurezza e stabilità, riconoscimento e autonomia, condizioni di lavoro e qualità della vita”, ha raccontato la Marketing manager di Coverflex.

Proprio quest’ultima dimensione assume un peso significativo. Il 34% delle persone ha dichiarato di essersi sentito spesso mentalmente esausto sul lavoro nell’ultimo anno, con una percentuale che cresce nella fascia più giovane, quella tra i 18 e i 34 anni. Il malessere si traduce poi spesso in voglia di cambiare. Infatti, la Manager ha sottolineato che un lavoratore su due ha pensato di lasciare il proprio impiego per motivi legati al benessere.

Tra le principali fonti di stress vengono indicate: il carico di lavoro eccessivo (31%), lo stipendio inadeguato (28%), e la mancanza di riconoscimento (27%). Sono elementi che mostrano come la soddisfazione lavorativa dipenda da un insieme di fattori e non possa essere ricondotta esclusivamente alla dimensione economica.

Il welfare c’è, ma non tutti lo conoscono

In questo scenario anche il welfare aziendale assume un ruolo importante, soprattutto come strumento di sostegno al reddito e al potere d’acquisto delle famiglie, a patto che le persone sappiano di averlo. “Infatti, il primo ostacolo è proprio la conoscenza: solo il 44% dei lavoratori si dichiara molto o abbastanza informato sui servizi di welfare della propria azienda”, ha affermato Tonta. Il nodo, ancora una volta, è la comunicazione: le fonti percepite come più utili restano le comunicazioni interne e le Risorse Umane.

Inoltre, il welfare non sembra essere percepito come un’alternativa alla crescita dello stipendio. Alla domanda relativa alla possibilità di ricevere un aumento sotto forma di welfare anziché attraverso un incremento della retribuzione, la preferenza resta orientata verso un aumento salariale diretto. Il freno principale è la percezione, ovvero il timore di una minore flessibilità di spesa. “È proprio qui che una Total compensation ben costruita, capace di rendere il welfare semplice da capire e da usare, può trasformare un vantaggio fiscale potenziale in valore realmente percepito”, ha affermato Tonta.

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Tesisquare, la Supply chain verso decisioni sempre più autonome

Monitorare in tempo reale l’intera catena del valore, dai fornitori ai clienti finali, non è più solo un vantaggio competitivo, ma è una condizione per restare sul mercato. È per rispondere a questa necessità che Tesisquare ha presentato Platform 8.0, la nuova release della sua piattaforma. Stando ai dati dell’Osservatorio Supply Chain della School of Management del Politecnico di Milano, a oggi meno del 20% delle aziende italiane utilizza tecnologie avanzate per la gestione e la tracciabilità della Supply chain: è una lacuna che rischia di compromettere il business delle imprese e la loro sopravvivenza.

La proposta dell’azienda di Bra è il consolidamento dell’approccio AI-Driven, articolato su due direttrici. La prima, AI-Powered, porta automazione e capacità predittive dentro le soluzioni che i clienti già usano ogni giorno, dalla Control Tower alla gestione ordini fino alla Logistica. L’obiettivo è accelerare le decisioni operative e ridurre il margine di errore. La seconda, AI-Native, riguarda funzionalità concepite fin dall’origine attorno all’Intelligenza Artificiale (AI). Tra gli scenari indicati ci sono la previsione delle interruzioni di fornitura e l’ottimizzazione dinamica dei flussi. In sintesi: il primo approccio migliora processi già presidiati; il secondo chiede di ripensare chi decide che cosa, e con quali informazioni.

“Il mercato chiede oggi alle aziende di governare la complessità con la stessa velocità con cui questa complessità si genera: è una sfida che si vince solo restando costantemente al passo con l’evoluzione tecnologica, senza subirla”, ha dichiarato Salvatore Paparelli, Amministratore Delegato di Tesisquare. “Platform 8.0 nasce proprio con questa finalità: un’infrastruttura pensata per anticipare le esigenze dei nostri clienti e non per rincorrerle, in grado di accompagnare la Supply chain nell’evoluzione verso un modello sempre più intelligente, solido e sicuro”.

Una transizione graduale verso la nuova piattaforma

Il cambiamento più rilevante proposto da Tesisquare riguarda l’infrastruttura. La Platform 8.0 introduce una federazione di microservizi indipendenti, ciascuno con il proprio front-end, back-end e database. La transizione prevista è graduale (serve a non interrompere l’operatività): l’architettura, infatti, è applicata per ora ai primi moduli e conviverà con le soluzioni attuali nei prossimi anni, senza una sostituzione immediata. A proposito di transizione tecnologica, l’azienda ha fatto sapere che le personalizzazioni possono essere gestite sempre più come dati e non come codice: questo vuol dire rilasci più rapidi e cicli di aggiornamento meno onerosi.

Sul fronte operativo, il modulo di Planning è stato ripensato per dare agli utenti maggiore autonomia. Integra algoritmi che selezionano i vettori più adatti in base a costi, livelli di servizio e impatto in termini di anidride carbonica. Il Command Center supporta invece il management nella simulazione di scenari critici, dal rischio alla sostenibilità, dalla geografia all’economicità. E aiuta anche a decidere come allocare la spesa tra i diversi fornitori. La visione end-to-end, dall’upstream al downstream, resta il filo conduttore. Mettere in relazione dati, processi e attori diversi dovrebbe consentire di aumentare l’efficienza operativa, migliorare la visibilità sulla filiera e coordinare meglio l’intero ecosistema.

Un capitolo a parte riguarda la conformità normativa. Tesisquare Network centralizza dati e documentazione in un ecosistema gratuito per clienti e fornitori, che unisce i vantaggi di una rete condivisa alla flessibilità di un portale privato. L’integrazione tra le soluzioni permette di raccogliere informazioni granulari sul prodotto e sui diversi livelli della filiera. È la base informativa per il Digital Product Passport e per una tracciabilità estesa dall’ordine alla consegna, tema che le imprese manifatturiere, soprattutto quelle esposte ai mercati europei, dovranno affrontare con crescente urgenza.

Verso la simulazione dell’intera Supply chain

L’evoluzione proposta da Tesisquare si articola in un percorso in tre tappe. La prima è un ecosistema già oggi aperto, in cui gli agenti digitali collaborano scambiando dati in tempo reale. La seconda è il rilascio, entro il 2027, di moduli nativi in grado di dialogare con qualsiasi nuovo standard di AI. La terza, tra il 2028 e il 2031, è la capacità di simulare l’intera Supply chain e di testare virtualmente migliaia di scenari critici prima che si verifichino nella realtà.

“L’AI non è un software da installare, ma una sfida organizzativa e culturale che si regge su tre pilastri inscindibili: dati, tecnologia e persone. Con Platform 8.0 il nostro scopo è trasformare quelle informazioni oggi non strutturate in dati immediatamente utilizzabili, con l’obiettivo di ridurre i tempi operativi fino al 70-80% e il tasso di errore fino al 90%. La qualità del dato resta infatti il presupposto essenziale per accelerare i processi e rendere le decisioni sempre più autonome”, ha concluso Salvatore Paparelli.

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Join the Club: la ricetta di SD Worx per costruire organizzazioni vincenti

C’è un momento, nella storia di ogni azienda in crescita, in cui le regole del gioco cambiano. Le strutture che hanno funzionato fino a ieri diventano un freno, le persone che hanno costruito il successo faticano a sostenerne il peso, e la cultura (quella cosa difficilissima da misurare e facilissima da perdere) rischia di dissolversi nel rumore della complessità. Come si attraversa questa soglia senza perdere l’anima dell’organizzazione?

È la domanda al centro di Join the Club, il libro firmato da Kobe Verdonck e Bruce Fecheyr-Lippens, rispettivamente CEO e Chief HR Officer di SD Worx, principale gruppo europeo di soluzioni HR con sede in Belgio, presente in 27 Paesi, con più di 100mila clienti, oltre 6 milioni di cedolini gestiti ogni mese e un fatturato di 1,3 miliardi di euro (2025). Un percorso di crescita straordinario, basato su un principio apparentemente semplice: le organizzazioni di successo non sono quelle con i talenti migliori, ma sono quelle in cui tutte le persone sanno essere (per usare uno dei concetti chiave del libro) critical friends. Colleghi che “sfidano”, che alzano l’asticella, che muovono critiche costruttive e dicono la verità anche quando scomoda.

Il libro è accompagnato da The Boardroom Conversation, il podcast ideato da SD Worx che traduce le idee del volume in dialoghi one-to-one con CEO e C-suite leader europei: conversazioni senza copione in cui ciò che emerge va spesso oltre quello che si può mettere su carta. Parole di Management ha incontrato Kobe Verdonck e Bruce Fecheyr-Lippens in esclusiva, per esplorare con loro cosa significa davvero costruire un’organizzazione capace di crescere senza perdere velocità, coraggio e identità.

Quando SD Worx è cresciuta da azienda locale a gruppo europeo con 10mila dipendenti, cosa è cambiato maggiormente nel modo in cui l’organizzazione opera internamente: struttura, persone o cultura?

Kobe Verdonck: Penso che siano cambiate tutte e tre le dimensioni. Non si tratta di un singolo elemento: è necessario trasformarli tutti. L’azienda è come una squadra di calcio. Se giochi in una categoria inferiore, il tuo team è diverso rispetto a quando competi in prima divisione o in Champions League. Lo stesso vale per il business: quando cresci, a un certo punto hai bisogno di persone diverse. Ma devi anche adattare i processi alla nuova dimensione dell’organizzazione. E il collante che tiene insieme tutto è, naturalmente, la cultura. Abbiamo quindi investito nella creazione di una cultura dell’impatto, basata sulla responsabilizzazione, sulla fiducia e sull’orientamento ai risultati. Senza questo elemento, si corre il rischio di diventare una grande organizzazione a cui manca un vero battito vitale capace di tenerla in movimento. E questo grado di attenzione lo stiamo ancora mantenendo perché l’evoluzione è continua.  

Bruce Fecheyr-Lippens: Il team si è modificato molto negli ultimi cinque anni: oltre il 50% dell’Executive Committee è cambiato così come più del 50% dei leader nei nostri 27 Paesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di professionisti cresciuti all’interno dell’organizzazione che credono davvero nel principio secondo cui il “noi” viene prima della crescita individuale. E l’Italia ne è un ottimo esempio: Alessia Rigoni ha assunto il ruolo di Managing Director a gennaio 2026, dopo essere stata Responsabile M&A per 4 anni, prima in F2A e poi in SD Worx Italy. Il secondo elemento è la critical friendship: in passato eravamo semplicemente persone che lavoravano insieme e andavano d’accordo tra loro, un aspetto sicuramente positivo ma limitante, fino a quando non abbiamo aggiunto la dimensione critica. È la capacità di metterci alla prova reciprocamente e di spronarci a migliorare che ci permette di competere nei campionati più prestigiosi come la Champions League. E infine troviamo la struttura. All’inizio eravamo piccoli e molto centralizzati, con un forte controllo dall’alto. Con il tempo, siamo evoluti in modo significativo, lasciando maggiore autonomia ai nostri Paesi (naturalmente all’interno di regole chiare) e consentendo alle persone di fissare obiettivi ambiziosi e perseguirli.

Il libro evidenzia un paradosso chiave: più l’azienda cresce, più rischia di diventare lenta. Può fare un esempio di una decisione che prima del “reset” richiedeva troppo tempo?

Kobe Verdonck: Il paradosso nasce dal fatto che molto spesso le persone non riescono a stare al passo con la crescita e lo sviluppo dell’azienda, provocandone inevitabilmente un rallentamento. Si smette di essere dei critical friends, di fornire indicazioni chiare e di prendere decisioni capaci di guidare ed evolvere un’organizzazione che, in quel momento, avrebbe bisogno, più che mai, di un modello esplicito e di confini ben stabiliti entro cui operare. Pensando a SD Worx nello specifico, a un certo punto ho sentito di essere diventato io stesso il collo di bottiglia. Tutto arrivava a me, tutte le decisioni passavano da me. Così insieme a Bruce abbiamo iniziato a creare un framework più chiaro, a individuare le persone giuste e a rafforzare una cultura basata sulla fiducia reciproca e non sulla paura.

Bruce Fecheyr-Lippens: Ci sono diversi esempi che, confrontando la situazione attuale con quella di qualche anno fa, mostrano come oggi le decisioni vengano prese molto più rapidamente. E la differenza non sta solo nella cultura, ma anche nelle persone che hanno il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e prendere decisioni. Ed è proprio per questo che bisogna puntare a costruire i migliori team possibili con le migliori persone possibili. È un equilibrio che evolve nel tempo, non c’è una regola fissa.

L’organizzazione è costruita attorno a cicli continui di feedback e al concetto di critical friends. Come si passa dal feedback come processo al feedback come mentalità, affinché le persone se ne prendano davvero cura e lo considerino importante nelle relazioni?

Bruce Fecheyr-Lippens: Devi viverlo e respirarlo ogni giorno, ogni secondo. Guardando agli ultimi anni, e sono certo di parlare anche a nome di Kobe perché anche lui lo vive e lo incarna, quando vedi i tuoi colleghi applicarlo con costanza, diventa parte di ciò che sei. La leadership si manifesta in ogni singolo momento: ogni interazione è un’opportunità per scegliere di essere un critical friend, un collega che asseconda troppo oppure una persona eccessivamente severa. Non è semplice. Devi allenarlo, parlarne, renderlo parte della quotidianità. Per esempio, due anni fa abbiamo riunito i nostri top leader e abbiamo discusso apertamente del significato di critical friend, condividendo storie personali e confrontandoci sulle azioni che avremmo dovuto intraprendere. Oggi essere un critical friend è davvero una mentalità condivisa. In tutta SD Worx, quando qualcuno chiede: “Posso essere un critical friend?”, le persone rispondono: “Certo”, perché, sapendo che il feedback è un valore aggiunto, sono meno sulla difensiva e lo accolgono più positivamente. Detto questo, deve essere un percorso continuo: se si smette di coltivarlo, si rischia di perderlo. Lo scorso febbraio, ad esempio, abbiamo riunito 900 colleghi alle Mauritius per un townhall, sessioni di domande e risposte e attività formative. Il focus era proprio come riuscire ad essere critical friend non solo nella teoria, ma nella pratica, perché siamo convinti che più agisci in un determinato modo, più diventa naturale.

Kobe Verdonck: Il feedback, e il modo in cui lo si riceve, dipende dalla prospettiva con cui lo si guarda. Nella cultura di molti Paesi europei, viene percepito in modo negativo, quasi come un attacco personale. Al contrario, noi lo consideriamo uno strumento di miglioramento continuo. Siamo consapevoli che non sempre si può essere d’accordo, ma arrivare a poterne parlare apertamente è veramente un traguardo importante. Per esempio, se durante una riunione interrompi sempre le persone prima che abbiano finito di parlare e nessuno ha il coraggio o la volontà di fartelo notare, probabilmente continuerai ad adottare quel comportamento, anche involontariamente. Ed è qui, che quel feedback potrebbe essere un valido alleato a tutti i livelli aziendali.  Da quando sono entrato in SD Worx ho percepito la differenza tra la gentilezza apparente e la fiducia costruttiva.

Bruce Fecheyr-Lippens: Questo nuovo mindset ha comportato anche prendere decisioni difficili sui nostri collaboratori. Alcune figure senior purtroppo non sono state disposte ad abbracciare questo approccio e, di conseguenza, a incarnarlo e trasmetterlo a loro volta, portandoci inevitabilmente ad affidare i ruoli di leadership soltanto a persone capaci di essere autenticamente critical friend.

Ho dato un’occhiata al podcast The Boardroom Conversations. Trasferisce le idee del libro in conversazioni dirette con CEO e figure C-level. Che cosa si impara attraverso una conversazione che non può essere catturato in forma scritta?

Bruce Fecheyr-Lippens: Le rispondo, portandole come esempio la conversazione di The Boardroom Conversations avuta proprio con Kobe. Da appassionato di sport, ha paragonato il CEO a un allenatore, un concetto in parte presente nel libro, molto potente perché le persone riescono a visualizzarlo. Ed è proprio questo il segreto del successo del podcast, molti CEO lo ascoltano e mi dicono: “Sì, è esattamente questo”. Attraverso una conversazione si riesce a scavare più in profondità e a conoscere davvero l’altra persona. Non è un caso che l’ultimo capitolo del libro approfondisca l’io come individuo: se non siamo noi, in primis, disposti a evolvere, non potrà cambiare nulla.

Kobe Verdonck: Credo che un elemento cruciale sia essere molto presenti e aperti e condurre le persone dentro una storia. Abbiamo la tendenza a rendere tutto molto complesso, mentre il segreto sono la semplicità e la comunicazione, soprattutto nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Come leader, l’importante è rendere comprensibile a tutti dove si vuole andare, senza parlare sempre e soltanto di fatturato, Ebitda o altri numeri simili. Il mio consiglio è di utilizzare delle metafore capaci di rendere il messaggio visibile e umano, perché è questo che ispira le persone. Il 90% delle volte, purtroppo, le persone ascoltano qualcosa senza capire davvero cosa l’interlocutore voglia comunicare, e non hanno il coraggio di chiedere chiarimenti.

L’Europa può costruire grandi aziende ed essere competitiva, non solo gli Stati Uniti. Se “joining the club” significa entrare in una comunità fondata sull’apprendimento continuo e sull’onestà organizzativa, qual è la prima cosa che i leader europei devono disimparare oggi?

Kobe Verdonck: Penso che molto spesso rimaniamo bloccati nella negatività, nel non credere abbastanza in noi stessi. Lo si percepisce anche dai media: i cinesi sono più veloci, gli americani hanno più risorse economiche. Noi ci raccontiamo sempre come quelli che perdono, mentre dovremmo iniziare a credere che possiamo vincere, focalizzandoci su ciò che abbiamo, anziché concentrarci continuamente su ciò che forse ci manca. Abbiamo un continente straordinario, con una cultura basata sulla democrazia, persone altamente formate, accesso al capitale e competenze. Dobbiamo partire da un bicchiere mezzo pieno, invece di guardare sempre il bicchiere mezzo vuoto. Inoltre, guardiamo troppo spesso al passato come a un tempo migliore, invece di accettare e abbracciare il cambiamento ed evolvere. Il sistema normativo, il lavoro e la società sono in continua trasformazione. Oggi più persone hanno accesso allo studio, la sanità è migliorata, le persone vivono più a lungo. Accogliere il cambiamento e credere nella possibilità che possa essere positivo, per me è fondamentale. Infine, aggiungo che bisognerebbe sempre chiedersi “cosa posso fare io?” e non lasciare la responsabilità agli altri. Se vediamo una signora anziana che cerca di attraversare la strada, aiutiamola. Non sprechiamo energie inutilmente accusando i politici perché quella strada non è stata resa più sicura. Facciamo ciò che è nelle nostre possibilità.

Bruce Fecheyr-Lippens: Dobbiamo spostarci molto di più dal “perché no?” al “perché sì!”. Ho vissuto alcuni anni negli Stati Uniti e lì esiste una mentalità molto orientata all’azione: “sì, proviamoci”. In Europa troppo spesso diciamo: “sì, ma…”. Dobbiamo essere più ottimisti e passare a un approccio costruito su “sì, e…”. E poi dobbiamo guardare più a noi stessi ed essere la persona che porta energia, che contribuisce a migliorare il clima a lavoro come nella vita di tutti i giorni.

Pensa che siamo un continente stanco? Pensa che abbiamo perso energia?

Kobe Verdonck: Credo che alcune persone amino fornire questa immagine dell’Europa, anche se io non ci credo assolutamente. Quando osservo i giovani, la vitalità che emanano e le idee che condividono, penso proprio il contrario. Certo, l’Europa è più complessa perché abbiamo culture, lingue e sistemi normativi diversi. Ma invece di affrontare questa complessità come una barriera, dovremmo considerarla come un elemento positivo. Non sempre l’erba del vicino è la più verde. L’Italia, ad esempio, è un Paese fantastico: l’energia, il livello di istruzione e le competenze sono aspetti straordinari. Per questo gli italiani dovrebbero smettere di pensare di essere inferiori agli altri e avere più fiducia in se stessi.

Se dovesse riassumere Join the Club in un consiglio (o due o tre principi) per i leader del futuro, quale sarebbe?

Bruce Fecheyr-Lippens: Circondati di critical friends. Sii una persona che vuole agire, che non si concentra sulla ricerca del colpevole e che ha il coraggio di andare avanti. E, infine, impegnati a migliorare ogni giorno dell’1% rispetto al giorno precedente. Nel corso del tempo, questi piccoli miglioramenti genereranno risultati incredibili per i singoli, i team e l’organizzazione nel suo complesso.

Kobe Verdonck: Credi in te stesso e nelle altre persone. Possiamo fare moltissimo e possiamo farlo insieme. Possiamo imparare ogni giorno gli uni dagli altri e crescere come persone. Non cercare di essere perfetto: sii umano. Chiedi feedback, ricevi feedback, dai feedback. È come scalare una montagna: passo dopo passo si sale verso la cima. Non esiste una singola soluzione magica: è l’insieme di tanti elementi diversi che porta al risultato. E non guardare soltanto ai competitor o ai confini dei singoli ruoli, perché alla fine siamo tutti collegati. Costruiamo insieme una società orientata alla crescita e capace di aiutare le persone a diventare migliori.

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Join the Club: la ricetta di SD Worx per costruire organizzazioni vincenti

C’è un momento, nella storia di ogni azienda in crescita, in cui le regole del gioco cambiano. Le strutture che hanno funzionato fino a ieri diventano un freno, le persone che hanno costruito il successo faticano a sostenerne il peso, e la cultura (quella cosa difficilissima da misurare e facilissima da perdere) rischia di dissolversi nel rumore della complessità. Come si attraversa questa soglia senza perdere l’anima dell’organizzazione?

È la domanda al centro di Join the Club, il libro firmato da Kobe Verdonck e Bruce Fecheyr-Lippens, rispettivamente CEO e Chief HR Officer di SD Worx, principale gruppo europeo di soluzioni HR con sede in Belgio, presente in 27 Paesi, con più di 100mila clienti, oltre 6 milioni di cedolini gestiti ogni mese e un fatturato di 1,3 miliardi di euro (2025). Un percorso di crescita straordinario, basato su un principio apparentemente semplice: le organizzazioni di successo non sono quelle con i talenti migliori, ma sono quelle in cui tutte le persone sanno essere (per usare uno dei concetti chiave del libro) critical friends. Colleghi che “sfidano”, che alzano l’asticella, che muovono critiche costruttive e dicono la verità anche quando scomoda.

Il libro è accompagnato da The Boardroom Conversation, il podcast ideato da SD Worx che traduce le idee del volume in dialoghi one-to-one con CEO e C-suite leader europei: conversazioni senza copione in cui ciò che emerge va spesso oltre quello che si può mettere su carta. Parole di Management ha incontrato Kobe Verdonck e Bruce Fecheyr-Lippens in esclusiva, per esplorare con loro cosa significa davvero costruire un’organizzazione capace di crescere senza perdere velocità, coraggio e identità.

Quando SD Worx è cresciuta da azienda locale a gruppo europeo con 10mila dipendenti, cosa è cambiato maggiormente nel modo in cui l’organizzazione opera internamente: struttura, persone o cultura?

Kobe Verdonck: Penso che siano cambiate tutte e tre le dimensioni. Non si tratta di un singolo elemento: è necessario trasformarli tutti. L’azienda è come una squadra di calcio. Se giochi in una categoria inferiore, il tuo team è diverso rispetto a quando competi in prima divisione o in Champions League. Lo stesso vale per il business: quando cresci, a un certo punto hai bisogno di persone diverse. Ma devi anche adattare i processi alla nuova dimensione dell’organizzazione. E il collante che tiene insieme tutto è, naturalmente, la cultura. Abbiamo quindi investito nella creazione di una cultura dell’impatto, basata sulla responsabilizzazione, sulla fiducia e sull’orientamento ai risultati. Senza questo elemento, si corre il rischio di diventare una grande organizzazione a cui manca un vero battito vitale capace di tenerla in movimento. E questo grado di attenzione lo stiamo ancora mantenendo perché l’evoluzione è continua.  

Bruce Fecheyr-Lippens: Il team si è modificato molto negli ultimi cinque anni: oltre il 50% dell’Executive Committee è cambiato così come più del 50% dei leader nei nostri 27 Paesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di professionisti cresciuti all’interno dell’organizzazione che credono davvero nel principio secondo cui il “noi” viene prima della crescita individuale. E l’Italia ne è un ottimo esempio: Alessia Rigoni ha assunto il ruolo di Managing Director a gennaio 2026, dopo essere stata Responsabile M&A per 4 anni, prima in F2A e poi in SD Worx Italy. Il secondo elemento è la critical friendship: in passato eravamo semplicemente persone che lavoravano insieme e andavano d’accordo tra loro, un aspetto sicuramente positivo ma limitante, fino a quando non abbiamo aggiunto la dimensione critica. È la capacità di metterci alla prova reciprocamente e di spronarci a migliorare che ci permette di competere nei campionati più prestigiosi come la Champions League. E infine troviamo la struttura. All’inizio eravamo piccoli e molto centralizzati, con un forte controllo dall’alto. Con il tempo, siamo evoluti in modo significativo, lasciando maggiore autonomia ai nostri Paesi (naturalmente all’interno di regole chiare) e consentendo alle persone di fissare obiettivi ambiziosi e perseguirli.

Il libro evidenzia un paradosso chiave: più l’azienda cresce, più rischia di diventare lenta. Può fare un esempio di una decisione che prima del “reset” richiedeva troppo tempo?

Kobe Verdonck: Il paradosso nasce dal fatto che molto spesso le persone non riescono a stare al passo con la crescita e lo sviluppo dell’azienda, provocandone inevitabilmente un rallentamento. Si smette di essere dei critical friends, di fornire indicazioni chiare e di prendere decisioni capaci di guidare ed evolvere un’organizzazione che, in quel momento, avrebbe bisogno, più che mai, di un modello esplicito e di confini ben stabiliti entro cui operare. Pensando a SD Worx nello specifico, a un certo punto ho sentito di essere diventato io stesso il collo di bottiglia. Tutto arrivava a me, tutte le decisioni passavano da me. Così insieme a Bruce abbiamo iniziato a creare un framework più chiaro, a individuare le persone giuste e a rafforzare una cultura basata sulla fiducia reciproca e non sulla paura.

Bruce Fecheyr-Lippens: Ci sono diversi esempi che, confrontando la situazione attuale con quella di qualche anno fa, mostrano come oggi le decisioni vengano prese molto più rapidamente. E la differenza non sta solo nella cultura, ma anche nelle persone che hanno il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e prendere decisioni. Ed è proprio per questo che bisogna puntare a costruire i migliori team possibili con le migliori persone possibili. È un equilibrio che evolve nel tempo, non c’è una regola fissa.

L’organizzazione è costruita attorno a cicli continui di feedback e al concetto di critical friends. Come si passa dal feedback come processo al feedback come mentalità, affinché le persone se ne prendano davvero cura e lo considerino importante nelle relazioni?

Bruce Fecheyr-Lippens: Devi viverlo e respirarlo ogni giorno, ogni secondo. Guardando agli ultimi anni, e sono certo di parlare anche a nome di Kobe perché anche lui lo vive e lo incarna, quando vedi i tuoi colleghi applicarlo con costanza, diventa parte di ciò che sei. La leadership si manifesta in ogni singolo momento: ogni interazione è un’opportunità per scegliere di essere un critical friend, un collega che asseconda troppo oppure una persona eccessivamente severa. Non è semplice. Devi allenarlo, parlarne, renderlo parte della quotidianità. Per esempio, due anni fa abbiamo riunito i nostri top leader e abbiamo discusso apertamente del significato di critical friend, condividendo storie personali e confrontandoci sulle azioni che avremmo dovuto intraprendere. Oggi essere un critical friend è davvero una mentalità condivisa. In tutta SD Worx, quando qualcuno chiede: “Posso essere un critical friend?”, le persone rispondono: “Certo”, perché, sapendo che il feedback è un valore aggiunto, sono meno sulla difensiva e lo accolgono più positivamente. Detto questo, deve essere un percorso continuo: se si smette di coltivarlo, si rischia di perderlo. Lo scorso febbraio, ad esempio, abbiamo riunito 900 colleghi alle Mauritius per un townhall, sessioni di domande e risposte e attività formative. Il focus era proprio come riuscire ad essere critical friend non solo nella teoria, ma nella pratica, perché siamo convinti che più agisci in un determinato modo, più diventa naturale.

Kobe Verdonck: Il feedback, e il modo in cui lo si riceve, dipende dalla prospettiva con cui lo si guarda. Nella cultura di molti Paesi europei, viene percepito in modo negativo, quasi come un attacco personale. Al contrario, noi lo consideriamo uno strumento di miglioramento continuo. Siamo consapevoli che non sempre si può essere d’accordo, ma arrivare a poterne parlare apertamente è veramente un traguardo importante. Per esempio, se durante una riunione interrompi sempre le persone prima che abbiano finito di parlare e nessuno ha il coraggio o la volontà di fartelo notare, probabilmente continuerai ad adottare quel comportamento, anche involontariamente. Ed è qui, che quel feedback potrebbe essere un valido alleato a tutti i livelli aziendali.  Da quando sono entrato in SD Worx ho percepito la differenza tra la gentilezza apparente e la fiducia costruttiva.

Bruce Fecheyr-Lippens: Questo nuovo mindset ha comportato anche prendere decisioni difficili sui nostri collaboratori. Alcune figure senior purtroppo non sono state disposte ad abbracciare questo approccio e, di conseguenza, a incarnarlo e trasmetterlo a loro volta, portandoci inevitabilmente ad affidare i ruoli di leadership soltanto a persone capaci di essere autenticamente critical friend.

Ho dato un’occhiata al podcast The Boardroom Conversations. Trasferisce le idee del libro in conversazioni dirette con CEO e figure C-level. Che cosa si impara attraverso una conversazione che non può essere catturato in forma scritta?

Bruce Fecheyr-Lippens: Le rispondo, portandole come esempio la conversazione di The Boardroom Conversations avuta proprio con Kobe. Da appassionato di sport, ha paragonato il CEO a un allenatore, un concetto in parte presente nel libro, molto potente perché le persone riescono a visualizzarlo. Ed è proprio questo il segreto del successo del podcast, molti CEO lo ascoltano e mi dicono: “Sì, è esattamente questo”. Attraverso una conversazione si riesce a scavare più in profondità e a conoscere davvero l’altra persona. Non è un caso che l’ultimo capitolo del libro approfondisca l’io come individuo: se non siamo noi, in primis, disposti a evolvere, non potrà cambiare nulla.

Kobe Verdonck: Credo che un elemento cruciale sia essere molto presenti e aperti e condurre le persone dentro una storia. Abbiamo la tendenza a rendere tutto molto complesso, mentre il segreto sono la semplicità e la comunicazione, soprattutto nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Come leader, l’importante è rendere comprensibile a tutti dove si vuole andare, senza parlare sempre e soltanto di fatturato, Ebitda o altri numeri simili. Il mio consiglio è di utilizzare delle metafore capaci di rendere il messaggio visibile e umano, perché è questo che ispira le persone. Il 90% delle volte, purtroppo, le persone ascoltano qualcosa senza capire davvero cosa l’interlocutore voglia comunicare, e non hanno il coraggio di chiedere chiarimenti.

L’Europa può costruire grandi aziende ed essere competitiva, non solo gli Stati Uniti. Se “joining the club” significa entrare in una comunità fondata sull’apprendimento continuo e sull’onestà organizzativa, qual è la prima cosa che i leader europei devono disimparare oggi?

Kobe Verdonck: Penso che molto spesso rimaniamo bloccati nella negatività, nel non credere abbastanza in noi stessi. Lo si percepisce anche dai media: i cinesi sono più veloci, gli americani hanno più risorse economiche. Noi ci raccontiamo sempre come quelli che perdono, mentre dovremmo iniziare a credere che possiamo vincere, focalizzandoci su ciò che abbiamo, anziché concentrarci continuamente su ciò che forse ci manca. Abbiamo un continente straordinario, con una cultura basata sulla democrazia, persone altamente formate, accesso al capitale e competenze. Dobbiamo partire da un bicchiere mezzo pieno, invece di guardare sempre il bicchiere mezzo vuoto. Inoltre, guardiamo troppo spesso al passato come a un tempo migliore, invece di accettare e abbracciare il cambiamento ed evolvere. Il sistema normativo, il lavoro e la società sono in continua trasformazione. Oggi più persone hanno accesso allo studio, la sanità è migliorata, le persone vivono più a lungo. Accogliere il cambiamento e credere nella possibilità che possa essere positivo, per me è fondamentale. Infine, aggiungo che bisognerebbe sempre chiedersi “cosa posso fare io?” e non lasciare la responsabilità agli altri. Se vediamo una signora anziana che cerca di attraversare la strada, aiutiamola. Non sprechiamo energie inutilmente accusando i politici perché quella strada non è stata resa più sicura. Facciamo ciò che è nelle nostre possibilità.

Bruce Fecheyr-Lippens: Dobbiamo spostarci molto di più dal “perché no?” al “perché sì!”. Ho vissuto alcuni anni negli Stati Uniti e lì esiste una mentalità molto orientata all’azione: “sì, proviamoci”. In Europa troppo spesso diciamo: “sì, ma…”. Dobbiamo essere più ottimisti e passare a un approccio costruito su “sì, e…”. E poi dobbiamo guardare più a noi stessi ed essere la persona che porta energia, che contribuisce a migliorare il clima a lavoro come nella vita di tutti i giorni.

Pensa che siamo un continente stanco? Pensa che abbiamo perso energia?

Kobe Verdonck: Credo che alcune persone amino fornire questa immagine dell’Europa, anche se io non ci credo assolutamente. Quando osservo i giovani, la vitalità che emanano e le idee che condividono, penso proprio il contrario. Certo, l’Europa è più complessa perché abbiamo culture, lingue e sistemi normativi diversi. Ma invece di affrontare questa complessità come una barriera, dovremmo considerarla come un elemento positivo. Non sempre l’erba del vicino è la più verde. L’Italia, ad esempio, è un Paese fantastico: l’energia, il livello di istruzione e le competenze sono aspetti straordinari. Per questo gli italiani dovrebbero smettere di pensare di essere inferiori agli altri e avere più fiducia in se stessi.

Se dovesse riassumere Join the Club in un consiglio (o due o tre principi) per i leader del futuro, quale sarebbe?

Bruce Fecheyr-Lippens: Circondati di critical friends. Sii una persona che vuole agire, che non si concentra sulla ricerca del colpevole e che ha il coraggio di andare avanti. E, infine, impegnati a migliorare ogni giorno dell’1% rispetto al giorno precedente. Nel corso del tempo, questi piccoli miglioramenti genereranno risultati incredibili per i singoli, i team e l’organizzazione nel suo complesso.

Kobe Verdonck: Credi in te stesso e nelle altre persone. Possiamo fare moltissimo e possiamo farlo insieme. Possiamo imparare ogni giorno gli uni dagli altri e crescere come persone. Non cercare di essere perfetto: sii umano. Chiedi feedback, ricevi feedback, dai feedback. È come scalare una montagna: passo dopo passo si sale verso la cima. Non esiste una singola soluzione magica: è l’insieme di tanti elementi diversi che porta al risultato. E non guardare soltanto ai competitor o ai confini dei singoli ruoli, perché alla fine siamo tutti collegati. Costruiamo insieme una società orientata alla crescita e capace di aiutare le persone a diventare migliori.

L’articolo Join the Club: la ricetta di SD Worx per costruire organizzazioni vincenti proviene da Parole di Management.

Join the Club: la ricetta di SD Worx per costruire organizzazioni vincenti

C’è un momento, nella storia di ogni azienda in crescita, in cui le regole del gioco cambiano. Le strutture che hanno funzionato fino a ieri diventano un freno, le persone che hanno costruito il successo faticano a sostenerne il peso, e la cultura (quella cosa difficilissima da misurare e facilissima da perdere) rischia di dissolversi nel rumore della complessità. Come si attraversa questa soglia senza perdere l’anima dell’organizzazione?

È la domanda al centro di Join the Club, il libro firmato da Kobe Verdonck e Bruce Fecheyr-Lippens, rispettivamente CEO e Chief HR Officer di SD Worx, principale gruppo europeo di soluzioni HR con sede in Belgio, presente in 27 Paesi, con più di 100mila clienti, oltre 6 milioni di cedolini gestiti ogni mese e un fatturato di 1,3 miliardi di euro (2025). Un percorso di crescita straordinario, basato su un principio apparentemente semplice: le organizzazioni di successo non sono quelle con i talenti migliori, ma sono quelle in cui tutte le persone sanno essere (per usare uno dei concetti chiave del libro) critical friends. Colleghi che “sfidano”, che alzano l’asticella, che muovono critiche costruttive e dicono la verità anche quando scomoda.

Il libro è accompagnato da The Boardroom Conversation, il podcast ideato da SD Worx che traduce le idee del volume in dialoghi one-to-one con CEO e C-suite leader europei: conversazioni senza copione in cui ciò che emerge va spesso oltre quello che si può mettere su carta. Parole di Management ha incontrato Kobe Verdonck e Bruce Fecheyr-Lippens in esclusiva, per esplorare con loro cosa significa davvero costruire un’organizzazione capace di crescere senza perdere velocità, coraggio e identità.

Quando SD Worx è cresciuta da azienda locale a gruppo europeo con 10mila dipendenti, cosa è cambiato maggiormente nel modo in cui l’organizzazione opera internamente: struttura, persone o cultura?

Kobe Verdonck: Penso che siano cambiate tutte e tre le dimensioni. Non si tratta di un singolo elemento: è necessario trasformarli tutti. L’azienda è come una squadra di calcio. Se giochi in una categoria inferiore, il tuo team è diverso rispetto a quando competi in prima divisione o in Champions League. Lo stesso vale per il business: quando cresci, a un certo punto hai bisogno di persone diverse. Ma devi anche adattare i processi alla nuova dimensione dell’organizzazione. E il collante che tiene insieme tutto è, naturalmente, la cultura. Abbiamo quindi investito nella creazione di una cultura dell’impatto, basata sulla responsabilizzazione, sulla fiducia e sull’orientamento ai risultati. Senza questo elemento, si corre il rischio di diventare una grande organizzazione a cui manca un vero battito vitale capace di tenerla in movimento. E questo grado di attenzione lo stiamo ancora mantenendo perché l’evoluzione è continua.  

Bruce Fecheyr-Lippens: Il team si è modificato molto negli ultimi cinque anni: oltre il 50% dell’Executive Committee è cambiato così come più del 50% dei leader nei nostri 27 Paesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di professionisti cresciuti all’interno dell’organizzazione che credono davvero nel principio secondo cui il “noi” viene prima della crescita individuale. E l’Italia ne è un ottimo esempio: Alessia Rigoni ha assunto il ruolo di Managing Director a gennaio 2026, dopo essere stata Responsabile M&A per 4 anni, prima in F2A e poi in SD Worx Italy. Il secondo elemento è la critical friendship: in passato eravamo semplicemente persone che lavoravano insieme e andavano d’accordo tra loro, un aspetto sicuramente positivo ma limitante, fino a quando non abbiamo aggiunto la dimensione critica. È la capacità di metterci alla prova reciprocamente e di spronarci a migliorare che ci permette di competere nei campionati più prestigiosi come la Champions League. E infine troviamo la struttura. All’inizio eravamo piccoli e molto centralizzati, con un forte controllo dall’alto. Con il tempo, siamo evoluti in modo significativo, lasciando maggiore autonomia ai nostri Paesi (naturalmente all’interno di regole chiare) e consentendo alle persone di fissare obiettivi ambiziosi e perseguirli.

Il libro evidenzia un paradosso chiave: più l’azienda cresce, più rischia di diventare lenta. Può fare un esempio di una decisione che prima del “reset” richiedeva troppo tempo?

Kobe Verdonck: Il paradosso nasce dal fatto che molto spesso le persone non riescono a stare al passo con la crescita e lo sviluppo dell’azienda, provocandone inevitabilmente un rallentamento. Si smette di essere dei critical friends, di fornire indicazioni chiare e di prendere decisioni capaci di guidare ed evolvere un’organizzazione che, in quel momento, avrebbe bisogno, più che mai, di un modello esplicito e di confini ben stabiliti entro cui operare. Pensando a SD Worx nello specifico, a un certo punto ho sentito di essere diventato io stesso il collo di bottiglia. Tutto arrivava a me, tutte le decisioni passavano da me. Così insieme a Bruce abbiamo iniziato a creare un framework più chiaro, a individuare le persone giuste e a rafforzare una cultura basata sulla fiducia reciproca e non sulla paura.

Bruce Fecheyr-Lippens: Ci sono diversi esempi che, confrontando la situazione attuale con quella di qualche anno fa, mostrano come oggi le decisioni vengano prese molto più rapidamente. E la differenza non sta solo nella cultura, ma anche nelle persone che hanno il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e prendere decisioni. Ed è proprio per questo che bisogna puntare a costruire i migliori team possibili con le migliori persone possibili. È un equilibrio che evolve nel tempo, non c’è una regola fissa.

L’organizzazione è costruita attorno a cicli continui di feedback e al concetto di critical friends. Come si passa dal feedback come processo al feedback come mentalità, affinché le persone se ne prendano davvero cura e lo considerino importante nelle relazioni?

Bruce Fecheyr-Lippens: Devi viverlo e respirarlo ogni giorno, ogni secondo. Guardando agli ultimi anni, e sono certo di parlare anche a nome di Kobe perché anche lui lo vive e lo incarna, quando vedi i tuoi colleghi applicarlo con costanza, diventa parte di ciò che sei. La leadership si manifesta in ogni singolo momento: ogni interazione è un’opportunità per scegliere di essere un critical friend, un collega che asseconda troppo oppure una persona eccessivamente severa. Non è semplice. Devi allenarlo, parlarne, renderlo parte della quotidianità. Per esempio, due anni fa abbiamo riunito i nostri top leader e abbiamo discusso apertamente del significato di critical friend, condividendo storie personali e confrontandoci sulle azioni che avremmo dovuto intraprendere. Oggi essere un critical friend è davvero una mentalità condivisa. In tutta SD Worx, quando qualcuno chiede: “Posso essere un critical friend?”, le persone rispondono: “Certo”, perché, sapendo che il feedback è un valore aggiunto, sono meno sulla difensiva e lo accolgono più positivamente. Detto questo, deve essere un percorso continuo: se si smette di coltivarlo, si rischia di perderlo. Lo scorso febbraio, ad esempio, abbiamo riunito 900 colleghi alle Mauritius per un townhall, sessioni di domande e risposte e attività formative. Il focus era proprio come riuscire ad essere critical friend non solo nella teoria, ma nella pratica, perché siamo convinti che più agisci in un determinato modo, più diventa naturale.

Kobe Verdonck: Il feedback, e il modo in cui lo si riceve, dipende dalla prospettiva con cui lo si guarda. Nella cultura di molti Paesi europei, viene percepito in modo negativo, quasi come un attacco personale. Al contrario, noi lo consideriamo uno strumento di miglioramento continuo. Siamo consapevoli che non sempre si può essere d’accordo, ma arrivare a poterne parlare apertamente è veramente un traguardo importante. Per esempio, se durante una riunione interrompi sempre le persone prima che abbiano finito di parlare e nessuno ha il coraggio o la volontà di fartelo notare, probabilmente continuerai ad adottare quel comportamento, anche involontariamente. Ed è qui, che quel feedback potrebbe essere un valido alleato a tutti i livelli aziendali.  Da quando sono entrato in SD Worx ho percepito la differenza tra la gentilezza apparente e la fiducia costruttiva.

Bruce Fecheyr-Lippens: Questo nuovo mindset ha comportato anche prendere decisioni difficili sui nostri collaboratori. Alcune figure senior purtroppo non sono state disposte ad abbracciare questo approccio e, di conseguenza, a incarnarlo e trasmetterlo a loro volta, portandoci inevitabilmente ad affidare i ruoli di leadership soltanto a persone capaci di essere autenticamente critical friend.

Ho dato un’occhiata al podcast The Boardroom Conversations. Trasferisce le idee del libro in conversazioni dirette con CEO e figure C-level. Che cosa si impara attraverso una conversazione che non può essere catturato in forma scritta?

Bruce Fecheyr-Lippens: Le rispondo, portandole come esempio la conversazione di The Boardroom Conversations avuta proprio con Kobe. Da appassionato di sport, ha paragonato il CEO a un allenatore, un concetto in parte presente nel libro, molto potente perché le persone riescono a visualizzarlo. Ed è proprio questo il segreto del successo del podcast, molti CEO lo ascoltano e mi dicono: “Sì, è esattamente questo”. Attraverso una conversazione si riesce a scavare più in profondità e a conoscere davvero l’altra persona. Non è un caso che l’ultimo capitolo del libro approfondisca l’io come individuo: se non siamo noi, in primis, disposti a evolvere, non potrà cambiare nulla.

Kobe Verdonck: Credo che un elemento cruciale sia essere molto presenti e aperti e condurre le persone dentro una storia. Abbiamo la tendenza a rendere tutto molto complesso, mentre il segreto sono la semplicità e la comunicazione, soprattutto nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Come leader, l’importante è rendere comprensibile a tutti dove si vuole andare, senza parlare sempre e soltanto di fatturato, Ebitda o altri numeri simili. Il mio consiglio è di utilizzare delle metafore capaci di rendere il messaggio visibile e umano, perché è questo che ispira le persone. Il 90% delle volte, purtroppo, le persone ascoltano qualcosa senza capire davvero cosa l’interlocutore voglia comunicare, e non hanno il coraggio di chiedere chiarimenti.

L’Europa può costruire grandi aziende ed essere competitiva, non solo gli Stati Uniti. Se “joining the club” significa entrare in una comunità fondata sull’apprendimento continuo e sull’onestà organizzativa, qual è la prima cosa che i leader europei devono disimparare oggi?

Kobe Verdonck: Penso che molto spesso rimaniamo bloccati nella negatività, nel non credere abbastanza in noi stessi. Lo si percepisce anche dai media: i cinesi sono più veloci, gli americani hanno più risorse economiche. Noi ci raccontiamo sempre come quelli che perdono, mentre dovremmo iniziare a credere che possiamo vincere, focalizzandoci su ciò che abbiamo, anziché concentrarci continuamente su ciò che forse ci manca. Abbiamo un continente straordinario, con una cultura basata sulla democrazia, persone altamente formate, accesso al capitale e competenze. Dobbiamo partire da un bicchiere mezzo pieno, invece di guardare sempre il bicchiere mezzo vuoto. Inoltre, guardiamo troppo spesso al passato come a un tempo migliore, invece di accettare e abbracciare il cambiamento ed evolvere. Il sistema normativo, il lavoro e la società sono in continua trasformazione. Oggi più persone hanno accesso allo studio, la sanità è migliorata, le persone vivono più a lungo. Accogliere il cambiamento e credere nella possibilità che possa essere positivo, per me è fondamentale. Infine, aggiungo che bisognerebbe sempre chiedersi “cosa posso fare io?” e non lasciare la responsabilità agli altri. Se vediamo una signora anziana che cerca di attraversare la strada, aiutiamola. Non sprechiamo energie inutilmente accusando i politici perché quella strada non è stata resa più sicura. Facciamo ciò che è nelle nostre possibilità.

Bruce Fecheyr-Lippens: Dobbiamo spostarci molto di più dal “perché no?” al “perché sì!”. Ho vissuto alcuni anni negli Stati Uniti e lì esiste una mentalità molto orientata all’azione: “sì, proviamoci”. In Europa troppo spesso diciamo: “sì, ma…”. Dobbiamo essere più ottimisti e passare a un approccio costruito su “sì, e…”. E poi dobbiamo guardare più a noi stessi ed essere la persona che porta energia, che contribuisce a migliorare il clima a lavoro come nella vita di tutti i giorni.

Pensa che siamo un continente stanco? Pensa che abbiamo perso energia?

Kobe Verdonck: Credo che alcune persone amino fornire questa immagine dell’Europa, anche se io non ci credo assolutamente. Quando osservo i giovani, la vitalità che emanano e le idee che condividono, penso proprio il contrario. Certo, l’Europa è più complessa perché abbiamo culture, lingue e sistemi normativi diversi. Ma invece di affrontare questa complessità come una barriera, dovremmo considerarla come un elemento positivo. Non sempre l’erba del vicino è la più verde. L’Italia, ad esempio, è un Paese fantastico: l’energia, il livello di istruzione e le competenze sono aspetti straordinari. Per questo gli italiani dovrebbero smettere di pensare di essere inferiori agli altri e avere più fiducia in se stessi.

Se dovesse riassumere Join the Club in un consiglio (o due o tre principi) per i leader del futuro, quale sarebbe?

Bruce Fecheyr-Lippens: Circondati di critical friends. Sii una persona che vuole agire, che non si concentra sulla ricerca del colpevole e che ha il coraggio di andare avanti. E, infine, impegnati a migliorare ogni giorno dell’1% rispetto al giorno precedente. Nel corso del tempo, questi piccoli miglioramenti genereranno risultati incredibili per i singoli, i team e l’organizzazione nel suo complesso.

Kobe Verdonck: Credi in te stesso e nelle altre persone. Possiamo fare moltissimo e possiamo farlo insieme. Possiamo imparare ogni giorno gli uni dagli altri e crescere come persone. Non cercare di essere perfetto: sii umano. Chiedi feedback, ricevi feedback, dai feedback. È come scalare una montagna: passo dopo passo si sale verso la cima. Non esiste una singola soluzione magica: è l’insieme di tanti elementi diversi che porta al risultato. E non guardare soltanto ai competitor o ai confini dei singoli ruoli, perché alla fine siamo tutti collegati. Costruiamo insieme una società orientata alla crescita e capace di aiutare le persone a diventare migliori.

L’articolo Join the Club: la ricetta di SD Worx per costruire organizzazioni vincenti proviene da Parole di Management.