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Il futuro della Manifattura (e del Gruppo Paglieri) passa dai giovani

Nel dibattito pubblico sul futuro delle imprese italiane, il tema delle competenze è sempre più centrale. La capacità di creare un ponte credibile tra scuola, formazione tecnica e impresa è oggi una delle sfide decisive per il sistema produttivo italiano, stretto tra trasformazioni tecnologiche, carenza di profili qualificati e difficoltà di orientamento delle nuove generazioni. È da questa consapevolezza che nasce l’iniziativa Giovani competenze per il Made in Italy: tra NEET e ambizioni, promossa da Paglieri, storica realtà attiva nella produzione di prodotti per la cura del corpo, del bucato e della casa, nello stabilimento di Alessandria in occasione del mese del Made in Italy.

L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, manager, professionisti dell’azienda e studenti del territorio in un confronto diretto sulle competenze richieste dal mercato del lavoro, sull’evoluzione dell’industria manifatturiera e sui percorsi capaci di trasformare l’incertezza in opportunità professionale. Un tema particolarmente attuale in un Paese che, pur avendo ridotto la dispersione scolastica sotto la soglia europea del 9%, continua a registrare criticità legate all’orientamento e alla prosecuzione degli studi, soprattutto in relazione alla distanza dagli obiettivi europei sul numero di laureati.

Le competenze per la manifattura del futuro

Dal lato aziendale, il confronto ha evidenziato come il tema delle competenze sia ormai strategico non solo per l’occupabilità dei giovani, ma anche per la competitività delle imprese nel lungo periodo. Ne hanno discusso Ginevra Rossello Paglieri, Board Director, Gianpiero De Prisco, Chief Operating Officer, Francesco Cimino, IT Director, Guendalina Bombassei, HR Director, e Mirko Migliore, Production Assistant, portando esperienze concrete sui cambiamenti che stanno attraversando il lavoro manifatturiero: digitalizzazione dei processi, sicurezza, innovazione tecnologica e crescita delle persone.

Dalla loro testimonianza è emersa con forza la necessità di superare una narrazione ormai datata dell’industria, che spesso rappresenta un limite per l’attrattività delle stesse aziende manifatturiere. Le imprese hanno oggi bisogno di competenze tecniche evolute, capacità digitali, attitudine all’innovazione e soft skill trasversali. In questo scenario, la formazione tecnica torna ad assumere un ruolo centrale, complementare a quella universitaria, per rispondere ai bisogni del territorio e del sistema produttivo.

“Il tema delle competenze non riguarda solo il presente, ma la capacità delle imprese di essere competitive nel lungo periodo. Il confronto ha messo in luce quanto sia necessario rafforzare il collegamento tra scuola e mondo produttivo, lavorando insieme su orientamento, formazione e sviluppo delle persone. Solo attraverso un dialogo continuo con i giovani è possibile costruire percorsi professionali coerenti con le trasformazioni in atto nel sistema industriale. I giovani sono il nostro futuro e, come azienda, cerchiamo ogni giorno di ascoltarne i bisogni, avvicinandoci al mondo della scuola, dagli istituti tecnici alle università, perché crediamo che il dialogo con la formazione sia fondamentale per costruire percorsi di crescita concreti e sostenibili”, ha dichiarato Fabio Rossello, CEO del Gruppo Paglieri nel corso della Tavola Rotonda

Scuola e impresa, un dialogo da rafforzare

Al centro della giornata, una tavola rotonda che ha visto alternarsi anche il contributo del mondo della scuola. Roberto Margaritella, rappresentante dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Alessandria, ha sottolineato come il nuovo modello di orientamento scolastico introdotto dalle linee guida 2023/2024 punti a costruire un percorso continuo e strutturato, integrato con i percorsi scuola-lavoro e capace di accompagnare gli studenti verso scelte più consapevoli. Un approccio che, ha spiegato, richiede il consolidamento di un vero ecosistema educativo territoriale.

Sulla stessa linea anche Ginevra Rossello Paglieri, Board Director di Paglieri: «Avvicinare i giovani al mondo dell’impresa significa anche superare stereotipi e raccontare l’evoluzione delle aziende manifatturiere, oggi sempre più attente a innovazione, tecnologia e sviluppo delle persone. In un Paese a forte vocazione manifatturiera la formazione tecnica deve continuare ad avere un ruolo centrale, accanto a quella universitaria, per preparare competenze solide e rispondere ai bisogni del territorio e del sistema produttivo. Il dialogo con gli studenti è un passaggio fondamentale per costruire percorsi professionali più consapevoli e attrattivi».

La giornata si è svolta inoltre in concomitanza con la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro del 28 aprile, occasione che Paglieri ha scelto per ribadire l’importanza della cultura della prevenzione nei contesti produttivi. L’azienda ha premiato una dipendente distintasi nella promozione delle buone pratiche in materia di salute e sicurezza, rafforzando il messaggio di una manifattura sempre più orientata alla tutela delle persone oltre che alla performance industriale.

A chiudere la mattinata, il tour dello stabilimento di Alessandria ha offerto agli studenti la possibilità di osservare da vicino processi produttivi, organizzazione del lavoro e tecnologie utilizzate. Un’esperienza concreta che ha trasformato il dialogo teorico in contatto diretto con il mondo dell’impresa. Ed è forse proprio qui il punto centrale emerso dall’incontro: il futuro del Made in Italy passa dalla capacità di rendere visibili ai giovani le opportunità di crescita, innovazione e realizzazione professionale che la manifattura può ancora offrire.

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Agomir celebra i 45 anni di G.R. Informatica

G.R. Informatica, capogruppo di Agomir, celebra nel 2026 i suoi 45 anni di attività. Fondata a Lecco nel 1981 da Lorenzo Goretti, G.R. Informatica nasce con l’obiettivo di accompagnare le imprese clienti nei percorsi di crescita attraverso l’adozione di soluzioni informatiche, prima software e successivamente anche hardware. In oltre quattro decenni, l’azienda ha consolidato il proprio ruolo nel panorama ICT, puntando su competenza, affidabilità e capacità di interpretare l’evoluzione tecnologica e le trasformazioni del mercato.

Oggi Agomir vanta sedi a Lecco, Milano, Bologna, Bergamo e Piacenza. Il Gruppo conta 120 addetti e registra oltre 20 milioni di euro di ricavi, confermando una traiettoria di crescita che negli ultimi anni ha unito sviluppo industriale, acquisizioni e attenzione al territorio.

«G.R. è la nostra famiglia, è la nostra storia», dichiara Mario Goretti, Presidente e Amministratore Delegato di Agomir. «È come un faro che ci guida quotidianamente. Celebrare 45 anni di attività significa riconoscere il valore di un percorso fatto di scelte lungimiranti, professionalità e capacità di evolversi nel tempo, mantenendo salde le proprie radici».

Crescita d’impresa e responsabilità verso il territorio

La continuità generazionale rappresenta uno degli elementi centrali di questo percorso. Alla seconda generazione spetta oggi il compito di portare nel futuro i valori fondanti della capogruppo: etica imprenditoriale, autenticità nel rapporto con i clienti, centralità delle persone e sviluppo di soluzioni informatiche orientate alla sostenibilità dei processi aziendali.

L’azienda di servizi IT ha mantenuto un’attenzione costante al rapporto con la comunità locale. Questo impegno si è concretizzato anche nel Fondo G.R., attivo dal 1999 presso l’attuale Fondazione Comunitaria del Lecchese. Il Fondo sostiene progetti territoriali in ambito sociale, ambientale, culturale, artistico e sportivo, in coerenza con i valori aziendali.

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L’università non basta mai

Hanno appena finito di studiare e conseguito una laurea, ma sono disposti a continuare a formarsi. Mentre l’Intelligenza Artificiale (AI) si abbatte come una scure sulle posizioni entry level, polverizzando le già scarse opportunità per chi si approccia al mercato del lavoro per la prima volta, negli Stati Uniti è schizzata al 78% la percentuale di laureati che vorrebbe specializzarsi ancora pur di trovare un impiego (secondo un sondaggio della società di consulenza Jenzabar, riportato dal sito del canale tv CNBC). 

Sembrerebbe d’altronde un processo tipico delle fasi di recessione economica. “Esiste una tendenza a puntare sugli studi durante le crisi” ha spiegato in un’intervista Kristin Blagg, ricercatrice del think tank Urban Institute. “Le persone in qualche modo ripiegano sull’istruzione secondaria, si tratta di un’azione anticiclica”. 

L’istruzione come una polizza assicurativa

Ci sono alcune premesse. Il mercato del lavoro è relativamente stabile, in Italia così come negli Stati Uniti, dove i posti di lavoro sono cresciuti a marzo più del previsto. Secondo l’istituto Bureau of Labor Statistics, il tasso di disoccupazione negli Usa è infatti sceso al 4,3%. Anche se resta il nodo dei giovani tra i 16 e i 24 anni, la cui quota di senza lavoro è all’8,5%. Risulta però calata a picco ad aprile 2026 la fiducia dei consumatori a causa della guerra in Iran: “È qualcosa che di solito spinge le persone a riflettere sulle opportunità” ha affermato Blagg. 

Ecco allora che studiare diventa un’arma in più per difendersi da un futuro indecifrabile. Quante più competenze, tanto più si diventerà spendibili è il ragionamento di fondo. “Le graduate school (una sorta di omologo della laurea specialistica) sono quanto mai sulla cresta dell’onda” ha spiegato Eric Greenberg, Presidente del Greenberg Educational Group, società di consulenza di New York. “Se sei più istruito e hai maggiori conoscenze con tutta probabilità troverai un lavoro migliore: è una specie di assicurazione”. 

Lavori migliori e guadagni più alti

Aggiudicarsi una buona occupazione significa anche essere pagati di più. Sempre secondo il Bureau of Labor Statistics gli occupati dotati di specializzazione o dottorato sperimentano in genere salari più alti e minori tassi di disoccupazione. 

Resta il problema dell’indebitamento studentesco: in media pari a 54.800 dollari per gli studenti di master a detta dei dati dell’Urban Institute. Che diventano 173.180 per chi ha ottenuto una specializzazione professionale. Per la laurea breve, invece, i debiti si fermano di solito intorno ai 27.300 dollari. Quello dei prestiti studenteschi e dell’enorme debito accumulato è un tema al centro del dibattito negli Stati Uniti. Tanto che sono stati introdotti una serie di paletti. A partire dal primo luglio 2026 il limite per le graduate school sarà di 100mila euro; 200mila invece per i programmi professionali per medici, dentisti o avvocati.

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Capire le emozioni per lavorare meglio

In Italia si parla sempre più spesso di benessere mentale, ma quando si entra nel terreno dell’educazione emotiva il quadro resta fragile e pieno di contraddizioni. È quanto emerge dal Mindex 2026, il barometro del benessere mentale degli italiani realizzato da Unobravo, uno dei principali fornitori di servizi di psicologia online, insieme con Ipsos Doxa, e diffuso in occasione del mese della Consapevolezza sulla salute mentale (maggio). Allo stesso modo, secondo i dati emersi dallo studio anche per quanto riguarda la sfera lavorativa la salute mentale continua a non essere adeguatamente attenzionata.

Secondo l’indagine, solo un italiano su quattro dichiara di aver ricevuto una vera educazione emotiva durante la propria vita. Eppure, oltre tre quarti del campione riconosce che ciò che ha imparato (o non imparato) sulle emozioni incide profondamente sul modo di relazionarsi con gli altri. Un dato che racconta consapevolezza diffusa, ma che spesso non si traduce in competenze concrete: capire le emozioni non significa necessariamente saperle gestire.

La sfida della salute mentale in azienda

Il problema principale risiede nello stigma che il tema della salute mentale si porta sulle spalle. Infatti, solo il 9% degli italiani ritiene che la salute mentale sia un tema discusso apertamente, e tre persone su quattro continuano a percepire un forte freno sociale ad affrontare certe tematiche.

Questa difficoltà a legittimare e comunicare il proprio stato emotivo si riflette in modo evidente nella sfera lavorativa, dove la salute mentale fatica ancora a trovare spazio. Questo fenomeno era già stato esplorato in occasione del Mindex 2025, ultimo termometro disponibile sul benessere psicologico nella sfera lavorativa. Secondo questa rilevazione, infatti, solo un terzo dei lavoratori (33%) ritiene che la propria azienda promuova un ambiente psicologicamente sano, mentre il 42% segnala l’assenza di benefit o supporti specifici dedicati al benessere mentale.

Se, da un lato, il 56% dei dipendenti afferma di sentirsi libero di esprimere emozioni e di esplicitare le difficoltà sul lavoro, dall’altro una quota significativa continua a trattenersi. Nello specifico, il 32% teme di apparire debole o poco professionale, mentre il 12% dichiara di sentirsi costretto a “indossare una maschera”. “L’esigenza di apertura nei confronti delle emozioni si scontra però con una realtà spesso diversa, dove l’esposizione delle proprie fragilità può essere scoraggiata, con il rischio, in alcuni casi, di alimentare una sensazione di isolamento emotivo che i dati oggi mettono in luce”, ha affermato Corena Pezzella, Clinical Manager e Psicoterapeuta di Unobravo.

Il disagio emerge con particolare forza tra i lavoratori tra i 30 e i 39 anni, tra i più esposti a stress e burnout: il 65% ha preso in considerazione l’idea di lasciare il lavoro se non addirittura lo ha già fatto. Anche la gestione delle assenze diventa indicativa del clima culturale: è più comune mentire sui motivi legati alla salute mentale (38%) piuttosto che dichiarare apertamente la reale causa (29%).

Il peso dell’educazione emotiva

Sull’educazione emotiva emergono con forza le differenze di genere. Gli uomini, infatti, tendono a percepirsi più sicuri della propria competenza emotiva: il 40% si definisce ‘molto consapevole’, ma solo il 15% afferma di riuscire davvero a gestire le proprie emozioni e i comportamenti che ne derivano.

Il paradosso si estende anche al rapporto con il supporto psicologico. Nonostante oltre il 60% degli uomini dichiari di aver ricevuto sostegno emotivo in famiglia (contro il 44% delle donne), solo uno su tre si rivolgerebbe senza esitazioni a un professionista, mentre tra le donne la quota supera la metà. Una distanza che si riflette anche nei percorsi terapeutici: nel 2025 gli uomini rappresentano appena il 38% dei pazienti seguiti da Unobravo.

A questo proposito, Daniela De Stefano, CEO & Founder, ha spiegato: “Il Mindex 2026 conferma come i più restii a chiedere un sostegno psicologico siano proprio gli uomini che possono percepire emotività e vulnerabilità come elementi distanti dal loro modo di essere e dall’educazione ricevuta. Questo si aggiunge ai motivi per cui abbiamo scelto di dedicare la nostra campagna di consapevolezza sulla salute mentale, al benessere psicologico maschile”.

Alla base, secondo l’analisi, c’è anche un modello educativo che tende a reprimere o semplificare le emozioni, piuttosto che insegnare a riconoscerle e attraversarle. Non a caso, l’iniziativa lanciata da Unobravo per maggio, dal titolo Unobravo for men, punta proprio a scardinare questo schema, coinvolgendo anche la no profit Mica Macho per incoraggiare gli uomini a superare resistenze e stereotipi legati alla richiesta di aiuto.

La Generazione Z rompe il silenzio sulle emozioni

La ricerca ha poi focalizzato l’attenzione anche sulla Generazione Z. Nella fascia tra i 18 e i 29 anni, oltre il 40% degli uomini dichiara di comprendere bene il proprio mondo interiore (nel caso delle donne, il dato è una su quattro). Tuttavia, questa sicurezza maschile si scontra ancora una volta con la realtà: appena un uomo su 10 afferma di saper gestire del tutto le proprie emozioni. Le differenze di genere emergono anche sulla tipologia di emozioni da affrontare: i ragazzi faticano a esprimere la felicità, mentre le ragazze hanno lo stesso problema, ma legato alla condivisione di tristezza e rabbia.

Le radici di queste difficoltà si ritrovano nella famiglia. Solo due italiani su 10 affermano di aver avuto genitori capaci di aiutarli a riconoscere le proprie emozioni. Oggi, però, sembra che stia cambiando qualcosa. Secondo la ricerca, un genitore su due sceglie consapevolmente un approccio diverso rispetto a quello ricevuto a sua volta: il 66% considera prioritario insegnare ai figli a parlare di emozioni. Anche in questo caso, però, il divario di genere è evidente: tre donne su quattro condividono questa visione, contro poco più della metà degli uomini.

Nonostante lo stigma e la difficoltà ad accettare le proprie emozioni, oltre la metà degli intervistati riconosce che un cambiamento è in corso. Il supporto psicologico è ormai considerato uno strumento essenziale di benessere dal 52% della popolazione. Un segnale che indica una direzione chiara: la consapevolezza cresce, ma trasformarla in competenza diffusa resta la vera sfida per il futuro.

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Nuovi lavori grazie all’AI? Uno c’è già: addestrare i robot

L’AI ruberà il lavoro agli umani, si dice. Ma intanto ne spuntano di nuovi, alcuni davvero imprevedibili fino a poco tempo fa. Una nuova richiesta (parecchio singolare) che sta arrivando dritta dalla Silicon Valley è questa: fare video in cui si mostra come piegare gli indumenti. Non è necessario inquadrare il volto, basta che siano ben visibili le mani e i movimenti giusti da fare. A cosa serve è presto detto: addestrare robot a svolgere lo stesso compito. E per farlo sono necessarie enormi quantità di dati. 

Startupper e imprenditori del rango del CEO di Tesla, Elon Musk, le stanno tentando tutte per rendere i robot più ‘intelligenti’ possibile e affiancare le persone nelle faccende domestiche. Ma per insegnare all’Intelligenza Artificiale (AI) a fare servizi manuali servono quantità immense di dati. Esattamente come per i testi e le foto online che consentono ai chatbot (Chatgpt in testa) di generare documenti e immagini di alta qualità, ricorda il quotidiano statunitense Washington Post

Una startup dietro l’idea 

DoorDash è la principale piattaforma di consegna di generi alimentari negli Stati Uniti. Ed è una di quelle tramite cui è adesso possibile inviare i tutorial per formare robot sempre più sofisticati. Per ottenerne a centinaia di migliaia (tanti ne servono) si sta pagando chi si offre di realizzarli. La tariffa non è niente male, trattandosi di un lavoretto da gig economy e senza la richiesta di particolari requisiti: 25 dollari l’ora, 21 euro circa. Un po’ costoso però per chi foraggia, tanto che si sta pensando di fare diversamente. Come per esempio far esercitare le macchine tramite videogame prima, solo dopo trasferendoli nella realtà. 

Unica particolarità a cui fare attenzione: il cellulare deve essere montato sulla testa, in modo che la registrazione riprenda i movimenti del capo, delle mani e delle dita. La call per girare i video è rivolta a persone di tutto il mondo, proprio per far sì che si presenti la maggiore varietà possibile di situazioni e i modelli AI imparino a replicare la ‘coreografia’ esatta per piegare una maglietta. 

Le leggi di scala

Più dati si raccolgono, migliori sono gli esiti. Per i ricercatori in ambito AI è una sorta di legge di scala. Succede per i testi e per le immagini, e la speranza è adesso che lo schema si ripeta anche per le mansioni casalinghe. “Ci sono evidenze sul fatto che l’accumulo di dati aiuti i robot a svolgere funzioni più complesse” ha spiegato Ken Goldberg, docente alla University of California, Berkeley. 

“A differenza del caso dei chatbot, non c’è un luogo in cui raccogliere oceani di dati: non esiste un Internet per i robot” riflette. Le chatbot imparano a generare frasi coerenti analizzando testi scritti e altro materiale, come libri e altre fonti disponibili in quantità smisurata sul web. Per i compiti manuali invece i robot hanno bisogno di decifrare informazioni dai propri sensori, sapere quali azioni occorrerà fare per piegare una t-shirt e inviare comandi alle estremità che eseguiranno il gesto materiale. Quanto ci vorrà prima che un robot sappia fare il bucato? Difficile dirlo: “Potrebbe essere tra due come tra 20 anni” ha detto Goldberg. 

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Colazione da… Oracle per conoscere come potenziare il gestionale

Non è il classico evento IT né il solito webinar da seguire distrattamente tra una call e l’altra. Colazione da Oracle, iniziativa organizzata da Sinfo One, nasce per riportare al centro il valore, sempre più raro, dell’incontro in presenza: un ciclo di eventi selezionati, ospitati nelle sedi italiane di Oracle – Milano e Roma – dove il confronto diretto tra professionisti torna ad essere il vero protagonista.

Il richiamo evocativo nel nome strizza l’occhio all’eleganza senza tempo di Colazione da Tiffany, trasformando un semplice momento informale in un’esperienza distintiva. E come nel celebre film interpretato da Audrey Hepburn, anche qui la leggerezza apparente lascia spazio a contenuti di grande sostanza.

In un contesto informale, ma altamente qualificato, il format offre a CFO, controller e responsabili della pianificazione di aziende manifatturiere e distributive che operano su Oracle JD Edwards un accesso privilegiato a competenze sulle soluzioni surrounding, ovvero quelle che completano l’ERP portandolo al massimo del suo potenziale, una per ogni appuntamento.

Le soluzioni surrounding per la gestione strategica della manifattura

Si inizia il 9 e 10 giugno 2026 con l’Enterprise performance management (EPM): partendo da una fotografia dello stato dell’arte attraverso i risultati della survey sulla maturità digitale della funzione Finance, condotta da Sinfo One sul mercato italiano, si affronta il tema della trasformazione del processo decisionale finanziario illustrando come Oracle EPM Cloud consenta di costruire un layer di pianificazione, simulazione e consolidamento direttamente alimentato dai dati transazionali dell’ERP.

Il cuore dell’evento è la presentazione di SiBy, la data platform proprietaria di Sinfo One che automatizza l’estrazione, la trasformazione e il caricamento dei dati JDE verso gli ambienti EPM e all’occorrenza, anche molto di più, come integrare dati esterni all’azienda per la pianificazione e il confronto competitivo, supportare processi di analisi dei dati evoluti con I’IA  il tutto integrandosi perfettamente con piattaforme dati evolute basate su architetture moderne (Es. Archtettura Medaillon). Non un semplice connettore, quindi, ma un abilitatore dell’innovazione digitale.

Il secondo appuntamento, il 7 e 8 luglio 2026, è dedicato a due aree operative ad alto impatto per le aziende che utilizzano JD Edwards: la gestione avanzata del magazzino e il controllo qualità intelligente del prodotto, entrambe potenziate dalla computer vision.

Sul fronte magazzino, la sessione mostra le innovative soluzioni messe a punto da Sinfo One per gestire le operazioni logistiche e di magazzino tramite dispositivi mobili: terminali RF, smartphone e smart glasses. Gli operatori interagiscono con JD Edwards in tempo reale, senza carta e senza postazioni fisse, mentre le tecnologie di riconoscimento visivo migliorano la precisione nell’evasione degli ordini e nella gestione dei flussi di merce.

Sul fronte qualità, l’evento illustra le nuove modalità basate su computer vision che consentono la verifica visiva automatizzata del prodotto, la tracciabilità di lotto e il rilevamento di anomalie in tempo reale da smartphone. Un sistema in cui i controlli qualità diventano istantanei e alimentano automaticamente i moduli JD Edwards, eliminando documentazione cartacea e riducendo notevolmente i tempi di verifica.

Il focus del terzo evento, il 16 e 17 settembre 2026, è il tema della gestione delle promozioni e degli sconti e il processo di presa d’ordine tramite computer vision. Due ambiti critici per le aziende del largo consumo e della distribuzione verranno analizzati sia dal punto di vista operativo, esplorando il modulo dedicato alla configurazione e gestione di strutture complesse di pricing e accordi commerciali, sia da quello strategico.

Grazie a Oracle EPM Cloud è possibile abilitare scenari di simulazione What-If sulle politiche promozionali, permettendo a controller e direzione commerciale di valutare in anticipo l’impatto economico delle diverse strategie, confrontando marginalità, volumi e mix di prodotto in tempo reale. L’incontro introdurrà anche il processo di presa ordine smart tramite computer vision, che consente di acquisire automaticamente i dati degli ordini attraverso il riconoscimento visivo di una semplice mail o PDF, alimentando direttamente il sistema JD Edwards senza errori e riducendo drasticamente i tempi di inserimento.

Dove il networking diventa valore operativo

Colazione da Oracle rappresenta non solo un momento di aggiornamento tecnologico, ma un’occasione concreta per dialogare con esperti e colleghi, condividere sfide comuni e scoprire come evolvere il valore di piattaforme come Oracle JD Edwards attraverso soluzioni avanzate di performance management, automazione e data intelligence.

Altro elemento distintivo dell’iniziativa è l’ospitalità nelle sedi italiane di Oracle, aspetto che oltre a offrire un contesto più favorevole al confronto tra professionisti dei grandi eventi, sottolinea il valore di Sinfo One come partner strategico per il mercato italiano. Il format breakfast combina sessioni di presentazione e networking informale, creando le condizioni per uno scambio autentico tra decision maker, esperti e utenti della stessa piattaforma. In questo contesto, Colazione da Oracle diventa un’opportunità per confrontarsi su approcci innovativi e comprendere, in modo pragmatico, come massimizzare gli investimenti esistenti. Più che una semplice serie di eventi, l’iniziativa si configura come uno spazio di dialogo continuo tra tecnologia, competenze e visione manageriale

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SAP Cloud ERP, crescere con le tecnologie a misura di PMI del Nord Est

La tecnologia non è mai stata così promettente. Ora la sfida è trasformare le promesse in risultati concreti. Intelligenza artificiale (AI), cloud, Enterprise resource management (ERP) di nuova generazione: il mercato offre strumenti potenti, ma tra l’adozione e il vantaggio competitivo reale c’è spesso una distanza che le Piccole e medie imprese (PMI) italiane faticano a colmare. Non per mancanza di risorse o di volontà, ma perché trasformare la tecnologia in crescita richiede metodo, visione ed esempi credibili da cui imparare.

È esattamente questo il punto di partenza dell’evento promosso da Aeonvis, società di consulenza organizzativa e tecnologica, il 21 maggio 2026 a Padova, dal titolo “SAP Cloud ERP: cresci senza ostacoli, scala senza confini” (dalle 17 alle 19 presso Villa Italia, Via Sergio Fraccalanza 2, Padova): non un convegno sulle tendenze del futuro, ma un confronto tra imprenditori, esperti e manager su come le aziende del Nord Est stanno già usando AI e ERP in cloud, approfondendo risultati misurabili e approcci sostenibili. A dare ulteriore autorevolezza all’iniziativa è la media partnership con Sistemi&Impresa, la rivista edita da Edizioni ESTE – editore anche del nostro quotidiano – dedicata alle tecnologie a forte impatto organizzativo: una garanzia di rigore editoriale su temi che la testata segue e racconta ogni giorno.

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Prima i racconti e poi gli approfondimenti tecnici

Il programma della giornata è diviso in due momenti distinti. Il primo è una tavola rotonda aperta, nella quale Davide De Francesco, Executive Director e SAP Alliance manager di Aeonvis e Marco Cameroni, Chief Partner Officer di SAP Italia, si confrontano con tre imprenditori che hanno già affrontato percorsi di trasformazione digitale: Alessio Marzi, CEO di Fratelli Marzi, Carlo Fidelio, Amministratore Delegato di Valcom’s e Carlo Rossi Chauvenet, Managing Partner di Crclex. A moderare l’incontro è Dario Colombo, Direttore Editoriale Periodici della ESTE e Direttore Responsabile di Parole di Management.

Il secondo momento della giornata è dedicato agli approfondimenti tecnici: Matteo Longinotti, Solution Advisor Finance di SAP Italia, illustra l’evoluzione dell’offerta cloud per il middle market. Claudio Abbiati, Executive Director Sales & Marketing di Aeonvis, presenta l’azienda e il metodo Aeonvis, per poi lasciare spazio ad Andrea Martini ed Enrico Gallana, consulenti SAP di Aeonvis. Attraverso casi d’uso reali di SAP Cloud ERP, è esplorato il potenziale della Business AI integrata nel supportare in modo innovativo i processi aziendali, dagli Acquisti alla Logistica fino al ciclo finanziario.

A chiudere è l’approfondimento di Paolo Stefano Beghetto Responsabile TriVeneto di Credit Data Research Italia con un focus sull’iperammortamento 2026–28: un incentivo che consente di portare fino al 43% la deducibilità degli investimenti in soluzioni ERP cloud, e che molte aziende ancora non stanno utilizzando appieno.

La combinazione delle modalità narrative – tavola rotonda e sessioni tecniche – permette all’iniziativa di Aeonvis di rispondere alle questioni tecnologiche più urgenti per le aziende del territorio. Inoltre, i momenti di networking rendono l’appuntamento un’occasione di approfondire conoscenze, ma anche di allargare la propria rete business.

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Ristorazione e benessere, Pellegrini inaugura un nuovo centro cottura

I destini, per parafrasare una celebre canzone di Antonello Venditti, fanno dei giri immensi e poi ritornano. E nel destino della Pellegrini c’è Peschiera Borromeo. È da queste parti, alle porte di Milano, che l’azienda – da oltre 60 anni player del settore della ristorazione e dei servizi integrati per le imprese – ha scelto di ampliare la sua già ben radicata presenza inaugurando il nuovo centro cottura. Proprio qui, 44 anni fa, Ernesto Pellegrini aveva creato Central Food: all’epoca era poco più di un grande centro logistico, oggi è una moderna centrale di selezione, stoccaggio, controllo qualità e fornitura di derrate alimentari, che rifornisce sia i circa 600 ristoranti del Gruppo (400mila commensali ogni giorno) sia i principali player della grande distribuzione organizzata.

Ora, a fianco della piattaforma Central Food – che ospita anche l’Accademia Pellegrini – c’è il nuovo centro cottura, inaugurato il 14 maggio 2026: tra i presenti, oltre don Giacomo Pezzuto, della Parrocchia della città, anche il Sindaco di Peschiera Borromeo Andrea Coden, a conferma dello stretto legame tra l’azienda e il territorio. A celebrare la giornata è stata Valentina Pellegrini, Presidente e AD del Gruppo, alla sua prima inaugurazione ufficiale da quando ha assunto il nuovo ruolo a seguito della scomparsa del padre Ernesto, avvenuta a maggio 2025.

Accanto alla Presidente, la madre Ivana Faglia, Vicepresidente e Consigliere del Gruppo, a testimonianza di come la famiglia Pellegrini continui a sviluppare il proprio business mantenendo saldi i valori e le radici sui quali il Cavalier Pellegrini aveva investito la sua intera vita e dei quali adesso ne è interprete la figlia Valentina, chiamata a portare avanti il sogno imprenditoriale che finora ha generato un colosso da 1,2 miliardi di euro di fatturato e che da lavoro a 11mila persone nel mondo.

“Negli Anni 80 mio padre aprì a Peschiera Borromeo la nostra Central Food: una scelta pionieristica che costituisce tuttora un elemento distintivo nel panorama della ristorazione collettiva”, ha commentato Pellegrini. “Questa nuova apertura segna un’ulteriore tappa nel percorso di innovazione e sviluppo della nostra Divisione Ristorazione, oltre che un rinnovato impegno nella valorizzazione dell’economia del territorio e delle comunità in cui la Pellegrini opera”.

Attenzione per le nuove tendenze del mercato

Settemila pasti al giorno (a regime, al momento è al 60% delle sue potenzialità), 50 nuove persone impiegate – che si affiancano ai 120 dipendenti già impiegati in Central Food – una superficie di oltre 1.600 metri quadri: sono questi i numeri del nuovo centro cottura di via Volta a Peschiera Borromeo, dove sono preparati in particolare i pasti per il settore sanitario, scolastico e soprattutto aziendale (quest’ultimo segmento rappresenta il 70% dell’intero business della Pellegrini). Inoltre la struttura è certificata gluten free ed è stata progettata per rispondere alle esigenze di diete speciali – dalla celiachia alle intolleranze e allergie – sempre più richieste anche in ambito aziendale.

Dietro le cifre del nuovo centro cottura c’è anche una storia di riqualificazione territoriale: quello che oggi è un centro produttivo moderno e sostenibile, dotato di impianto fotovoltaico, fino a poco tempo fa era un capannone dismesso. In questo modo il complesso di Peschiera Borromeo si estende ora su 30mila metri quadri.

Sul fronte dell’innovazione, il nuovo centro sta introducendo alcune tecnologie ancora poco diffuse nella Ristorazione collettiva, grazie alla collaborazione con la vicina Accademia Pellegrini. Restano valide le tradizionali modalità di preparazione dei pasti: refrigerato – cotto, abbattuto, porzionato e inviato ai ristoranti dove viene rigenerato – e fresco/caldo, già pronto per essere servito (è la modalità, per esempio, scelta delle scuole). Ma a queste, se ne stanno affiancando altre in via sperimentale. Per esempio la cottura sottovuoto, che consente di aumentare i tempi di conservazione e di mantenere integre le proprietà organolettiche degli alimenti, aprendo nuovi mercati. Oltre all’innovazione specifica sui prodotti – a oggi tra primi piatti, secondi e contorni, il Gruppo gestisce circa 4.800 ricette – c’è anche quella sui processi; in questo caso l’azienda sta lavorando all’automazione di alcune fasi di lavorazione (il confezionamento).

Soluzioni per la cura delle persone a 360 gradi

L’inaugurazione della nuova struttura della Pellegrini si inserisce nella nuova strategia di crescita del Gruppo, il cui business, oltre a ristorazione e vending, si sviluppa attraverso soluzioni welfare, pulizia, sanificazione e servizi integrati, forniture alimentari e lavorazioni di carni fresche. “Stiamo evolvendo verso il segmento B2B2C, dove i clienti sono gli utenti dei nostri servizi e il nostro obiettivo è prenderci cura del benessere delle persone, che vuol dire un piatto sano, ma anche un ambiente pulito e flexible benefit”, racconta Pellegrini, a margine dell’inaugurazione. Non più ‘solo’ ristorazione, ma cura della persona a 360 gradi.

Ancora una volta, l’Accademia Pellegrini gioca un ruolo strategico. Non solo come centro di formazione interna, ma come laboratorio di ricerca applicata: collabora, infatti, con esperti di fama internazionale, tra cui Valter Longo, Direttore del Longevity Institute alla University of Southern California e Fondazione Valter Longo ETS, punto di riferimento scientifico per la sana longevità, con l’obiettivo di certificare le ricette e misurarne l’impatto nutrizionale sul lungo periodo nella vita delle persone. Un approccio, questo, che trasforma il player di servizi di ristorazione in un partner attivo per il benessere. “Poniamo la massima attenzione su questi aspetti e sentiamo la responsabilità del nostro ruolo, che impatta ogni giorno sulla salute e sul benessere di migliaia di persone. Per far questo è necessario mettere al centro le attività di ricerca e sviluppo e investire in ogni fase della catena del valore”.

Alla base del successo del Gruppo è utile ribadire la scelta di perseguire il sogno imprenditoriale del suo fondatore e l’attenzione ai suoi valori, tanto che tutte le persone della Pellegrini sono formate costantemente attraverso il programma di formazione comportamentale (‘Stile Pellegrini’). Oltre alla trasmissione dei valori, l’iniziativa prevede l’approfondimento sulle soft skill (per esempio a chi opera a contatto con le persone è richiesto un adeguato comportamento, tra cui il sorriso) e sul lavoro di squadra, attraverso le testimonianze di grandi sportivi simbolo dell’Inter di Pellegrini degli Anni 80, come Beppe Bergomi, Giuseppe Baresi e Riccardo Ferri, che incarnano la continuità dei valori del Gruppo.

A proposito di sport, l’inaugurazione del centro cottura di Peschiera Borromeo avviene sotto una buona stella, visto che giusto alla vigilia della cerimonia, l’Inter ha vinto la sua decima Coppa Italia (con il 21esimo scudetto ha permesso ai nerazzurri di chiudere la stagione con il Doublete): è noto che per la famiglia Pellegrini, quello con l’Inter è un legame profondo, caratterizzato da una presidenza durata 11 anni, segnata da numerosi trionfi (su tutti quello passato alla storia come ‘lo scudetto dei record’) e da tanti campioni passati per la Milano nerazzurra. Chissà che dietro questo incrocio di destini non ci sia lo zampino proprio del Cavalier Pellegrini…

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Ondata di licenziamenti in Catalogna, trema il modello Spagna?

Anche in Spagna arriva qualche tentennamento per il mercato del lavoro, nonostante i recenti progressi, tra disoccupazione che cala e stipendi che crescono (quantomeno più che da noi). Sembra andare invece in controtendenza la Catalogna, una delle regioni più ricche della Penisola iberica: il salario medio è qui – secondo l’Istituto di Statistica della Catalogna – di 29.978 lordi euro annuali, contro la media nazionale di 28.094 euro, in riferimento al 2023.

È invece di inizio maggio 2026 fa la notizia che in Catalogna si starebbero accumulando uno dietro l’altra montagne di richieste di ERE, ovvero operazioni conosciute come Expedientes de Regulación de Empleo. Si tratta di una modalità di licenziamento collettivo ammessa a specifiche condizioni, come per esempio difficoltà economiche aziendali. E che apre la possibilità per i lavoratori di percepire in seguito un sussidio dallo Stato. Un po’ come per la nostra Cassa integrazione, con la differenza che nel caso spagnolo si tratta non di una sospensione dal lavoro ma di veri e propri licenziamenti.

Nestlé e gli altri

In Catalogna, sta succedendo con il colosso Nestlé, che ha annunciato 301 licenziamenti in tutta la Spagna, comprese le sedi di Esplugues de Llobregat e di Girona e Reus. La stessa minaccia arriva da Serra Soldadura, azienda di macchinari industriali con circa 500 dipendenti. E ancora Glovo, che sta negoziando un ERE da 143 impiegati a un anno dall’introduzione dell’obbligo di assumere con contratto i propri rider. In atto ci sarebbe insomma un boom di licenziamenti collettivi.

Secondo l’Observatori del Treball i Model Productiu gli ERE risultano nel primo trimestre 2026 in salita del 53,5%. Tra gennaio e marzo sono stati infatti 1.874,653 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E a risentirne comincia a esserne il tasso di disoccupazione che, stando ai numeri della Encuesta de Poblacion Activa sul primo trimestre dell’anno, darebbero in Catalogna il maggiore incremento in tre mesi dal 2000. Il dato si attesta infatti al 10,1%, per la prima volta dal 2023. Le persone senza lavoro nel 2026 sono 59.200 in più rispetto all’anno precedente, di cui 84mila registrate solo da inizio 2026.

Un cambiamento di tendenza

Quello a cui si sta assistendo sarebbe un cambio di paradigma. La Catalogna aveva resistito alle crisi che si erano succedute negli anni: la pandemia prima e la crisi energetica poi, perfino ai dazi. Secondo i sindacati adesso invece il comportamento delle imprese starebbe cambiando per paura di ciò che verrà, sia in termini di incertezze geopolitiche che di accelerazione digitale. Si paventano aumenti dei costi, cambiamento nei consumi e la necessità di scommettere su automazione e digitalizzazione, come riporta il quotidiano spagnolo Público.

Tradotto: si mandano a casa i dipendenti per investire su altro. In particolare l’AI. Le aziende insomma accamperebbero scuse per dare inizio a quella che appare invece come una spirale di distruzione di posti di lavoro. Alcune sigle sindacali tra cui il Ccoo (Commissions obreres Catalunya) chiedono al contrario di reagire all’imprevedibile contesto internazionale impostando un nuovo modello produttivo che generi lavoro di qualità e con alto valore aggiunto.

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HR e Produzione parlano la stessa lingua?

Per lungo tempo la competitività delle aziende manifatturiere è stata associata prevalentemente alla capacità produttiva, all’efficienza degli impianti e alla qualità del prodotto finale. Fattori che continuano a rappresentare asset fondamentali, ma che oggi non risultano più sufficienti, da soli, a garantire un vantaggio competitivo duraturo, soprattutto in uno scenario economico caratterizzato da crescente incertezza. La necessità di reagire con rapidità alle oscillazioni del mercato, sta, infatti spostando l’attenzione delle imprese verso un ulteriore elemento strategico: la capacità di gestire la forza lavoro in maniera integrata ed efficiente.

Il tema è tutt’altro che marginale. Il comparto manifatturiero continua, infatti, a costituire uno dei principali pilastri dell’economia italiana: secondo i dati di Confindustria contribuisce per circa il 15% al Prodotto interno lordo (Pil). Tuttavia, il dato più significativo riguarda la produttività. Come ha evidenziato il report di SD Worx dal titolo Workflow Outlook 2026, tra il 1995 e il 2024 il valore aggiunto per ora lavorata nel Manifatturiero è cresciuto del 26%, a fronte del 18,5% registrato nei servizi e del 9% dell’intera economia italiana.

Una dinamica – quella emersa nello studio commissionato dall’azienda specializzata in tecnologia e servizi integrati per la gestione delle risorse umane – che conferma come la competitività del settore non dipenda più esclusivamente dagli investimenti tecnologici o dalla capacità produttiva, ma anche dalla capacità di coordinare in modo efficace persone, processi e informazioni.

Nella pratica quotidiana, però, è proprio su questo piano che emergono oggi le principali criticità operative. Le funzioni HR e Produzione, pur essendo strettamente interconnesse, continuano spesso a operare attraverso strumenti differenti, basi dati separate e logiche non integrate. Questa frammentazione limita la capacità decisionale e rallenta la gestione delle criticità in un contesto già reso complesso da molteplici fattori.

La difficile gestione del costo del lavoro

Solo per citare alcune problematiche che incidono anche nel Manifatturiero: il costo del lavoro continua a pesare in misura significativa sul valore aggiunto, soprattutto nelle imprese di medie e grandi dimensioni; la gestione del personale è resa più articolata dalla diffusione di modelli organizzativi complessi, caratterizzati da turnazioni, orari variabili e sedi produttive distribuite sul territorio. A ciò si aggiunge la crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. Quest’ultimo fenomeno induce molte aziende a mantenere elevati i livelli occupazionali anche durante le fasi di rallentamento produttivo, nel timore di disperdere competenze difficilmente sostituibili. Come se non bastasse, anche il livello di digitalizzazione rimane disomogeneo in diversi comparti industriali, rallentando l’integrazione dei processi e limitando la disponibilità di dati coerenti, aggiornati e facilmente interpretabili.

In questo contesto, la direzione è chiara: superare la frammentazione tra i sistemi che governano persone, costi e processi operativi. L’adozione di un ecosistema integrato tra HR, payroll e workforce management consente di costruire una visione unica dei dati, dalla pianificazione dei turni al controllo del costo del lavoro, fino alla gestione di presenze e assenze. È l’approccio che SD Worx propone al settore manifatturiero attraverso un modello modulare e scalabile, progettato per accompagnare le imprese dal consolidamento dei processi amministrativi fino alla governance completa della forza lavoro.

Un modello che integra payroll, time management e processi HR in un unico ambiente operativo, riducendo il carico amministrativo, migliorando la qualità dei dati e offrendo a HR e management strumenti di analisi e reportistica a supporto delle decisioni. «Il manufacturing rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia italiana. Sostenerne l’evoluzione significa rafforzare la competitività del Paese. “Oggi questo richiede un nuovo approccio alla gestione del lavoro, all’altezza della complessità operativa delle imprese”, osserva Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italia.

Il rischio per le imprese che continuano a gestire HR e Produzione come compartimenti separati non è solo l’inefficienza: è la perdita progressiva di visibilità su una delle voci di costo più rilevanti del conto economico. In un settore dove i margini si costruiscono anche sulla capacità di pianificare turni, controllare gli straordinari e trattenere competenze sempre più scarse, l’integrazione tra dati HR, payroll e operations non è più un progetto IT. È una priorità industriale.

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Dal pharma… al dharma (grazie allo yoga)

Il benessere in azienda è diventato un tema sempre più presente e centrale nelle politiche organizzative. Un concetto che è andato via via ampliandosi nel corso degli anni: non si limita alla sicurezza sul lavoro, ma abbraccia lo stato di salute generale (fisico, mentale, emotivo e sociale) dei dipendenti. In estrema sintesi, il benessere organizzativo ha molto a che fare con il modo in cui le persone ‘abitano’ il proprio lavoro ogni giorno.

Molte aziende hanno investito in iniziative di wellbeing, supporto psicologico e programmi dedicati alla qualità della vita lavorativa. Meno frequente, però, è il lavoro esplicito sul corpo, spesso considerato un elemento secondario rispetto alla dimensione cognitiva o relazionale. Eppure, il lavoro passa anche da lì: dalla schiena, dalle spalle, dal collo, dalla capacità di respirare, muoversi, riconoscere tensioni e automatismi.

È da questa consapevolezza che nasce il percorso di Silvia Sebastiani, fondatrice di Vana Yoga, realtà che propone pratiche e percorsi di yoga pensate appositamente per il contesto aziendale. La sua storia professionale parte da un ambito apparentemente lontano: la laurea in Farmacia.

Integrare le esperienze in un nuovo progetto

“Lavorare nel farmaceutico significa confrontarsi con un settore ad alta regolamentazione, dove ogni passaggio comunicativo deve rispondere a requisiti precisi, nazionali e internazionali” spiega Sebastiani. Un lavoro tecnico e normativo che le ha permesso di acquisire competenze professionali di alto livello, ma che non erano sufficienti a motivarla fino in fondo. “Sentivo che dentro di me non c’era un allineamento completo, per quanto il mio lavoro fosse stimolante e fossi in realtà avviata verso posizioni di responsabilità in azienda”.

Il passaggio allo yoga, quindi, non nasce da una rottura improvvisa, ma da un riallineamento progressivo. Sebastiani racconta di aver trovato nello yoga prima una passione, poi un modo di vivere, infine uno strumento professionale. Dopo il percorso per diventare insegnante, ha approfondito anche la yoga terapia, arrivando a costruire un metodo che integra pratica corporea, consapevolezza, scienze contemplative e letteratura scientifica.

Il corpo assume la forma del lavoro

Nel lavoro d’ufficio, molte tensioni diventano invisibili perché entrano a far parte di una routine inconsapevole: spalle chiuse, schiena rigida, respiro corto, mandibola contratta, sedentarietà prolungata. Spesso le persone iniziano a percepirlo solo quando il disagio diventa dolore vero e proprio. Secondo l’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (Eu-Osha), i disturbi muscoloscheletrici sono uno dei disturbi più comuni legati al lavoro. In Europa colpiscono milioni di lavoratori e costano miliardi di euro ai datori di lavoro. Affrontare e prevenire i disturbi muscoloscheletrici non solo contribuisce a migliorare la vita dei lavoratori, ma è anche una scelta molto sensata per le imprese. Per esempio, Eu-Osha raccomanda di non superare il 50% del tempo lavorativo seduti, alzandosi ogni 20-30 minuti.

Sebastiani osserva tutte queste dinamiche nei gruppi di lavoratori che segue: il corpo tende a adattarsi al lavoro che svolge. Per questo, prima ancora di proporre lo yoga come attività di movimento, il suo obiettivo è di lavorare sulla presenza corporea: riconoscere come si sta seduti, come si respira, quali tensioni si accumulano durante la giornata.

“Mi piace parlare del ‘coraggio di fermarsi’, perché fermarsi è diventato qualcosa di profondamente controintuitivo, non solo in ambito lavorativo. Tutto diventa una corsa continua. Eppure, i benefici che si ricevono dal fermarsi sono enormi. Lo yoga offre proprio questa possibilità: interrompere l’automatismo, fare spazio, rimettere in ordine priorità e pensieri”, spiega Sebastiani.

Il benessere fisico diventa benessere organizzativo

Per le imprese, l’interesse verso questi percorsi non riguarda solo il beneficio individuale del lavoratore. Quando le persone stanno meglio, anche il clima interno può risentirne positivamente. Una maggiore consapevolezza corporea e mentale può contribuire a relazioni meno conflittuali, a una presenza più lucida e a una migliore percezione dell’attenzione ricevuta da parte dell’organizzazione.

In questo senso, lo yoga può inserirsi nelle politiche di wellbeing e retention come strumento di attenzione concreta verso le persone. Non sostituisce altri interventi di benessere organizzativo, ma introduce la cura del corpo come asset nella quotidianità lavorativa.

“Le classi aziendali permettono alle persone di condividere un’esperienza che non implica competizione o performance. Non la ‘solita’ sfida sportiva – spesso un’attività una tantum pensata per forzare il coinvolgimento – ma un momento di ascolto guidato che può diventare parte della quotidianità dei lavoratori”, prosegue Sebastiani.

Una pratica accessibile a tutti

Uno degli aspetti più rilevanti dell’iniziativa di Sebastiani è l’accessibilità. Portare lo yoga in azienda significa intercettare anche persone che non si iscriverebbero mai spontaneamente a un corso, perché sedentarie, poco interessate al movimento o lontane dall’immaginario tradizionale della disciplina.

La pratica proposta parte da esercizi semplici: si lavora sulla sedia, in piedi, con movimenti piccoli, ma mirati. Non è importante eseguire una posizione ‘difficile’, ma imparare a sentire il corpo in modo diverso. Anche per questo il percorso è adatto a una platea eterogenea, con livelli diversi di mobilità, età e familiarità con lo yoga.

Il corpo, in questo approccio, è parte integrante di ciò che ogni persona porta con sé al lavoro ogni giorno, al pari delle competenze. Prendersene cura significa recuperare uno spazio di abilità personale che può avere ripercussioni positive sia sulle performance individuali sia sul clima interno all’organizzazione di appartenenza.

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È molto peggio di quello che dice il Wall Street Journal

In un articolo del 30 aprile 2026, il prestigioso quotidiano statunitense Wall Street Journal ha titolato Cosa succederà quando gli europei scopriranno quanto sono poveri? E possiamo aggiungere: cosa succederà quando scopriremo che noi italiani siamo ancora più poveri? In realtà, ci nascondiamo dietro un dito, perché ben sappiamo che il nostro Prodotto Interno Lordo per abitante (Pil pro capite) è l’unico in Europa a non crescere dall’anno 2000.

Eppure, quando si parla di povertà crescente, lo si fa addebitandone la causa alle disuguaglianze interne di reddito, come se il problema fosse di redistribuire quel poco che c’è, e non la quantità di torta a disposizione, che si sta rimpicciolendo inesorabilmente e continuamente da decenni.

Se è vero che riducendo le disuguaglianze potrebbe ridursi il numero di famiglie al di sotto del livello di povertà (e questo è un problema di natura politica), tale riduzione non avrebbe alcun effetto sul Pil pro capite nazionale, che è l’unico indicatore che ci può dire quanto siamo ricchi o poveri rispetto agli altri Paesi (ma anche in assoluto).

Il trucco del costo della vita

Nel confronto internazionale, se aggiustiamo il Pil pro capite italiano in base al costo della vita, i numeri appaiono certamente meno penalizzanti. Ma questo dato va letto con cautela: dire che in un Paese il costo della vita è più basso non significa automaticamente che quel Paese sia ricco. È un po’ come osservare che in Nigeria, con 1.000 euro al mese, si può vivere molto meglio che altrove: può essere vero, ma non cambia il fatto che il Pil pro capite resti basso e che l’economia nel suo complesso sia povera.

Il punto, quindi, non è solo quanto costa vivere in Italia, ma quanto valore reale producono e acquistano i redditi italiani nel confronto globale. La perdita di potere d’acquisto emerge con evidenza quando si guarda al confronto con gli Stati Uniti: con uno stipendio italiano medio, oggi si riesce ad acquistare meno della metà dei beni che si sarebbero potuti acquistare nel 1990.

L’acqua della Pil-sorgente non basta più

Immaginiamo il Pil come una fonte che fornisce una determinata portata d’acqua. Tale portata, in Italia, dal 2000 a oggi non è affatto aumentata (in realtà è anche diminuita). Il problema è che la nostra economia avrebbe ora una necessità di Pil maggiore. Necessità che è aumentata via via nel tempo, con l’accelerazione dell’economia e dei bisogni dei suoi abitanti. Come abbiamo rimediato fino a oggi?

Integrando la portata naturale della fonte con cisterne d’acqua integrative acquistate all’estero (ovvero ricorrendo al debito per sostenere un livello di spesa che il Pil prodotto non era più sufficiente a coprire.).  Altri paesi hanno trovato nuove sorgenti (innovazione, industria), noi no. Risultato? Salari fermi, potere d’acquisto in picchiata. E intanto, si discute di come dividere l’acqua… che non c’è più. Di fatto, stiamo discutendo su come dividere gli ulteriori debiti che stiamo facendo.

Il 30% del nostro Pil è alimentato da acquisti fatti all’estero. Con prezzi internazionali in continuo aumento, il nostro potere d’acquisto estero si è di fatto dimezzato nel giro di 30 anni. E quando andiamo all’estero, il confronto dei prezzi è per noi brutale. Ma anche in Italia.

Ad esempio, non è vero che il prezzo dei ristoranti o degli hotel è aumentato del 60% negli ultimi 30 anni. Considerando che la naturale inflazione europea è del 2% all’anno, e che negli altri Paesi i salari sono cresciuti del 2% all’anno, per gli stranieri che vengono in Italia non è cambiato niente: hanno lo stesso potere di acquisto che avevano prima. Per gli statunitensi, siamo diventati addirittura un Paese con un costo della vita molto basso.

Soluzione? Non solo redistribuire, ma creare ricchezza

Le disuguaglianze si affrontano con politiche sociali. Ma se il Pil non cresce, è come spartire un piatto sempre più vuoto. Serve sviluppo, innovazione, investimenti. Altrimenti, resteremo a litigare su come dividere il nulla. Che sia davvero il momento di svegliarsi e trovare nuove sorgenti di reddito (cioè di Pil)?

Dagli anni Duemila, la Francia è riuscita ad aumentare la ‘portata dell’acqua’ attivando nuove sorgenti (come lo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto) per sostituire la riduzione della ‘portata d’acqua’ dei prodotti industriali (contributo che in Francia si è dimezzato negli ultimi 20 anni, passando dal 18% del Pil al 9%).

La Germania, invece, è riuscita a far calare meno la ‘sorgente’ dei prodotti industriali e ha trovato quanto basta di nuove sorgenti di servizi per aumentare comunque il Pil (ma ne ha attivate in modo insufficiente per il nuovo contesto globale, e ora ha rallentato). Sicuramente diverso il discorso per Paesi nordeuropei come la Svezia, che sono riusciti a trovare velocemente nuove sorgenti di servizi a valore nel digitale, aumentando il Pil del 60% dal 2000 a oggi (contro il nostro insignificante 2%).  

Se in Italia si continua così, vorrà dire che quando non troveremo più ‘cisterne d’acqua all’estero’ (cioè quando il nostro enorme debito non potrà più essere ulteriormente aumentato), ci scanneremo per un bicchiere d’acqua (e allora sì che il problema sarà quello di dare equamente una goccia ad ognuno).

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