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Tedeschi alla guida della sede romana di Canon Italia

Canon Italia annuncia la nomina di Paolo Tedeschi a Manager responsabile della sede di Roma, incarico che si affianca al ruolo di Head of Corporate Communications, Marketing & Sustainability. La decisione si inserisce in una strategia di rafforzamento della presenza istituzionale dell’azienda sul territorio, con particolare attenzione alla relazione con stakeholder, associazioni di categoria e mondo delle imprese.

“Questa nomina rappresenta il riconoscimento dell’impegno di Paolo e della fiducia che riponiamo nella sua capacità di rappresentare Canon nei rapporti istituzionali, verso le Associazioni di categoria, e con il variegato mondo degli stakeholder, a sostegno delle relazioni di business” ha dichiarato Javier Tabernero da Veiga, CEO di Canon Italia.

La nomina valorizza il percorso professionale di Tedeschi, che vanta una lunga carriera in Canon Italia, iniziata nel 2011 come Sales Executive nella divisione Business Services. Nel corso degli anni, il manager ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità nell’area Marketing e Comunicazione, fino alla nomina nel 2016 a Corporate Communications and Marketing Services Senior Manager, con la guida della comunicazione aziendale. Oggi, alla responsabilità sulla comunicazione istituzionale e sulla sostenibilità, si aggiunge la gestione della sede romana, rafforzando l’integrazione tra presidio territoriale e strategia corporate.

In questo contesto, promuove attivamente una cultura orientata alla diversità, equità e inclusione (DE&I), riconoscendone il ruolo fondamentale nel favorire una crescita sostenibile. Tedeschi sostiene modelli organizzativi inclusivi, capaci di valorizzare le differenze individuali e di creare ambienti di lavoro aperti, rispettosi e rappresentativi della pluralità di prospettive, traducendo questi principi anche nelle strategie di comunicazione e reputazione del brand.

Roma come hub di innovazione

La sede di Roma, rinnovata nel febbraio 2025, è stata concepita come uno spazio di lavoro e relazione: un ambiente moderno, luminoso e funzionale che integra attività operative, momenti di confronto e dimostrazione delle tecnologie Canon. Un luogo pensato non solo per i dipendenti, ma anche per clienti e partner, che possono sperimentare soluzioni e tecnologie in un contesto dedicato.

Guidare la sede di Roma rappresenta un’opportunità per contribuire a modellare il futuro di Canon in un territorio ricco di energia, competenze e potenzialità. La nostra missione sarà portare l’innovazione sempre più vicino alle persone, alle aziende e alle organizzazioni, trasformandola in valore concreto per la comunità. Credo profondamente che luoghi di lavoro aperti, stimolanti e orientati al benessere siano il motore del cambiamento”, ha commentato Tedeschi.

L’articolo Tedeschi alla guida della sede romana di Canon Italia proviene da Parole di Management.

Tedeschi alla guida della sede romana di Canon Italia

Canon Italia annuncia la nomina di Paolo Tedeschi a Manager responsabile della sede di Roma, incarico che si affianca al ruolo di Head of Corporate Communications, Marketing & Sustainability. La decisione si inserisce in una strategia di rafforzamento della presenza istituzionale dell’azienda sul territorio, con particolare attenzione alla relazione con stakeholder, associazioni di categoria e mondo delle imprese.

“Questa nomina rappresenta il riconoscimento dell’impegno di Paolo e della fiducia che riponiamo nella sua capacità di rappresentare Canon nei rapporti istituzionali, verso le Associazioni di categoria, e con il variegato mondo degli stakeholder, a sostegno delle relazioni di business” ha dichiarato Javier Tabernero da Veiga, CEO di Canon Italia.

La nomina valorizza il percorso professionale di Tedeschi, che vanta una lunga carriera in Canon Italia, iniziata nel 2011 come Sales Executive nella divisione Business Services. Nel corso degli anni, il manager ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità nell’area Marketing e Comunicazione, fino alla nomina nel 2016 a Corporate Communications and Marketing Services Senior Manager, con la guida della comunicazione aziendale. Oggi, alla responsabilità sulla comunicazione istituzionale e sulla sostenibilità, si aggiunge la gestione della sede romana, rafforzando l’integrazione tra presidio territoriale e strategia corporate.

In questo contesto, promuove attivamente una cultura orientata alla diversità, equità e inclusione (DE&I), riconoscendone il ruolo fondamentale nel favorire una crescita sostenibile. Tedeschi sostiene modelli organizzativi inclusivi, capaci di valorizzare le differenze individuali e di creare ambienti di lavoro aperti, rispettosi e rappresentativi della pluralità di prospettive, traducendo questi principi anche nelle strategie di comunicazione e reputazione del brand.

Roma come hub di innovazione

La sede di Roma, rinnovata nel febbraio 2025, è stata concepita come uno spazio di lavoro e relazione: un ambiente moderno, luminoso e funzionale che integra attività operative, momenti di confronto e dimostrazione delle tecnologie Canon. Un luogo pensato non solo per i dipendenti, ma anche per clienti e partner, che possono sperimentare soluzioni e tecnologie in un contesto dedicato.

Guidare la sede di Roma rappresenta un’opportunità per contribuire a modellare il futuro di Canon in un territorio ricco di energia, competenze e potenzialità. La nostra missione sarà portare l’innovazione sempre più vicino alle persone, alle aziende e alle organizzazioni, trasformandola in valore concreto per la comunità. Credo profondamente che luoghi di lavoro aperti, stimolanti e orientati al benessere siano il motore del cambiamento”, ha commentato Tedeschi.

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A Fabbrica Futuro la fotografia di Sd Worx

Il manifatturiero italiano è ancora lo zoccolo duro dell’economia italiana. Genera il 15% del Pil del Paese e occupa più del 25% dei lavoratori privati, contro una media europea del 21% (fonte Eurostat). Non mancano però criticità, specie sul fronte della gestione del personale. “Qui il costo del lavoro arriva a pesare oltre il 40% del valore aggiunto: è la prima leva di marginalità ma è anche la meno governata con i dati, quindi ogni investimento in automazione rende meno di quanto potrebbe” ha commentato Alessia Rigoni, Managing Director per l’Italia di SD Worx, fornitore europeo di soluzioni HR e payroll.

L’occasione è stata l’evento promosso da Edizioni ESTE Fabbrica Futuro, tenutosi a Vicenza il 18 e 19 giugno 2026. Qui manager, imprenditori e accademici si sono confrontati sul futuro dell’impresa italiana. E all’incontro sono stati commentati i risultati dell’edizione 2026 di due ricerche realizzate da SD Worx: HR & Payroll Pulse, condotta su 16.500 lavoratori e 5.936 responsabili HR in sedici Paesi europei e Manufacturing Workforce Outlook Italia 2026, panoramica sulle dinamiche odierne del manifatturiero italiano.

L’urgenza della digitalizzazione

Solo il 36% delle imprese del comparto è altamente digitalizzato sul fronte HR. E se tra i lavoratori europei chi afferma che è facile registrare le ore di lavoro è pari al 63%, tra gli addetti italiani della manifattura si scende al 51%. Non solo: tra questi ultimi, a saper leggere facilmente la propria busta paga è solo il 55%, contro il 69% europeo. Anche per questo la maggiore automazione dei processi HR è vista tra le maggiori sfide dal 27% dei datori di lavoro della manifattura. Un dato più che doppio rispetto a quello medio europeo. 

“Quando metà della forza lavoro è in difficoltà su processi così basilari, diventa un freno alla competitività. Per questo lavoriamo con le imprese per trasformare la governance del lavoro da costo operativo a leva strategica”, ha proseguito Rigoni. “In Italia il manifatturiero vive un paradosso ben noto: quello di Solow, per cui si vedono computer ovunque ma non sempre nei risultati. Anche nelle fabbriche più evolute, nonostante le linee produttive tecnologiche, la gestione delle persone è ancora troppo analogica”. 

Il problema della gestione del personale

Quella tecnologica è però una trasformazione che le industrie italiane stanno affrontando: tra il 2020 e il 2025 le aziende ad alto o molto alto livello di digitalizzazione sono passate dal 21 al 36%. Resta un altro nodo, quello dei turni. La quota di personale che lavora solitamente anche il fine settimana è del 24,5% tra operatori di impianti e macchinari (in Ue il 19%); e del 16% tra artigiani e operai specializzati (in Ue il 10%). Proprio tra questi ultimi i dipendenti impiegati più di 44 ore a settimana sono oltre il 6%, mentre in Germania sono meno del 4%.

Sarà per questo che gli orari sono al centro delle preoccupazioni dei lavoratori del settore: un adeguato supporto al work-life balance è tra le priorità per il 47% (dato Ue 38%). Supera anche il riconoscimento per la qualità del proprio lavoro. Una maggiore flessibilità di orario è ritenuta persino più importante dell’aumento delle ferie, al primo posto invece nella classifica delle richieste europee. O della presenza di buoni pasto, il benefit più amato da chi lavora in altre industry.

Solo il 17% dei datori di lavoro della manifattura è tuttavia consapevole delle aspettative dei lavoratori sulla flessibilità. La loro urgenza è la retention e un adeguato turnover dei lavoratori. Interessa al 35% delle imprese mentre nella Ue, considerando tutti i comparti, non si arriva al 24%. C’è un motivo. Nelle fabbriche la forza lavoro invecchia più velocemente: tra il 2015 e il 2025 gli operatori di impianti e macchinari con 50 anni o più sono passati dal 29% al 41%, mentre per esempio tra chi svolge professioni intellettuali e scientifiche dal 36 al 37%. 

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Formazione che manca: anche per questo i salari non salgono?

Sarà per le ore sottratte alla routine del lavoro, per le spese di spostamento o per i tempi di conciliazione vita lavoro sempre più complicati. Sta di fatto che le imprese italiane faticano a formare i propri lavoratori e ad aggiornarne le competenze. Per farlo sono troppo piccole e impegnate nel gestire l’ordinaria amministrazione: il 94,8% del sistema produttivo è infatti composto da microimprese fino a 9 addetti, che impiegano il 42,3% della forza lavoro complessiva. Così la formazione dei lavoratori in Italia arranca.

L’Italia si posiziona circa 11 punti sotto la media Ue: negli ultimi dodici mesi a partecipare a un corso di formazione sono stati il 72% degli svedesi, il 60% dei tedeschi e il 50% di francesi e spagnoli, mentre gli italiani sono rimasti fermi al 35% circa, seguiti da Paesi quali Lituania, Croazia e Romania. Ultima la Grecia, a quota 18%. I dati provengono dal report Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, a cura di Enzima12, società di consulenza in ambito gestione del personale. Se ne è discusso alla presenza di esperti del settore il 9 giugno 2026 a Roma. E all’incontro è emerso come alla base ci sia soprattutto un problema culturale: “Noi lavoriamo affinché la formazione sia reale” ha detto per esempio Elvio Mauri, Direttore generale di Fondimpresa, il più grande fondo interprofessionale, che gestisce il 48,8% delle risorse a disposizione, l’equivalente di 478,7 milioni di euro. “Ma è complicato” è stato l’affondo. 

Il ruolo centrale dei fondi interprofessionali 

Fondimpresa dunque, ma anche FonARCom e For.te, che si spartiscono l’8,5% ciascuno del mercato. Sono i principali fondi a cui le imprese dovrebbero attingere per formare i propri lavoratori, senza dover spendere un euro in più perché i costi delle docenze sono già coperti dalle stesse associazioni. Si tratta dei fondi paritetici interprofessionali, istituiti dalla legge 388/2000, pilastro della formazione continua per i lavoratori del privato. A spiegarne il funzionamento è lo stesso report: ogni impresa versa obbligatoriamente all’Inps lo 0,3% della retribuzione dei dipendenti come assicurazione contro la disoccupazione involontaria. L’ammontare totale ha superato nel 2023 il miliardo di euro, in salita del 15% sul 2022. 

Eppure a farne uso tra le microimprese è uno sparuto 8,5%. Va meglio per quelle più grandi: il 20,6% delle imprese nella fascia 10-49 dipendenti, il 38,9% delle imprese nella fascia 50-499 e il 44,3% delle imprese con oltre 500 dipendenti. Con il risultato di perdere grandi porzioni di finanziamenti, che se non utilizzati decadono. “Il sistema è troppo frammentato e disordinato” ha commentato Marco Leonardi, Professore di Economia del Lavoro all’Università Statale di Milano. E forse è per questo che funziona poco.

Tutte i nodi della formazione mancante

Tecnicamente dunque non ci sarebbero costi da sostenere per formare le persone in organico. Succede però che nelle piccole imprese farlo significa sottrarre una risorsa a un processo produttivo già tirato al massimo. “È una questione di turni, sostituzioni, carichi di lavoro, assenza di figure HR dedicate. Non sorprende che proprio nelle imprese più piccole la formazione venga rinviata o ridotta a quella strettamente obbligatoria” è l’alert lanciato dal report. 

Mancando le competenze, viene meno l’innovazione. Un problema che si somma all’invecchiamento della forza lavoro. Si fa presto quindi a parlare di Intelligenza Artificiale (AI) quando la realtà fotografata è ben altro: tra le imprese che hanno valutato investimenti in AI senza poi realizzarli, il 58,6% indica proprio la mancanza di competenze adeguate come primo ostacolo. 

E chi è meno disponibile a formarsi? Secondo Proxima, la partecipazione alla formazione scende nettamente tra chi è già low-skilled, tra gli over 55, tra i disoccupati e nei contesti territoriali più fragili. Nel 2023 il tasso di partecipazione si piazzava al 3,2% tra chi possiede al massimo l’istruzione di base, all’11,5% tra chi ha un titolo secondario superiore e al 25,2% tra i laureati. 

Salari, produttività e questione demografica

La spirale sembra senza fine: la scarsa formazione spegne la produttività e schiaccia i salari già ristagnanti. Che è la questione da anteporre a tutte, come ha ricordato Leonardi e sottolinea a sua volta il rapporto, ovvero la perdita costante di potere d’acquisto degli italiani. “Che potrebbe peggiorare il prossimo anno con la nuova ondata di inflazione che ci aspettiamo” ha ribadito. Ma se i salari sono così bassi – secondo l’Ocse ancora del 7,5% inferiori rispetto al livello di inizio 2021 – la colpa è anche della bassa produttività. Nel 2024 invece di crescere è scesa dello 0,9% per occupato e dell’1,4% per ora lavorata. Nonostante il parallelo boom di occupazione (anche se a ben vedere, sottolinea il rapporto, è solo l’effetto dell’allungamento dell’età pensionabile). Tanto che l’Italia risulta ultima in Europa per occupazione tra i 20 e 29 anni. 

Sta tutto qui il cuore del paradosso italiano: “Il salario non può essere sganciato stabilmente dalla produttività; la produttività non può crescere senza capitale umano e competenze” è scritto nello studio. Gli effetti di una maggiore formazione si vedrebbero invece tradotti in maggiore produttività e dunque salari più alti. “Alcuni studi confermano un effetto salariale medio dell’ordine del 2-3% per episodio formativo” si legge nel rapporto. 

Senza sterzare rispetto alla direzione presa, l’Italia continuerà a perdere risorse. La mancata formazione continua degli adulti costa 26 miliardi all’anno, l’1,2% del Pil, sintetizza il rapporto. Il tutto condito dalla questione demografica. “Il tasso di occupazione al massimo storico è in larga misura il risultato di lavoratori che restano più a lungo, non di nuovi ingressi. Quei lavoratori, nel prossimo decennio, usciranno in massa. Il mercato del lavoro italiano è oggi una corda tesa: il momento in cui si spezzerà dipende da quanto l’Italia avrà saputo prepararsi» ha spiegato Piercamillo Falasca, coordinatore dell’Osservatorio Proxima. 

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Il lato oscuro della leadership (che l’HR non può ignorare)

All’HR Impact Talks, organizzato il 10 giugno 2026 da Digit’Ed e ospitato nella sede della Sole 24 Ore Business School, il dialogo si è concentrato su un tema a volte sottostimato dalle Direzioni HR: come riconoscere (e gestire) il lato oscuro della leadership. Alcune tendenze comportamentali, infatti, sono percepite come punti di forza nei periodi di normalità, ma in momenti di stress o tensione tendono a diventare problematiche, riducendo l’efficacia della leadership e compromettendo le relazioni aziendali.

Sul palco, si sono susseguiti gli interventi di Raffaella Cristini di Credit Agricole, Samanta Todaro di IVS Group e Zsolt Feher di Hogan Assesment, azienda globale specializzata nella valutazione della personalità applicata al mondo del lavoro. Digit’Ed è uno dei distributori italiani di Hogan Assesment, metodologia che permette di ottenere una prospettiva oggettiva per comprendere le diverse personalità e cercare di prevederne potenziale, traiettorie e sviluppi professionali.

La metodologia Hogan permette di individuare, per ciascuno, tre sfaccettature della personalità: il lato luminoso (HPI), la dimensione interiore (MVPI) e infine il lato oscuro (HPI). Proprio quest’ultimo fattore è il più insidioso per chi si trova a dover valutare le persone, in particolare i futuri leader. Questo è vero soprattutto nella fase iniziale di Talent Aquisition, ma assume poi rilevanza anche nella fase di Talent Development, quando è necessario individuare le esigenze di sviluppo personale.

Il deragliamento della leadership

“Il punto non è tanto ciò che un leader mostra nelle prime fasi di selezione, quanto ciò che accade quando il comportamento diventa unfiltered. È in quel momento che le qualità più riconosciute possono trasformarsi in problematiche” spiega Feher. La leadership efficace, prosegue, non dipende solo dalle competenze visibili, ma da come queste si manifestano sotto stress. In questo scenario entrano in gioco gli 11 derailers, tratti individuali che possono influenzare negativamente la performance e che, spesso, si presentano in combinazione: irritabilità, scetticismo, titubanza, chiusura, noncuranza, spavalderia, scaltrezza, espressività, originalità, scrupolosità, obbedienza.

Le modalità con cui questi comportamenti si manifestano sono tre. La prima è il moving away, in cui il leader si ritira, diventa poco accessibile e tende a isolarsi. La seconda è il moving against, quando l’ambizione si trasforma in eccesso di dominio, scarsa capacità di ascolto e riduzione della collaborazione. La terza è il moving with, una forma di iper-aderenza al compito o alle figure di riferimento che riduce autonomia e capacità di visione” illustra Feher.

Ma il rischio più diffuso nelle aziende resta quello che Feher definisce charisma trap: la tendenza a selezionare leader molto carismatici, capaci di comunicare e imporsi, ma che nel tempo possono trasformare questa forza in uno sfoggio di personalità fine a se stesso. Il risultato è un progressivo indebolimento dell’ascolto, del confronto e della collaborazione. Per Feher, la personalità rappresenta uno dei predittori più solidi di successo, ma va sempre letta insieme al contesto organizzativo, alla cultura aziendale e alla conoscenza del business.

Talento e potenziale possono contare più dell’esperienza?

In questa prospettiva, la leadership non è solo una questione di talento individuale, ma di equilibrio tra comportamento, contesto e consapevolezza. Ed è proprio su questo equilibrio che si gioca una parte crescente della competitività delle organizzazioni. In generale, secondo Feher, il potenziale può prevalere, ma non può essere separato dal contesto. Quando una persona diventa leader, entrano in gioco quattro elementi fondamentali: affidabilità, conoscenza del business, capacità di giudizio e visione. Tra questi, la conoscenza del business è spesso un prerequisito essenziale. “Se manca, anche una persona molto talentuosa può incontrare difficoltà, perché il team non si riconosce nel suo leader” precisa Feher.

Un esempio utile per leggere questa dinamica è quello dei talenti molto giovani che entrano in contesti ad altissima pressione, come per esempio è il caso del pilota diciannovenne di Formula 1 Kimi Antonelli, il più giovane leader di classifica nella storia del campionato mondiale. In situazioni di questo tipo, il potenziale può essere evidente e persino superiore all’esperienza disponibile, ma la sua espressione dipende interamente dal contesto in cui viene inserito. “Un giovane può avere le caratteristiche per performare, ma senza un ambiente pronto ad accoglierlo, senza riconoscimento del livello di maturità e senza un adeguato bilanciamento delle aspettative, il rischio è che la valutazione del talento venga distorta. Antonelli, avendo iniziato la carriera di pilota giovanissimo, ha avuto il tempo di acquisire un’esperienza che i suoi coetanei non hanno”, precisa Feher.

Cosa rende un vero leader

“Un leader è qualcuno che costruisce e mantiene un team efficace nel lungo periodo. Il leader non è lì per mettersi al centro, ma per essere una risorsa per l’organizzazione. Non si tratta di ‘brillare’, ma di aiutare gli altri a lavorare meglio” spiega Feher. Il problema si presenta quando la leadership lascia il posto all’autoreferenzialità. Il leader inizia a pensare solo a sé stesso, alle proprie idee, al proprio successo. Questo riduce ascolto, collaborazione e qualità delle decisioni. Il vero leader, invece, è qualcuno che ascolta il team e lavora per il team.

Molte aziende, invece, finiscono per selezionare ‘politici’ più che leader. Persone capaci di vendere idee, ma non necessariamente di guidare persone. Proprio in virtù di questi possibili ‘deragliamenti’ della leadership, assume particolare importanza la qualità dei processi HR. Definire cosa significhi davvero high potential per una determinata organizzazione, integrare strumenti di assessment, strutturare i colloqui e osservare i candidati in contesti simulati diventa una leva decisiva per ridurre il rischio di errori di selezione.

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Cambio al vertice per MADE: Merenda nuova DG

MADE Competence Center Industria 4.0 ha avviato una nuova fase della propria governance con la nomina di Miriam Merenda a Direttrice Generale, in carica dal 16 giugno 2026. La manager prende il posto di Augusto De Castro, che ha guidato il Centro dalla sua fondazione nel 2019 e resterà in affiancamento fino al 30 giugno per garantire la continuità del passaggio di consegne. La nomina si inserisce nel percorso di evoluzione del Competence Center, sempre più orientato ai temi dell’Intelligenza Artificiale (AI), della Physical AI, della robotica avanzata e dell’internazionalizzazione.

Merenda arriva in MADE dopo oltre 15 anni di esperienza nel settore della consulenza tecnologica e dell’ingegneria industriale maturata nel Gruppo Alten. Laureata in Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, con un’esperienza internazionale alla Chalmers University of Technology di Göteborg, ha ricoperto ruoli manageriali con focus sul Business management e sullo sviluppo organizzativo.

“Assumere la guida del MADE Competence Center Industria 4.0 è per me un onore e una responsabilità che sento profondamente. Raccolgo il testimone da Augusto De Castro, al quale va la mia stima più sincera per ciò che ha saputo costruire, ossia una realtà che è molto più di un centro di competenza: un ecosistema vivo, riconosciuto e rispettato dall’industria italiana ed europea. La sfida della trasformazione digitale e dell’adozione dell’intelligenza artificiale nel manifatturiero italiano è ancora aperta, e MADE ha tutte le carte in regola per essere protagonista di questa stagione, come lo è stato in passato”, ha commentato Merenda.

“A Miriam vanno il mio benvenuto più caloroso e la mia piena fiducia: il suo profilo è esattamente ciò di cui MADE ha bisogno per affrontare con successo le prossime sfide. Ad Augusto voglio esprimere, invece, la mia gratitudine: ha costruito con noi, fin dal primo giorno, un’organizzazione in cui la concretezza e la visione si sono sempre tenute insieme. I risultati che MADE ha conseguito in questi anni portano anche la sua firma”, è stato invece il commento di Marco Taisch, Presidente di MADE Competence Center Industria 4.0.

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Cambio al vertice per MADE: Merenda nuova DG

MADE Competence Center Industria 4.0 ha avviato una nuova fase della propria governance con la nomina di Miriam Merenda a Direttrice Generale, in carica dal 16 giugno 2026. La manager prende il posto di Augusto De Castro, che ha guidato il Centro dalla sua fondazione nel 2019 e resterà in affiancamento fino al 30 giugno per garantire la continuità del passaggio di consegne. La nomina si inserisce nel percorso di evoluzione del Competence Center, sempre più orientato ai temi dell’Intelligenza Artificiale (AI), della Physical AI, della robotica avanzata e dell’internazionalizzazione.

Merenda arriva in MADE dopo oltre 15 anni di esperienza nel settore della consulenza tecnologica e dell’ingegneria industriale maturata nel Gruppo Alten. Laureata in Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, con un’esperienza internazionale alla Chalmers University of Technology di Göteborg, ha ricoperto ruoli manageriali con focus sul Business management e sullo sviluppo organizzativo.

“Assumere la guida del MADE Competence Center Industria 4.0 è per me un onore e una responsabilità che sento profondamente. Raccolgo il testimone da Augusto De Castro, al quale va la mia stima più sincera per ciò che ha saputo costruire, ossia una realtà che è molto più di un centro di competenza: un ecosistema vivo, riconosciuto e rispettato dall’industria italiana ed europea. La sfida della trasformazione digitale e dell’adozione dell’intelligenza artificiale nel manifatturiero italiano è ancora aperta, e MADE ha tutte le carte in regola per essere protagonista di questa stagione, come lo è stato in passato”, ha commentato Merenda.

“A Miriam vanno il mio benvenuto più caloroso e la mia piena fiducia: il suo profilo è esattamente ciò di cui MADE ha bisogno per affrontare con successo le prossime sfide. Ad Augusto voglio esprimere, invece, la mia gratitudine: ha costruito con noi, fin dal primo giorno, un’organizzazione in cui la concretezza e la visione si sono sempre tenute insieme. I risultati che MADE ha conseguito in questi anni portano anche la sua firma”, è stato invece il commento di Marco Taisch, Presidente di MADE Competence Center Industria 4.0.

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Bianchedi: “Nello sport e in azienda vince chi si prepara”

Che cosa c’entra un’atleta due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi con la gestione delle persone? Nel caso di Diana Bianchedi le risposte sono numerose. Conosciuta per le sue mirabili gesta in pedana (oltre alle vittorie di Barcellona 1992 e Sydney 2000, ha vinto titoli mondiali, europei e nazionali), una volta smessi i panni della fiorettista, Bianchedi ha ricoperto vari ruoli manageriali, tra cui nel Coni (è stata Vice Presidente Vicario) e più di recente in Fondazione Milano Cortina 2026, come Chief Strategy Planning & Legacy Officer.

Forte di queste esperienze – oltre che di quelle di medico e di mamma di due figli – Bianchedi ha proposto il suo punto di vista sul tema del Capitale umano, al centro dell’attenzione dell’edizione 2026 de Il Convivio di Persone&Conoscenze, l’iniziativa editoriale dell’omonima rivista pubblicata dalla casa editrice ESTE, editore anche del nostro quotidiano.

Numerosi gli argomenti affrontati dall’olimpionica nell’intervista con Dario Colombo, Direttore Responsabile di Parole di Management: il rapporto tra leader e capo con vari parallelismi con lo sport; parità di genere; employability; competenze, legate soprattutto all’esperienza per tanti giovani a Milano Cortina 2026. Bianchedi ha anche provato a rispondere, ribaltando più di un luogo comune, a domande come: è vero che i giovani non vogliono più fare fatica? E come si replica alle fragilità delle nuove generazioni?

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A RS Italia ancora una medaglia per l’impegno ESG

Il 2026 vede un nuovo riconoscimento ESG (acronimo per i criteri con cui si valuta l’impatto aziendale negli ambiti Environmental, Social e Governance) per RS Italia, fornitore di prodotti per le industrie. L’azienda conquista per il terzo anno consecutivo la Medaglia Platinum EcoVadis, posizionandosi così nell’1% delle imprese più sostenibili. E migliorando il suo rating, che raggiunge 91/100, punteggio superiore di quattro punti a quello del 2025. Il risultato è frutto di una strategia di sostenibilità adottata anche da RS Group – azienda a capo del gruppo – vincitrice a sua volta della Medaglia Platinum per il quarto anno consecutivo.  

“Siamo estremamente orgogliosi di un premio che testimonia la concretezza del nostro impegno”, ha dichiarato Massimiliano Rottoli, Managing Director di RS Italia. “È uno stimolo a proseguire con maggiore determinazione: agire in modo responsabile è parte integrante del nostro modo di fare impresa e guida le nostre scelte quotidiane”. 

Le iniziative adottate da RS Italia 

Il rating EcoVadis, piattaforma di riferimento nella valutazione delle performance aziendali in ambito ESG, giudica le aziende sulla base di quattro ambiti: ambiente, lavoro e diritti umani, etica e acquisti sostenibili. Le stesse attorno a cui si sviluppa il piano ESG 2030 Per un mondo migliore di RS Italia, che si prefigge di promuovere la sostenibilità, dare più potere alle persone, sostenere i giovani e le comunità, fare impresa in modo responsabile. 

Diverse le iniziative adottate. Tra quelle ambientali c’è ad esempio l’elettrificazione della flotta aziendale con l’introduzione di veicoli ibridi ed elettrici. Un ulteriore passo è lo sviluppo della gamma Better World da 33mila prodotti, per orientare la scelta dei clienti verso acquisti con migliori caratteristiche in fatto di rispetto dell’ambiente. E ancora, l’impegno ad abbattere le emissioni in ambito logistica e packaging: tutto il materiale per gli imballaggi di RS Italia contiene almeno il 50% di materiale riciclabile. Inoltre, il nuovo Distribution Center di Pozzuolo Martesana è stato progettato secondo standard LEED Gold, garantendo anche qui un approccio ecologico.

Altro asset centrale è la valorizzazione delle persone, con la promozione di un ambiente di lavoro inclusivo. L’azienda mantiene poi operativo il pilastro dedicato al sostegno dei giovani e delle comunità attuando volontariato aziendale e progetti in collaborazione con realtà educative. Attenzione sempre maggiore è dedicata anche alla supply chain, attraverso l’adozione di pratiche di sustainable procurement e il dialogo con i fornitori al fine di migliorare gli standard ambientali, etici e sociali. 

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Bye bye Baby boomer

Gli esperti economici sono molto bravi a formulare diagnosi tecniche, ma il loro background formativo ed esperienziale raramente consente loro di elaborare vere strategie di sviluppo industriale. In quale azienda è il direttore finanziario a definire la strategia aziendale? Eppure continuiamo a chiedere proprio agli economisti le ricette strategiche che dovrebbero sostituire quelle rivelatesi perdenti negli ultimi decenni. Prendiamo come esempio i suggerimenti forniti dall’economista ed editorialista Carlo Cottarelli nell’ articolo del Corriere della Sera dal titolo Baby boomer in pensione e pochi giovani: cosa fare? Di fronte al problema del pensionamento dei Baby boomer e, più in generale, al calo demografico che colloca l’Italia tra gli ultimi Paesi al mondo per natalità, Cottarelli richiama giustamente la necessità di aumentare la produttività per evitare un rallentamento del Pil.

Tuttavia, a questo punto, le sue proposte risultano deludenti, come quelle di suoi colleghi. Del resto, è quanto possiamo aspettarci da una classe dirigente nella quale gli esperti di strategia industriale sono quasi totalmente assenti. Dobbiamo riconoscere a economisti come Cottarelli e Mario Draghi il merito di saper fare corrette e competenti diagnosi economico-finanziarie. Purtroppo non troviamo altrettanto valore nelle loro proposte strategiche (anche perché molto poco innovative, se non addirittura assenti). Se si guardano i background di coloro che hanno preparato i Piani di Sviluppo dei vari partiti politici, in effetti si rimane un po’ sconcertati (avvocati, medici, consulenti finanziari..). Il dato di fatto è che le loro ricette ci hanno fatto perdere, negli ultimi trent’anni, tutti i grandi treni dello sviluppo mondiale, sia come Europa sia, in particolare, come Italia.

Tornando all’articolo di Cottarelli, egli, pur riconoscendo correttamente che l’aumento della produttività individuale è indispensabile per compensare il calo demografico e la conseguente futura carenza di lavoratori, continua a proporre ricette risultate già ampiamente fallimentari. O, peggio ancora, non propone vere soluzioni concrete. Che cosa significa, infatti, affermare genericamente che servono investimenti, riduzione della burocrazia, abbattimento del costo dell’energia, ritorno al nucleare e un piano per l’immigrazione regolare, senza analizzare i rapporti di causa-effetto? Esaminiamo le due questioni centrali: produttività e immigrazione

La produttività fantasma

La ricetta proposta per aumentare la produttività dell’Italia è sempre quella di aumentare gli investimenti (ce lo sentiamo dire da 40 anni!). Il problema reale del nostro Paese non è mai stato in realtà la disponibilità di risorse finanziarie (ce le siamo sempre comunque procurate a debito), ma il modo in cui vengono impiegate. Negli ultimi trent’anni abbiamo immesso nel sistema circa 100 miliardi di euro all’anno, prevalentemente a debito, pari a circa il 5% del Pil. Eppure il Pil reale è cresciuto in media di appena lo 0,2% annuo, una percentuale insufficiente persino a mantenere il potere d’acquisto degli italiani, mentre negli altri principali Paesi europei occidentali il Pil è aumentato in media dal 30% al 60%. Anche gli investimenti più recenti, effettuati attraverso il Piano Industria 4.0 (attivato nel 2016), Superbonus (2020-2025) e Pnrr (il piano strategico attraverso cui l’Italia sta investendo i fondi europei del Next Generation EU), non hanno prodotto alcun effetto strutturale positivo sulla produttività del Paese, che continua a ristagnare da decenni. In realtà, un risultato importante lo hanno ottenuto: hanno contribuito ad aumentare gli utili delle imprese, che oggi dispongono di circa 500 miliardi di liquidità, e il risparmio privato, cresciuto di oltre 2000 miliardi dal 2011 a oggi, ben 1600 miliardi solo nel decennio 2011-2021, cioè quello del whatever it takes (la celebre frase che è stata pronunciata da Mario Draghi il 26 luglio 2012 a Londra, quando era Presidente della Bce). Nessun effetto significativo, invece, sulla produttività.  È ormai evidente che gli investimenti vengano storicamente usati su leve sbagliate. Si è trattato spesso di finanziamenti distribuiti a pioggia, utilizzati per sostenere aziende poco competitive o per perseguire incrementi marginali dell’efficienza produttiva.

Il problema dell’Italia non è l’efficienza, ma il basso valore aggiunto dei posti di lavoro. I nostri prodotti e servizi generano mediamente meno valore rispetto a quelli dei principali Paesi concorrenti. Questa è anche la vera causa dei bassi salari italiani. Continuare a investire sulle stesse leve sarebbe profondamente controproducente. Occorre invece individuare e finanziare le attività capaci di aumentare il valore prodotto, non l’efficienza. Altrimenti è quasi una fortuna non disporre di ulteriori risorse finanziarie: servirebbero soltanto ad aumentare il debito senza produrre alcun beneficio sulla produttività, come dimostrano i risultati finora ottenuti. Individuare le leve corrette non è impossibile. Basterebbe copiare quanto fatto dai Paesi più performanti e aggiungere strategie specifiche, basate sui potenziali vantaggi competitivi dell’Italia, che sono facilmente  individuabili.

L’equivoco dell’immigrazione

Un piano per l’immigrazione regolare è certamente necessario, ma non rappresenta il rimedio migliore per aumentare il valore aggiunto dei posti di lavoro e, in molti casi, nemmeno per aumentare l’efficienza. Ricorrere all’immigrazione per mantenere invariato il numero degli occupati è probabilmente il modo meno efficace per sostenere il Pil pro capite. Sicuramente non potrà aumentare. Forse è arrivato il momento di comprendere che un Paese in declino demografico deve cambiare paradigma economico. Negli anni Ottanta, con mercati insaturi e domanda crescente, l’obiettivo prioritario era sicuramente quello di aumentare i volumi produttivi e il numero di lavoratori necessari a sostenerli. Oggi il contesto è completamente diverso: i mercati sono maturi, la concorrenza internazionale è fortissima e molti Paesi operano con costi del lavoro molto inferiori ai nostri. In questo scenario non conta più la quantità prodotta, non conta più l’efficienza (le differenze sono impossibili da colmare con i paesi dell’Europa dell’Est o del Far East), ma ciò che conta è il valore di ciò che si produce. Se il calo demografico rende più difficile aumentare il Pil complessivo, rende però più facile aumentare il Pil pro capite, che è il vero indicatore del benessere e dei salari possibili.

Se il Pil resta invariato e la popolazione diminuisce, il Pil pro capite cresce automaticamente. Con l’attuale andamento demografico, questo incremento è già oggi automaticamente pari a circa lo 0,5% annuo. Perché allora gran parte degli economisti continua a concentrarsi esclusivamente sulla necessità di crescita del Pil totale, ignorando la priorità del Pil pro capite? Peraltro la semplice sostituzione dei lavoratori italiani mancanti con lavoratori immigrati non può aumentare il Pil pro capite e difficilmente riesce anche solo a mantenerlo. Innanzitutto perché una parte significativa dei redditi percepiti dai lavoratori immigrati viene trasferita nei Paesi di origine attraverso le rimesse finanziarie, che oggi ammontano a circa 9 miliardi di euro all’anno, pari a circa lo 0,4% del Pil (che invece venivano trasformate in consumi, cioè in Pil, quando erano percepiti da lavoratori italiani)

Ma esiste una ragione ancora più importante. I posti di lavoro occupati dagli immigrati sono spesso essenziali, ma generalmente caratterizzati da basso valore aggiunto e basse retribuzioni. Se il peso di queste attività aumenta rispetto alle professioni ad alta qualificazione, il risultato è una riduzione del Pil pro capite e del salario medio. Ciò di cui l’Italia ha realmente bisogno è un aumento dei posti di lavoro ad alto valore aggiunto. Questo è molto condizionato dalle strategie e capacità dei nostri imprenditori e dagli incentivi pubblici. Purtroppo non possiamo fare valutazioni molto positive su questi due fronti (non bastano poche eccellenze a fare Pil).

Non mancano i lavoratori: mancano posti di lavoro qualificati

Perché cercare esclusivamente soluzioni difficili da gestire, come l’immigrazione, quando una parte del problema potrebbe essere affrontata intervenendo direttamente sulle nostre inefficienze e cause strutturali? Dal punto di vista della disponibilità di lavoratori, la soluzione è già in casa. Come mai un tedesco lavora mediamente circa 40 anni e un italiano poco più di 32 anni, pur andando in pensione alla stessa età? La vera differenza, infatti, non è tanto l’età di pensionamento, quanto la durata complessiva della vita lavorativa. In Germania una persona lavora mediamente oltre 40 anni perché il sistema tedesco riesce a utilizzare il capitale umano disponibile per circa un quarto di tempo in più rispetto al nostro. Se la durata media della vita lavorativa italiana fosse pari a quella tedesca, avremmo circa il 25% di lavoratori attivi in più. Significa 3,5 milioni di persone aggiuntive nel mercato del lavoro.

La vera domanda è dunque un’altra: perché diciamo che ci mancano i lavoratori? Forse perché non disponiamo di un numero sufficiente di posti di lavoro adatti alle competenze dei nostri giovani, come dimostra il continuo flusso di emigrati qualificati verso l’estero. I lavoratori li avremmo. Quello che manca sono posti di lavoro sufficientemente qualificati e remunerativi. Abbiamo numerose posizioni vacanti in attività che non corrispondono né alla formazione dei giovani italiani né alle competenze degli immigrati che riusciamo ad attrarre. Gli immigrati altamente qualificati scelgono infatti Paesi che offrono salari più elevati. E questi salari più elevati sono possibili perché quei Paesi generano un valore aggiunto superiore. In Germania, ad esempio, il valore aggiunto per occupato è superiore di circa il 30-40% rispetto all’Italia. E qui si torna dunque al problema del basso valore aggiunto dei posti di lavoro della nostra economia e del come non ne incentiviamo l’aumento.  E non sono e non saranno gli immigrati a farci mantenere e aumentare il nostro Pil pro capite: è tecnicamente impossibile!

Cosa fare nel breve periodo?

Nel lungo periodo la risposta resta sempre la stessa: occorre aumentare il valore dei prodotti e dei servizi italiani. Nel breve periodo, però, esistono possibilità di intervento immediati. Un primo bacino di lavoratori è rappresentato da coloro che percepiscono la Cassa Integrazione Straordinaria. Parliamo di circa 75mila persone che ricevono un sostegno pubblico e che potrebbero essere impiegate, almeno in parte, per soddisfare le esigenze delle aziende del territorio che lamentano carenza di personale. Sarebbe certamente preferibile remunerare lavoro produttivo anziché sostenere una inattività forzata a carico dei conti delle Stato. Un secondo enorme bacino potenziale riguarda l’occupazione femminile. Se l’Italia raggiungesse il tasso di occupazione femminile della Germania (circa il 78% contro il nostro 58%) avremmo circa 3,5 milioni di lavoratrici in più. Si tratta di una risorsa enorme e spesso sottovalutata.

In conclusione, se riuscissimo ad aumentare sia la durata media della vita lavorativa, sia la partecipazione femminile al mercato del lavoro, potremmo contare su 6 milioni di occupati aggiuntivi, con effetti positivi sul Pil pro capite, sui salari e sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Abbiamo già gran parte delle soluzioni all’interno del Paese. Per questo motivo è troppo comodo attribuire ogni responsabilità al calo demografico e individuare nell’immigrazione l’unica risposta possibile. La causa principale delle difficoltà economiche italiane è interna. E, almeno in larga misura, interna deve essere anche la soluzione.

In realtà occorre trasformare il problema del calo demografico in una opportunità di aumento del nostro Pil pro capite. Se si impostassero nuove strategie in tal senso, potrebbe essere più facile del previsto. Già il calo demografico, a parità di Pil (quindi senza aumentarlo) abbiamo visto che ci garantisce un aumento del PIl pro capite dello 0,5% annuo (che non è poco). Se in più riuscissimo ad aumentare il valore dei nostri prodotti e del nostro lavoro utilizzando l’Intelligenza Artificiale (AI), il tutto diventerebbe più facile. Potremmo addirittura ribaltare il ragionamento: il fatto che con l’AI serviranno meno lavoratori, noi avremo meno problemi dei Paesi che non hanno un equivalente calo demografico. Dovremmo cavalcare l’onda del calo demografico come acceleratore dell’aumento del valore aggiunto pro-capite e della riduzione di lavoratori necessari e non cercare di impedirlo ricorrendo al lavoro di immigrati.

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La Manifattura si confronta a FabbricaFuturo Vicenza

L’incertezza è ormai una condizione permanente per manager e imprenditori, in particolare delle aziende manifatturiere. Le nuove sfide richiedono oggi una capacità sempre più solida di interpretare il cambiamento, anticipare gli scenari e costruire nuove direzioni strategiche. Proprio per affrontare questo scenario ritorna FabbricaFuturo l’evento promosso da Sistemi&Impresa (Parole di Management è Media Partner) e arrivato alla sua 15esima edizione: nel 2026 a promuovere l’iniziativa è anche MIT Sloan Management Review Italia (altra rivista di Edizioni ESTE, editore anche del nostro quotidiano).

L’appuntamento è per il 18 e 19 giugno 2026 a Vicenza, presso il Cuoa Business School e vanta il patrocinio di Confindustria Vicenza, Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici e Federmeccanica. Come sempre, anche in questa edizione di FabbricaFuturo, manager, imprenditori, accademici ed esperti possono confrontarsi sui temi che stanno ridefinendo il futuro dell’impresa italiana.

ISCRIVITI A FABBRICA FUTURO VICENZA, 18 E 19 GIUGNO 2026

L’obiettivo dell’iniziativa editoriale è di creare uno spazio di confronto tra chi ogni giorno affronta la trasformazione industriale, mettendo in relazione visione strategica, ricerca e casi concreti di impresa. Due giornate di approfondimento dedicate alle sfide che stanno ridisegnando il sistema produttivo italiano, attraverso un format che unisce analisi, testimonianze e applicazioni concrete. A conclusione dell’evento è prevista anche la visita a due eccellenze industriali del territorio, Bauli e AFV Beltrame, un’ulteriore occasione per osservare sul campo i percorsi di innovazione e trasformazione delle imprese.

Tra le realtà protagoniste di questa edizione figurano Considi, Festival del Futuro, BVR Banca Veneto Centrale, Digix Plus, EIM, ESTE Scuola di Impresa, Iziwork, Quin, Quindi, SD Worx Italy, sedApta Elisa Industriq e Sinfo One. Al progetto aderiscono inoltre come media partner Gruppo editoriale Athesis, Bresciaoggi, Gazzetta di Mantova, Il Giornale di Vicenza e L’Arena, insieme ad Aused e ITS Academy Meccatronico Veneto.

Il futuro passa dalla cultura industriale

FabbricaFuturo si apre con i saluti istituzionali di Federico Visentin, Presidente di Cuoa, e di Flavio Stecca, Vicepresidente vicario di BVR Banca Veneto Centrale. Segue l’intervento di Barbara Beltrame Giacomello, Presidente di Confindustria Vicenza e Vicepresente di AFV Beltrame Group. Poi c’è spazio per le profonde riflessioni di Vittorio Coda, Professore Emerito dell’Università Bocconi, e di Marco Vitale, Economista d’impresa sulla cultura industriale italiana come chiave per costruire il futuro.

Sul futuro della competitiva industriale interviene anche Patrizio Bianchi, già Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e titolare della Cattedra Unesco Educazione, Crescita e Uguaglianza. Il programma dedica spazio al ruolo delle imprese familiari nel sistema economico italiano, con il confronto tra Michele Bauli, Presidente di Bauli, Mauro Fanin, Presidente di Cereal Docks, e Chiara Mastrotto, Presidente del Gruppo Mastrotto.

Accanto ai temi di governance e visione strategica, il programma affronta gli strumenti necessari per guidare la trasformazione. La giornata prosegue infatti con uno dei temi più discussi nel management contemporaneo: l’Intelligenza Artificiale (AI). Gianni Dal Pozzo, Amministratore Delegato di Considi, interviene sul rapporto tra AI e rinascita del talento umano nel Manufacturing. Gli strumenti per sostenere la crescita sono al centro anche della tavola rotonda dedicata alle fondamenta organizzative, con Antonella Candiotto, Presidente e CEO di Galdi, Enrico Gribaudo, CEO di Turatti, Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italy, e Carlo Vanin, Group HR & Organization Officer di Carel Industries.

L’AI in Manifattura: una nuova fase?

Il pomeriggio della prima giornata è dedicato all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale (AI) al mondo industriale. Emanuele Frontoni, Professore Ordinario di Informatica all’Università di Macerata e Co-Director del Vrai Lab, approfondisce il tema della Industrial AI e della necessità di sviluppare tecnologie capaci di generare trasformazioni concrete. A seguire, Paola Pomi, CEO di Sinfo One, analizza il rapporto tra AI e competitività delle imprese italiane, evidenziando il ruolo della governance del dato e della coerenza organizzativa. Il confronto è arricchito con l’intervento di Marco Bentivogli, Coordinatore Generale di Base Italia ed esperto di politiche del lavoro e innovazione industriale, che propone una riflessione sul futuro della manifattura nell’era dell’AI.

La prima giornata si chiude con il contributo di Claudio Bertollo, Direttore Generale di BVR Banca Veneto Centrale, sul rapporto tra banca, innovazione digitale e sviluppo del territorio. Il tema dei giovani e delle competenze del futuro è approfondito da Maurizio Decastri, Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale dell’Università Tor Vergata, Domenico Di Gravina, Managing Director di Iziwork Italia, Matteo Quagini, Chief Revenue Officer & Senior Advisor di Digix Plus, Giorgio Spanevello, Direttore Generale di ITS Academy Meccatronico Veneto, e Ivan Tomasi, Presidente di L’Inglesina Baby e Delegato all’Education di Confindustria Vicenza.

Internazionalizzazione e nuovi modelli industriali

La seconda giornata di FabbricaFuturo amplia il confronto sui temi che stanno trasformando il modo di fare impresa. Carlo Bagnoli, Professore Ordinario di Innovazione strategica alla Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, affronta il passaggio dalla ricerca alle iniziative imprenditoriali, mentre Morris Odorizzi, Senior Operations Consultant di Quin, approfondisce il ruolo della decision intelligence nelle operations.

Il valore strategico dei dati industriali è al centro della tavola rotonda con Michele Bruno, partner di EIM Italia, Francesco Pezzutto, Chief Information & Digital Transformation Officer di Friul Intagli Industries, Luca Pierfederici, Business Development di sedApta Elisa Industriq, e Andrea Provini, presidente di Aused e global CIO di Bracco Imaging. Il confronto mostra come i dati stiano cambiando il modo in cui le aziende leggono il business, trasformando informazioni operative in decisioni e scenari previsionali.  

L’internazionalizzazione è, invece, il tema dell’intervento di Luigi Consiglio, CEO di Eccellenze d’Impresa, che analizza l’apertura ai mercati esteri come leva strategica per crescita e resilienza delle aziende. A chiudere il convegno – che, come detto, prosegue con la visita alle aziende Bauli e AFV Beltrame – è la tavola rotonda dedicata ai modelli virtuali per la continuità operativa e all’anticipazione dei rischi nella Supply chain, con Mirco Destro, IT Director di Vimar, Francesco Faccin, Operations Manager di Clerprem e Fabio Oscari, CEO di Quindi.

L’evento è dunque un appuntamento di particolare interesse perché mette al centro i temi che oggi definiscono la qualità della cultura d’impresa: la capacità di leggere i cambiamenti globali, governare l’innovazione senza subirla, valorizzare le persone e integrare tecnologia, responsabilità e visione strategica.

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Chi lavora bene, vive bene

Il 21 maggio 2026 a Milano, durante il Convivio di Persone & Conoscenze, evento dedicato al tema del Capitale Umano, Giovanni Costa, Professore Emerito di Organizzazione Aziendale e Strategia d’Impresa, ha dialogato con Chiara Lupi, Direttrice Editoriale della casa editrice ESTE sul tema Dove e quando lavoriamo davvero. Ripensare il lavoro oltre i confini visibili, mettendo in discussione alcune narrazioni consolidate sul lavoro contemporaneo.

Al centro dell’intervento, l’idea che il lavoro sia spesso rappresentato in modo negativo nel racconto pubblico e nella cultura popolare, una rappresentazione che finisce per influenzare soprattutto le generazioni più giovani. Costa ha invitato a superare l’impostazione che contrappone vita e lavoro, sottolineando come la qualità della vita dipenda in larga misura dalla qualità del lavoro stesso, e non da una separazione artificiale tra le due sfere.

Un ulteriore punto critico riguarda la tendenza a delegare la qualità del lavoro a figure esterne o a ‘imprenditori illuminati’: per il professore, il lavoro è invece una responsabilità che si costruisce anche attraverso l’impegno e il contributo diretto di chi lo svolge.

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