La tesi è questa: per sostenere il welfare e accrescere la ricchezza per abitante in un’Italia che invecchia, dobbiamo mettere al centro della strategia economica l’aumento del valore aggiunto per posto di lavoro. Aumentare il numero degli occupati resta importante: amplia la base produttiva, contributiva e fiscale. Ma questa leva deve accompagnarsi a una trasformazione delle attività svolte, affinché ogni occupato possa generare più valore. Il solo aumento degli occupati, a parità di valore aggiunto per occupato, può far crescere il Pil totale e, a popolazione invariata, anche quello pro capite, senza però migliorare la produttività per occupato né, di per sé, creare le condizioni per salari reali più elevati. La priorità strategica è ora invece quella di aumentare il valore aggiunto dei nostri posti di lavoro attraverso nuovi prodotti, servizi e modelli di business capaci di generare e trattenere in Italia una quota maggiore di valore. È questa la condizione che può rendere compatibili una popolazione più piccola e una maggiore ricchezza per abitante, creando anche le basi economiche per salari reali più
elevati.
Dati alla mano, abbiamo però già disponibili ampi margini di miglioramento. Se riuscissimo ad avere un tasso di occupazione pari a quello degli altri paesi dell’Europa occidentale, avremmo in teoria addirittura quasi il 20% di Pil in più, a parità delle altre condizioni: un incremento enorme, visto che siamo riusciti ad aumentarlo solo del 5% in 25 anni. Perché noi non dovremmo riuscire ad ottenere il tasso di occupazione della Germania e dei paesi nordici, che è mediamente dell’80% contro il nostro 67%, cioè quasi il 20% in più, o almeno quello medio europeo che è 76%?
Il declino demografico rende comunque urgente una decisione sulla strategia da seguire, altrimenti rischiamo di subire le conseguenze della stagnazione economica dell’ultimo trentennio e di allontanarci ulteriormente dalle altre economie dell’Europa occidentale. La dinamica degli ultimi decenni mostra inoltre perché l’aumento dell’occupazione, da solo, non basta: tra il 2000 e il 2024 l’occupazioneb italiana è aumentata di circa il 16%, mentre il Pil per occupato è diminuito del 5,8% (secondo i dati del Rapporto annuale Istat 2025). Nello stesso periodo è cresciuto il peso di servizi ad alta intensità di lavoro e basso valore aggiunto (mentre negli altri Paesi europei sono aumentati i servizi ad alto valore aggiunto).
L’immigrazione non basta
È chiaro che, per raggiungere questo risultato, occorrerebbe avere più posti di lavoro disponibili. La continua e dichiarata presenza di posti vacanti dovrebbe però farci riflettere sulle ragioni del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e sul perché pensiamo di colmarlo soltanto con l’immigrazione, che da sola difficilmente può risolvere il problema. Se l’attuale piccolo aumento degli occupati continuerà a concentrarsi prevalentemente in posti di lavoro ‘poveri’, continueremo a ridurre il salario medio e il valore aggiunto per occupato, ampliando il divario con gli altri Paesi.
In Italia non sembriamo avere piena consapevolezza di questo divario sul valore prodotto dai nostri posti di lavoro rispetto agli altri paesi occidentali: a prezzi correnti, un’ora di lavoro in Germania genera per il mercato circa 70 euro di Pil, contro circa 50 euro in Italia, cioè circa il 40% in più. E questo non avviene certo per colpa del lavoratore, ma per il minore valore delle attività svolte, che limita anche lo spazio per salari più elevati. Il punto è che, mediamente, i nostri prodotti e servizi riescono a generare e catturare sul mercato molto meno valore degli altri Paesi dell’Europa occidentale.
Il problema è reso ancora più evidente dalla dinamica di lungo periodo. Tra il 2000 e il 2024, il Pil per ora lavorata, misurato in termini reali, è cresciuto in Italia di appena lo 0,7%, contro il 21,8% in Germania, il 15,7% in Francia e il 19,7% in Spagna. In quasi un quarto di secolo, dunque, l’Italia ha notevolmente rallentato, fermando la crescita dell’economia. Aumentare il valore aggiunto per posto di lavoro significa intervenire su ciò che rende quel lavoro economicamente più produttivo: competenze, tecnologie, organizzazione, qualità dell’offerta e posizione dell’impresa nella filiera. Non basta chiedere alle persone di lavorare di più: occorre metterle nelle condizioni di generare più valore con il proprio lavoro.
Le ‘cinque miniere’ di valore economico
È una responsabilità che riguarda le scelte delle imprese e la strategia industriale del paese. Si tenga peraltro presente che un italiano lavora in media 1700 ore contro meno di 1400 di un tedesco. Nonostante ciò, un tedesco produce un valore aggiunto superiore del 40% rispetto a un italiano, a conferma del poco valore di ciò che produciamo. In questa prospettiva si possono individuare ‘cinque miniere’ di valore economico non sfruttato.
La prima miniera è costituita dal turismo. Il confronto internazionale rende immediatamente visibile la nostra errata percezione e il reale potenziale disponibile. Nel 2025 le entrate turistiche della Spagna sono state pari al doppio di quelle italiane (e il divario assoluto aumenta ogni anno). Anche la Francia ha avuto entrate superiori alle nostre di quasi il 50%. Ma come è possibile, visto che continuiamo a definirci il Paese più ambito al mondo e a vantarci del nostro successo turistico? E, soprattutto, come è possibile, considerando il nostro patrimonio artistico e culturale? E come mai parliamo di turismo di lusso quando un turista straniero spende in Spagna il 40–50% in più rispetto all’Italia? I dati mostrano chiaramente la distanza esistente tra possedere un patrimonio turistico straordinario e saperlo trasformare in un business di valore adeguato.
La seconda miniera, come già anticipato, è costituita dal lavoro disponibile ma non pienamente utilizzato. Il tasso di occupazione italiano rimane sensibilmente inferiore a quello delle economie con
cui ci confrontiamo, soprattutto per la partecipazione femminile e giovanile. C’è un altro dato che deve farci pensare: perché un lavoratore tedesco ha una vita lavorativa media di 40 anni e uno italiano solo di 32? Eppure i tedeschi vanno in pensione alla stessa età. La differenza sta nel fatto che da noi i giovani iniziano a lavorare almeno cinque anni dopo i tedeschi. Perché? Non si può certo attribuire il ritardo a un maggiore impegno negli studi universitari, visto che siamo tra i paesi europei con la più bassa percentuale di laureati, insieme alla Romania. È perché non abbiamo posti di lavoro per loro? Come mai i pochi laureati in discipline Stem (e non solo) che generiamo sono costretti ad andare all’estero per trovare posti di lavoro adeguati alla loro preparazione? E allora come mai ci lamentiamo della mancanza di lavoratori?
E se mancano lavoratori già preparati, perché non ricorriamo maggiormente al contributo di quei pensionati che gradirebbero continuare a lavorare? O ai lavoratori in cassa integrazione straordinaria? O a una maggiore partecipazione femminile? Se gli altri paesi lo fanno e noi no, non possiamo pensare di poter sostenere un livello di welfare come il loro. Occorre ampliare la partecipazione al lavoro della popolazione residente, senza considerare l’immigrazione come l’unica soluzione. Questa maggiore partecipazione deve accompagnarsi a investimenti nelle competenze e alla creazione di posti di lavoro e ruoli a più alto valore aggiunto, per valorizzare il potenziale delle persone oggi escluse o sottoutilizzate.
Scenari macroeconomici
L’Italia tra impoverimento del lavoro, declino industriale e un modello produttivo che non crea valore. L’Italia ha costruito un modello di crescita fondato sull’espansione di attività labour-intensiv…
Manifattura e Made in Italy: quel che resta della filiera
La terza miniera è costituita dalla Manifattura e, più in generale, dal Made in Italy. L’Italia sa produrre beni che il mondo riconosce per qualità, specializzazione e capacità tecnica. Ma produrre bene non
significa automaticamente catturare la parte maggiore del valore generato. Servizi, dati, software, progettazione, marchio, distribuzione, finanziamento e relazione continuativa con il cliente possono contenere quote crescenti della remunerazione. Questo vale soprattutto per le imprese che appartengono a filiere nelle quali il mercato finale è controllato da aziende straniere, come quella automobilistica legata ai marchi tedeschi: il valore che rimane in Italia è limitato rispetto a quello del
prodotto o servizio finale.
La strategia necessaria non consiste nell’abbandonare la Manifattura, ma nel costruire intorno ad essa una parte più ampia delle attività ad alto valore che la precedono, la accompagnano e la seguono. Ciò può avvenire accedendo al mercato finale dei consumatori (B2C) attraverso modelli di business basati sulla servitizzazione, cioè sull’offerta di servizi integrati al prodotto e per la sua fruizione. Anche nel B2B (forniture alle imprese), si possono sviluppare ulteriormente remunerativi rapporti di servitizzazione (impianti pagati per l’uso che se ne fa – pay per use – e non come fornitura una tantum) e di prosumership, nella cui logica il cliente utilizza le risorse e le infrastrutture del fornitore per gestire autonomamente ciò che gli serve, persino la progettazione del prodotto se possibile.
Si tratta di modelli di business ormai consolidati nel mondo, ma che vedono le aziende italiane molto meno presenti percentualmente. È inoltre opportuna una politica di sostegno alla crescita dimensionale delle imprese, insieme a una strategia per attrarre multinazionali tecnologiche e sviluppare ecosistemi avanzati nel loro indotto. Sono già diventate critiche le situazioni del Made in Italy legate alla moda e all’alimentare, nei quali una parte rilevante del valore delle filiere è oramai passata oggi in mani estere, soprattutto francesi. Anche dietro a marchi italiani, nel nostro Paese rimangono spesso le attività meno remunerative della filiera, nelle quali si ricorre anche a manodopera a basso costo, in un’impossibile concorrenza con le filiere del Far East.
Piccolo è bello… ma olonico è meglio
La quarta miniera è costituita dalle Pmi. Il ‘piccolo è bello’ ha descritto una delle forze storiche dell’economia italiana, ma diventa un limite quando ‘piccolo’ significa: troppo poca ricerca, troppo poco management, capitale insufficiente, difficoltà ad accedere all’Intelligenza Artificiale (AI), ai dati e ai mercati globali. Non dobbiamo necessariamente rendere grandi tutte le imprese italiane; dobbiamo però rendere grandi le capacità alle quali le piccole imprese possono accedere. Ecosistemi, reti, modello ‘olonico’, formazione manageriale e capitale di rischio diventano strumenti per creare
scala senza cancellare l’autonomia delle aziende.
In questa possibile area di sviluppo esistono esempi e potenzialità enormi, che l’esteso network delle Pmi italiane deve assolutamente sfruttare. Abbiamo già distretti industriali che sono evoluti in parte in tal senso, come la Motor Valley, la celebre terra dei motori in Emilia Romagna, la Packaging Valley, il distretto emiliano degli imballaggi, la Biomedical Valley, il più importante distretto MedTech d’Europa. Il tutto facilitato dal fatto che ora, grazie a Internet e al digitale, non esiste più il limite fisico-geografico e sono quindi possibili numerose altre configurazioni di ecosistemi olonico-virtuali. In tale modo le nostre Pmi possono sviluppare innovazione in economia di scala e competere ad armi pari, quando serve, con le grandi aziende mondiali. Si prenda come esempio proprio il distretto biomedicale di Mirandola, che si contende il primato mondiale con quelli statunitensi di Minneapolis e Los Angeles.
Innovazione digitale e filiera verde: le opportunità del futuro
La quinta miniera è quella delle nuove capacità e opportunità di business generate dal digitale, dall’Intelligenza Artificiale e dai servizi avanzati. L’Italia ha spesso interpretato la tecnologia solamente attraverso la lente dell’efficienza: automatizzare, ridurre i costi, fare più rapidamente ciò che già facevamo. Ciò è necessario quando il lavoro diventa scarso, ma il salto di valore (che è quello che serve ora all’Italia) avviene quando la tecnologia permette di fare ciò che prima non potevamo fare: nuovi servizi, nuove forme di personalizzazione, manutenzione predittiva, modelli pay-per-use, piattaforme, conoscenza vendibile, relazioni continuative con il cliente. La domanda decisiva per il nostro non è quanto possiamo risparmiare con l’AI, ma che cosa possiamo con essa concepire e vendere domani che ieri non potevamo vendere.
Esiste poi il tema della sostenibilità. Essa non costituisce una sesta miniera, perché attraversa tutte e cinque. È innanzitutto un insieme di vincoli e condizioni da rispettare: energia, emissioni, uso dei materiali, acqua, circolarità e requisiti ambientali modificano progressivamente costi, investimenti e condizioni di accesso ai mercati. Ma ogni vincolo diffuso genera anche una domanda. Milioni di imprese devono decarbonizzare processi, ridurre consumi, riprogettare prodotti, recuperare materiali e rendere misurabili le proprie performance ambientali. Per l’Italia la domanda strategica è quindi duplice: quanto ci costa adattarci e, soprattutto, che cosa possiamo vendere agli altri mentre tutti devono adattarsi? La risposta non può essere una rincorsa indistinta alla Cina. Nelle principali filiere clean-tech la concentrazione produttiva cinese è già molto elevata: secondo l’International Energy Agency, la Cina rappresenta circa l’85% della capacità produttiva della filiera solare e l’80% di quella delle batterie agli ioni di litio, con quote ancora superiori in alcuni passaggi a monte.
Sfide e opportunità per le imprese
Il terreno più coerente con le capacità italiane può essere diverso: integrazione delle tecnologie nei processi industriali, efficienza energetica, automazione, software, gestione dei dati, retrofit, recupero di calore e materiali, remanufacturing, progettazione circolare e servizi ad alto valore. Non necessariamente produrre la commodity verde, dunque, ma costruire una parte rilevante del sistema economico che permette di utilizzarla.
L’invecchiamento della popolazione offre a sua volta opportunità economiche. Se da una parte rappresenta un limite per la disponibilità di lavoratori, dall’altra genera un importante nuovo mercato, quello del business legato alla longevità, con tutti i servizi necessari. Si tratta di un business già ben sfruttato da paesi come la Francia e i paesi del Nord Europa. Le nostre aziende lo sfruttano molto meno e tendono a concentrarsi sui servizi a minor valore aggiunto.
Le cinque miniere, insieme alle opportunità della sostenibilità e della longevità, convergono così in una priorità: aumentare il valore aggiunto per posto di lavoro. Una maggiore partecipazione al lavoro rafforza questa strategia, ma il suo fulcro è la capacità di ogni attività di generare più valore e di
trattenerne una quota maggiore nel nostro sistema economico. Il calo demografico non produce da solo maggiore benessere: pensioni, sanità e welfare resteranno sotto pressione. Un’Italia con meno abitanti potrà essere più ricca per abitante se saprà compensare la riduzione della popolazione in età lavorativa con più partecipazione e, soprattutto, con un maggiore valore aggiunto per occupato. È questo il significato di ‘meno abitanti, più ricchezza’: un obiettivo da costruire attraverso la trasformazione del lavoro e delle imprese.
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