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AI(uto), chi decide?

Nelle sale riunioni delle aziende manifatturiere italiane si sta consumando una trasformazione silenziosa. Non è una rivoluzione fragorosa, annunciata da proclami e conferenze stampa: è qualcosa di più sottile e più profondo. Il modo in cui si decide sta cambiando. I dati stanno prendendo il posto dell’intuizione, con gli algoritmi che lavorano fianco a fianco con i manager. I sistemi di Intelligenza Artificiale Generativa (AI Gen) producono report, simulano scenari, tracciano previsioni. E qualcuno comincia a fidarsi un po’ troppo di ciò che la macchina suggerisce.

Quali sono i vantaggi reali, i rischi nascosti, e il confine tra il supporto algoritmico e la responsabilità umana alla luce delle tecnologie di AI? Attraverso le voci di questa frontiera la attraversa ogni giorno – ricercatori, manager, imprenditori e sviluppatori di software industriale – la nostra inchiesta prova a dare risposte agli interrogativi. Non ci sono però posizioni univoche. Ma c’è una certezza che emerge da ogni conversazione: decidere è ancora un atto di coraggio umano. La vera questione è per quanto tempo ancora potremo ragionarci sopra, prima che gli esseri umani non abbiano più voce in capitolo. Ma questa sarebbe un’altra storia…

AI Gen e pianificazione industriale: dai dati all’azione

Per capire dove si annida davvero la decisione, conviene partire dal luogo in cui questa trasformazione è già realtà concreta: la pianificazione industriale. È qui, nel passaggio dai dati all’azione, che la domanda di fondo – chi decide? – smette di essere una questione filosofica e diventa pratica quotidiana. L’automazione industriale è da sempre un terreno di trasformazione continua. Ma l’ingresso dell’AI Gen nei sistemi ERP, nei software di pianificazione e negli strumenti di Supply chain management segna qualcosa di qualitativamente diverso rispetto a quanto visto in precedenza. Non si tratta più solo di automatizzare i compiti ripetitivi: si tratta di assistere – e in alcuni casi di sostituire – il ragionamento umano nella fase più delicata del ciclo produttivo, che poi è quella in cui si decide.

Dal punto di vista di chi produce software industriale, il quadro è quello di una tecnologia ad alto potenziale ma ancora in fase di maturazione. Giorgio Mini, Vicepresidente e Responsabile della Business Unit ERP di Zucchetti, uno dei principali player italiani del settore, descrive con pragmatismo lo stato dell’arte: “L’utilizzo dell’AI Gen all’interno dei prodotti ERP è un processo in corso; è un grande cantiere dove abbiamo intravisto grandi possibilità: piani produttivi più stabili, previsioni più affidabili, decisioni più tempestive. L’AI ci dà un boost notevole: mette a disposizione dati più freschi e rielaborati, pronti per prendere decisioni. Decisioni che, però, stanno comunque in capo all’essere umano”. Il modello che emerge dalla visione di Zucchetti è dunque quello di un ciclo virtuoso in quattro fasi: raccolta, elaborazione, proposizione e – sempre e comunque – decisione in capo all’essere umano.

Interviene: Giorgio Mini, Vicepresidente e Responsabile della Business Unit ERP di Zucchetti

L’approccio sull’essere umano che decide riflette anche la visione di Filippo Torriani, Senior Product Manager di sedApta, parte di Elisa Industriq, software house specializzata in soluzioni di Supply chain management e pianificazione integrata: “La svolta avviene quando le aziende collegano i layer decisionali, cioè le decisioni strategiche sono informate in modo continuo dai segnali operativi a breve termine e viceversa. Lavoriamo esattamente su questo collegamento verticale, dal S&OP fino al dettaglio produttivo, perché è lì che si sfrutta il valore strategico dell’AI, non tanto nella singola decisione, ma nella coerenza tra decisioni che riguardano orizzonti temporali diversi”.

Filippo Torriani, Senior Product Manager di sedApta, parte di Elisa Industriq

Nella pianificazione industriale, i benefici dell’AI sono oggi misurabili su più fronti: dalla simulazione di scenari produttivi all’ottimizzazione della Supply chain, dalla manutenzione predittiva all’analisi dei Kpi. La velocità con cui i dati sono elaborati e trasformati in informazioni azionabili rappresenta, secondo tutti gli interlocutori, il vantaggio più immediato e concreto.

I benefici misurabili dell’AI nella pianificazione industriale

Se l’AI impara da un mondo che non esiste più

Per comprendere i modelli di AI è bene sapere che questi ultimi sono addestrati attraverso dati storici. Ed è proprio qui che si annida uno dei rischi più insidiosi dell’adozione dell’AI nei processi decisionali industriali: il rischio di bias, ovvero le distorsioni strutturali che i sistemi non solo ereditano dai dati, ma che addirittura amplificano. I mercati evolvono, la struttura organizzativa si trasforma; eppure, i modelli continuano a imparare da fotografie di un passato che non esiste più.

Alessandro De Biasio, CEO di Cefriel, centro d’innovazione digitale del Politecnico di Milano, inquadra il problema con precisione: “I dati storici fotografano ciò che l’azienda è stata. Contengono conoscenza preziosa, ma inglobano anche errori, eventi del passato non ripetibili, dati di processi o prodotti che nel frattempo sono cambiati. I mercati evolvono, la struttura organizzativa si trasforma; se prendiamo i dati storici così come sono, esiste il rischio di leggere in modo distorto la realtà presente”.

Alessandro De Biasio, CEO di Cefriel

La questione è tecnica, ma ha radici profonde nella statistica di base. Luca Mari, docente presso Liuc – Università Cattaneo e membro della faculty ESTE – Scuola d’Impresa, è impegnato da tempo nello studio dei processi di misura e di conoscenza dell’AI: con gli studenti usa un esempio che ha il dono dell’immediatezza. “Se volessimo stimare l’altezza media degli italiani e andassimo a raccogliere dati fuori da una palestra di basket, non dovremmo stupirci di trovare risposte sbagliate. Se il training set è distorto, il sistema impara da quella distorsione. Vale per le reti neurali, come vale per noi esseri umani: se impariamo l’italiano e poi ci aspettassimo di capire chi parla inglese, qualcosa andrà storto”, è la tesi del docente.

Interviene Luca Mari, docente presso Liuc – Università Cattaneo e membro della faculty ESTE – Scuola d’Impresa

Nelle aziende manifatturiere, la questione sollevata da Mari si traduce in problemi molto concreti: dati di domanda ‘sporcati’ da stockout passati, lead time registrati in condizioni eccezionali, stagionalità distorta da eventi irripetibili. Torriani descrive così il modo con il quale sedApta – parte di Elisa Industriq affronta il tema: “Nella Supply chain i bias storici sono spesso presenti. Il nostro approccio si basa su due principi: l’analisi sistematica per identificare outlier e distorsioni nei dati; la presentazione di scenari alternativi. Le nostre soluzioni non forniscono un output singolo come risposta definitiva, ma comparazioni tra scenari differenti, perché è nel confronto che emergono i presupposti nascosti e i punti di fragilità di un piano”.

De Biasio sintetizza il framework teorico che applica nei propri progetti: il ciclo di vita del dato, dalla materia grezza all’informazione azionabile: “Si parte dai dati grezzi. Solo dopo essere stati ripuliti, ordinati e validati, diventano informazione strutturata. Quando questa è collocata nel contesto del business, diventa conoscenza. Applicando capacità analitiche, questa conoscenza diventa predittiva o prescrittiva. Infine, quando tutto questo è messo nelle mani di esperti di dominio, diventano dati actionable: capacità di decidere meglio, più in fretta, con maggiore consapevolezza. La vera differenza la fa la capacità di far collaborare chi conosce il business e chi sa come lavorare con i dati”.

I rischi dell’AI nei processi decisionali

Sycophancy, overconfidence e il rischio del manager che si fida troppo

A proposito di bias, c’è un fenomeno meno noto, ma ugualmente insidioso, che i ricercatori chiamano sycophancy (alla lettera: “adulazione servile”). È la tendenza dei modelli linguistici ad allinearsi al tono e alle aspettative di chi formula le domande, restituendo risposte che confermano ciò che l’interlocutore sembra voler sentire. Per un manager che usa l’AI per supportare decisioni già prese, il rischio è di costruire una cassa di risonanza digitale piuttosto che uno strumento di analisi critica.

Alfonso Fuggetta, Professore Ordinario di Informatica al Politecnico di Milano, mette in guardia proprio da questo aspetto, e lo fa con parole nette: “È un rischio gravissimo, anche perché i modelli sono addestrati a riflettere, in qualche modo, il pensiero e il tono di chi formula domande e prompt. È ciò che si chiama sycophancy o, in italiano discorsivo, adulazione servile. C’è un rischio di bias di conferma molto elevato. Inoltre, il tema delle allucinazioni non è affatto stato eliminato. Quindi serve una grande maturità e consapevolezza nell’uso dei risultati generati dall’AI generativa”.

Per il docente del Politecnico, riconoscere il rischio è solo il punto di partenza. Usare l’AI generativa in modo responsabile richiede un profilo manageriale preciso, che Fuggetta scompone in tre caratteristiche complementari: “Un manager che voglia usare questi strumenti in modo responsabile deve possedere diverse caratteristiche. In primo luogo, essere consapevole dei rischi di cui parlavo. In secondo luogo, deve essere capace di confrontare ciò che l’AI produce con le proprie conoscenze, sapendo valutare con grande attenzione la qualità e l’affidabilità delle fonti utilizzate per generare una risposta. In terzo luogo, deve imparare a formulare domande e richieste nel modo più neutro possibile, per evitare i problemi di sycophancy”.

Il punto è cruciale: la qualità della risposta dipende dalla qualità — e dalla neutralità — della domanda. Un prompt che incorpora già la conclusione desiderata otterrà, con ogni probabilità, una conferma. È il rovescio speculare della competenza critica che Fuggetta colloca al centro del lavoro manageriale: non basta interrogare la macchina, occorre saperlo fare con disciplina e saper soppesare ciò che restituisce.

A tutto questo si aggiunge un secondo rischio, che Mirko Menecali, Responsabile Service Line BI e EPM di Sinfo One, definisce in modo originale, spostando il quadro concettuale dalle ‘allucinazioni’ alla governance: “Quando un LLM produce informazioni false, non sta ‘allucinando’ come un umano che vede cose inesistenti; sta facendo esattamente ciò per cui è stato progettato, cioè generare la sequenza di parole più plausibile e non la più vera. Le allucinazioni non sono bug accidentali, sono caratteristiche intrinseche dell’architettura. Questo sposta radicalmente la responsabilità che ricade su chi usa questi strumenti senza predisporre adeguati meccanismi di verifica”.

Nel contesto aziendale, l’impatto di questo problema è amplificato dalla difficoltà di riconoscerlo. Un report finanziario ‘plausibile, ma sbagliato’ può superare indisturbato i controlli interni, proprio perché la sua forma è impeccabile. Mari identifica un cambio di paradigma rispetto ai sistemi digitali tradizionali: “Non conosco una persona che, usando una calcolatrice o Excel, rifaccia due volte lo stesso conto. Abbiamo sviluppato in decenni un’attitudine per cui se faccio una domanda a un sistema digitale quello che ottengo è corretto. Il cambio di paradigma con l’AI è che questi sistemi, avendo un comportamento che deriva non da programmazione ma da addestramento, commettono errori. Dall’altra parte non c’è una calcolatrice: c’è un sistema che cerca di capire cosa stiamo chiedendo. E a volte non capisce bene”.

Se il singolo manager deve attrezzarsi sul piano delle competenze, resta aperta una domanda di livello superiore: chi, dentro l’organizzazione, è responsabile della qualità dei dati su cui questi sistemi vengono addestrati e interrogati? Per Fuggetta la questione rimanda a un tema più ampio e per molti versi irrisolto, quello del ruolo del CIO nella trasformazione digitale dell’impresa: “Il CIO non può più essere semplicemente colui che compra prodotti e servizi IT su richiesta e li fa funzionare. Il CIO deve diventare un attore centrale nelle strategie e nella governance aziendali. È un tema di cui si parla da anni, ma che non è mai davvero decollato, o quantomeno non in modo diffuso come dovrebbe”.

La responsabilità, osserva il docente, è doppia: “È colpa sia dei CEO e dei COO che ancora vedono l’IT come una commodity, con tutte le conseguenze del caso, sia dei manager IT che non hanno compiuto quel salto qualitativo per diventare un partner credibile nello sviluppo e nella governance della strategia aziendale”. L’AI, in questo quadro, non è un’eccezione ma un acceleratore: “L’AI deve divenire parte di questo scenario, con una governance della funzione IT solida, in allineamento con le diverse direzioni di business e con i CXO”. In altre parole, per Fuggetta la qualità del dato non è un problema tecnico da delegare verso il basso, ma una posta in gioco strategica che chiama in causa il vertice dell’azienda.

È su questo crinale che si innesta la proposta di Menecali, che sposta l’accento dalle competenze individuali alle policy aziendali strutturate: quali output richiedono verifica obbligatoria? Quali decisioni l’agente può prendere in autonomia? La tesi del manager di Sinfo One è netta: un’azienda con policy chiare e competenze medie sarà sempre più protetta di un’impresa senza regole, ma con il miglior data scientist sul mercato.

Interviene: Mirko Menecali, Responsabile Service Line BI e EPM di Sinfo One

Dove inizia la responsabilità umana

La domanda che attraversa ogni conversazione sull’AI applicata ai processi decisionali è sempre la stessa: fino a dove si può delegare? La risposta, come emerge dalle voci che abbiamo raccolto, non è tecnica: è etica, organizzativa, e profondamente umana. Fuggetta è il primo a riconoscere che il confine è mobile: “È ancora presto per definire confini netti”. Ma proprio per questo propone un criterio guida che ricorda più la filosofia che l’informatica: il discriminante non è il contenuto della decisione, bensì la disponibilità ad assumersi la responsabilità delle sue conseguenze. “La chiave di lettura risiede nell’usare come criterio guida quello della responsabilità: sono disposto ad accettare la responsabilità derivante dalle scelte fatte insieme con gli strumenti di AI? L’impatto delle scelte non sarà mai imputato alla tecnologia, né a chi la produce: sarà sempre il manager che dovrà risponderne, nel bene e nel male”.

A sostegno di questa tesi, il docente recupera un riferimento che colloca la questione su un piano apertamente etico. “Sto riscoprendo un saggio letto alcuni anni fa, Managing in the Gray di Joseph Badaracco”, racconta. “Discute cinque criteri per prendere una buona decisione in situazioni complesse, nelle quali non è facile caratterizzare tutto come bianco o nero: da qui il riferimento al grigio”. È in quelle zone grigie, sostiene Fuggetta, che si misura la qualità della leadership. E cita il passaggio che apre il saggio, nella sua traduzione dall’inglese: “Quando si affrontano decisioni davvero difficili, non c’è modo di sfuggire alla responsabilità personale di scegliere, impegnarsi, agire e convivere con le conseguenze”. È un criterio — quello della responsabilità non delegabile — che finisce per funzionare da bussola anche per le altre voci raccolte in questo approfondimento.

Alfonso FuggettaProfessore al Politecnico di Milano, ex CEO Cefriel

De Biasio traduce quel principio in una distinzione operativa basata sulla natura delle decisioni: “Tutto ciò che è ripetitivo, standardizzabile e totalmente misurabile può essere delegato in modo efficace a un sistema di AI. Tutto ciò che implica responsabilità, valori e che definisce la direzione futura di un’azienda deve invece rimanere in controllo delle persone. Anche quando si delegano parti del processo decisionale, la supervisione umana non può mai venire meno: bisogna progettare sistemi che rendano osservabile il comportamento dell’AI”.

Torriani articola uno schema a tre livelli di autonomia differenziata: le decisioni operative routinarie (potenzialmente delegabili all’AI); le decisioni tattiche (AI come acceleratore, ma con supervisione umana importante); le decisioni strategiche (AI come simulatore di scenari, giudizio finale sempre e comunque umano). È un ragionamento che fotografa bene la realtà operativa delle fabbriche italiane più avanzate. Menecali introduce infine un concetto che merita particolare attenzione: il rischio di path dependency. Come spiega il manager di Sinfo One, le decisioni operative automatizzate, anche quando ciascuna appare innocua, possono creare dipendenze che vincolano le scelte strategiche future. È per questo, sottolinea, che le dashboard devono mostrare le traiettorie, non solo le fotografie: la direzione conta quanto la posizione

I tre gradi di delega all’AI: Operativo, Tattico e Strategico

C’è un vantaggio (nascosto) per le PMI

Se nelle grandi aziende l’adozione dell’AI nei processi decisionali è ancora frammentata, nelle PMI il quadro è ancora più variegato: cultura del dato spesso assente, infrastrutture digitali carenti, competenze rare. Eppure, le imprese con dimensioni più limitate hanno un potenziale vantaggio inatteso. Fuggetta invita però alla prudenza, partendo da una fotografia d’insieme che definisce in movimento ma profondamente disomogenea: “La situazione è molto dinamica e, per certi versi, caotica. È caratterizzata al tempo stesso da interesse, paura, prudenza ed entusiasmo. AI e AI generativa sono tecnologie dalle caratteristiche così dirompenti da non poter non incidere sui pensieri e sui comportamenti delle persone: molti ne sono spaventati, altri entusiasti. È fisiologico”.

I dati, ricorda il docente, raccontano un’adozione in crescita ma a velocità diverse, e su questo punto Fuggetta non nasconde una convinzione di lungo corso: “I dati Istat confermano un’adozione in aumento. Le PMI fanno più fatica, com’è per molti versi ovvio. Ciò riflette ciò che credo da sempre: che ‘piccolo’ non sia bello. Per adottare tecnologie così complesse servono competenze, risorse e capacità organizzative spesso difficili da sviluppare nelle aziende troppo piccole o poco strutturate”.

È una posizione che funziona da contrappunto critico rispetto all’ottimismo di chi vede nelle PMI un terreno privilegiato. Perché — ed è qui il paradosso che anima il dibattito — proprio le imprese che Fuggetta giudica più fragili sul piano delle risorse potrebbero rivelarsi, secondo altri interlocutori, le più agili nell’adozione. De Biasio individua, infatti, un paradosso positivo: “Le PMI italiane hanno un punto di forza straordinario: competenze molto profonde, spesso concentrate in pochissime persone. Queste figure chiave rappresentano un patrimonio prezioso, ma anche una vulnerabilità. L’AI può fare una grande differenza, perché permette di amplificare e rendere scalabili queste competenze; le rende disponibili lungo tutta la catena del valore, trasformando il sapere individuale in un asset dell’intera impresa”, dice il CEO di Cefriel.

Anche Menecali, la cui attività lavorativa avviene proprio a stretto contatto con le PMI della Manifattura, contraddice l’assunto comune per cui la maturità digitale sia un prerequisito indispensabile: “La premessa è sbagliata; il predominio cognitivo non è più complesso e costoso, è più semplice e sostenibile. Il paradosso è che le PMI sono spesso più adatte delle grandi aziende a questo approccio, perché hanno meno burocrazia, decisori più vicini all’operatività e possono muoversi velocemente. Il predominio cognitivo non richiede maturità digitale avanzata, bensì richiede chiarezza su chi decide che cosa”.

Quando l’AI cancella i giovani dall’apprendistato del sapere

C’è un rischio che nessuno — di solito — nomina mai. Non riguarda i bias nei dati né le allucinazioni dei modelli linguistici. Riguarda qualcosa di più lento, più silenzioso e, alla lunga, potenzialmente devastante per le organizzazioni: il mancato passaggio generazionale delle competenze. Mari lo propone come una domanda che non ha ancora una risposta e che per questo risulta ancora più inquietante: “Nel momento in cui il senior non ha più bisogno di chiedere le cose da fare a un essere umano più giovane, ma le fa fare a una macchina, questo passaggio di competenze come si realizza? I giovani come imparano?”. Secondo il docente, uno dei contesti più a rischio è la consulenza: “È un settore che ha molto dell’artigianale, si impara facendola, si impara con il senior che fa vedere come si fa. Se il senior non insegna più perché lavora con i chatbot, che succede ai junior?”.

Una parte della risposta, suggerisce Fuggetta, spetta alle istituzioni formative, chiamate a presidiare più fronti contemporaneamente. Interrogato sul compito del Politecnico di Milano di fronte a una tecnologia che evolve più in fretta di quanto le istituzioni riescano a seguire, il docente non sceglie tra formare i tecnici che progettano questi sistemi, i manager che li utilizzano e chi contribuisce a definire le regole del gioco: “Tutte e tre le cose. Non è superbia, ma una valutazione oggettiva che deriva dalle competenze e dalle strutture che l’ateneo è in grado di mettere a disposizione”.

E ricostruisce una storia lunga: “Il dipartimento a cui appartengo, il Deib, si occupa di tecnologie ICT e ha un gruppo molto competente dedicato all’AI, nato già negli anni Sessanta e Settanta grazie al lavoro pionieristico del compianto professor Marco Somalvico. Oggi conta decine di colleghi che studiano queste tematiche e le loro ramificazioni applicative. Il Dipartimento di Ingegneria Gestionale aiuta i manager a comprendere come utilizzare queste tecnologie e a valutarne l’impatto sulla vita delle imprese. Altri colleghi, in altri dipartimenti, studiano la relazione tra l’AI e i principali settori scientifico-disciplinari del nostro ateneo, e il contesto sociale in cui operiamo. È la ricchezza della cultura politecnica”. È una risposta che ricongiunge i due fili: formare chi costruisce i sistemi e, insieme, chi dovrà usarli con discernimento. Perché il passaggio generazionale delle competenze — il timore sollevato da Mari — non si gioca soltanto dentro le aziende, ma anche nei luoghi in cui quelle competenze nascono.

Il tema si interseca con quello della qualità del giudizio manageriale nel tempo. De Biasio identifica un doppio livello di risposta: da un lato la formazione critica che permette di non trasformare i manager in tecnologi, ma di metterli in condizione di interpretare le raccomandazioni dell’AI; dall’altro la progettazione responsabile dei sistemi, con guardrail incorporati e piena sovranità dell’azienda sui dati e sui modelli. Mari aggiunge una nota che merita la riflessione: la competenza non è più necessariamente di realizzazione, ma di comprensione. Anche se non fai più le cose da solo, devi poter valutare ciò che qualcuno o qualcosa ha prodotto. Essere responsabile in modo consapevole richiede di non svuotarsi di conoscenza, anche mentre si delega.

Il futuro dell’AI nei processi decisionali

La domanda sul futuro dell’AI nei processi decisionali è, nella sua essenza, una domanda sul futuro del lavoro manageriale. Sarà l’AI un co-pilota che prende il comando oppure è lecito immaginarla come uno strumento sofisticato che rimane nelle mani del pilota umano? Le aziende di software industriale convergono su una visione comune, anche se con sfumature diverse. Torriani la esprime con chiarezza: “Il vero co-pilota non è un sistema che decide al posto delle persone: è un sistema che permette alle persone di decidere meglio, più velocemente e con più consapevolezza dei trade off. È questo che abbiamo costruito nella nostra proposizione commerciale”.

Mini sottolinea il valore dell’AI su ciò che è oggettivamente misurabile, e la necessità che la componente soggettiva, fatta di volontà aziendale, istinto imprenditoriale e variabili non codificabili, rimanga saldamente umana: “Ci sono molte variabili soggettive, sia nel mondo delle M&A sia degli investimenti industriali, che integrano le variabili oggettive che l’AI può aiutare a elaborare. Il cambio generazionale all’interno di un’azienda concorrente può essere un’opportunità di investimento: queste sono informazioni non scientificamente rilevabili dai dati. L’AI è importantissima perché ci dà la vita, ci dà la pancia. Ma i dati sono la fotografia del passato”.

De Biasio aggiunge un criterio di misura per valutare se un progetto di AI stia davvero migliorando la qualità delle decisioni, e non solo la velocità di produzione: “Attraverso survey strutturate, valutiamo se l’uso dell’AI ha aumentato la comprensione profonda del problema e la consapevolezza dei trade off. Se un manager si sente più sicuro e meno sovraccarico cognitivamente nel prendere una decisione complessa, allora l’AI ha smesso di essere un semplice software ed è diventata un vero moltiplicatore di valore per l’intera organizzazione”.

Menecali offre, invece, una sintesi più provocatoria, con un richiamo che suona come un monito per l’intero sistema manageriale italiano. La governance dell’AI, sostiene il manager, non è altro che il punto di arrivo naturale di qualcosa che le aziende avrebbero dovuto fare da tempo: diventare organizzazioni data driven (con o senza AI): “L’AI Act europeo chiede una cosa molto semplice: governance dei processi e costruzione di aziende data driven. Quante aziende manifatturiere italiane oggi lo sono realmente? Non molte. La maggioranza gestisce ancora budget su Excel, ha dati dispersi in molteplici sistemi che non si parlano, prende decisioni strategiche basandosi su intuito ed esperienza più che su evidenze strutturate. Il predominio cognitivo è esattamente questo: rifiutarsi di delegare la responsabilità insieme con la decisione”.

L’AI generativa non sta per sostituire i manager. Li sta mettendo davanti a uno specchio. Mostra ciò che le aziende fanno bene e ciò che non hanno mai fatto: strutturare i dati, documentare le decisioni, distribuire le competenze, costruire una cultura dell’evidenza. Il vero cambiamento che l’AI chiede non è tecnologico. È culturale. La responsabilità, come ripetono con voce unanime tutti gli interlocutori coinvolti in questo approfondimento, non si delega né a un algoritmo né a una rete neurale né al migliore modello linguistico disponibile sul mercato. E forse è proprio questo il contributo più prezioso che l’AI sta offrendo al management: ricordare che decidere è ancora e sempre un atto di… coraggio umano.

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Ma quanto durano le vacanze italiane?

Sono troppe le ferie estive? Lo aveva detto chiaro e tondo Sergio Marchionne, ex CEO della Fiat, mancato a 66 anni nel 2018: “Ma in ferie da cosa?”. L’occasione era stata un discorso all’università milanese Bocconi, nel 2004, quando aveva raccontato di come in un agosto di qualche tempo prima avesse trovato gli uffici dell’azienda deserti, nonostante la Fiat perdesse cinque milioni al giorno. Il provincialismo italiano, lo coniò lui. Fatto sta che in Italia il mese di agosto resta tra gli intoccabili. Ma a ben vedere, allargando il discorso, a durare molto – per alcuni troppo – sono le vacanze estive scolastiche. Le più lunghe del resto d’Europa. Che influenzano a loro volta (o forse il contrario) le ferie dei lavoratori.  

A fare il confronto tra Italia e Paesi europei è stata la Commissione europea in un post su Facebook pubblicato il 20 luglio 2026. Che ha suscitato più di una polemica. “Gli studenti italiani sono quelli che hanno le vacanze estive più lunghe nell’UE, circa 14 settimane lontani dai banchi”, si legge. “Al contrario, in Danimarca la pausa estiva dura molto meno, con circa 6 settimane di vacanza”. Lo stesso di Germania e Paesi Bassi. La Spagna ne ha 11 di fila, il Portogallo 10 come l’Irlanda e la Finlandia, la Francia 8. E poi la domanda: “Se potessi scegliere, preferiresti il “modello italiano” (un lungo stop estivo) o quello nordico (vacanze più brevi ma distribuite meglio durante l’anno)?”. 

In realtà facciamo meno vacanze degli altri

Il punto forse non è tanto quanti giorni si lavora – o si va a scuola – e quanti invece si resta “off”. Perché il confronto tra giorni liberi e lavorativi non sembra essere a vantaggio dell’Italia che conta peraltro anche una somma di giorni festivi all’anno più bassa di altri: 12, contro la Spagna che ne ha invece 14. E ha anche pochi giorni di ferie retribuiti, all’incirca 20, se confrontati con il resto della UE. Austria, Francia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca ne hanno infatti 25

Quanto ai giorni di presenza scolastica, in Italia se ne contano circa 200: un primato che il nostro Paese possiede insieme al Lussemburgo. Il nodo va spostato altrove, dunque. Ed è nella concentrazione di settimane di vacanza in un solo blocco che va da giugno a settembre. “Francia e Belgio francofono sono tra i Paesi con più giorni di sospensione delle lezioni” fa notare sotto il post l’utente Antonello Rapuano. “L’Italia si colloca nella fascia medio-bassa: gli studenti hanno meno giorni di vacanza rispetto a molti altri Paesi europei. La Germania risulta tra i sistemi con meno giorni complessivi di sospensione, ma distribuiti in numerose pause durante l’anno”.

La questione climatica 

Superare il “provincialismo italiano” con vacanze scolastiche e ferie lavorative tutte concentrate in tre mesi sarebbe in realtà fattibile. Ma solo agendo attraverso interventi che riducano il livello di surriscaldamento degli spazi scolastici, già a partire dalla tarda primavera. “Prima di copiare i loro calendari, bisognerebbe copiare anche le loro scuole: edifici moderni, ben coibentati e climatizzati, adatti a lavorare anche d’estate” è il commento di un altro utente, Marcello Mazzella, in riferimento ai Paesi nordici.

“Penso che con la crisi climatica attuale, che non farà che peggiorare, sarà assolutamente indispensabile climatizzare scuole e città” gli fa eco un’altra commentatrice, Antonella Malberti. Non sarebbe male, sottolinea poi, anche rivedere gli stipendi del personale scolastico. “Gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati d’Europa” ricorda. Forse questo, insieme alle ristrutturazioni dell’edilizia, sarebbero i primi passi da fare per ripensare il calendario scolastico. E mettersi alle spalle quel provincialismo di cui l’Italia secondo Marchionne era e resta intrisa.   

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Assunzioni d’autunno, ecco i maxiconcorsi in arrivo

Svolta in arrivo per il pubblico impiego. Il personale della Pubblica Amministrazione ha bisogno di essere ringiovanito, e in più occorre tappare i buchi d’organico lasciati dal turnover, vale a dire da chi esce dal posto di lavoro ad esempio per dimissioni o l’agognata pensione. Con queste finalità è stato varato il DPCM del 2 luglio 2026: una norma che recepisce le ultime novità in tema di occupazione statale e che lancia una maxi campagna di reclutamento per nuove risorse. Quelle da inserire negli uffici pubblici entro il 2026 saranno 3.742. Tutte posizioni a tempo indeterminato e con procedure da chiudere nell’anno in corso. 

Attenzione però: la parte destinata a nuovi contratti riguarda solo circa 1.700 unità sul totale. Il resto si riferisce a chi è già dentro. Il provvedimento sblocca infatti anche scorrimenti di graduatorie già esistenti, eliminando il tetto del 20% previsto in precedenza per il riconoscimento di candidati idonei oltre i posti a bando. Poi la mobilità volontaria: alle amministrazioni che prevedono piani da dieci o più assunzioni il decreto legge 25/2025 impone di riservare almeno il 15% dei nuovi ingressi alle procedure di mobilità. E ancora, l’altro motivo dietro il grande numero di assunzioni è che la nuova norma stabilisce che in presenza di turn over il reintegro di chi abbandona il posto dovrà essere al 100%. Niente più posti vacanti, in sostanza.

I concorsi in arrivo 

Per chi punta a un futuro contrassegnato dal posto fisso è bene non lasciarsi sfuggire il calendario dei concorsi in arrivo e quali sono quelli che garantiscono maggiori opportunità. Sono due le amministrazioni che metteranno a bando il numero più elevato di posti disponibili: una è il Ministero dell’Interno, con 1.086 nuovi ingressi, seguito dall’Agenzia delle Entrate con 1.022 nuove posizioni. Per il primo, le selezioni riguarderanno soprattutto l’area funzionari, con 378 posti, e l’area assistenti, con 347 unità da assumere; a cui si aggiungono 25 posizioni nell’area elevate professionalità e 9 nell’area operatori. L’Agenzia delle Entrate aprirà invece le porte a 400 unità nell’area funzionari e a 335 risorse nell’area assistenti. 

Tra gli altre enti con più posti a bando figurano anche il Ministero della Cultura (482), l’Agenzia delle Dogane (449), l’INPS (145), il Ministero della Giustizia (144), il Ministero degli Affari Esteri (66), il Ministero dell’Agricoltura (65) e infine il Consiglio di Stato (63). Per restare aggiornati su requisiti e scadenze per l’invio delle candidature andrà monitorato il portale InPA, canale istituzionale dedicato al reclutamento nella P.A. 

Le procedure appena chiuse

È già da tempo che nella Pubblica Amministrazione si moltiplicano le occasioni di impiego. Solo guardando alle ultime settimane si trovano almeno due maxi concorsi, per i quali però non è più possibile candidarsi. Uno all’INPS, per assumere 1.695 nuovi funzionari a tempo indeterminato, con domande scadute il 27 luglio. 

E poi la selezione al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per il reclutamento di 95 unità di personale non dirigenziale da inquadrare anche in questo caso nella sezione funzionari. L’invio delle candidature si è concluso in questo caso il 30 luglio.

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Assunzioni d’autunno, ecco i maxiconcorsi in arrivo

Svolta in arrivo per il pubblico impiego. Il personale della Pubblica Amministrazione ha bisogno di essere ringiovanito, e in più occorre tappare i buchi d’organico lasciati dal turnover, vale a dire da chi esce dal posto di lavoro ad esempio per dimissioni o l’agognata pensione. Con queste finalità è stato varato il DPCM del 2 luglio 2026: una norma che recepisce le ultime novità in tema di occupazione statale e che lancia una maxi campagna di reclutamento per nuove risorse. Quelle da inserire negli uffici pubblici entro il 2026 saranno 3.742. Tutte posizioni a tempo indeterminato e con procedure da chiudere nell’anno in corso. 

Attenzione però: la parte destinata a nuovi contratti riguarda solo circa 1.700 unità sul totale. Il resto si riferisce a chi è già dentro. Il provvedimento sblocca infatti anche scorrimenti di graduatorie già esistenti, eliminando il tetto del 20% previsto in precedenza per il riconoscimento di candidati idonei oltre i posti a bando. Poi la mobilità volontaria: alle amministrazioni che prevedono piani da dieci o più assunzioni il decreto legge 25/2025 impone di riservare almeno il 15% dei nuovi ingressi alle procedure di mobilità. E ancora, l’altro motivo dietro il grande numero di assunzioni è che la nuova norma stabilisce che in presenza di turn over il reintegro di chi abbandona il posto dovrà essere al 100%. Niente più posti vacanti, in sostanza.

I concorsi in arrivo 

Per chi punta a un futuro contrassegnato dal posto fisso è bene non lasciarsi sfuggire il calendario dei concorsi in arrivo e quali sono quelli che garantiscono maggiori opportunità. Sono due le amministrazioni che metteranno a bando il numero più elevato di posti disponibili: una è il Ministero dell’Interno, con 1.086 nuovi ingressi, seguito dall’Agenzia delle Entrate con 1.022 nuove posizioni. Per il primo, le selezioni riguarderanno soprattutto l’area funzionari, con 378 posti, e l’area assistenti, con 347 unità da assumere; a cui si aggiungono 25 posizioni nell’area elevate professionalità e 9 nell’area operatori. L’Agenzia delle Entrate aprirà invece le porte a 400 unità nell’area funzionari e a 335 risorse nell’area assistenti. 

Tra gli altre enti con più posti a bando figurano anche il Ministero della Cultura (482), l’Agenzia delle Dogane (449), l’INPS (145), il Ministero della Giustizia (144), il Ministero degli Affari Esteri (66), il Ministero dell’Agricoltura (65) e infine il Consiglio di Stato (63). Per restare aggiornati su requisiti e scadenze per l’invio delle candidature andrà monitorato il portale InPA, canale istituzionale dedicato al reclutamento nella P.A. 

Le procedure appena chiuse

È già da tempo che nella Pubblica Amministrazione si moltiplicano le occasioni di impiego. Solo guardando alle ultime settimane si trovano almeno due maxi concorsi, per i quali però non è più possibile candidarsi. Uno all’INPS, per assumere 1.695 nuovi funzionari a tempo indeterminato, con domande scadute il 27 luglio. 

E poi la selezione al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per il reclutamento di 95 unità di personale non dirigenziale da inquadrare anche in questo caso nella sezione funzionari. L’invio delle candidature si è concluso in questo caso il 30 luglio.

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Manifattura e distretti: infrastrutture, competenze e nuove alleanze

Il sistema produttivo delle medie imprese manifatturiere italiane oggi naviga in un contesto complesso, segnato da instabilità geopolitica, blocchi di mercato e forte esposizione alla concorrenza internazionale. Come distretto produttivo, il territorio di Confindustria Toscana Sud cela al suo interno una gemma preziosa: il distretto orafo di Arezzo, il primo a livello europeo per fatturato esportato. La produzione orafa aretina (che riprende una tradizione millenaria, storicamente riconducibile al periodo etrusco) rappresenta un esempio emblematico di questa vulnerabilità strutturale ma anche della sua capacità di adattamento.

“Nello scenario odierno, le leve considerate strategiche per la competitività delle imprese della Toscana Sud, così come quelle del resto d’Italia, sono trasversali: infrastrutture, accesso al credito, innovazione, formazione e capitale umano, sostenibilità e rapporti più fluidi con le istituzioni” ha precisato Giordana Giordini, imprenditrice del settore orafo e Presidente di Confindustria Toscana Sud, nonché della sezione Gioielleria della stessa.

Il nodo infrastrutturale e il limite della competitività territoriale

Tra i fattori critici emerge con forza il tema delle infrastrutture. Il territorio compreso fra Arezzo, Siena e Grosseto è penalizzato da collegamenti ferroviari insufficienti che incidono direttamente sulla capacità delle imprese di operare sui mercati. La difficoltà di connessione tra aree produttive e reti di trasporto rappresenta un limite strutturale alla crescita, soprattutto per imprese fortemente orientate all’export.

Accanto alle infrastrutture, il secondo asse strategico per le imprese è l’accesso al credito e alla finanza. Le imprese necessitano di strumenti che sostengano gli investimenti, in un contesto in cui la competitività globale non si gioca più solo sul costo, ma sulla capacità di innovare. In questo quadro, il Made in Italy resta un asset centrale, ma richiede una trasformazione: “Se non integriamo tecnologia, innovazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale, rischiamo di perdere il valore della nostra artigianalità. Per questo stiamo lavorando affinché queste leve rendano le nostre imprese sempre più competitive a livello globale. Oggi, infatti, i competitor non sono più solo locali, ma globali. Il Made in Italy resta il principale fattore distintivo, ma può esprimere tutto il suo potenziale solo attraverso la sinergia tra innovazione, digitalizzazione e industrializzazione, da un lato, e capacità manuale e artigianale dall’altro” ha osservato Giordini.

Il passaggio dalla competizione alla filiera

Un tema ricorrente è il superamento della logica competitiva interna ai distretti. Per rimanere profittevoli nel tempo, le aziende devono dimostrarsi capaci di costruire filiere e reti tra imprese, capaci di rafforzare la posizione del sistema produttivo italiano nei mercati globali, superando vecchi schemi competitivi che la realtà globale ha reso desueti.

“Credo che il futuro delle imprese del territorio passi dalla capacità di unirsi e costruire sinergie, anche all’interno di un contesto concorrenziale. Per questo la partita non può più essere più giocata sul prezzo. Senza chiamare in causa i prodotti di Paesi lontani come la Cina o l‘India, la vicina industria orafa turca produce una buona qualità a prezzi bassi.  Il vero terreno su cui dobbiamo puntare quindi è la qualità: l’estro e il design italiani sicuramente, ma anche il rafforzamento delle sinergie sul territorio” è stato l’auspicio della Presidente Giordini.

Il distretto orafo di Arezzo rappresenta anche un modello avanzato di economia circolare, in cui materiali di scarto industriale e altri settori produttivi vengono reimmessi nel ciclo dell’oro Questo approccio rafforza il posizionamento competitivo del territorio, combinando sostenibilità, recupero delle materie prime e qualità produttiva.

Capitale umano e trasformazione delle competenze

Un altro elemento centrale per la competitività delle imprese riguarda le competenze. La transizione digitale ha modificato profondamente il fabbisogno delle imprese: non solo figure produttive tradizionali, ma anche competenze digitali, ingegneristiche, gestionali e creative. “Oggi tutti i macchinari, anche quelli puramente meccanici, sono dotati di un software: cresce la domanda di profili in grado di integrare produzione e tecnologia, dalla meccatronica al design digitale, fino all’intelligenza artificiale e al marketing” ha spiegato Giordini.

Un altro dei nodi più critici, a livello locale e nazionale, riguarda la carenza di forza lavoro. La difficoltà nel reperire giovani disponibili a ruoli operativi sta spingendo le imprese a fare sempre più affidamento su lavoratori esteri, in particolare nei reparti produttivi. Questo fenomeno si intreccia con il tema del ricambio generazionale: per questo molte aziende del territorio hanno attivato collaborazioni con Istituti Tecnici Superiori (Its) e Università per intercettare giovani da inserire nei reparti produttivi.

Passaggio generazionale e continuità delle imprese

Un altro tema molto attuale e sentito nelle medie imprese italiane è quello del ricambio generazionale. Le imprese familiari affrontano una transizione progressiva tra generazioni diverse, con modelli organizzativi sempre più articolati e una crescente integrazione tra ruoli produttivi, commerciali e creativi. In sintesi, dalle esperienze dei territori emerge la necessità di passare da una logica di isolamento competitivo a una logica di collaborazione tra imprese e fra generazioni. Un cambio di mentalità già in atto in diversi distretti, dove esperienze di aggregazione e risposta collettiva a crisi e criticità hanno rafforzato la coesione del sistema produttivo locale.

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PdM Talk, il Cardinal Zuppi: “Per disarmare l’AI dobbiamo disarmarci”

Come si resta umani al tempo dell’Intelligenza Artificiale (AI)? E come la si usa senza esserne usati? È una delle domande al centro del dialogo tra il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e Arcivescovo di Bologna, e il Direttore di Parole di Management Dario Colombo, di cui questa puntata speciale di PdM Talk propone alcuni estratti. Nel talk show del nostro quotidiano sono proposti alcuni passaggi del dialogo con l’alto prelato, la cui versione integrale è pubblicata sul numero 325 della rivista Sviluppo&Organizzazione.

Prima ancora delle regole esterne, sostiene il Cardinale, serve una disciplina interiore capace di distinguere quando la tecnologia resta uno strumento e quando invece comincia a manipolare chi la usa: è il concetto di “disarmarsi” di fronte al digitale, uno dei passaggi più densi del colloquio.

Nel confronto c’è ampio spazio per l’analisi della Enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata alla dignità della persona nell’era dell’AI, ma anche per la responsabilità della classe dirigente chiamata a decidere con il supporto sempre più pervasivo degli algoritmi.

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ERP ed EPM, strutturare il processo per sfruttare il potenziale dell’AI

C’è un’immagine che descrive il rapporto tra Intelligenza Artificiale (AI) e sistemi gestionali meglio di qualsiasi altra spiegazione. Quella che paragona l’AI a un bambino di sei anni chiuso in una casa di cristallo: impara con una rapidità sorprendente, ma senza barriere e regole intorno a sé più che produrre risultati, rischia di fare danni. Traslato in azienda, il parallelismo proposto da Paola Pomi, Amministratore Delegato di Sinfo One, vuol dire andare incontro a seri pericoli. Per fortuna, però, le barriere di cui parla l’imprenditrice, esistono e si chiamano “processo” e “governance”; e tra gli strumenti che lo definiscono, lo presidiano e lo rendono misurabile ci sono gli Enterprise resource planning (ERP) e gli Enterprise performance management (EPM).

È partendo da questo presupposto che si sono affrontati i temi più di frontiera della tecnologia per le imprese all’interno di “Colazione Da Oracle”, iniziativa nella sede milanese del colosso americano promossa dalla società di consulenza IT, partner sulle nuove frontiere dell’AI. Al centro del confronto più che lo strumento è stato messo il percorso che porta un’azienda a decidere meglio e più in fretta.

L’attesa che supera l’azione

Il punto di partenza è stata la fotografia del mercato restituita dalla Survey 2026 sulle soluzioni EPM in Italia, presentata da Mirko Menecali, Partner & Analytics Division Lead di Sinfo One. Il campione, nell’edizione 2026 composto da 87 professionisti concentrati sui settori manifatturieri core – Food & Beverage, Meccanica ed Elettronica, Automotive, Chimico-Farmaceutico, saliti da circa un terzo rispetto alla rilevazione precedenti (quasi l’80% del totale) – racconta un mercato in piena transizione.

Sul fronte dell’AI, il quadro emerso è quello di una grande attesa che fatica a tradursi in azione: quasi la metà delle aziende (44,8%) prevede di adottare la tecnologia nei processi EPM in un arco di tempo non inferiore ai 12 mesi, circa il 17% la sta valutando nel breve periodo, mentre poco meno del 18% non ne prevede alcuna integrazione. Tuttavia, è interessante evidenziare che solo un’azienda su cinque ha un progetto concreto a breve termine e che circa il 60% del campione è, di fatto, ancora fermo.

Da rilevare che ciò che frena l’adozione non ha nulla di tecnologico: scarsità di risorse (41,4%); mancanza di competenze interne (37,9%); eccesso di attività manuali e ripetitive (34,5%) segnale almeno della presa di coscienza del peso dei processi non automatizzati. Come ha osservato Menecali, la tecnologia disponibile supera ormai la capacità organizzativa di adottarla: il vero limite non è lo strumento, ma il processo e i dati su cui lo strumento dovrebbe lavorare.

Tornando alla survey, uno dei dati che più colpisce è quello secondo cui solo il 13,8% delle aziende opera su un’unica piattaforma EPM integrata, capace di accogliere in modo coerente dati interni ed esterni provenienti da più sistemi; oltre un terzo del mercato lavora ancora su processi frammentati. La conclusione è chiara: una data strategy strutturata è la condizione necessaria per ogni passo successivo, AI compresa.

L’EPM esce dall’area Finance

Nel frattempo, l’EPM sta uscendo dai confini strettamente legati all’area Finance. La chiusura e il consolidamento contabile restano i processi più gestiti (75,9%), seguiti da budgeting (72,4%) e forecasting (65,5%), ma crescono il demand planning e soprattutto il reporting ESG, già adottato dal 44,8% del campione: un’adozione sorprendente per un tema considerato emergente, spinta più dalle richieste di banche e Supply chain che dall’obbligo normativo.

Le piattaforme EPM, in altre parole, stanno diventando il tessuto connettivo della gestione aziendale e non più uno strumento esclusivo dell’area amministrazione e finanza. Lo conferma anche la composizione del campione: per la prima volta i responsabili IT e i CIO (51,7%) hanno superato i CFO (37,9%), segno che la governance del dato è ormai una responsabilità condivisa tra più funzioni aziendali.

La gerarchia tra gli strumenti è stata riassunta da Stefano Iorio, Master Principal Solution Engineer di Oracle: l’ERP dice all’azienda ‘che cosa sta facendo’ (per esempio quanti prodotti ha a magazzino); l’EPM dice ‘come lo sta facendo’, confrontando i risultati con le aspettative; l’AI, infine, risponde alla domanda sull’accuratezza delle informazioni, attingendo anche a fonti esterne al perimetro del singolo cliente. Tre livelli distinti, che appartengono però a un’unica catena.

L’AI entra nel gestionale

Se l’AI non sostituisce il gestionale, qual è il rapporto virtuoso tra le due tecnologie? Nel caso della piattaforma JD Edwards, Sinfo One, insieme con Fusion5 – partner australiano del network Redfaire International di cui la società di Parma fa parte da 10 anni – ha sviluppato una soluzione di AI che consente di dialogare con il gestionale in linguaggio naturale: si può interrogare l’ERP – per esempio rispetto a fatturato, quantità, clienti, ordini aperti, crediti, previsioni di vendita – e chiedergli di compiere azioni; inoltre è possibile costruire agenti AI su misura da affiancare ai 25 specializzati già disponibili sui singoli moduli.

Il cambio di paradigma è stato descritto da Paolo Borriello, Master Principal di Oracle: se in passato a interrogare il gestionale e il database era un utente umano, ora il nuovo ‘utente’ può essere anche un agente che accede all’ERP e ai suoi dati. Ma attenzione, come dice Pomi: l’AI non ‘scavalca’ il gestionale; meglio sarebbe dire che lo attraversa – anche grazie all’Orchestrator di JD Edwards –  e restituisce le informazioni per monitorare i fenomeni che interessano il management.

È questa, l’essenza di quella che viene chiamata “digital workforce”: la capacità di lavoro digitale che nasce dall’incontro tra le piattaforme sviluppate dal vendor e le competenze dei partner che – nel caso della multinazionale Usa – hanno volutamente ampia libertà di sviluppo. Da questa stessa visione l’AI si può descrivere come un ‘collega digitale’, che accompagna l’utente nelle sue attività senza sostituirlo.

Una soluzione ‘ponte tra mondi’

Perché ERP, EPM e Analytics parlino davvero la stessa lingua serve, però, un elemento di raccordo. Nel caso di Sinfo One, la soluzione si chiama Si By ed è la data platform proprietaria sviluppata in 15 anni di lavoro sulla Business Intelligence, attraverso un team dedicato on più di 25 persone e oltre 80 clienti. La soluzione funziona come un hub di consolidamento: raccoglie i dati del gestionale, li ‘pulisce’ e li standardizza, rendendoli fruibili a un sistema EPM o agli strumenti di analisi, costruendo quella single source of truth condivisa che è il presupposto di ogni decisione affidabile.

La sua forza, per le aziende della Manifattura, sta nella concretezza: la soluzione offre connettori precostituiti per i processi critici di settore – Sales & Distribution, Procurement, Inventory Management e Financial Accounting – con svariate metriche, report e dashboard già pronti all’uso. Questo significa rendere nativa e automatizzata l’integrazione tra l’ERP e i sistemi di pianificazione e simulazione, eliminando i costi e i tempi delle personalizzazioni su misura e accelerando il ritorno sull’investimento. Il principio – emerso più volte nel corso dell’iniziativa promossa da Sinfo One – è che Si By non sostituisce l’esistente, ma si aggiunge a esso: aggiunge integrazione e proprio per questo non impone all’azienda di smontare ciò che già funziona.

Decidere partendo dai processi

Per capire che cosa abilita la soluzione, sono stati presentati quattro casi concreti di aziende – parte del Made in Italy manifatturiero – già al lavoro con questa tecnologia. Si tratta di storie diverse, ma che hanno un denominatore comune: l’analisi, la simulazione e la pianificazione funzionano perché sotto di esse c’è un processo codificato e un dato governato.

Per esempio, una storica realtà vitivinicola di Montalcino ha implementato una soluzione EPM la cui chiave di successo è stata la solidità dell’integrazione con l’ERP: la base affidabile – informazioni di vendita, costo e inventario – permette di arricchire il controllo e la pianificazione commerciale con dati esterni, raccolti automaticamente dal web e da banche dati terze.

Un’altra prestigiosa realtà vinicola che riunisce sei cantine tra Franciacorta, Toscana e Sardegna, ha invece costruito un’architettura cloud integrata interamente su infrastruttura Oracle (JD Edwards come ERP operativo, Oracle EPM per la pianificazione della domanda e il budget, Oracle Analytics per il reporting direzionale) con Si By che riveste il ruolo di collante ed è chiamata a operare per orchestrare i flussi tra i sistemi  garantendo coerenza, qualità e tempestività lungo l’intera catena decisionale.

Più orientato alla produzione il caso di un’importante azienda manifatturiera internazionale, dove la sfida era integrare la pianificazione della domanda con la gestione operativa in uno dei contesti manifatturieri più avanzati al mondo: ne è nato un processo capace di conciliare la flessibilità degli strumenti da ufficio con il calcolo previsionale algoritmico e la governance del dato propria di una grande impresa.

Infine l’ultima azienda, punto di riferimento globale per il Food & Beverage, rappresenta un approccio maturo all’EPM: la piattaforma presidia l’intero ciclo di governo della performance – dalla pianificazione strategica al budgeting, dal controllo della marginalità fino al consolidamento di gruppo a fini gestionali e statutari – ed elimina i silos informativi per garantire un flusso continuo di dati dal piano industriale al bilancio consolidato. Il risultato è una visione unica e coerente della performance, su basi dati certificate, che consente di simulare scenari, analizzare gli scostamenti e decidere in tempi rapidi.

Il vero collo di bottiglia

Teoria e pratica aiutano a smorzare i facili entusiasmi intorno all’AI, visto che spesso c’è l’idea che la tecnologia, da sola, possa colmare le lacune . Partendo dalle informazioni della survey presentata da Sinfo One, è chiaro che la tecnologia c’è ed è matura; ma è ancora inutilizzabile laddove mancano la data governance, le competenze e processi puliti su cui poggiarla. Dunque, il collo di bottiglia è organizzativo prima che tecnologico.

Torniamo allora al messaggio lanciato nell’incontro  evitando gli slogan altisonanti in favore della solidità e del pragmatismo: l’AI non sostituisce i gestionali né è una tecnologia in contrasto con essi, ma ha un senso se convive con gli ERP. I gestionali definiscono e presidiano il processo, mentre soluzioni come Si By assicurano l’integrazione. Su queste fondamenta, l’AI può accelerare il percorso che dal dato porta alla decisione. Toglierle quelle fondamenta significherebbe, per tornare alla metafora di Pomi, riportare il “bambino di sei anni nella casa di cristallo”: grande potenziale, ma senza le pareti che permettono alla tecnologia di muoversi con agilità e in sicurezza, disastro assicurato.  

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Intelligenza Artificiale, Cardinal Zuppi: “Siamo tutti adolescenti digitali”

Di fronte all’Intelligenza Artificiale il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI) e Arcivescovo di Bologna, dice: “Siamo tutti adolescenti”. È uno dei passaggi di un lungo dialogo con l’alto prelato sull’impatto etico e sociale del digitale, che passa anche dall’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla dignità della persona nell’era dell’AI.

Numerosi sono gli spunti proposti dal Cardinale, come l’aneddoto dei tanti professori che gli hanno segnalato un fenomeno diffuso tra i ragazzi: l’abitudine a chiedere all’AI se una propria reazione sia stata ‘giusta’ o ‘sbagliata’. “L’AI costa niente, ma nasconde una presunzione di oggettività, nonostante sia il risultato dell’attività di un algoritmo che risponde a logiche precise”, osserva Zuppi. Il rischio, per il Presidente della CEI, è che questa delega silenziosa finisca per “dismettere le forme di intelligenza umane, come quella relazionale e spirituale, che ci dovrebbero contraddistinguere”, proprio mentre restiamo, collettivamente, impreparati a governare uno strumento capace di “arrivare ovunque”.

È a questo punto che si è arrivati all’Enciclica, con il Cardinal Zuppi che introduce una distinzione importante. Chi si aspetta dal Papa – dalla Chiesa in generale – indicazioni pronte all’uso su che cosa sia lecito fare con l’AI e cosa no, resta deluso: “Non c’è un navigatore che offre risposte preconfezionate né un’AI cristiana. Al contrario, è la persona che deve usare l’AI in modo etico”. La Magnifica Humanitas, spiega il Cardinale, avverte dei rischi, senza però esplicitare che cosa è bene e che cosa è male: “Questo è ciò che dobbiamo capire da soli”. Un metodo, dunque, non una soluzione: la responsabilità del discernimento resta, inevitabilmente, in capo a chi decide.

Partendo da questo concetto, il Cardinal Zuppi costruisce il passaggio più denso dell’intervista, quello sul “disarmarci” di fronte all’AI: prima ancora di regolare la tecnologia dall’esterno, è la sua tesi, serve una disciplina interiore capace di distinguere quando uno strumento resta tale e quando invece comincia a manipolare chi lo usa.

Su quale bussola orienti questo discernimento, il Presidente della CEI non ha dubbi, e cita Dante: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Virtù e conoscenza restano “gli elementi fondamentali della nostra umanità”, anche, e soprattutto, di fronte alla tecnologia più potente mai creata.

L’intervista completa al Cardinal Matteo Zuppi, tra le responsabilità della classe dirigente, le regole per l’AI in un mondo diseguale e la sfida della ‘magnificenza’ umana, è disponibile sul numero 325 della rivista Sviluppo&Organizzazione.

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Cybersecurity: l’AI ci attacca, l’AI ci difende

È la sicurezza informatica il primo tema approfondito da PdM Talk Express, il nuovo formato del talk show di Parole di Management. Ospite della puntata è Lorenzo Sernicola, Fondatore e Project Director di Sernicola Labs, software house attiva da 11 anni nello sviluppo web e nella cybersicurezza. Perché parlare proprio di sicurezza informatica? La ragione è nei numeri: secondo il Rapporto Clusit 2026, nel 2025 sono stati censiti nel mondo 5.265 incidenti informatici gravi, in aumento del 49% rispetto al 2024. È il tasso di crescita più alto mai registrato. E l’Italia è prima in Europa e quarta nel mondo per numero di attacchi subiti.

In questo scenario già complesso hanno fatto irruzione i nuovi attacchi condotti con l’Intelligenza Artificiale (AI). Sernicola racconta il dietro le quinte di un attacco di questo tipo, spiegando come, di fronte all’inefficacia delle contromisure manuali, si sia ricorso a un Agente AI – supervisionato dai tecnici – come soluzione. L’AI ha individuato e neutralizzato i processi responsabili della rigenerazione del malware: la crisi si è chiusa in circa 30 minuti, contro le sei ore stimate per un ripristino manuale.

Ma attenzione a non cadere in facili sintesi. È pur vero che l’AI ha permesso una difesa efficace, ma il ruolo delle persone (con le giuste competenze) è stato fondamentale: usare gli Agenti AI senza le adeguate capacità e conoscenze può addirittura peggiorare la situazione. Quale dunque la lezione manageriale appresa dallo scontro tra AI? Trattare la cybersicurezza come investimento e non come costo; adottare policy rigorose sulle password; limitare la condivisione di dati sensibili con le AI; affidare sempre a un esperto umano la chiusura definitiva della vulnerabilità.

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Right Hub, inclusione e sostenibilità come leve strategiche

Da startup innovativa a società specializzata nell’inclusione lavorativa e nella sostenibilità d’impresa. È il percorso di Right Hub, realtà fondata nel 2014 da Luca Guzzabocca, CEO e Founder, che negli anni ha consolidato un modello di business che coniuga conformità normativa, impatto sociale e sostenibilità ambientale. Oggi l’azienda è un punto di riferimento per le imprese chiamate ad adempiere agli obblighi previsti dalla Legge 68/99 e per quelle che intendono integrare la sostenibilità nei propri processi e gestione degli eventi. “La società offre consulenza, da un lato, per l’ottemperanza alla Legge per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità e categorie protette in aziende dai 15 dipendenti in su. Dall’altro, si occupa del supporto alle imprese nella progettazione di processi, organizzazioni ed eventi sostenibili”, spiega Guzzabocca.

Il raggio d’azione di Right Hub coinvolge imprese di ogni settore produttivo (dai servizi alla manifattura) e interlocutori differenti all’interno delle organizzazioni. Se nei progetti legati alla Legge 68/99 il primo referente è il responsabile delle Risorse Umane, nei percorsi di sostenibilità entrano in gioco anche le funzioni acquisti, logistica, operations, marketing, comunicazione e i responsabili ESG. Un approccio trasversale che favorisce il dialogo tra competenze diverse.

Per supportare le imprese nell’applicazione della Legge 68/99, Right Hub parte dall’analisi della situazione aziendale, individuando insieme agli uffici pubblici competenti le opportunità disponibili. Successivamente costruisce il progetto insieme all’impresa e alla cooperativa sociale idonea, definendone gli aspetti tecnici, economici e organizzativi fino all’approvazione finale da parte dell’ente pubblico. Le collaborazioni possono riguardare servizi tradizionali, come manutenzione del verde, pulizie, digitalizzazione documentale o gestione della comunicazione, ma anche la fornitura di beni e servizi. Negli ultimi anni, inoltre, hanno assunto un ruolo crescente i progetti sviluppati insieme ai Comuni, che spaziano dalla riqualificazione di parchi pubblici, aree gioco e piste ciclabili fino alla manutenzione di scuole e altri spazi pubblici.

Lo statuto di Società Benefit

L’attuale posizionamento dell’azienda è il risultato di un’evoluzione maturata nei primi anni di attività. “All’inizio, come startup innovativa, il business plan era sostanzialmente orientato verso le organizzazioni non profit, alle quali offrire un servizio di consulenza per la gestione degli acquisti e un servizio di consulenza per la gestione sostenibile”, ricorda il fondatore. L’esperienza sul mercato ha però evidenziato la necessità di ripensare la strategia. “Il mercato del non profit in Italia non era ancora pronto. Abbiamo rivisto il posizionamento e ci siamo concentrati sulle due aree che oggi rappresentano il nostro core business principale”.

Negli anni Right Hub ha consolidato anche la propria identità come impresa orientata alla creazione di valore condiviso. “Siamo una Società Benefit e siamo stati tra le prime società della community B Corp in Italia nel 2016”, spiega Guzzabocca. La stessa identità del marchio riflette questa visione. Il claim Right Hub, Right Business, Right World esprime la volontà di fare impresa generando valore per la comunità. Anche il logo richiama questa filosofia: rappresenta l’incontro tra il mondo profit e quello non profit e, attraverso il simbolo grafico centrale, richiama l’idea di moltiplicare le opportunità di collaborazione, business e condivisione tra realtà differenti.

La pandemia ha rappresentato un ulteriore punto di svolta. La crescente attenzione verso sostenibilità, inclusione e responsabilità sociale ha infatti favorito l’ampliamento del portafoglio di progetti dell’azienda. Secondo Guzzabocca, però, il mercato della sostenibilità sta entrando in una nuova fase. “La sostenibilità è un tema molto usato, o abusato, e per questo il mercato si trova davanti a uno scenario complesso e, per certi versi, caotico”. Per questo motivo Right Hub sta orientando la propria attività verso un approccio che valorizzi il ritorno dell’investimento delle iniziative ESG. “Stiamo attuando anche un processo di comunicazione orientato a ispirare i nostri interlocutori, per far emergere anche la parte del ritorno dell’investimento, dell’efficienza operativa e del miglioramento della reputazione”.

La crescita nazionale e internazionale

Guardando al futuro, una delle principali direttrici di sviluppo di Right Hub è legata alla Legge 68/99 e, in particolare, all’utilizzo (o all’impiego, implementazione) della Convenzione ex articolo 14. Sebbene la normativa sia uniforme su tutto il territorio nazionale, il ricorso a questo specifico strumento dipende dalla presenza di accordi territoriali tra Regioni o Province, associazioni imprenditoriali e cooperative sociali. Per questo la Convenzione articolo 14 è ancora applicata in modo disomogeneo: se Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte rappresentano ormai realtà consolidate, in alcune aree del Centro e del Sud Italia questo percorso è ancora in una fase iniziale. È proprio in queste regioni che Right Hub individua uno dei principali spazi di crescita per i prossimi anni.

Parallelamente la società punta a rafforzare la dimensione sociale nella gestione sostenibile degli eventi e ad accelerare il processo di internazionalizzazione. “Stiamo lavorando sull’internazionalizzazione, sia negli Stati Uniti sia in Asia, perché riteniamo che in questi mercati, con il nostro know-how ed esperienza, ci possa essere un ampio margine di sviluppo”. In uno scenario in cui la sostenibilità è sempre più chiamata a dimostrare il proprio valore non solo sociale ma anche economico, Right Hub punta a consolidare un modello capace di mettere in relazione imprese, cooperative sociali e istituzioni, trasformando gli obblighi normativi in opportunità di crescita, innovazione e sviluppo per i territori.

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Speciale Fabbrica Futuro 2026 – Vicenza

Fabbrica Futuro è un’iniziativa nata della rivista Sistemi&Impresa. Nel 2026 il progetto innalza il livello delle proprie ambizioni grazie all’ingresso di MIT Sloan Management Review Italia, il magazine della business school del MIT di Boston.

Fabbrica Futuro non si limita più a raccontare la fabbrica, ma porta in Italia il dibattito manageriale globale più avanzato, offrendo una sintesi unica tra la concretezza della nostra tradizione industriale e le frontiere dell’innovazione mondiale.

Ascoltalo su:


Episodio 1 – La cultura industriale italiana la chiave di lettura per costruire il futuro

Episodio 2 – La manifattura italiana tra tensioni geopolitiche e nuovi equilibri

Episodio 3 – La forza delle imprese familiari

Episodio 4 – L’efficienza non basta: l’AI e la rinascita del talento umano nel manufacturing

Episodio 5 – Le fondamenta della crescita: sinergie tra infrastruttura e governance

Episodio 6 – Migliorare la competitività delle imprese italiane: tra il dire e il fare c’è di mezzo… l’AI?

Episodio 7 – L’AI salverà la manifattura?

Episodio 8 – Banca del territorio, innovazione digitale e valore della relazione fra persone e organizzazioni

Episodio 9 – Ruoli, decisioni e responsabilità nell’era degli agenti autonomi

Episodio 10 – Trasformare la ricerca in iniziative imprenditoriali: un nuovo approccio all’open innovation

Episodio 11 – Decision intelligence nelle operations. Il caso Baltur

Episodio 12 – Il valore invisibile: come i dati industriali riscrivono le regole del business

Episodio 13 – Il mondo come opportunità: fare business fuori dai confini

Episodio 14 – Modelli virtuali per la continuità operativa: anticipare i rischi nella catena di fornitura

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Il coraggio del percorso: Alessia Rigoni tra le 100 donne di successo del 2026

Chissà se da piccola, mentre osservava gli zii al lavoro nel negozio di abbigliamento di famiglia, immaginava di finire, nel 2026, tra le “100 donne di successo” di Forbes. O se, mentre sciava, si sarebbe mai vista nella lista di manager, scienziate e artiste “che stanno cambiando il Paese”, quella in cui figura anche Federica Brignone, fresca campionessa olimpica nel Supergigante e nello Slalom Gigante a Milano Cortina 2026.

Quella di Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italy, non è una storia comune. Lei la racconta come se lo fosse, senza indugiare sui traguardi. L’ultimo – in ordine di tempo – è guidare la country italiana della multinazionale belga, ruolo che ricopre da gennaio 2026. Come spesso accade, anche per lei il punto d’arrivo è il risultato di una lunga catena di scelte: quelle sliding doors che si aprono e si chiudono, e che bisogna affrontare con lungimiranza. A volte ascoltando le persone giuste.

Rigoni lo ha fatto, per esempio, scegliendo Economia e Finanza dopo la Maturità Scientifica, quando molti ingrossavano le fila di Giurisprudenza. I genitori la spinsero verso una strada diversa, intuendo la sua vocazione per le materie scientifiche. Il destino, però, ogni tanto ha in serbo qualche scherzo: qualche anno dopo, il suo percorso personale si è incrociato proprio con la Giurisprudenza, attraverso un avvocato diventato suo marito.

“Come tante cose della mia vita non lo aspettavo; mi concentro sul da farsi, non tanto sull’obiettivo prefissato”, dice quando le si chiede della nomina su Forbes, senza che nasconda l’orgoglio di essere accostata a tante donne brillanti. In tempi incerti come questi, del resto, l’obiettivo cambia spesso durante il cammino. È il filo che attraversa tutta la sua storia, professionale e personale.

Una laurea al tempo di Lehman Brothers

Si è laureata in Economia nel 2009, all’indomani del crac di Lehman Brothers. “Il momento migliore per entrare nel mercato della Finanza”, scherza. Nonostante le turbolenze, ha costruito il proprio percorso tra JP Morgan Asset Management, una boutique di M&A, PricewaterhouseCoopers nella Financial Due Diligence e un fondo di private equity. Nel 2021 è entrata in F2Adiventata SD Worx Italy dopo l’acquisizione del 2024 – come Responsabile M&A, fino a prenderne le redini come Managing Director. “Sono state varie scelte, spesso legate anche a decisioni di pancia”, racconta. “Mi hanno portato a un successo che per me significa soprattutto soddisfazione: arrivare a casa stanca, ma contenta”.

La sintesi del percorso, però, non racconta tutto. Per esempio, la scelta di studiare Economia e Finanza, un ambiente a larga prevalenza maschile. Per Rigoni non è stato un problema, ma le ha offerto qualche riflessione che, a parti invertite, raramente accade. “In una tavola di 20 persone dove ero l’unica donna, pensavo 10 volte prima di intervenire”, ricorda. Un approccio più cauto e verificato rispetto a quello, spesso più immediato, dei colleghi uomini. Anche lì, però, una occasione di crescita: “Ho lavorato tantissimo con uomini che mi hanno fatto crescere, con competenze e professionalità molto elevate”. È il segno di chi ha attraversato un ambiente non paritario senza lasciarsi cambiare, portando semmai la propria sensibilità.

Ora che guida il management team italiano di SD Worx, Rigoni ha trovato conferma di un principio che considera un valore: la commistione tra visioni diverse. “Qui siamo divisi perfettamente tra donne e uomini”, con una prevalenza femminile rispetto all’intera popolazione aziendale, che tocca il 65%. Netta, però, la sua posizione sull’equilibrio di genere: “Non sono favorevole alle quote rosa. Le scelte devono essere basate sul merito, non deve essere un obbligo”. Una posizione che non nega le discriminazioni ancora presenti – “Mi dispiace quando c’è, e quando le decisioni non sono basate sulla competenza” – ma che sposta l’accento dalla regola imposta alla cultura da costruire, giorno per giorno, sul riconoscimento delle capacità.

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L’integrazione tra F2A e SD Worx

Oltre al percorso professionale, nel riconoscimento tra le 100 donne di successo del 2026 pesa il ruolo al vertice di SD Worx Italy. A poco più di sei mesi dall’incarico, Rigoni conferma il bilancio tracciato poche settimane dopo l’insediamento sulle pagine di Sistemi&Impresa (rivista ESTE – editore anche del nostro quotidiano – dedicato alle tecnologie ad alto impatto organizzativo). Portare a termine l’integrazione tra F2A e la cultura di un gruppo multinazionale è stata un’esperienza che definisce “intensa”: non solo asset fisici e tecnologie, ma la combinazione tra conoscenza del mercato locale e solidità di una visione internazionale.

A darle soddisfazione, in questi mesi da Managing Director, è stata soprattutto la scoperta. “Mi diverte scoprire cose nuove e chiedere per capire”, racconta. E quella curiosità si traduce in azioni concrete: cosa si può migliorare, cambiare, fare in modo più efficiente per persone, clienti e stakeholder. Il lavoro riguarda soprattutto la squadra: sta costruendo un percorso di maggiore consapevolezza e accountability a tutti i livelli, perché ciascuno comprenda il progetto di cui fa parte. Il passaggio è da un approccio top down a uno che coinvolge le persone, affinché gli input di chi vive le sfide quotidiane sul campo risalgano fino al management team e orientino le scelte aziendali.

C’è poi l’innovazione, digitale in primis. La metafora è quella dell’Excel che ha sostituito carta, penna e calcolatrice, senza rendere superflue le competenze di chi li sapeva usare. Allo stesso modo, Rigoni guarda ad automazione e Intelligenza Artificiale come a “un aiutante in più”, solido e veloce, che affianca le persone senza sostituirle. In un settore come quello dei servizi HR, ribadisce, “le competenze restano assolutamente chiave”.

Rispetto al mercato, la manager è diretta: “Siamo più focalizzati sul servizio, ed è un mercato che sta reagendo bene in continuità”. A sostenere la domanda è soprattutto la difficoltà delle aziende – in Italia come nel resto d’Europa – a trovare le competenze di cui hanno bisogno. Da qui la ricerca di partner affidabili, con cui collaborare nel tempo. È in questo spazio – tra carenza di risorse interne e necessità di supporto continuativo – che chi fornisce soluzioni si propone come punto di riferimento stabile per i clienti.

Un esempio da condividere

Nel suo ruolo, la manager sa di avere responsabilità che vanno oltre i risultati di business. Si dice spesso che servano modelli virtuosi di donne che ce la fanno: Rigoni può essere una figura di riferimento – non solo all’interno dell’azienda – per molte persone, così come lo sono le colleghe con cui condivide il posto nella lista di Forbes. Con un bias ancora tipicamente maschile, le capita spesso di rispondere a domande rivolte quasi esclusivamente alle donne in carriera, sul tema della conciliazione tra vita privata e lavoro. “Non le vivo negativamente: possono essere un’occasione per condividere la mia esperienza e magari aiutare chi si trova in difficoltà”.

Non esiste una formula magica né un equilibrio perfetto uguale per tutti, ma un mix personale tra lavoro, famiglia, sport e relazioni che ciascuno deve trovare da solo. È lo stesso principio che prova a trasmettere ai suoi due figli: “Devono fare quello per cui si impegnano, perché non esistono cose da uomini e cose da donne”. E non esistono limiti ai sogni. Nemmeno per quel percorso iniziato guardando gli zii lavorare nel negozio di abbigliamento, che oggi fa tappa al vertice di una multinazionale.

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