L’Intelligenza Artificiale (AI) sta accelerando la trasformazione del lavoro a grande velocità. La tecnologia da sola, però, non basta. Il vero nodo riguarda la capacità delle organizzazioni di preparare persone, processi e cultura aziendale a un cambiamento che non è più solo digitale, ma strutturale e culturale. È questo il messaggio lanciato da SAP in occasione dell’evento HR Connect che ha visto la partecipazione dei manager della multinazionale tedesca, ma anche di esperti HR e di testimonianze aziendali.
La necessità di superare i silos organizzativi, la costruzione di organizzazioni basate sulle competenze, il ruolo strategico dell’HR e di come il suo ruolo si sta trasformando insieme al mondo del lavoro, e l’integrazione tra dati e AI sono stati i temi principali che hanno animato i dibattiti della giornata di lavori.
“Stiamo vivendo una fase di forte accelerazione dell’innovazione tecnologica. Le aziende sono consapevoli che il cambiamento sia inevitabile, ma spesso manca un elemento fondamentale: il coinvolgimento delle persone. Senza questa connessione, la tecnologia rischia di non produrre i risultati che promette”, ha esordito Carla Masperi, Amministratrice Delegata di SAP Italia, aprendo l’incontro presso il Palazzo del Ghiaccio di Milano.
Processi frammentati e innovazione rallentata
Uno dei principali rischi nascosti dietro l’innovazione riguarda infatti quella disconnessione tra persone, sistemi e processi cui ha fatto riferimento Masperi. Nelle aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, esistono ancora flussi di lavoro organizzati a silos e quindi poco fluidi. Questo comporta decisioni più lente, molte attività manuali e una riduzione dell’engagement delle persone.
Lo stesso problema emerge nei sistemi HR, spesso stratificati e frammentati. In molti casi, dunque, manca una visione unitaria dei dati e dei processi. Elemento indispensabile per garantire agilità organizzativa e capacità di risposta alle richieste del mercato. Tale frammentazione diventa ancora più critica quando si parla di AI.
Su questo punto, Masperi, ha commentato: “Da una ricerca condotta su circa 600 aziende italiane emerge che un terzo dei manager non ha fiducia nella qualità della propria base dati. Un altro terzo continua a operare con una logica a silos, poco adatta a gestire processi end-to-end, mentre un ulteriore terzo mostra scarsa fiducia nella possibilità di integrare realmente tutti i processi aziendali”.
Eppure, l’AI ha un enorme potenziale, e può trasformare profondamente il modo di lavorare. Automatizzando i processi e lasciando alle persone le attività di maggiore valore decisionale e creativo. Per permetterlo, però, servono base dati solide e organizzazioni mature. “Il problema non è l’algoritmo, ma la capacità dell’organizzazione di creare le condizioni affinché l’AI possa prosperare, senza però sostituire totalmente l’essere umano”, ha continuato l’AD di SAP Italia.
In questo contesto, il ruolo dell’HR diventa ancora più strategico. Chi gestisce il Personale può infatti rappresentare il ponte tra persone, organizzazione e innovazione, accompagnando l’evoluzione delle competenze e favorendo una cultura aperta al cambiamento. Una delle chiavi del successo è proprio la capacità di sviluppare nuove competenze e preparare le persone a lavorare insieme con l’AI. Per Masperi, infatti, la sfida della trasformazione riguarda per appena il 10% la tecnologia e per il solo 20% la qualità dei dati; è su Change management, leadership e coinvolgimento delle persone che serve concentrarsi, perché questi aspetti valgono il 70% della trasformazione.
Skill-based organization: il nuovo modello del lavoro
La trasformazione del lavoro passa anche attraverso un nuovo modello organizzativo basato sulle competenze. È ormai chiaro che queste ultime evolvono rapidamente: i confini tra mansioni si mescolano e le aziende cercano sempre più capacità di adattamento oltre alle competenze tecniche; inoltre le job descrpition sono diventate più fluide, non descrivono più soltanto attività e responsabilità, ma raccontano un contesto in continua trasformazione, dove apprendimento continuo, flessibilità e collaborazione diventano elementi centrali del lavoro. Per questo motivo le aziende devono aggiornarsi verso modelli organizzativi skill-based.
“Le competenze stanno cambiando rapidamente. Una quota significativa di queste ultime, circa il 30%, rischia di diventare obsoleta entro il 2030, soprattutto a causa dell’accelerazione dell’AI che modifica attività, responsabilità e competenze richieste”, ha affermato Jan Duthoo, Chief Revenue Officer di SAP SuccessFactors EMEA, introducendo la trasformazione in skill-based organization.
A spingere questa evoluzione c’è soprattutto l’accelerazione dell’AI, che sta modificando rapidamente il contenuto stesso dei lavori. Le professioni non spariscono necessariamente, ma cambiano attività, responsabilità e competenze richieste. In questo scenario, emerge anche un tema di maggiore trasparenza ed equità organizzativa: le aziende devono essere in grado di riconoscere e valorizzare le persone sulla base delle competenze reali, garantendo coerenza tra skill possedute, opportunità di crescita e sistemi di remunerazione. Persone con competenze simili dovrebbero poter accedere a trattamenti e percorsi comparabili.
L’arrivo dell’AI ha inevitabilmente cambiato anche il ruolo dei Chief Human Resources Officer (CHRO): non si tratta più solo di gestire la forza lavoro, ma di comprendere come il lavoro stesso sia trasformato dalla tecnologia. Oggi, quindi, il focus è capire quali attività possono essere supportate, automatizzate o potenziate dalla tecnologia e come questa può essere integrata nei processi quotidiani. Proprio perché cambiano le skill, il modo di collaborare e il valore delle persone all’interno delle organizzazioni, il CHRO assume un ruolo sempre più strategico nel guidare l’evoluzione delle competenze dei modelli organizzativi e della cultura aziendale.
Dalle skill ai risultati
Secondo il manager, uno degli errori più frequenti è trattare le competenze come un esercizio teorico invece che come uno strumento per prendere decisioni migliori. Molti progetti legati alle competenze nelle aziende nascono con una buona intenzione, ma finiscono per produrre poco valore reale. Uno dei motivi principali è l’eccesso di attenzione alla misurazione: si raccolgono grandi quantità di dati sulle skill, ma senza collegarli a decisioni concrete. Il risultato è spesso un sistema complesso, difficile da utilizzare. Il problema, quindi, non è raccogliere più dati possibile sulle skill delle persone, ma capire quali decisioni aziendali quelle informazioni dovrebbero supportare. Il punto, secondo Duthoo, è che questo approccio ribalta l’ordine corretto delle priorità: non si tratta di costruire prima un grande modello di competenze e poi cercare di applicarlo, ma di partire dai problemi reali dell’azienda.
Inoltre, le competenze non possono essere gestite come un progetto esclusivo delle risorse umane. Se restano confinate all’HR, senza il contributo dei manager e delle funzioni di business, rischiano di rimanere scollegate dalla realtà operativa. I line manager, in particolare, devono essere parte attiva nella definizione e nell’utilizzo delle skill, perché sono loro a prendere ogni giorno decisioni che riguardano le persone.
Una roadmap di cambiamento in 90 giorni
Per costruire una skill based organization efficace, il punto di partenza deve essere un problema di business concreto: è il principio decision first, data second, secondo cui si parte dalla concretezza, si identificano le competenze per affrontarlo e poi si costruiscono dati e modelli. L’approccio che Duthoo consiglia è quello di iniziare con un’area pilota circoscritta, evitando di mappare tutte le competenze aziendali.
Da questo approccio nasce la modalità più pragmatica di implementazione della trasformazione: invece di cambiare l’intera organizzazione con un unico grande progetto, è più efficace partire da un’area circoscritta con una roadmap del cambiamento, che dura almeno 90 giorni e si articola in tre fasi, una per mese.
Nel primo mese l’azienda dovrebbe identificare un progetto pilota, quindi capire quale problema di business risolvere. In questa fase è importante trovare le competenze necessarie per affrontarlo; su questa base si costruisce una prima struttura operativa. In seguito, nel secondo mese entra in gioco il monitoraggio. L’obiettivo è misurare i progressi, coinvolgere e formare i manager e iniziare a osservare i primi segnali di impatto, per capire se il nuovo approccio sta generando valore reale. Infine, il terzo mese, è dedicato al perfezionamento del modello sulla base di quanto emerso nella fase precedente. Serve a consolidare quanto costruito: raccogliere feedback, correggere eventuali criticità e preparare l’estensione progressiva ad altre aree aziendali.
La vera sfida non è quindi tecnologica, ma è organizzativa e culturale. I dati sulle competenze devono diventare parte del patrimonio informativo centrale dell’azienda, integrati nei processi decisionali e non isolati in sistemi separati o archivi statici. “Piattaforme come SAP SuccessFactors permettono già oggi di integrare diversi ambiti fondamentali nella gestione delle persone, dal performance management al talent acquisition, dal learning allo sviluppo delle competenze fino al workforce planning”, ha affermato Duthoo.
Per questo la costruzione di una skill-based organization non può essere considerata un semplice progetto HR. È un cambiamento più profondo, che riguarda il modo in cui le aziende prendono decisioni, sviluppano le persone e si preparano a evolvere nel tempo.
La centralità delle persone nell’era dell’AI
A dare profondità alle teorie proposte all’evento, è stato il panel che ha visto confrontarsi Rosalba Agnello, Head of SAP SuccessFactors Italia, insieme con Riccardo Foresto, Responsabile Direzione People & Transformation della Cassa di Risparmio di Bolzano Sparkasse, Michelangelo Avoni, IT Application Transformation Manager di Alfasigma e Mauro Clara, Talent & Learning Manager di Ferrero Italia. Mettere le persone al centro del cambiamento è stato l’elemento chiave degli interventi proposti dai manager che hanno raccontato le diverse esperienze di trasformazione organizzativa.
“La tecnologia è un abilitatore, ma il vero fattore decisivo resta la preparazione dell’organizzazione”, ha ribadito Agnello. La manager ha poi chiarito che la strategia di SAP è orientata a creare continuità tra tutte le funzioni aziendali, dall’HR al Finance, fino alle business operations. La piattaforma proposta dalla multinazionale tedesca, infatti, copre l’intero ciclo di vita del dipendente, dal recruiting alla gestione dei talenti, dalla formazione al Performance management, fino al payroll e al workforce planning, attraverso dati condivisi e integrati con sistemi esterni.
In Ferrero, come raccontato da Clara, coinvolgere tutti i dipendenti, dai collaboratori ai manager fino all’HR ha funzionato per raggiungere gli obiettivi dell’azienda. “Nel 2017 avevamo un obiettivo ambizioso, raddoppiare il nostro fatturato in 10 anni. La leva principale è stata la centralità delle persone, tanto da permetterci di raggiungere tale obiettivo in meno tempo”. Il manager ha anche spiegato che questo è stato possibile perché è stato permesso all’HR di concentrarsi su attività strategiche.
Nel caso di Alfasigma, il percorso di HR Transformation – come illustrato da Avoni – ha riguardato la gestione di una rapida crescita a livello internazionale e caratterizzata inizialmente da sistemi HR frammentati. Per superare questa complessità è stata definita una roadmap per la strategia digitale, creando una piattaforma unica e scalabile a tutti i livelli di internazionalità fornendo un’unica fonte dati condivisa da tutta l’organizzazione.
Foresto ha invece evidenziato come competitività e benessere delle persone siano oggi elementi sempre più intrecciati: a suo giudizio, per continuare a crescere le aziende devono costruire percorsi professionali nei quali le persone possano riconoscersi e svilupparsi. La sfida, quindi, non è soltanto tecnologica, ma è soprattutto culturale: accompagnare le persone nell’accettazione del cambiamento e nella gestione di nuove aspettative legate al lavoro e all’innovazione.
Ancora una volta il messaggio è chiaro: la tecnologia è disponibile, ma la trasformazione reale dipende dalla capacità delle organizzazioni di evolvere culturalmente. L’AI può accelerare produttività, apprendimento e innovazione, ma senza dati affidabili, leadership, coinvolgimento delle persone e nuove competenze il rischio è quello di aggiungere ulteriore complessità ai processi aziendali. Il futuro del lavoro dipende dalla capacità delle imprese di integrare tecnologia e dimensione umana in modo coerente ed etico.
Cosa aspettarsi (o non aspettarsi) dal futuro
C’è poi un ultimo aspetto da prendere in considerazione e riguarda la formazione, che non può più limitarsi all’apprendimento di strumenti tecnici; diventa necessario sviluppare modelli mentali capaci di guidare l’utilizzo dell’AI in modo critico e consapevole. Sapere usare una tecnologia non basta: bisogna comprendere come integrarla nei processi decisionali, come governarne gli effetti e come combinarla con capacità umane che restano difficilmente sostituibili.
Il mondo del lavoro è infatti attraversato da una serie di ‘macroforze’ che agiscono contemporaneamente su scala globale e che stanno ridefinendo professioni, organizzazioni e competenze. Tra queste ci sono le nuove forme di economia, che stanno creando ruoli professionali inediti e modelli organizzativi diversi rispetto al passato: a insistere su questi aspetti sono i grandi cambiamenti, come gli choc esterni (climatici, geopolitici, migratori ed economici che rendono il contesto professionale più imprevedibile.
Tra le novità del lavoro c’è il superamento della fisicità: luoghi e orari rigidi lasciano spazio a modelli virtuali e remoti. Nasce quindi una riflessione nuova: il rapporto tra essere umano e tecnologia con il lavoro che sarà sempre più aumentato dall’AI e dagli strumenti digitali. La questione, però, non riguarda soltanto quali attività saranno automatizzate, ma come valorizzare ciò che resta umano, come la creatività, il giudizio, l’immaginazione e la capacità decisionale.
Ridefinire la relazione tra lavoro e benessere
Un altro fenomeno da considerare è l’aumento della longevità della forza lavoro. Oggi nei contesti professionali convivono diverse generazioni differenti, con aspettative, linguaggi e visioni del lavoro spesso molto diverse. E tutto questo cambia profondamente le dinamiche di leadership, collaborazione e motivazione.
Parallelamente cresce il bisogno di ridefinire il rapporto tra lavoro e benessere personale. L’armonizzazione tra vita privata e professionale diventa un tema sempre più centrale. Le aziende devono, infatti, confrontarsi con una crescente domanda di etica, sostenibilità e impatto sociale. Non basta più dichiarare valori: serve coerenza concreta tra principi e pratiche organizzative. Per questo stanno emergendo nuovi indicatori di performance capaci di integrare obiettivi economici, Esg, benessere e impatto sulle persone.
Anche il concetto di carriera è ormai cambiato radicalmente. Il modello lineare lascia spazio a percorsi più frammentati, dinamici e caratterizzati da transizioni frequenti. La vera sfida per le aziende sarà quindi costruire una proposta di valore credibile per talenti sempre più autonomi e mobili.
Le competenze più importanti del futuro sono quindi quelle che possono integrare dimensioni diverse: conoscenze tecniche, capacità relazionali, adattabilità, apprendimento continuo e attitudine alla collaborazione tra discipline differenti. “Diventerà centrale anche la capacità di convivere con l’incertezza, che oggi rappresenta la condizione normale in cui operano innovazione e business. Questo richiede una nuova mentalità, ovvero più sperimentazione, maggiore rapidità nell’appendere dagli errori e una capacità continua di adattamento”, ha spiegato Alberto Robiati, Co-Founder & Director di Forwardto, organizzazione no profit specializzata in studi previsionali, ricerca e formazione sul futures thinking, foresight e strategie anticipanti. Chi sopravviverà a tutte queste sfide? L’esperto è sicuro: quelle aziende che riusciranno a costruire organizzazioni realmente dinamiche, cioè in grado di trasformare competenze, dati e tecnologie in strumenti di evoluzione continua, senza perdere però la centralità delle persone.
L’articolo L’AI trasforma organizzazioni e persone proviene da Parole di Management.