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Consulenza, Eccellenze d’Impresa entra in Considi

Prende forma un nuovo progetto industriale nel panorama della consulenza manageriale italiana. Eccellenze d’Impresa, advisory strategico specializzato nello sviluppo competitivo delle aziende, entra nel Gruppo Considi, realtà focalizzata su Operations & Innovation Management. L’obiettivo della partnership strategica è di costruire il polo italiano della consulenza manageriale dedicato alle imprese e agli imprenditori italiani. Il nuovo polo, che prende il nome di Considi Holding, si propone come interlocutore unico in grado di accompagnare le imprese lungo tutte le funzioni critiche della gestione strategica, con l’obiettivo di aumentarne il valore nel lungo periodo.

L’accordo rappresenta una vera e propria operazione industriale nel settore della consulenza manageriale italiana. L’obiettivo è creare una piattaforma capace di aggregare eccellenze specialistiche complementari sotto una governance comune, dando vita a un nuovo campione nazionale della consulenza. Nella sua configurazione iniziale, il nuovo polo aggrega circa 400 professionisti e genera oltre 40 milioni di euro di fatturato, posizionandosi come il primo operatore indipendente italiano dell’advisory aziendale.

Alla base dell’iniziativa c’è la complementarità tra le due realtà. Da un lato, Eccellenze d’Impresa porta un solido know-how strategico e manageriale nei processi di sviluppo competitivo, organizzativo e commerciale, con un focus particolare sul Food & Beverage. Dall’altro, Considi contribuisce con una consolidata esperienza nell’applicazione dei principi Lean, nell’efficientamento operativo, nella gestione della supply chain, nella sostenibilità e nella trasformazione tecnologica, con una forte presenza nei settori manifatturiero, lusso, design, arredo e automotive.

Il polo integra competenze strategiche, industriali, organizzative e tecnologiche

L’iniziativa nasce in un contesto particolarmente complesso per il tessuto imprenditoriale italiano. Le aziende sono chiamate ad affrontare simultaneamente sfide come la crescita dimensionale, la transizione digitale, l’adozione dell’intelligenza artificiale, la sostenibilità, l’internazionalizzazione e il passaggio generazionale. Per rispondere a queste esigenze, il nuovo polo integrerà competenze strategiche, industriali, organizzative e tecnologiche oggi spesso distribuite tra operatori differenti, rivolgendosi in particolare alle PMI e alle imprese familiari, segmento spesso poco presidiato dai grandi operatori internazionali della consulenza manageriale ma che rappresenta l’ossatura del sistema produttivo nazionale e delle filiere del Made in Italy.

“Questa non è soltanto una partnership commerciale, ma un’operazione industriale che punta a consolidare il mercato italiano della consulenza creando un soggetto capace di accompagnare gli imprenditori lungo tutte le sfide della crescita. Vogliamo costruire il punto di riferimento nazionale dell’advisory indipendente per le imprese italiane, mettendo insieme competenze d’eccellenza per offrire un supporto integrato lungo tutta la catena del valore. Il futuro delle imprese italiane dipende sempre più dalla capacità di costruire governance solide, leadership chiare e visioni industriali di lungo periodo”, ha affermato Luigi Consiglio, CEO di Eccellenze d’Impresa.

“La collaborazione con Eccellenze d’Impresa rafforza ulteriormente il posizionamento del Gruppo Considi nei comparti strategici del sistema produttivo italiano. L’obiettivo non è soltanto integrare competenze, ma costruire un modello innovativo di consulenza capace di generare valore industriale. Operations, innovazione, Intelligenza Artificiale (AI), sostenibilità e strategia devono oggi dialogare in modo integrato per consentire alle imprese di affrontare con successo le sfide dei prossimi decenni”, ha dichiarato Gianni Dal Pozzo, Amministratore Delegato del Gruppo Considi.

La partnership è già operativa

La partnership è già operativa attraverso le prime offerte e collaborazioni congiunte. Il progetto prevede inoltre lo sviluppo di iniziative condivise nell’ambito di sviluppo clienti, attrattività dei talenti e selezione e formazione dei giovani, facendo leva sul network internazionale di Eccellenze d’Impresa e sull’ecosistema multidisciplinare del Gruppo Considi, composto da 13 società specializzate. Tra queste IC&Partners, guidata dal presidente e CEO Roberto Corciulo e fortemente orientata verso la consulenza d’impresa sui mercati esteri, Vitale-Zane & Co, con una forte competenza su consulenza strategica economico-finanziaria e sviluppo delle imprese, di cui Marco Vitale è fondatore e presidente, Sinedi, società specializzata in consulenza strategica di direzione e organizzazione aziendale che affianca imprenditori e manager nei percorsi di crescita, trasformazione e sviluppo competitivo delle imprese, e Sustain Tech Hub, società specializzata nella consulenza integrata per la sostenibilità aziendale, ESG, salute e sicurezza, ambiente, energia e sistemi di gestione.

Il progetto, che conta anche sull’esperienza di Maria Pierdicchi, Presidente di Eccellenze d’Impresa, e Fabio Cappellozza, Presidente del Gruppo Considi, si sviluppa secondo un modello che prevede la creazione di un comitato strategico aperto ai soci in rappresentanza delle singole società, la governance sarà regolata da patti parasociali. La nuova piattaforma è inoltre aperta all’ingresso di ulteriori società altamente specializzate, selezionate esclusivamente sulla base dell’eccellenza professionale e della complementarità delle competenze.

L’articolo Consulenza, Eccellenze d’Impresa entra in Considi proviene da Parole di Management.

Consulenza, Eccellenze d’Impresa entra in Considi

Prende forma un nuovo progetto industriale nel panorama della consulenza manageriale italiana. Eccellenze d’Impresa, advisory strategico specializzato nello sviluppo competitivo delle aziende, entra nel Gruppo Considi, realtà focalizzata su Operations & Innovation Management. L’obiettivo della partnership strategica è di costruire il polo italiano della consulenza manageriale dedicato alle imprese e agli imprenditori italiani. Il nuovo polo, che prende il nome di Considi Holding, si propone come interlocutore unico in grado di accompagnare le imprese lungo tutte le funzioni critiche della gestione strategica, con l’obiettivo di aumentarne il valore nel lungo periodo.

L’accordo rappresenta una vera e propria operazione industriale nel settore della consulenza manageriale italiana. L’obiettivo è creare una piattaforma capace di aggregare eccellenze specialistiche complementari sotto una governance comune, dando vita a un nuovo campione nazionale della consulenza. Nella sua configurazione iniziale, il nuovo polo aggrega circa 400 professionisti e genera oltre 40 milioni di euro di fatturato, posizionandosi come il primo operatore indipendente italiano dell’advisory aziendale.

Alla base dell’iniziativa c’è la complementarità tra le due realtà. Da un lato, Eccellenze d’Impresa porta un solido know-how strategico e manageriale nei processi di sviluppo competitivo, organizzativo e commerciale, con un focus particolare sul Food & Beverage. Dall’altro, Considi contribuisce con una consolidata esperienza nell’applicazione dei principi Lean, nell’efficientamento operativo, nella gestione della supply chain, nella sostenibilità e nella trasformazione tecnologica, con una forte presenza nei settori manifatturiero, lusso, design, arredo e automotive.

Il polo integra competenze strategiche, industriali, organizzative e tecnologiche

L’iniziativa nasce in un contesto particolarmente complesso per il tessuto imprenditoriale italiano. Le aziende sono chiamate ad affrontare simultaneamente sfide come la crescita dimensionale, la transizione digitale, l’adozione dell’intelligenza artificiale, la sostenibilità, l’internazionalizzazione e il passaggio generazionale. Per rispondere a queste esigenze, il nuovo polo integrerà competenze strategiche, industriali, organizzative e tecnologiche oggi spesso distribuite tra operatori differenti, rivolgendosi in particolare alle PMI e alle imprese familiari, segmento spesso poco presidiato dai grandi operatori internazionali della consulenza manageriale ma che rappresenta l’ossatura del sistema produttivo nazionale e delle filiere del Made in Italy.

“Questa non è soltanto una partnership commerciale, ma un’operazione industriale che punta a consolidare il mercato italiano della consulenza creando un soggetto capace di accompagnare gli imprenditori lungo tutte le sfide della crescita. Vogliamo costruire il punto di riferimento nazionale dell’advisory indipendente per le imprese italiane, mettendo insieme competenze d’eccellenza per offrire un supporto integrato lungo tutta la catena del valore. Il futuro delle imprese italiane dipende sempre più dalla capacità di costruire governance solide, leadership chiare e visioni industriali di lungo periodo”, ha affermato Luigi Consiglio, CEO di Eccellenze d’Impresa.

“La collaborazione con Eccellenze d’Impresa rafforza ulteriormente il posizionamento del Gruppo Considi nei comparti strategici del sistema produttivo italiano. L’obiettivo non è soltanto integrare competenze, ma costruire un modello innovativo di consulenza capace di generare valore industriale. Operations, innovazione, Intelligenza Artificiale (AI), sostenibilità e strategia devono oggi dialogare in modo integrato per consentire alle imprese di affrontare con successo le sfide dei prossimi decenni”, ha dichiarato Gianni Dal Pozzo, Amministratore Delegato del Gruppo Considi.

La partnership è già operativa

La partnership è già operativa attraverso le prime offerte e collaborazioni congiunte. Il progetto prevede inoltre lo sviluppo di iniziative condivise nell’ambito di sviluppo clienti, attrattività dei talenti e selezione e formazione dei giovani, facendo leva sul network internazionale di Eccellenze d’Impresa e sull’ecosistema multidisciplinare del Gruppo Considi, composto da 13 società specializzate. Tra queste IC&Partners, guidata dal presidente e CEO Roberto Corciulo e fortemente orientata verso la consulenza d’impresa sui mercati esteri, Vitale-Zane & Co, con una forte competenza su consulenza strategica economico-finanziaria e sviluppo delle imprese, di cui Marco Vitale è fondatore e presidente, Sinedi, società specializzata in consulenza strategica di direzione e organizzazione aziendale che affianca imprenditori e manager nei percorsi di crescita, trasformazione e sviluppo competitivo delle imprese, e Sustain Tech Hub, società specializzata nella consulenza integrata per la sostenibilità aziendale, ESG, salute e sicurezza, ambiente, energia e sistemi di gestione.

Il progetto, che conta anche sull’esperienza di Maria Pierdicchi, Presidente di Eccellenze d’Impresa, e Fabio Cappellozza, Presidente del Gruppo Considi, si sviluppa secondo un modello che prevede la creazione di un comitato strategico aperto ai soci in rappresentanza delle singole società, la governance sarà regolata da patti parasociali. La nuova piattaforma è inoltre aperta all’ingresso di ulteriori società altamente specializzate, selezionate esclusivamente sulla base dell’eccellenza professionale e della complementarità delle competenze.

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Il valore di una stretta di mano (nell’epoca delle call)

Qual è il valore di una stretta di mano in un momento storico in cui è più semplice accendere il computer e organizzare più call in una giornata? Per incontrarsi di persona, invece, bisogna ritagliare uno spazio in agenda e, talvolta, dedicare un’intera giornata a un solo appuntamento. Se si guarda all’efficienza immediata, il confronto sembra impari: una call permette di risparmiare tempo, spostamenti e costi. Eppure, sul lungo periodo, è proprio quel tempo apparentemente ‘speso’ a dare valore alla relazione.

La riflessione è figlia di una lettera firmata a mano. Al termine dell’incontro in Oldrati Group, giovedì 23 luglio, tappa del nuovo ciclo de Le Officine di Fabbrica Futuro – il progetto itinerante che porta manager e imprenditori all’interno di aziende d’eccellenza per confrontarsi a porte chiuse – Manuel Oldrati, CEO dell’azienda specializzata nella produzione di articoli in gomma, plastica e silicone, ha consegnato ai partecipanti un suo ringraziamento per aver aderito all’iniziativa. “In un periodo storico caratterizzato da mercati sempre più complessi e da continui cambiamenti, credo che il vero patrimonio di un’azienda non siano soltanto gli stabilimenti e i numeri, ma la capacità di innovare, di investire, di migliorarsi continuamente e, soprattutto, di costruire relazioni basate sulla fiducia”.

LEGGI LA LETTERA DI MANUEL OLDRATI, CEO DI OLDRATI

Parole che riportano al centro un elemento spesso trascurato: il tempo come investimento nella relazione. Il confronto diretto permette infatti di far emergere connessioni inattese, intuizioni e punti di vista che difficilmente trovano spazio in una sequenza di incontri rapidi e virtuali. “In Oldrati siamo convinti che il confronto tra imprenditori e manager rappresenti una straordinaria occasione di crescita. Ogni visita, ogni scambio di idee e ogni esperienza condivisa ci permette di tornare al nostro lavoro con nuovi spunti e con una visione ancora più ampia”, ha scritto il CEO.

Il tempo investito nella relazione è un valore aggiunto

Le parole trovano conferma nei fatti. In un’epoca in cui il tempo sembra essere la risorsa più difficile da trovare, Oldrati ha scelto non solo di aprire le porte dello stabilimento a Le Officine di Fabbrica Futuro, ma di esserci per l’intera giornata. Dalla presentazione del mattino alla visita in produzione, dal pranzo alla tavola rotonda del pomeriggio. È stato il primo ad arrivare, per assicurarsi che tutto fosse pronto, e l’ultimo ad andare via, accompagnando personalmente i partecipanti all’uscita. A chi lo ringraziava rispondeva che era tempo ben investito. Una frase che richiama una riflessione del regista e scrittore Luciano De Crescenzo: “La vita va vissuta in lunghezza e in larghezza”. Non conta soltanto il tempo a disposizione, ma come scegliamo di viverlo. A volte basta concedere più spazio a un momento perché acquisti un significato più profondo.

La stessa scelta è stata fatta dai manager e dagli imprenditori presenti all’incontro, che hanno dedicato un’intera giornata al confronto, alla visita dell’azienda e alle conversazioni spontanee. Un tempo rallentato, ma tutt’altro che improduttivo: un tempo che permette alle relazioni di consolidarsi e alle idee di prendere forma. La qualità del confronto emerge durante la visita in produzione, quando le domande nascono spontaneamente osservando processi e macchinari. Si manifesta durante il pranzo, quando le conversazioni smettono di essere soltanto professionali e diventano racconti di esperienze, difficoltà e intuizioni. Si riconosce nei dettagli: nello scambio dei biglietti da visita, nelle promesse di rivedersi, negli appunti presi mentre qualcuno racconta la propria storia. Perché le relazioni e le idee possono nascere ovunque, anche davanti a uno schermo. Ma per maturare hanno bisogno di tempo e…di una stretta di mano.

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Lavoratori e AI, odi et amo

Se è vero che l’Intelligenza Artificiale (AI) risulta essere apprezzata dai lavoratori italiani (il 72% di chi la usa abitualmente dichiara un aumento dell’efficienza), è anche vero che il suo utilizzo suscita timori riguardo al futuro. È quanto emerge dalla ricerca HR & Payroll Pulse di SD Worx, principale partner europeo per le soluzioni HR, che ha indagato il sentiment dei lavoratori europei in merito all’uso dell’AI.

In Italia, l’uso regolare dell’intelligenza artificiale riguarda circa il 27% dei lavoratori, una quota ancora inferiore alla media europea (29%). La diffusione è più alta tra i manager (31%) e più bassa tra chi non ricopre ruoli apicali (22%). I lavoratori italiani, però, sono più preoccupati di quelli europei dell’impatto dell’AI, il 30% di essi (contro il 25% della media Ue) teme possa rendere superflua una parte significativa delle proprie mansioni e ad avere maggiormente paura sono proprio coloro che già l’utilizzano (45%).

L’Intelligenza Artificiale non rappresenta soltanto un’evoluzione tecnologica, ma un cambiamento organizzativo e culturale che coinvolge lavoratori e imprese. In SD Worx, ad esempio, consideriamo l’AI una leva concreta di innovazione: la stiamo integrando nei processi di payroll, sviluppo prodotto e customer service per aumentare efficienza, qualità e capacità di supportare i clienti nelle loro sfide quotidiane”, ha dichiarato Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italy.

Efficienza e timore di sostituzione

I dipendenti italiani utilizzano l’Intelligenza Artificiale un po’ meno di quelli europei, ma sono i più propensi a prevederne un ruolo importante nelle proprie mansioni. Il 57% ritiene che svolgerà una quota rilevante, se non la maggioranza, dei loro compiti quotidiani, a fronte del 46,5% europeo: in nessun altro Paese si raggiunge una cifra così elevata. Un elemento distintivo è la percezione del futuro del lavoro: la maggioranza dei lavoratori non immagina una sostituzione completa, ma piuttosto una coesistenza tra competenze umane e sistemi automatizzati.

La maggioranza dei dipendenti, il 62%, però, ritiene che le proprie peculiari abilità umane non potranno essere rimpiazzate dall’AI e, anche tra coloro che pensano che l’impatto dell’intelligenza artificiale sul proprio lavoro sarà importante, ben il 46,5% (contro il 39% dell’Ue) crede che avverrà soprattutto una condivisione delle mansioni, non una sostituzione completa. Ma l’implementazione dell’AI in azienda è e rimane, soprattutto, una questione organizzativa: solo una parte dei lavoratori ritiene che la propria azienda stia investendo in modo adeguato su reskilling e upskilling. Tra chi utilizza l’AI, poco più della metà dichiara di ricevere un supporto sufficiente per sviluppare le competenze necessarie. Un divario che evidenzia una tensione crescente tra adozione tecnologica e preparazione organizzativa.

La nostra ricerca evidenzia che i dipendenti italiani riconoscono sempre più il valore dell’AI nel supportare il lavoro quotidiano, ma chiedono al tempo stesso maggiore chiarezza sul suo utilizzo e maggiori opportunità di formazione. In questo contesto, il ruolo delle organizzazioni sarà fondamentale per garantire un’adozione responsabile, inclusiva e orientata allo sviluppo delle competenze, nel rispetto delle nuove disposizioni normative europee”, ha commentato Chiara Valdata, People Director di SD Worx Italy.

Governance e AI Act: il tema della responsabilità

Questi risultati arrivano mentre i datori di lavoro si preparano alla prossima fase di attuazione dell’AI Act europeo, il primo regolamento globale che disciplina lo sviluppo e l’uso dell’Intelligenza Artificiale nell’Unione Europea, che adotta un approccio basato su diverse fasce di rischio. Gli obblighi più rilevanti per i sistemi di Intelligenza Artificiale classificati come ad alto rischio siano stati rinviati al 2027 e al 2028 a seguito della recente pubblicazione del pacchetto AI Omnibus, nel maggio del 2026. Rimane quindi ben poco della cosiddetta ‘grande ondata’ di adempimenti inizialmente prevista per il 2 agosto 2026.

In pratica, gli utenti dovranno essere messi nelle condizioni di riconoscere quando stanno interagendo con un sistema di AI, ad esempio tramite un chatbot, mentre alcuni contenuti generati dai modelli dovranno essere chiaramente identificati come tali. Meno della metà dei datori di lavoro italiani dichiara di aver implementato una struttura HR per garantire un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale. Anche la percezione dei lavoratori è inferiore rispetto alla media europea. l dato che emerge dalla ricerca è duplice: da un lato l’intelligenza artificiale aumenta già oggi l’efficienza del lavoro, dall’altro amplifica la distanza tra tecnologia, competenze e governance organizzativa.

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Pezza nuovo General Manager di Zambon Italia

La storica multinazionale chimico-farmaceutica italiana fondata a Vicenza nel 1906, ha annunciato il 22 luglio 2026 la nomina di Paolo Pezza come nuovo General Manager di Zambon Italia, la filiale italiana del Gruppo. Nel nuovo incarico, Pezza guiderà lo sviluppo e l’esecuzione della strategia sul mercato nazionale, con l’obiettivo di sostenere la crescita del business e rafforzare la collaborazione tra le diverse funzioni aziendali, sia in sede sia sul territorio. Continuerà inoltre a promuovere innovazione e centralità del paziente, elementi che rappresentano da sempre un tratto distintivo del gruppo farmaceutico.

Siamo felici di affidare a Paolo Pezza la guida della nostra filiale italiana”, ha dichiarato Giovanni Magnaghi, CEO di Zambon. Il top management sottolinea come competenze e visione condivisa saranno centrali per continuare a generare valore per medici, farmacisti e pazienti e per sostenere il percorso di crescita del gruppo in Italia. Il nuovo General Manager porta con sé circa vent’anni di esperienza nei settori beauty e farmaceutico, maturata in ruoli di crescente responsabilità nelle aree Sales, Trade Marketing e Commercial Excellence. Entrato in Zambon Italia nel 2024 come Sales Director Core Therapies, ha contribuito allo sviluppo del business, al rafforzamento delle principali aree terapeutiche e alla definizione di strategie commerciali e partnership di valore.

Assumere il ruolo di General Manager di Zambon Italia rappresenta per me un grande privilegio e una responsabilità che accolgo con entusiasmo”, ha dichiarato Paolo Pezza. “In questi anni ho avuto modo di apprezzare il talento, la dedizione e la collaborazione delle nostre persone: continueremo a lavorare insieme per far crescere il business, valorizzando l’innovazione e mettendo sempre al centro le esigenze dei pazienti per migliorarne la qualità di vita. Guardiamo al futuro con ambizione, costruendo sul percorso intrapreso e rafforzando ulteriormente il ruolo di Zambon Italia come partner di riferimento nel panorama sanitario nazionale”.

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Invecchiamento della forza lavoro: da tema HR a variabile industriale

Secondo il report Manufacturing Workforce Outlook Italia 2026 di SD Worx, nella Manifattura italiana la quota di lavoratori tra i 50 e i 64 anni è cresciuta sensibilmente. Tra gli operatori di impianti e macchinari ha raggiunto il 39,2%, superando il dato medio italiano del 37,2%; tra artigiani e operai specializzati si attesta al 37,5%. Secondo l’azienda fornitrice di servizi HR e payroll a livello europeo, questo cambiamento demografico ha un impatto diretto sull’organizzazione del lavoro.

In questo scenario, la gestione dei turni non può più essere concepita al solo scopo del mantenimento delle linee produttive, ma deve necessariamente aprire lo sguardo per abbracciare uno scenario più ampio. La gestione dei turni, infatti, deve tenere conto non solo della disponibilità numerica delle persone, ma anche della distribuzione dei carichi, delle competenze, dell’esperienza, delle esigenze di sicurezza e della necessità di trasferire know-how tra generazioni. La pianificazione diventa quindi anche uno strumento di prevenzione e continuità organizzativa.

Workforce management: dalla gestione dei turni alla governance del lavoro

Le soluzioni di workforce management assumono un ruolo sempre più rilevante. Non si tratta soltanto di digitalizzare il calendario dei turni, ma di collegare pianificazione, presenze, competenze, costi e vincoli produttivi in un unico ambiente informativo. Valorizzare soluzioni di workforce management integrate, capaci di supportare una pianificazione più efficiente e adattiva, significa passare da una logica reattiva a una gestione più anticipatoria, in cui la variabilità non viene rincorsa ogni giorno, ma governata attraverso dati coerenti e processi connessi.

Secondo il report di SD Worx, la maggiore importanza del capitale umano nei segmenti cruciali dell’economia accresce la necessità di strumenti capaci di evitare sprechi, garantire copertura operativa, controllare i costi e ridurre gli errori.  La sfida, quindi, è sia tecnologica che organizzativa. La funzione HR in Manifattura è chiamata a uscire da un ruolo prevalentemente amministrativo per diventare parte integrante della strategia industriale. Il controllo dei turni, delle presenze e dei costi non può restare una funzione separata dalla programmazione produttiva.

Non più solo HR

Come già emerso nel precedente approfondimento dedicato al rapporto tra HR e Produzione, la frammentazione tra sistemi, dati e processi limita la capacità decisionale e rallenta la gestione delle criticità operative. Il rischio per le imprese che continuano a gestire questi ambiti come compartimenti separati non è solo l’inefficienza, ma la perdita progressiva di visibilità su una delle voci più rilevanti del conto economico. Nella Manifattura, la competitività non dipende più soltanto dalla capacità di produrre meglio. Dipende dalla capacità di far dialogare produzione, HR e payroll intorno agli stessi dati. Turni, straordinari, assenze e competenze non sono dettagli operativi: sono variabili industriali.

Per questo la gestione della forza lavoro non può più essere trattata come un’attività di back office. È un fattore di continuità produttiva, controllo dei costi e adattamento al mercato. E nelle imprese più esposte alla variabilità, la differenza tra governare i turni e subirli può diventare la differenza tra efficienza e perdita di margine. I dati del Manufacturing Workforce Outlook Italia 2026 di SD Worx confermano l’urgenza del fenomeno: tra gli operatori di impianti e macchinari i lavoratori tra 50 e 64 anni hanno raggiunto il 39,2%, superando la media italiana del 37,2%; tra artigiani e operai specializzati il dato si attesta al 37,5%. Numeri che rendono la pianificazione dei turni una questione non solo di copertura, ma di competenze e continuità.

L’invecchiamento della forza lavoro nel Manufacturing non è un problema da gestire quando arriva, è una variabile da programmare con anni di anticipo. Significa sapere oggi quali competenze rischiano di uscire dall’azienda con i prossimi pensionamenti, e costruire per tempo i percorsi di affiancamento tra senior e junior. Le imprese che trattano questo tema solo come un tema anagrafico perdono l’occasione di trasformarlo in un vantaggio: chi pianifica i turni tenendo conto di competenze ed esperienza, non solo di disponibilità numerica, protegge sia la sicurezza che la continuità produttiva” spiega Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italy

La gestione turni di SD Worx MyArea nasce proprio per questo: pianificare non solo in base alla copertura numerica, ma incrociando competenze, esperienza e vincoli di sicurezza, con la possibilità per i lavoratori di gestire cambi turno e per i responsabili di avere visibilità in tempo reale sull’organico disponibile.

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Invecchiamento della forza lavoro: da tema HR a variabile industriale

Secondo il report Manufacturing Workforce Outlook Italia 2026 di SD Worx, nella Manifattura italiana la quota di lavoratori tra i 50 e i 64 anni è cresciuta sensibilmente. Tra gli operatori di impianti e macchinari ha raggiunto il 39,2%, superando il dato medio italiano del 37,2%; tra artigiani e operai specializzati si attesta al 37,5%. Secondo l’azienda fornitrice di servizi HR e payroll a livello europeo, questo cambiamento demografico ha un impatto diretto sull’organizzazione del lavoro.

In questo scenario, la gestione dei turni non può più essere concepita al solo scopo del mantenimento delle linee produttive, ma deve necessariamente aprire lo sguardo per abbracciare uno scenario più ampio. La gestione dei turni, infatti, deve tenere conto non solo della disponibilità numerica delle persone, ma anche della distribuzione dei carichi, delle competenze, dell’esperienza, delle esigenze di sicurezza e della necessità di trasferire know-how tra generazioni. La pianificazione diventa quindi anche uno strumento di prevenzione e continuità organizzativa.

Workforce management: dalla gestione dei turni alla governance del lavoro

Le soluzioni di workforce management assumono un ruolo sempre più rilevante. Non si tratta soltanto di digitalizzare il calendario dei turni, ma di collegare pianificazione, presenze, competenze, costi e vincoli produttivi in un unico ambiente informativo. Valorizzare soluzioni di workforce management integrate, capaci di supportare una pianificazione più efficiente e adattiva, significa passare da una logica reattiva a una gestione più anticipatoria, in cui la variabilità non viene rincorsa ogni giorno, ma governata attraverso dati coerenti e processi connessi.

Secondo il report di SD Worx, la maggiore importanza del capitale umano nei segmenti cruciali dell’economia accresce la necessità di strumenti capaci di evitare sprechi, garantire copertura operativa, controllare i costi e ridurre gli errori.  La sfida, quindi, è sia tecnologica che organizzativa. La funzione HR in Manifattura è chiamata a uscire da un ruolo prevalentemente amministrativo per diventare parte integrante della strategia industriale. Il controllo dei turni, delle presenze e dei costi non può restare una funzione separata dalla programmazione produttiva.

Non più solo HR

Come già emerso nel precedente approfondimento dedicato al rapporto tra HR e Produzione, la frammentazione tra sistemi, dati e processi limita la capacità decisionale e rallenta la gestione delle criticità operative. Il rischio per le imprese che continuano a gestire questi ambiti come compartimenti separati non è solo l’inefficienza, ma la perdita progressiva di visibilità su una delle voci più rilevanti del conto economico. Nella Manifattura, la competitività non dipende più soltanto dalla capacità di produrre meglio. Dipende dalla capacità di far dialogare produzione, HR e payroll intorno agli stessi dati. Turni, straordinari, assenze e competenze non sono dettagli operativi: sono variabili industriali.

Per questo la gestione della forza lavoro non può più essere trattata come un’attività di back office. È un fattore di continuità produttiva, controllo dei costi e adattamento al mercato. E nelle imprese più esposte alla variabilità, la differenza tra governare i turni e subirli può diventare la differenza tra efficienza e perdita di margine. I dati del Manufacturing Workforce Outlook Italia 2026 di SD Worx confermano l’urgenza del fenomeno: tra gli operatori di impianti e macchinari i lavoratori tra 50 e 64 anni hanno raggiunto il 39,2%, superando la media italiana del 37,2%; tra artigiani e operai specializzati il dato si attesta al 37,5%. Numeri che rendono la pianificazione dei turni una questione non solo di copertura, ma di competenze e continuità.

L’invecchiamento della forza lavoro nel Manufacturing non è un problema da gestire quando arriva, è una variabile da programmare con anni di anticipo. Significa sapere oggi quali competenze rischiano di uscire dall’azienda con i prossimi pensionamenti, e costruire per tempo i percorsi di affiancamento tra senior e junior. Le imprese che trattano questo tema solo come un tema anagrafico perdono l’occasione di trasformarlo in un vantaggio: chi pianifica i turni tenendo conto di competenze ed esperienza, non solo di disponibilità numerica, protegge sia la sicurezza che la continuità produttiva” spiega Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italy

La gestione turni di SD Worx MyArea nasce proprio per questo: pianificare non solo in base alla copertura numerica, ma incrociando competenze, esperienza e vincoli di sicurezza, con la possibilità per i lavoratori di gestire cambi turno e per i responsabili di avere visibilità in tempo reale sull’organico disponibile.

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Lingua italiana e cittadinanza, un’occasione di inclusione

Per ottenere la cittadinanza italiana è oggi obbligatorio superare un esame di lingua di livello B1, noto anche come ‘B1 cittadinanza’, e ottenibile tramite le certificazioni Cils, Celi o Plida, facenti capo, rispettivamente, all’Università per Stranieri di Siena, a quella di Perugia e all’Istituto Dante Alighieri di Roma. Un’apparente formalità, ma da non sottovalutare, per una platea di lavoratori esteri già pienamente integrati nel tessuto produttivo italiano.

La popolazione coinvolta è spesso composta da persone stabilmente inserite nel mercato del lavoro: operai, addetti alla ristorazione e hospitality, Manifattura, servizi alla persona. In molti casi si tratta di lavoratori già autonomi, con anni di residenza in Italia e un livello di italiano funzionale alla vita quotidiana e professionale. “Molti di loro, una volta arrivati in Italia, hanno iniziato a lavorare come operai e sono riusciti ad aprire la loro piccola azienda, per esempio nel settore dell’edilizia”, ha commentato Roberta Erba, Senior Sales Representative di Iboux e somministratrice Cils.

Il problema non è la lingua, ma l’esame

Eppure, per molti, il momento dell’esame presenta delle problematiche non tanto a livello linguistico, quanto invece organizzativo e psicologico. L’esperienza in sede di esame ha evidenziato infatti un punto critico ricorrente: la sottovalutazione della struttura della prova. Molti candidati arrivano preparati dal punto di vista linguistico, ma non conoscono le regole formali della prova: durata, struttura, materiali consentiti, modalità dell’orale. Errori apparentemente banali, come l’uso di penne non consentite, la mancata firma dei documenti o la gestione incompleta delle prove possono comprometterne l’esito.  

A questo si aggiunge la dimensione emotiva dell’orale: la prova viene registrata con un microfono (verrà poi inviata all’ente esaminatore) e consiste in una produzione orale autonoma, su un argomento a scelta, di vari minuti. Elementi che possono generare blocchi anche in persone perfettamente integrate, se non preparate correttamente in anticipo. “Ci sono persone che hanno un ottimo livello di integrazione e anche un ottimo livello di italiano. Parlano molto bene, capiscono tutto. Quindi, e quello è il punto critico, si presentano all’esame senza preoccuparsi di sapere come questo è strutturato a livello burocratico e formale. Pensano che il fatto di parlare bene l’italiano o di vivere in Italia da tanti anni renda automaticamente questa esperienza molto facile. In realtà, finiscono per cadere in trappole molto banali”, ha chiarito Erba.

Il lavoratore che vuole procedere alla richiesta di cittadinanza, quindi, non ha bisogno di lezioni di lingua, ma di una preparazione mirata all’esame: simulazioni, comprensione della struttura, gestione delle prove. Alcuni operatori stanno infatti sviluppando percorsi di preparazione specifici per ridurre il tasso di errore e migliorare l’accesso alla cittadinanza. Una delle maggiori criticità, però, rimane la difficoltà di raggiungere direttamente il lavoratore per fornirgli le informazioni preliminari sullo svolgimento dell’esame. “Per questo, una possibile leva alternativa al fai-da-te potrebbe essere il ruolo dell’azienda come facilitatore” prosegue Erba.

L’organizzazione del lavoro passa anche da qui

Le imprese, soprattutto nei settori ad alta presenza di manodopera estera, potrebbero svolgere la funzione di ponte informativo: segnalare percorsi di preparazione, facilitare l’accesso a momenti formativi, ridurre il rischio di fallimento su aspetti puramente formali. Il discorso si inserisce dentro una dinamica più ampia: la cittadinanza come percorso di stabilizzazione sociale e professionale. In un mercato del lavoro caratterizzato da forte presenza di lavoratori esteri, supportare questi passaggi non è solo un gesto di attenzione, ma un fattore che incide su continuità, integrazione e senso di appartenenza organizzativa.

Si tratta di misure di benessere organizzativo applicato all’inclusione amministrativa e sociale, che tra l’altro riguarda una fetta di popolazione lavorativa sempre più ampia e sempre più strategica in un Paese, come l’Italia, che vive una situazione di inverno demografico”, ha spiegato Erba. Per le imprese, quindi, si apre uno spazio nuovo: trasformare un esame formale in un’occasione di benessere organizzativo, riducendo barriere non visibili ma impattanti sul lavoro quotidiano e sulla stabilità delle persone in azienda.

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Lingua italiana e cittadinanza, un’occasione di inclusione

Per ottenere la cittadinanza italiana è oggi obbligatorio superare un esame di lingua di livello B1, noto anche come ‘B1 cittadinanza’, e ottenibile tramite le certificazioni Cils, Celi o Plida, facenti capo, rispettivamente, all’Università per Stranieri di Siena, a quella di Perugia e all’Istituto Dante Alighieri di Roma. Un’apparente formalità, ma da non sottovalutare, per una platea di lavoratori esteri già pienamente integrati nel tessuto produttivo italiano.

La popolazione coinvolta è spesso composta da persone stabilmente inserite nel mercato del lavoro: operai, addetti alla ristorazione e hospitality, Manifattura, servizi alla persona. In molti casi si tratta di lavoratori già autonomi, con anni di residenza in Italia e un livello di italiano funzionale alla vita quotidiana e professionale. “Molti di loro, una volta arrivati in Italia, hanno iniziato a lavorare come operai e sono riusciti ad aprire la loro piccola azienda, per esempio nel settore dell’edilizia”, ha commentato Roberta Erba, Senior Sales Representative di Iboux e somministratrice Cils.

Il problema non è la lingua, ma l’esame

Eppure, per molti, il momento dell’esame presenta delle problematiche non tanto a livello linguistico, quanto invece organizzativo e psicologico. L’esperienza in sede di esame ha evidenziato infatti un punto critico ricorrente: la sottovalutazione della struttura della prova. Molti candidati arrivano preparati dal punto di vista linguistico, ma non conoscono le regole formali della prova: durata, struttura, materiali consentiti, modalità dell’orale. Errori apparentemente banali, come l’uso di penne non consentite, la mancata firma dei documenti o la gestione incompleta delle prove possono comprometterne l’esito.  

A questo si aggiunge la dimensione emotiva dell’orale: la prova viene registrata con un microfono (verrà poi inviata all’ente esaminatore) e consiste in una produzione orale autonoma, su un argomento a scelta, di vari minuti. Elementi che possono generare blocchi anche in persone perfettamente integrate, se non preparate correttamente in anticipo. “Ci sono persone che hanno un ottimo livello di integrazione e anche un ottimo livello di italiano. Parlano molto bene, capiscono tutto. Quindi, e quello è il punto critico, si presentano all’esame senza preoccuparsi di sapere come questo è strutturato a livello burocratico e formale. Pensano che il fatto di parlare bene l’italiano o di vivere in Italia da tanti anni renda automaticamente questa esperienza molto facile. In realtà, finiscono per cadere in trappole molto banali”, ha chiarito Erba.

Il lavoratore che vuole procedere alla richiesta di cittadinanza, quindi, non ha bisogno di lezioni di lingua, ma di una preparazione mirata all’esame: simulazioni, comprensione della struttura, gestione delle prove. Alcuni operatori stanno infatti sviluppando percorsi di preparazione specifici per ridurre il tasso di errore e migliorare l’accesso alla cittadinanza. Una delle maggiori criticità, però, rimane la difficoltà di raggiungere direttamente il lavoratore per fornirgli le informazioni preliminari sullo svolgimento dell’esame. “Per questo, una possibile leva alternativa al fai-da-te potrebbe essere il ruolo dell’azienda come facilitatore” prosegue Erba.

L’organizzazione del lavoro passa anche da qui

Le imprese, soprattutto nei settori ad alta presenza di manodopera estera, potrebbero svolgere la funzione di ponte informativo: segnalare percorsi di preparazione, facilitare l’accesso a momenti formativi, ridurre il rischio di fallimento su aspetti puramente formali. Il discorso si inserisce dentro una dinamica più ampia: la cittadinanza come percorso di stabilizzazione sociale e professionale. In un mercato del lavoro caratterizzato da forte presenza di lavoratori esteri, supportare questi passaggi non è solo un gesto di attenzione, ma un fattore che incide su continuità, integrazione e senso di appartenenza organizzativa.

Si tratta di misure di benessere organizzativo applicato all’inclusione amministrativa e sociale, che tra l’altro riguarda una fetta di popolazione lavorativa sempre più ampia e sempre più strategica in un Paese, come l’Italia, che vive una situazione di inverno demografico”, ha spiegato Erba. Per le imprese, quindi, si apre uno spazio nuovo: trasformare un esame formale in un’occasione di benessere organizzativo, riducendo barriere non visibili ma impattanti sul lavoro quotidiano e sulla stabilità delle persone in azienda.

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L’AI in Manifattura: nemica o alleata?

È la domanda sulla quale s’interroga (anche) la Manifattura: l’Intelligenza Artificiale (AI) è una minaccia per il lavoro e per il talento umano o è la leva che può rilanciare la competitività delle aziende produttive? La risposta, probabilmente, non sta nella tecnologia in sé, ma nel modo in cui le imprese scelgono di governarla, con quale visione, quali competenze e quale idea di persona al centro.

Nella quarta (ultima) puntata speciale dedicata a FabbricaFuturo – l’evento promosso da Sistemi&Impresa e da MIT Sloan Management Review Italia, andato in scena il 18 e 19 giugno 2026 presso Cuoa Business School a Vicenza (Parole di Management è stato Media Partner dell’iniziativa) – affrontiamo di petto il tema più discusso del management contemporaneo. Perché l’AI in fabbrica non è né salvezza automatica né condanna: diventa alleata quando genera trasformazioni concrete e valorizza il capitale umano, nemica quando la si subisce senza governance del dato, coerenza organizzativa e cultura adeguata.

Al centro del confronto, c’è anche l’Industrial AI raccontata da Emanuele Frontoni come tecnologia capace di produrre risultati reali, e il legame tra AI e competitività. La riflessione sul futuro del lavoro nell’era dell’AI è affidata a Marco Bentivogli, mentre il tema delle competenze e dell’organizzazione trova voce in Maurizio Decastri (Università Tor Vergata) e Pier Sergio Caltabiano (ESTE Scuola d’Impresa).

Gli ospiti della puntata:
Emanuele Frontoni, Professore Ordinario di Informatica – UNIVERSITA’ DI MACERATA e Co-Director – VRAI LAB
Marco Bentivogli, Coordinatore Generale – BASE ITALIA, Esperto di Politiche del Lavoro e di Innovazione Industriale
Chiara Mastrotto, Presidente – GRUPPO MASTROTTO
Paola Pomi, CEO – SINFO ONE
Pier Sergio Caltabiano, Direttore – ESTE-SCUOLA D’IMPRESA
Fabio Oscari, CEO – QUINDI
Eugenio Paltrinieri, Consulente Commerciale Piani Formativi Aziendali, IFOA
Andrea Provini, Presidente – AUSED e Global CIO – BRACCO IMAGING
Maurizio Decastri, professore ordinario di organizzazione aziendale – UNIVERSITA’ TOR VERGATA

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Odissea, la lezione manageriale di Ulisse

Di fronte al pluralismo degli ordini di valore, al groviglio socio-materiale di tessuti relazionali, al debordare di oggetti fisici e di risorse immateriali, all’onda montante di tecnologie che esaltano singolarità e soggettività dei comportamenti, le organizzazioni offrono uno spazio forse ancora abitabile, una sorta di Itaca, come ‘terra di mezzo’ tra l’esperienza individuale e i mille rumori di un universo interconnesso e caotico.

Di fronte alle sfide di questo tipo di discontinuità, con il disorienta­mento che provoca, può avere senso ricercare riferimenti negli archeti­pi della nostra cultura, nei miti tramandati dai Greci antichi, fondativi della coscienza del mondo occidentale. Vengono in mente appunto le figure di eroi della mitologia greca. Tramite le figure del mito, possiamo sintetizzare le qualità essenziali per gestire la complessità e risolvere le crisi e anche i limiti propri dei diversi modelli comportamentali. Sia lo studio storico delle vicende dei capi e condottieri militari sia le moderne ana­lisi e teorie del management nelle organizzazioni poco possono aggiun­gere agli archetipi dei miti antichi.

Quale altro personaggio attuale, storico, o del mito, rappresenta meglio di Ulisse la propensione a governare l’intreccio tra rumore, sog­gettività e performance, il vortice che investe ragionamento, decisio­ne e azione in un contesto caotico come quello che stiamo vivendo? L’immagine che lo vede volontariamente legato all’albero della nave per ascoltare il canto misterioso, ambiguo e intrigante delle sirene ha ispirato nel corso dei secoli artisti, narratori e financo sociologi, grazie a una potenza scenica ineguagliabile. Quale migliore illustrazione della performance in presenza di rumore e di soggettività incontrollate?

La capacità di gestire le relazioni

Achille è l’eroe dotato della superiore qualità tecnica di com­battente, che però ha limiti di carattere e male si inserisce nei rapporti interni alla compagine militare cui appartiene. Ercole, a sua volta, domina con la forza e può compiere ogni impresa individuando le mosse giuste e superando ogni confine di appartenenza; vive però male anche lui le relazioni sociali, così che gli uomini preferiscono collocarlo all’esterno della propria comunità. In Enea possiamo ve­dere, invece, un capo che si prende cura dei rapporti e che opera all’interno della comunità. Enea non vince in battaglia, ma fugge da Troia in fiamme per fondare una nuova città, portando con sé il padre Anchise e il figlioletto Ascanio, in modo che simboleggia il legame stretto con il gruppo sociale di appartenenza.

Ulisse non può competere con Achille per le sue qualità guerresche né con Ercole per la forza e l’energia espansiva, non possiede lo spirito di cura di Enea. Ma padroneggia come nessun altro le relazioni interper­sonali, con una capacità straordinaria di gestirne nei più diversi contesti tutte le dimensioni – dalla persuasione, al comando, alla negoziazione, all’inganno – e di saperne comprendere e utilizzare tutte le sfumature.

Pietro Citati, scrittore e critico letterario, sintetizza magistralmente la ca­pacità dell’eroe di governare la complessità: “L’occhio rapido, la mente sinuosa, la capacità di adattarsi a qualsiasi situazione, il dono di sapersi trovare a proprio agio in un mondo completamente straniero”, il mostra­re “un volto illuminato da luci sempre diverse”. Ancora: “Sapeva assumere tutte le forme, prendeva tutte le strade e tendeva, sempre sinuoso e avvolgente, verso tutte le parti. Aveva una mente ‘colorata’ e ‘variegata’”, “Assomigliava alle due divinità che lo proteggevano: Ermes, dal quale discendeva; ed Atena, che lo seguì con l’amore esclusivo di una complice. Aveva una natura molteplice e versatile quanto la loro” (Citati, 1996). Siamo, quindi, entrati nell’era di Ulisse? E, se si tratta di questo, quali sono le implicazioni per il management e le organizzazioni?

Sensibilità relazionale e propensione all’avventura

La figura di Ulisse si distingue dagli altri eroi del mito richiamati perché combina la sensibilità relazionale con la propensione ad av­venturarsi in una proiezione esterna senza limiti; Achille eccelle sul piano tecnico, ma oltre ad apparire impacciato nei comportamenti sociali non si espone fuori dal terreno che è in grado di dominare; Ercole è molto più aperto all’avventura e al rischio in territori ine­splorati ma è un solitario poco propenso a tessere relazioni; Enea ha una forte attenzione e cura per le persone ma, una volta persa la città in cui si identifica, tende a ricostruire una propria realtà di apparte­nenza, a ripristinare un ordine noto.

Ulisse è attrezzato per confrontarsi senza timori con le soggettività più diverse ed estreme, da Polifemo, a Circe, ai Proci; non rinuncia ad ascoltare il canto delle Sirene e arriva a oltrepassare i confini del mondo che conosce. La sua figura simboleggia la nuova prospettiva dell’operare in un campo aperto, senza confini, popolato da soggetti­vità molteplici, anche conflittuali, con tutti i rischi e le opportunità che ne conseguono.

Proprio la figura di Ulisse ci offre una sintesi delle lacerazioni che occorre sanare avventurandosi nel territorio della rete e delle connes­sioni. Il confronto con la pluralità e conflittualità dei fini di cui sono portatori i soggetti individuali e collettivi non è risolvibile istituendo un ordine armonico e universalmente condiviso; tanto meno in un contesto aperto, che implica la rinuncia alla difesa di confini saldamen­te presidiati; Ulisse non è uomo di armonie, né di condivisione; nell’af­frontare l’ignoto e il diverso non può rinunciare alle risorse dell’astuzia e anche dell’inganno; non è un personaggio irenico, ma un abile gesto­re di conflitti, capace di utilizzare l’arma della dissimulazione e financo della manipolazione. Nell’esplorare realtà sconosciute, ma anche nei rapporti più intimi, non ha fiducia: “Sa che può riservargli dei traboc­chetti e che persino la persona più amata può tradirlo” (Citati, 2004). L’evocare la sua figura non ha nulla di pacifico e consolatorio, ma mette di fronte al grande ostacolo del lato oscuro e perverso dei com­portamenti umani nel tessuto relazionale.

Ulisse è conscio della complessità del mondo, sa di doversi di­fendere dall’aggressività altrui; adotta un atteggiamento pragmatico, scevro di pregiudizi, senza modelli di comportamento predefiniti; comprende le situazioni e si adatta alle caratteristiche degli interlo­cutori; in questo è proattivo, anticipa le risposte basandosi anche su capacità intuitive.

L’esplorazione oltre i confini conosciuti

Riconoscere nel presente i tratti dell’era di Ulisse significa accetta­re la varietà di esperienze, di modelli, di visioni collegata a una men­te multiforme, molteplice, colorata; significa, quindi, considerare la complessità del reale e il suo carattere plurale, ma anche conflittuale e potenzialmente minacciante.

Ma non si deve pensare che il controllo gerarchico, o anche burocratico, sia definitivamente spiazzato; di fronte agli aspetti oscuri, alle minacce potenziali, ma reali evocate con il riferimento all’era di Ulisse, non è possibile affidarsi totalmente alla combina­zione tra razionalità delle metriche e sensibilità sociale. Il motto evangelico che invita a essere “candidi come le colombe, astuti come i serpenti” può ben riflettere l’esigenza di sostenere un clima organizzativo di fiducia anche con adeguate contromisure volte a contrastare i comportamenti inappropriati e i vettori di rischio insiti nell’apertura a una rete relazionale estesa.

Qui ritorna l’attualità della figura di Ulisse, nell’esplorare i terri­tori della rete e delle connessioni senza confini; l’accettazione delle soggettività plurime e della naturale divergenza dei fini, lo sforzo di comprensione attraverso l’ascolto, l’utilizzo sistematico, sia attivo sia passivo, di storie e narrazioni, la propensione ad affrontare e risolvere il conflitto nelle sue molteplici manifestazioni, sono tutti elementi necessari per rispondere alla crisi di identità che coinvolge oggi per­sone e organizzazioni e che richiamano le qualità archetipiche del Signore di Itaca.

La leadership: soluzione o problema?

Nella società dell’incertezza, un’identità flessibile, quale anco­ra una volta suggerisce il riferimento a Ulisse, sembra quindi la condizione obbligata, sia per le organizzazioni sia per le persone, e inevitabilmente per il relativo rapporto. Il lavoratore moderno ed evoluto è consapevole che il suo futuro dipende dalla propria competenza professionale e dalla capacità di valorizzarla in un gioco di scambi, che si svolge in un contesto fluido, di legami deboli e di appartenenze multiple.

Di questo dovranno tenere conto i leader del XXI secolo, ‘nor­malizzati’, rispetto alle illusioni di potenza del passato, ma capaci di sensemaking, e quindi di essere realisti, di valorizzare conoscenza ed esperienza, disciplina e passione, senza appiattirsi in comportamenti stereotipati.

Ma è qui che la figura di Ulisse manifesta tutta la propria attua­lità. Senza essere un esempio o modello di leadership, come alcuni vorrebbero (Cerni e Zollo, 2021), il protagonista dell’Odissea man­tiene il suo orientamento attraversando innumerevoli peripezie. Polytropos, l’uomo dalle molte forme, che si volge da tutte le parti, dalla mente variegata “dai mille colori”, non abita più il mondo eroico, epico, “quell’età dell’oro ancora rintracciabile nell’Iliade” (Citati, 2022). Se in passato “aveva sempre guardato le cose dall’alto, dalle regge dove abitano i signori”, quando ritorna a casa “gli piace guardarle dal basso, immerso nel fango”. Itaca è la sua ‘terra di mezzo’, “un’isola reale, con i suoi monti e i suoi boschi, che occupa uno spazio preciso sulla carta geografica”, non è l’isola dell’utopia, ma il posto dove coltivare il proprio giardino, dove “regnano il tem­po, il limite, la misura, la malattia e la morte”, nella consapevolezza della vicissitudine delle sorti umane.

Rifiutando l’offerta dell’immortalità, Ulisse “aveva preferito una volta per sempre il mondo reale dove si soffre e si muore, a quello mitico dove non si soffre e non si muore” (Citati, 2004). Assimilare la sua lezione oggi significa emanciparsi dal carisma di pretesi leader e dal potere manipolatorio delle visioni alte, astratte rispetto alla quotidianità dell’operare, anche nelle versioni apparen­temente illuminate della leadership post eroica o liberata (Picard, Islam, 2019).

Affrontare con consapevolezza i rischi

Ma questi avanzamenti sul piano strutturale presuppongono la maturazione di consapevolezza verso l’assunzione del rischio con un più forte e diffuso coinvolgimento personale e di gruppo. Qui ancora la figura di Ulisse è di riferimento: la stessa scena del confronto con le Sirene, vero paradigma ante litteram del Risk management, dà evi­denza a quanto sia forte il radicamento della gestione del rischio nella sfera esistenziale.

Come Ulisse non rinunciava ad ascoltare il canto delle Sirene, pur nella consapevolezza del rischio e della necessità di protezione, così la liberazione della potenzialità del sociale richiede apertura alle sue molteplici dimensioni e sfaccettature. Richiede una capaci­tà di ascolto, moderata dallo spirito critico. È questa, in fondo, la lezione che Ulisse può offrire oggi alle don­ne e agli uomini delle organizzazioni, con la sua capacità di narratore che – nelle parole di Pietro Citati (1996) – ne faceva il precursore del romanzo: “Scrivere romanzi non è forse questo? Introdurre l’in­quietudine tra i lettori e le cose, aprire gli occhi, destare la curiosità, suscitare il fascino, diffondere sopra la terra, che così volentieri china il capo sotto il tocco della quiete, il terribile dono dell’insonnia”.

Lontano dall’ordine artificialmente costruito con il ricorso a uno storytelling monotonico, questo è l’atteggiamento che può innervare quel discorso intersoggettivo di cui si sente il bisogno nel contesto caotico dei nostri giorni. Nello spazio intermedio costituito dalle organizzazioni, le persone possono riuscire a trovare senso e significato senza coltivare illusioni e senza essere travolte dall’onda debordante della soggettività; è questo il luogo possibile per una educazione sen­timentale che sappia bilanciare il rapporto tra desideri e realtà, tra vita personale e vita di lavoro, tra logica e sentimento.

L’articolo è liberamente tratto dal libro di Gianfranco Rebora, Governare le organizzazioni nel rumore e nel caos (Edizioni ESTE, 2023).

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Valentina Pellegrini riceve la Mela d’Oro

Valentina Pellegrini, Presidente e Amministratrice Delegata del Gruppo Pellegrini, azienda multiservizi attiva nei servizi alle imprese, alla sanità, alla scuola e alle istituzioni, ha ricevuto la ‘Mela d’oro’ per la categoria Imprenditoria nell’ambito della 38ma edizione del Premio Marisa Bellisario, uno dei più prestigiosi riconoscimenti italiani dedicati all’eccellenza femminile. Il riconoscimento, promosso dalla Fondazione Marisa Bellisario, viene assegnato fin dal 1989 alle donne che si distinguono per visione, responsabilità e contributo concreto allo sviluppo economico e sociale del Paese.

La cerimonia ha sottolineato il ruolo dell’imprenditoria femminile come leva di crescita e trasformazione. La ‘Mela d’oro’, simbolo del premio, rappresenta il riconoscimento a figure femminili con forte personalità e capacità di incidere nel tessuto economico e produttivo del Paese. La commissione che ha assegnato il premio è stata presieduta da Gianni Letta, storico sottosegretario dei governi Berlusconi e mediatore parlamentare, e da Lella Golfo, Presidente della Fondazione, con il coinvolgimento di rappresentanti del mondo economico, istituzionale e dei media.

Nel suo intervento, Valentina Pellegrini ha sottolineato il valore del riconoscimento come stimolo a proseguire nel percorso imprenditoriale. “È un momento che vivo con profonda gratitudine e senso di responsabilità. Ricevere la Mela d’oro è per me uno stimolo a continuare a fare impresa con passione, coraggio e responsabilità, promuovendo una cultura d’impresa capace di riconoscere il merito, investire nelle persone, valorizzare l’innovazione e contribuire al futuro del nostro Paese”, ha commentato Pellegrini.

La manager ha inoltre richiamato il tema della parità di genere come obiettivo ancora da consolidare nel sistema economico italiano. Il riconoscimento si inserisce nel percorso del Gruppo Pellegrini, che nel 2025 ha registrato ricavi pari a 1,129 miliardi di euro, in iniziative di sostenibilità e inclusione. Un approccio che lega crescita economica e impatto sociale, in linea con la mission aziendale di reinvestire gli utili nello sviluppo dell’impresa e delle persone.

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