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Autore: Lorenzo Sernicola

Il valore delle relazioni virtuose per l’industria

Nessuna impresa cresce da sola. Dietro ogni percorso di innovazione c’è una rete di relazioni virtuose: tra aziende e territorio, tra industria e finanza, tra ricerca e impresa, tra scuola e lavoro. È questa trama di legami – spesso invisibile – a fare la differenza tra un sistema produttivo che regge l’urto del cambiamento e uno che lo subisce.

In questa seconda puntata speciale dedicata a FabbricaFuturo (la prima delle quattro previste è andata in onda il 3 luglio 2026) – l’evento promosso da Sistemi&Impresa e da MIT Sloan Management Review Italia, andato in scena il 18 e 19 giugno 2026 presso Cuoa Business School a Vicenza (Parole di Management è stato Media Partner dell’iniziativa) – è messo al centro proprio il capitale relazionale dell’industria italiana. Perché la competitività non nasce solo dalla tecnologia o dai singoli talenti, ma dalla capacità di costruire alleanze durature e di generare valore condiviso lungo tutta la filiera.

È un filo che ha attraversato più momenti del convegno: dal rapporto tra banca, innovazione digitale e sviluppo del territorio. Un modo diverso di guardare alla fabbrica: non come luogo isolato, ma come parte di un ecosistema che cresce insieme.

Gli ospiti della puntata
Vittorio Coda, Professore Emerito – UNIVERSITÀ BOCCONI
Marco Vitale, Economista d’Impresa
Carlo Vanin, Group HR & Organization Officer – CAREL INDUSTRIES
Enrico Gribaudo, CEO – TURATTI
Alessia Rigoni, Managing Director – SD WORX ITALY
Ivan Tomasi, Presidente – L’INGLESINA BABY e Delegato all’Education – CONFINDUSTRIA VICENZA
Domenico Di Gravina, Managing Director – IZIWORK ITALIA
Flavio Stecca, Vice Presidente Vicario – BVR BANCA VENETO CENTRALE
Giorgio Spanevello, Direttore Generale – ITS ACADEMY MECCATRONICO VENETO
Paolo Gubitta, Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale – UNIVERSITÀ DI PADOVA e Direttore Scientifico Centro di Competenza Imprenditorialità e Imprese Familiari – CUOA BUSINESS SCHOOL

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RS Italia, l’automazione diventa realtà

Robot nuovi di zecca e postazioni di lavoro automatizzate. Tutto pronto a Pozzuolo Martesana, in provincia di Milano, per i test al modello pilota dei nuovi hub logistici di RS Italia, azienda globale di distribuzione di componenti industriali. 10mila metri quadrati e un inventario di 200mila prodotti, il centro sarà operativo entro la fine del 2026. Senza mandare in pensione, nella fase iniziale, l’attuale magazzino di Vimodrone – sempre nel milanese – in modo da assicurare continuità al servizio. Il nuovo magazzino è stato costruito in collaborazione con Prologis, investitore e sviluppatore immobiliare che ha realizzato e possiede la struttura. Savills, società di consulenza, ha invece affiancato RS Italia nella gestione delle relazioni con gli stakeholder coinvolti nel nuovo hub.

Nel sito di distribuzione sono state installate scaffalature alte più di 12 metri, abilitandole all’impiego di robot avanzati a marchio Exotec, tra i principali nomi della distribuzione. Le prove inizieranno a luglio 2026: un processo volto a verificare che l’intero sistema, gestito da un nuovo Warehouse Management System (WMS) di ultima generazione, operi come da progetto. Previsti quindi test di inserimento merce in magazzino, simulazioni di prelievo e preparazione degli ordini, prove di spedizione, verifica di ogni processo in modalità isolata. Per poi avviare un test finale simultaneo di tutti i flussi operativi in parallelo. 

Con l’automazione una gestione più efficiente delle spedizioni

Nel nuovo hub, attività robotica e intervento degli operatori andranno di pari passo, facilitando movimenti ed evitando interferenze. L’obiettivo sarà quello di aumentare la capacità di evasione degli ordini riducendo le tempistiche a uno o due giorni. Grazie anche a un sistema innovativo che permetterà di ridurre le dimensioni degli imballaggi, con vantaggi logistici sia nella spedizione sia nella ricezione della merce.

La maggiore facilità nella movimentazione dello stock insieme ai doppi controlli assistiti dall’operatore dovrebbero ridurre significativamente anche il rischio di errore. Un fattore cruciale considerando due circostanze: la prima l’ampiezza del catalogo, che conta con un assortimento complessivo di circa 875mila prodotti; e poi l’esigenza di rispondere tempestivamente al cliente industriale, soprattutto in situazioni di emergenza o di fermo impianto. 

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La rinascita delle organizzazioni in tempi turbolenti

Gianfranco Rebora è stato uno dei maestri dell’organizzazione. Non solo perché ha diretto per 17 anni la rivista Sviluppo&Organizzazione – punto di riferimento per la community di chi si occupa di modelli organizzativi – e per i suoi studi sul tema. Rebora è stato tra chi ha compreso a fondo l’importanza dell’organizzazione e non perdeva occasione per approfondire la questione.

Dopo la sua scomparsa, avvenuta il 29 giugno 2026, di lui ci restano numerosi approfondimenti sull’organizzazione. Uno degli ultimi risale all’autunno 2025 quando, in occasione del Forum di Sviluppo&Organizzazione, approfondì come le organizzazioni sono in grado di riemergere dal disincanto come fenomeni centrali nella società moderna per la forza acquisita con la mediazione delle tecnologie, per il riferimento di fronte all’incertezza e per le aspettative di progresso che suscitano.

Nell’intervento di apertura dell’incontro che aveva ideato insieme con la casa editrice ESTE (editore anche del nostro quotidiano), Rebora racconta di come le organizzazioni costituiscono anche sub-società oggetto di scelte non predefinite da regole, ricche di risvolti etici e valoriali, aperte a differenti interpretazioni, dove il lavoro incontra significato, ma rischia asservimento e alienazione.

Nel suo ruolo di studioso, si chiede se queste organizzazioni sono in condizione di rinascere come ‘terre di mezzo’ tra individui e società, dotate di quel carattere impersonale che trascende l’’io’ e il ‘noi’. E poi: per rinascere, le organizzazioni hanno bisogno di qualcosa di più della razionalità? La tesi alla quale era arrivato Rebora è chiara: è necessaria una nuova condizione che attinga alla volontà e alla forza del desiderio, al fascino e alla seduzione, in un contesto in cui la soggettività individuale è in continua espansione.

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Paola Blundo nuova AD di Epassi, Perfumo rimane nel CdA

Epassi Italia apre una nuova fase strategica con la nomina di Paola Blundo ad Amministratrice Delegata, con effetto immediato. La manager succede ad Alberto Perfumo, figura centrale nello sviluppo del welfare aziendale in Italia, già fondatore di Eudaimon e alla guida del progetto fino all’integrazione nel Gruppo Epassi nel 2023. La transizione segna un passaggio da una fase di consolidamento del mercato a una fase di evoluzione tecnologica e culturale del welfare aziendale. Alberto Perfumo, che ha guidato la fase di crescita di Epassi Italia dopo il consolidamento di Eudaimon, lascia la responsabilità operativa ma continuerà a contribuire al progetto nel ruolo di membro del Consiglio di Amministrazione.

Dopo oltre vent’anni da quando ho fondato Eudaimon e dopo un percorso lungo, intenso e bellissimo, sfociato nel 2023 nell’ingresso nel gruppo Epassi, è il momento giusto per lasciare le responsabilità operative. La passione nei confronti delle tematiche del lavoro e del welfare continuerà ad animare le mie attività di studio, ricerca, didattica e divulgazione. Passo il testimone dell’azienda a Paola Blundo che ha l’esperienza e l’energia giuste per accompagnare la prossima fase di crescita di Epassi Italia”, ha commentato Perfumo.

Welfare: da ‘extra’ a standard aziendale

Nel nuovo posizionamento delineato dall’azienda, il welfare completa la sua transizione da sistema di benefit a infrastruttura culturale e organizzativa. Un’evoluzione che si innesta su un mercato ormai maturo: secondo i dati Epassi, il 92% delle aziende italiane ha attivato programmi di welfare, a conferma della sua trasformazione da pratica di nicchia a standard diffuso nelle politiche HR. “Il mercato italiano del welfare è cambiato. Le persone sono cambiate. C’è una nuova generazione che vuole sentirsi ascoltata, non solo compensata. E c’è chi lavora da anni e cerca un nuovo equilibrio. La domanda che ci poniamo ogni giorno non è ‘offriamo welfare?’, ma ‘il nostro welfare funziona davvero per le persone che abbiamo?” commenta Paola Blundo.

La nuova fase di sviluppo di Epassi Italia sarà fortemente orientata all’integrazione tra Intelligenza Artificiale (AI), analisi dei comportamenti e salute preventiva. L’obiettivo è potenziare la capacità della piattaforma di personalizzare l’offerta di welfare e renderla più accessibile, fluida e coerente con i bisogni individuali, riducendo le barriere burocratiche tra azienda e dipendente. In questo quadro, il welfare diventa sempre più uno strumento di gestione del capitale umano, con impatti diretti su attrattività, retention e benessere organizzativo.

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La cultura industriale per rilanciare la Manifattura

Si parla molto di tecnologia, dati e Intelligenza Artificiale. Ma c’è un fondamento che viene prima degli strumenti e che rischia di passare in secondo piano: la cultura industriale. È soprattutto da qui che passa il futuro della Manifattura italiana.

Nella prima puntata speciale dedicata a FabbricaFuturo – l’evento promosso da Sistemi&Impresa e da MIT Sloan Management Review Italia, andato in scena il 18 e 19 giugno 2026 presso Cuoa Business School a Vicenza (Parole di Management è stato Media Partner dell’iniziativa) – ragioniamo su cosa significhi davvero riscoprire la cultura d’impresa in un tempo dominato dall’incertezza. Non un richiamo nostalgico al passato industriale del Paese, ma la convinzione che saper leggere i cambiamenti globali, valorizzare le persone e integrare tecnologia e visione strategica siano il vero vantaggio competitivo delle imprese italiane.

A guidare la discussione nella prima puntata sono gli interventi di Vittorio Coda e Marco Vitale sulla cultura industriale come chiave per costruire il futuro; accanto a loro si susseguono altre voci dei protagonisti di FabbricaFuturo, tra cui quella di Patrizio Bianchi che ha proposto una riflessione sulla riscoperta della cultura del passato. Un punto di partenza per capire dove sta andando la fabbrica italiana — e da quali radici deve ripartire.

Gli ospiti della puntata:
Michele Bauli, Presidente – BAULI
Patrizio Bianchi, Ex Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Cattedra Unesco Educazione, Crescita e Uguaglianza
Michele Bruno, Partner – EIM ITALIA
Antonella Candiotto, presidente e CEO – GALDI
Vittorio Coda, Professore Emerito – Università Bocconi
Luigi Consiglio, CEO – ECCELLENZE D’IMPRESA
Gianni Dal Pozzo, Amministratore Delegato – CONSIDI
Morris Odorizzi, Senior Operations Consultant – QUIN
Marco Vitale, Economista d’Impresa

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Addio a Gianfranco Rebora, per 17 anni Direttore di Sviluppo&Organizzazione

È scomparso lunedì 29 giugno 2026, Gianfranco Rebora. Intellettuale e studioso delle questioni organizzative, aveva diretto per 17 anni la rivista Sviluppo&Organizzazione, testata di approfondimento dei modelli organizzativi della casa editrice ESTE (editore anche del nostro quotidiano). “Un uomo di grandissimo valore. Un uomo per bene”, lo ha definito Andrea Bobbiese, Direttore Generale della casa editrice ESTE nel post su LinkedIn che ha dato la notizia alla comunità manageriale, ricordando che ci ha lasciato “un grande studioso di Organizzazione e un Maestro”. E per un ricordo ‘ufficiale’ di Rebora, Bobbiese ha anticipato che a settembre 2026 Sviluppo&Organizzazione dedicherà un momento all’eredità lasciata dal docente.

Rebora aveva iniziato il proprio percorso accademico all’Università Bocconi, come Professore Associato di Strategia Aziendale e di Economia delle Amministrazioni Pubbliche, per poi insegnare all’Università di Brescia. Nel 1994 si era trasferito alla nuova Università Carlo Cattaneo – Liuc di Castellanza, dove ha legato in modo definitivo il proprio nome all’ateneo: ne è stato Rettore dal 2001 al 2007, per poi restare come Professore Emerito di Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane.

“Non possiamo non citare la vastità e l’importanza dei suoi studi, che testimoniano la varietà e profondità dei suoi interessi”, ha detto Anna Gervasoni, attuale Rettore della Liuc. “È stato un grande maestro nel campo dell’organizzazione aziendale, della gestione del personale e del cambiamento, nonché un fine studioso di organizzazioni pubbliche e private”. La stessa Gervasoni ha poi ricordato che Rebora è stato un “pioniere dell’innovazione didattica”, e tra i primi docenti a utilizzare la letteratura cinematografica.

Proprio su Sviluppo&Organizzazione – secondo l’Associazione italiana di organizzazione aziendale (Assioa) ha fatto della rivista “un crocevia vivo del dibattito organizzativo italiano” – curava la rubrica “Cinema e Romanzi”, che descriveva così: “Letteratura e cinema aiutano a smontare la commedia sociale che ingloba anche le imprese e le organizzazioni di tutti i tempi. Questa rubrica si muove alla ricerca di significati per il management e per l’organizzazione aziendale, traendo spunto dalla visione di film e dalla lettura di romanzi”.

Nell’ultima rubrica pubblicata – “L’impotenza dei dati”, Sviluppo&Organizzazione, 324 – aveva ragionato sul paradosso contemporaneo per cui l’abbondanza di informazioni non genera maggiore conoscenza, partendo dagli spunti del romanzo di Ian McEwan pubblicato da Einaudi nel 2025. Inoltre, la passione per la lettura lo aveva portato a donare, nel 2022, circa 2mila volumi alla biblioteca Mario Rostoni della Liuc.

Dall’insegnamento all’impegno civile

Titolare della cattedra dal 2010 in poi, ha affiancato all’insegnamento un impegno civile costante: componente del primo Comitato Direttivo dell’Aran, Presidente dell’Organismo Indipendente di Valutazione del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca dal 2013 al 2016, poi titolare dello stesso ruolo per il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali dal 2020, e Membro del Consiglio Direttivo dell’Agenzia Anti-corruzione della Regione Lombardia dal 2016 al 2019. È stato anche Past President di Assochange, l’Associazione italiana di Change management, dal 2009 al 2012.

Il legame con la casa editrice ESTE non è stato solo la direzione di Sviluppo&Organizzazione, rivista con la quale aveva iniziato a collaborare ben prima di prenderne le redini come Direttore Responsabile. Nel post in cui è stata data notizia della scomparsa su Linkedin, Bobbiese ha raccontato che da tempo Rebora aveva comunicato la volontà di lasciare la Direzione della rivista e insieme con la Direzione Generale della ESTE è stato cercato un sostituto e, insieme, hanno chiesto a Maurizio Decastri e Chiara Morelli di raccogliere il testimone alla guida di Sviluppo&Organizzazione. “Quando abbiamo condiviso la decisione con il Comitato Scientifico della rivista, Gianni ha riassunto la sua esperienza alla Direzione come un ‘prendersi cura di un bene comune’ per la comunità di studiosi e professionisti di Organizzazione”, ha scritto Bobbiese.

Oltre a dirigere la più importante rivista italiana di organizzazione, Rebora aveva scritto numerosi libri sul tema, tra cui Governare le organizzazioni nel rumore e nel caos (Edizioni ESTE, 2023) e Scienza dell’organizzazione. Il design di strutture, processi e ruoli (Carocci, 2017). Con il manifesto “Illuminare le organizzazioni” – tema di uno dei convegni promossi da Sviluppo&Organizzazione – invitava a squarciare il velo di opacità che spesso altera la visione delle organizzazioni reali. Secondo quanto scritto Assioa in occasione della scomparsa di Rebora, quest’ultima opera riassume il suo pensiero: “L’organizzazione come ‘terra di mezzo’ tra l’individuo e la società, luogo in cui le persone vivono gran parte della propria esistenza e che merita perciò di essere compreso e governato con responsabilità”.

Perdiamo un grande studioso di organizzazione, ma soprattutto “un uomo per bene”, rispettato e ammirato da tutta la comunità di studiosi delle questioni organizzative, ma anche da chi, in azienda, affronta quotidianamente i temi che Rebora stesso raccontava. “La comunità degli studiosi ha con lui un debito che non si esaurisce nelle citazioni”, ha scritto Assioia, riferendo al “debito” di chi ci ha “insegnato a guardare le organizzazioni con intelligenza e con rispetto”. Rebora ci mancherà. E non solo per il suo sguardo mai banale sull’organizzazione.

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Anche i manager fanno formazione

La formazione manageriale relegata a tema di nicchia? Il rischio c’è, in un Paese come l’Italia dove il tessuto imprenditoriale si basa su piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare. In questo senso, l’Italia è per l’esattezza quarta al mondo e terza in Europa (secondo i dati del Global 500 Family Business Index di EY). Se i perimetri aziendali sono minori, il tempo, oltre che le risorse, per la formazione giocoforza si riducono. Attenzione però: “Magari nella piccola impresa hai persone che occupano più ruoli insieme, per cui trovare spazio in quelle agende diventa difficile. Ma non per forza equivale a dire meno risorse economico-finanziarie” fa notare a Parole di Management Diego Campagnolo, Professore associato di Business Organization & Strategy all’Università di Padova e membro dello Scientific Board di CUOA Business School

Piccolo e familiare non necessariamente significa arretrato: “Dalla prima rilevazione dell’Osservatorio sulla Governance di CUOA emerge come in Italia ci sono qualcosa come 20.400 imprese che fanno più di 20 milioni di euro di fatturato. E il 65% di queste sono familiari”. L’analisi dei bilanci ne conferma la vitalità economica: registrano un Tasso di Crescita Annuo Composto (Cagr) dei ricavi pari al 13% e un Margine Operativo Netto (Ebit) del 6,6%. Non è detto quindi che non diano alla formazione il giusto peso o non ne colgano le potenzialità come fattore di competitività. “Hanno una governance apparentemente meno collegiale e un numero di consiglieri che si concentra maggiormente nelle fasce più mature. Però se andiamo a guardare i numeri sono le imprese che sono cresciute di più negli ultimi 5 anni e nello stesso periodo hanno mostrato marginalità mediamente più elevate delle imprese quotate, di quelle a proprietà straniera o di quelle controllate da investitori istituzionali”, prosegue Campagnolo.

La formazione è una questione organizzativa

In un mondo in cui serve navigare nella complessità e alzare l’asticella delle competenze perché si è nel frattempo imposta l’Intelligenza Artificiale (AI), la formazione manageriale non va considerata un lusso per pochi. “Deve essere vista come un modo per adeguare le competenze dell’impresa in generale”. E anche un mezzo per rendersi attrattivi: “Uno dei problemi dell’impresa più piccola è attrarre giovani o laureati” prosegue Campagnolo.

I risultati non sono immediati. “È una di quelle attività nelle quali non hai la possibilità di misurare un ritorno istantaneo dell’investimento” spiega Campagnolo. Ma con i continui sconvolgimenti geopolitici è imprescindibile possedere la ‘helicopter view’, ovvero la capacità di vedere i temi a 360 gradi: “Serve assicurare orizzontalità anche nei percorsi verticali così che gli specialisti di funzione sappiano interagire in modo efficace con i direttori di tutte le aree”. Quanto all’Intelligenza Artificiale, non basta formarsi per conoscerla: il punto è essere in grado di prendere decisioni su come applicarla. “Fondamentalmente un problema organizzativo: cosa faccio io e cosa fa l’AI? Chi ha la responsabilità ultima? È legata a processi decisionali” chiosa Campagnolo.

I passaggi di testimone nelle aziende sono il momento clou per la formazione

Il nodo delle competenze manageriali presenta il conto in azienda soprattutto nel momento dei passaggi generazionali. Quando non è detto che tutti si trovino pronti a ricoprire nuovi ruoli, magari apicali. Anche se c’è una buona notizia. “Oggi nelle imprese familiari abbiamo generazioni più giovani e che si sono formate, che hanno percorsi universitari molto più strutturati che in passato. Quindi arrivano con una formazione di base, con un background”, osserva Campagnolo. Dopodiché tutto dipende “dal rapporto tra proprietà e controllo”. Il motivo è evidente: “Magari una persona siede nel Consiglio di amministrazione e non è operativa. E non vuol dire che non debba essere formata su alcune tematiche, perché poi è proprio lì che si dovrebbero prendere decisioni rilevanti: bisogna quindi fare in modo che ci siano le competenze giuste nei posti giusti”.

Una buona pratica è quella di formare prima il vertice. “Poi a cascata anche tutti gli altri, per non creare distanze. Anche perché sempre di più le organizzazioni diventano collegiali e meno gerarchiche. Per questo è un bene che si formino tutti”. Le direttrici devono essere quelle dello sviluppo e della crescita. E in tal senso Campagnolo si dice ottimista: “Incontro tante nuove generazioni che nelle imprese familiari sono molto ben disposte alla collaborazione per la crescita anche per linee esterne, quindi con acquisizioni o accordi con altre imprese. E che vedono in modo positivo l’apertura della governance a soggetti esterni per un confronto più ampio che si rende indispensabile in un mondo complesso. Un po’ a rompere lo stereotipo del concetto di piccolo, familiare, chiuso e dunque meno disposto alla collaborazione e al confronto”. Gli studi gli danno ragione, ha ricordato l’esperto. Da questi si evince come le imprese familiari dove c’è un’apertura della governance e della gestione a soggetti che con la famiglia non c’entrano vanno meglio: “Evidentemente quelle famiglie imprenditoriali hanno messo la priorità sulle competenze manageriali, inserendole dall’esterno o facendole crescere dall’interno”, conclude Campagnolo.

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Le aziende antifragili

Bauli – Il prodotto e le persone sempre al centro

Michele Bauli, Presidente di Bauli, racconta come l’azienda sia riuscita a non perdere il proprio Dna artigianale mettendo il prodotto sempre al centro.Qualità, diversificazione e persone le chiavi di volta dell’antifragilità.

Cereal Docks – L’antifragilità è una scintilla

Mauro Fanin, Presidente di Cereal Docks, spiega l’importanza di affrontare le tempeste del business con la giusta attitudine. La spinta continua a migliorare le performance e i processi aziendali è il segreto dell’azienda antifragile.

Gruppo Mastrotto – Reattività e competenza per navigare il presente

Chiara Mastrotto, Presidente del Gruppo Mastrotto, spiega come reattività e conoscenza del mercato siano i segreti per adattare la governance familiare ai complessi scenari contemporanei.

Galdi – Governance e competenze

Antonella Candiotto, Presidente e CEO di Galdi presenta la ricetta dell’azienda per resistere ai cambiamenti: governance forte, ricerca e sviluppo.

Inglesina Baby – Ricerca e tecnologia per guidare il mercato

Ivan Tomasi, Presidente di Inglesina Baby e delegato Education di Confindustria Vicenza, si ispira al mondo naturale per promuovere l’antifragilità dell’azienda: processi ridondanti, adattabilità e conoscenza dell’ambiente (e del mercato). 

Turati – L’azienda adattiva si contamina

Enrico Gribaudo, CEO di Turati, spiega che l’azienda antifragile è soprattutto adattiva. Tecnologia, contaminazione con altri settori, capacità di lettura della contemporaneità e accesso alle informazioni.

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Hormuz e imprese antifragili: la nuova geografia del rischio industriale

Lo Stretto di Hormuz rimane al centro dello scenario internazionale come uno dei punti più critici per gli equilibri energetici e commerciali globali. La possibilità di introdurre forme di regolazione economica o di ‘pedaggio’ sui transiti riporta l’attenzione sulla fragilità strutturale delle grandi rotte marittime. Un’analisi recente di Federico Fubini sul Corriere della Sera evidenzia come il progressivo irrigidimento del controllo sul passaggio possa avere effetti diretti sulla libertà di navigazione e sui costi globali dell’energia e delle merci, con impatti a catena sull’intero sistema degli scambi globalizzati. Lo Stretto di Hormuz, in questo momento, è l’hotspot in grado di influenzare prezzi, logistica e stabilità delle Supply mondiali.

Prima del 28 febbraio 2026 (data dell’attacco congiunto Usa-Israele contro la Repubblica Islamica iraniana), circa un quinto delle forniture globali di petrolio, gas naturale liquefatto e altre materie prime essenziali per l’industria mondiale transitavano per lo Stretto. Un irrigidimento delle condizioni di transito non avrebbe conseguenze solo regionali, ma potrebbe innescare un effetto domino su scala globale, aprendo la strada alla replica di dinamiche simili in altri punti critici del commercio internazionale, dai mari del Sud-est asiatico agli stretti che regolano le principali rotte energetiche.

Parallelamente, diversi attori dell’area stanno già reagendo alla crescente instabilità: alcuni Paesi del Golfo accelerano lo sviluppo di infrastrutture alternative per aggirare i colli di bottiglia marittimi, mentre le compagnie logistiche e di trasporto iniziano a diversificare i percorsi, valutando soluzioni multimodali e terrestri per ridurre la dipendenza dai passaggi più esposti. In questo scenario si apre una domanda inevitabile: qual è quindi il futuro della supply chain per le aziende manifatturiere?

Dalla resilienza all’antifragilità

La Supply chain non è un’infrastruttura neutra, ma un sistema esposto a choc continui: energia, trasporto, materie prime e tempi di consegna diventano variabili instabili e difficilmente prevedibili. Ogni punto critico della geografia globale (dai choke point marittimi alle rotte energetiche) si traduce in un impatto diretto su costi industriali e capacità produttiva. Questa instabilità lascia spazio a una gestione sempre più orientata alla resilienza e alla diversificazione del rischio.

In un contesto così mutevole, il concetto di resilienza non è più sufficiente. Le imprese non devono solo resistere agli choc, ma imparare a trasformarli in vantaggio competitivo. In questo senso, viene in aiuto il concetto di impresa antifragile: un’organizzazione che non si limita a assorbire la volatilità, ma che si rafforza attraverso di essa, adattando processi, supply chain e modelli decisionali in tempo reale. Antifragilità significa ridurre la dipendenza da singoli snodi critici, costruire alternative operative, integrare dati in tempo reale e sviluppare capacità di simulazione degli scenari. In altre parole, trasformare l’incertezza in variabile strutturale del modello industriale.

Le Officine di Fabbrica Futuro come laboratorio di apprendimento collettivo

In questa prospettiva assume una particolare rilevanza il progetto Le Officine di Fabbrica Futuro, una serie di incontri itineranti che trasformano le eccellenze manifatturiere in spazi di formazione e confronto diretto. Grazie all’autorevolezza di Sistemi&Impresa, imprenditori e manager aprono le porte dei propri reparti produttivi per uno scambio di esperienze concreto e riservato.

Il modello rompe la tradizionale separazione tra teoria e pratica: gli incontri si svolgono nel Gemba, il luogo dove i processi produttivi avvengono realmente e dove le decisioni ‘teoriche’ si trasformano in produzione. Superando il modello dei convegni classici, il format punta sulla visita sul campo e sul dialogo tra pari (peer-to-peer). L’obiettivo è condividere soluzioni operative e innovazioni reali attraverso una community solida di professionisti del settore.

In un mondo iperconnesso, in cui anche una variazione su un singolo snodo logistico globale può modificare costi e strategie industriali, il confronto tra imprese diventa uno strumento di apprendimento collettivo. L’obiettivo è osservare e decodificare le scelte imprenditoriali e le prassi manageriali che permettono alle aziende di affrontare scenari complessi e instabili, mantenendo la profittabilità a lungo termine.

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Hormuz e imprese antifragili: la nuova geografia del rischio industriale

Lo Stretto di Hormuz rimane al centro dello scenario internazionale come uno dei punti più critici per gli equilibri energetici e commerciali globali. La possibilità di introdurre forme di regolazione economica o di ‘pedaggio’ sui transiti riporta l’attenzione sulla fragilità strutturale delle grandi rotte marittime. Un’analisi recente di Federico Fubini sul Corriere della Sera evidenzia come il progressivo irrigidimento del controllo sul passaggio possa avere effetti diretti sulla libertà di navigazione e sui costi globali dell’energia e delle merci, con impatti a catena sull’intero sistema degli scambi globalizzati. Lo Stretto di Hormuz, in questo momento, è l’hotspot in grado di influenzare prezzi, logistica e stabilità delle Supply mondiali.

Prima del 28 febbraio 2026 (data dell’attacco congiunto Usa-Israele contro la Repubblica Islamica iraniana), circa un quinto delle forniture globali di petrolio, gas naturale liquefatto e altre materie prime essenziali per l’industria mondiale transitavano per lo Stretto. Un irrigidimento delle condizioni di transito non avrebbe conseguenze solo regionali, ma potrebbe innescare un effetto domino su scala globale, aprendo la strada alla replica di dinamiche simili in altri punti critici del commercio internazionale, dai mari del Sud-est asiatico agli stretti che regolano le principali rotte energetiche.

Parallelamente, diversi attori dell’area stanno già reagendo alla crescente instabilità: alcuni Paesi del Golfo accelerano lo sviluppo di infrastrutture alternative per aggirare i colli di bottiglia marittimi, mentre le compagnie logistiche e di trasporto iniziano a diversificare i percorsi, valutando soluzioni multimodali e terrestri per ridurre la dipendenza dai passaggi più esposti. In questo scenario si apre una domanda inevitabile: qual è quindi il futuro della supply chain per le aziende manifatturiere?

Dalla resilienza all’antifragilità

La Supply chain non è un’infrastruttura neutra, ma un sistema esposto a choc continui: energia, trasporto, materie prime e tempi di consegna diventano variabili instabili e difficilmente prevedibili. Ogni punto critico della geografia globale (dai choke point marittimi alle rotte energetiche) si traduce in un impatto diretto su costi industriali e capacità produttiva. Questa instabilità lascia spazio a una gestione sempre più orientata alla resilienza e alla diversificazione del rischio.

In un contesto così mutevole, il concetto di resilienza non è più sufficiente. Le imprese non devono solo resistere agli choc, ma imparare a trasformarli in vantaggio competitivo. In questo senso, viene in aiuto il concetto di impresa antifragile: un’organizzazione che non si limita a assorbire la volatilità, ma che si rafforza attraverso di essa, adattando processi, supply chain e modelli decisionali in tempo reale. Antifragilità significa ridurre la dipendenza da singoli snodi critici, costruire alternative operative, integrare dati in tempo reale e sviluppare capacità di simulazione degli scenari. In altre parole, trasformare l’incertezza in variabile strutturale del modello industriale.

Le Officine di Fabbrica Futuro come laboratorio di apprendimento collettivo

In questa prospettiva assume una particolare rilevanza il progetto Le Officine di Fabbrica Futuro, una serie di incontri itineranti che trasformano le eccellenze manifatturiere in spazi di formazione e confronto diretto. Grazie all’autorevolezza di Sistemi&Impresa, imprenditori e manager aprono le porte dei propri reparti produttivi per uno scambio di esperienze concreto e riservato.

Il modello rompe la tradizionale separazione tra teoria e pratica: gli incontri si svolgono nel Gemba, il luogo dove i processi produttivi avvengono realmente e dove le decisioni ‘teoriche’ si trasformano in produzione. Superando il modello dei convegni classici, il format punta sulla visita sul campo e sul dialogo tra pari (peer-to-peer). L’obiettivo è condividere soluzioni operative e innovazioni reali attraverso una community solida di professionisti del settore.

In un mondo iperconnesso, in cui anche una variazione su un singolo snodo logistico globale può modificare costi e strategie industriali, il confronto tra imprese diventa uno strumento di apprendimento collettivo. L’obiettivo è osservare e decodificare le scelte imprenditoriali e le prassi manageriali che permettono alle aziende di affrontare scenari complessi e instabili, mantenendo la profittabilità a lungo termine.

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Orchestrare i dati nella giungla informativa

Le imprese non hanno mai avuto a disposizione così tanti dati. Eppure non è detto che riescano a usarli. Si stima che il patrimonio informativo aziendale cresca di oltre il 60% ogni mese, alimentato da più di 400 fonti diverse; ma il 90% di questi dati non è strutturato. Il risultato? Una ‘giungla’ informativa in cui il rischio non è più la scarsità, bensì l’incapacità di trasformare l’abbondanza in valore.

È in questo scenario che si inserisce la promessa dell’Intelligenza Artificiale (AI), attorno alla quale però aleggia un paradosso: il ben noto report del MIT ha già evidenziato che il 95% dei progetti di AI fallisce perché le aziende sviluppano iniziative che non possono essere scalate e che non producono un impatto finanziario. La ragione, a ben vedere, è a monte: senza dati non può esserci AI. Ed è proprio sui dati – qualità, governo e orchestrazione – che si è concentrata la seconda giornata dell’evento clienti di Tesisquare alle Tenute Fontanafredda di Serralunga d’Alba, dove, oltre al passaggio di timone tra il Fondatore dell’azienda Giuseppe Pacotto e il nuovo Amministratore Delegato Salvatore Paparelli, è stata annunciata e approfondita la nuova Platform 8.0.

Nella giornata definita “constructive” dallo stesso Paparelli, il manager si è concentrato sulle novità, in particolare dell’AI: “Non crediamo in modelli chiusi o in ecosistemi isolati; vogliamo essere una piattaforma aperta, capace di integrare le migliori innovazioni disponibili e di sviluppare nuove funzionalità insieme ai nostri clienti. La nostra idea di AI è partecipativa, collaborativa e orientata alla creazione di valore concreto per le imprese”.

Ma l’AI, ha rimarcato Paparelli, è prima di tutto una sfida organizzativa: coinvolge l’intera azienda in un cambiamento, nel quale le persone sono chiamate a modificare il proprio paradigma interno. In questo scenario i nuovi leader sono quelli che non attendono l’autorità assegnata da un organigramma, ma se la prendono perché spetta loro di diritto: a guidare è chi possiede la visione end-to-end dei processi. Per riuscire nella trasformazione serve uscire dalla comfort zone, alzare lo sguardo e diventare il ‘radar’ dell’azienda, capace di suggerire al Chief Executive Officer (CEO) come trasformare la tecnologia in valore. E serve coraggio.

Da qui l’invito di Paparelli rivolto in particolare ai Chief Information Officer (CIO) e ai Responsabili della Supply chain: prendersi il posto che spetta loro nei board aziendali. Il problema, ha ammesso il manager, è che spesso questi manager non sanno come parlare ai vertici. La ricetta è racchiusa nell’acronimo Board, creato dallo stesso Paparelli: Brief (incontri brevi ed efficaci); open (dire le cose come stanno); accurate (essere puntuali negli interventi), relevant (cogliere il momento giusto per farsi ascoltare); diplomatic (presentarsi come chi ha la verità in tasca non funziona). Seguendo questi passaggi i manager che hanno la visibilità completa sui processi possono conquistare il posto che si meritano per il bene dell’azienda.

Senza dati non c’è Intelligenza Artificiale

A inquadrare la rivoluzione dell’AI ci ha pensato Pierre-François Kattenbach, Senior Managing Director di Accenture, con un intervento volutamente provocatorio sul tema. Le aziende chiedono l’AI Generativa, ha osservato il manager, ma ciò di cui hanno davvero bisogno sono i dati: informazioni corrette e accessibili, oltre al tempo per collaborare. Una sfida resa più ardua dalla scala raggiunta dalle catene di fornitura, dove, per esempio, un fornitore di primo livello può oggi coinvolgere migliaia di supplier e generare milioni di dati.

La strada, nella lettura di Kattenbach, passa dall’organizzazione e dalla pulizia dei dati – il vero prerequisito – per arrivare a una Supply chain autonoma, in cui, in un futuro non lontano, sono gli stessi sistemi a negoziare con i fornitori grazie all’AI. Ma la tecnologia, da sola, non basta: al di là del passaggio dalle soluzioni stand alone a quelle ‘orchestrate’, come già anticipato, la partita si gioca sulle persone e sul loro coinvolgimento nel cambiamento. Il futuro, ha sintetizzato il manager di Accenture, non è più una questione tecnologica, ma di ‘better intelligence’, cioè la capacità di leggere e interpretare le informazioni.

Quando il dato diventa un asset

A spiegare come trasformare i dati in valore è stato Mario Messuri, Senior Executive Advisor di Tesisquare, che ha posto l’accento su un cambio di cultura presentando la nuova Platform 8.0: il dato deve diventare un asset. Un percorso che parte dalla raccolta e dalla certificazione delle informazioni, prosegue con l’individuazione di parametri di misurazione e arriva alla capacità di collegare elementi apparentemente distanti per costruire scenari predittivi. Con dati accurati e un certo grado di automazione, la tecnologia può spingersi a livelli come l’autonomous procurement (alle persone è lasciata però la decisione finale). In tutto questo, l’AI è uno strumento di accelerazione.

Ma il dato diventa davvero valore solo quando se ne può determinare l’impatto – anche finanziario – e quando se ne mantiene il controllo: dalla categorizzazione alla misurazione, fino alla domanda che dovrebbe precedere ogni iniziativa, il “the reason why”, che muove ogni cosa. Da qui la proposta, lanciata da Messuri, di dare vita a un ‘club delle domande’. Continuare a porsi sempre gli stessi interrogativi, è il ragionamento del manager, non genera miglioramento né innovazione; la sfida è, invece, formulare domande di business nuove e, soprattutto, più complesse. Che cosa accade, per esempio, se riduco il personale nelle operazioni di carico e scarico? Se un tempo era arduo rispondere a questi quesiti, oggi, grazie ai dati e alla simulazione, è possibile affrontarli in modo più efficace.

Proseguendo nel calare la teoria nella pratica e nello scenario tecnologico delle aziende, Messuri ha messo in guardia dal diffuso fenomeno della proliferazione degli applicativi. Spesso è il business ad acquistarli, scavalcando addirittura il CIO e generando confusione nello scenario applicativo aziendale. Il risultato è una serie di rischi concreti: dalla sovranità del dato – chi la detiene? – alla gestione di release asincrone, dall’aumento dei costi di manutenzione alle sfide di integrazione, fino ai nuovi pericoli sul fronte della cybersecurity e della data corruption.

Dai silos alla Supply chain convergente

Una risposta a questa frammentazione è il concetto di ecosistema dell’orchestrazione, cioè una soluzione capace di coprire l’intero landscape applicativo. Che cosa significa, in concreto? Gestire tutti i dati all’interno di un’unica piattaforma per catturare valore lungo ogni fase del processo. Attorno all’ordine – il cuore dell’ERP – ruotano così le diverse funzioni della catena di fornitura: dalla qualifica dei fornitori al tender, dall’advanced shipping notes alla gestione inboundoutbound, dalla fatturazione elettronica fino al regulatory management richiesto dalle varie normative. A ogni passaggio corrisponde un’occasione di generare valore, grazie all’automazione e alla piena visibilità delle informazioni.

È questa la filosofia alla base della Platform 8.0, costruita su un’architettura a microservizi che lascia ai clienti libertà di scelta e le cui funzionalità nascono dall’ascolto e dal confronto con le aziende. La novità di fondo – figlia di uno sviluppo di circa due anni – è il superamento delle logiche per silos a favore di una Supply chain convergente. Si è così arrivati a un’unica suite in grado di coprire tutti i processi, in cui il dato – sicuro, conforme alle normative e trattato come un vero asset – torna a essere governabile.

Un approccio ‘AI native’

Sul tema dell’AI nella Supply chain e sull’orientamento della soluzione è intervenuto Gianluca Giaccardi, Chief Product Officer di Tesisquare, partendo da una constatazione onesta: l’impatto dell’AI non è ancora certo, ma quando si manifesterà avrà conseguenze profonde. È anche per questo che l’azienda ha scelto di accelerare lo sviluppo in questa direzione. Una scelta supportata dai trend di mercato: secondo Gartner, gli use case a bassa complessità sono destinati a una crescita esponenziale, mentre lo stesso non varrà per quelli più complessi. In questo quadro si capisce la proposta di un approccio AI driven – e, anzi, AI native – in cui gli agenti intelligenti diventano leve per generare benefici concreti.

Tre gli obiettivi dichiarati. Il primo è l’automazione dei processi, avviata dalla gestione documentale con AgentDoc; il secondo è l’interazione in linguaggio naturale, affidata a Cogito; il terzo è l’AI Open, che consente di realizzare nuovi agenti AI specifici per le diverse esigenze. A completare il quadro c’è Synapse: una tecnologia che non si limita a unire i dati, ma permette all’AI di rispondere a domande complesse, per esempio individuando le cause di un processo andato storto, talvolta proponendo più ipotesi di spiegazione.

Lo sguardo si è poi spinto anche oltre. Tra il 2028 e il 2031 sarà la volta dei World Model: modelli capaci di rappresentare la realtà attraverso grandezze nascoste e di aiutare le organizzazioni ad affrontare situazioni difficilmente prevedibili. Il principio è quello della simulazione prima dell’azione.

Per reggere uno scenario simile, Tesisquare ha rivisto anche il proprio modello di release: aggiornamenti rapidi, portati al cliente senza impatti né vincoli. La parola d’ordine è la velocità, che in questa fase di rivoluzione dell’AI non è un’opzione ma “la sola strategia che ci può permettere di vincere insieme”, come ha detto Paparelli. Perché l’AI, è la sintesi, non è un software da installare: è scambio di dati in tempo reale, è qualità del dato strutturato, è capacità di convivere con un’incertezza ormai strutturale. In una giungla informativa, la sfida competitiva non è più accumulare dati, ma orchestrarli. E farlo, ancora una volta, mettendo al centro non la sola tecnologia, ma le persone che da quei dati devono trarre le decisioni.

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Orchestrare i dati nella giungla informativa

Le imprese non hanno mai avuto a disposizione così tanti dati. Eppure non è detto che riescano a usarli. Si stima che il patrimonio informativo aziendale cresca di oltre il 60% ogni mese, alimentato da più di 400 fonti diverse; ma il 90% di questi dati non è strutturato. Il risultato? Una ‘giungla’ informativa in cui il rischio non è più la scarsità, bensì l’incapacità di trasformare l’abbondanza in valore.

È in questo scenario che si inserisce la promessa dell’Intelligenza Artificiale (AI), attorno alla quale però aleggia un paradosso: il ben noto report del MIT ha già evidenziato che il 95% dei progetti di AI fallisce perché le aziende sviluppano iniziative che non possono essere scalate e che non producono un impatto finanziario. La ragione, a ben vedere, è a monte: senza dati non può esserci AI. Ed è proprio sui dati – qualità, governo e orchestrazione – che si è concentrata la seconda giornata dell’evento clienti di Tesisquare alle Tenute Fontanafredda di Serralunga d’Alba, dove, oltre al passaggio di timone tra il Fondatore dell’azienda Giuseppe Pacotto e il nuovo Amministratore Delegato Salvatore Paparelli, è stata annunciata e approfondita la nuova Platform 8.0.

Nella giornata definita “constructive” dallo stesso Paparelli, il manager si è concentrato sulle novità, in particolare dell’AI: “Non crediamo in modelli chiusi o in ecosistemi isolati; vogliamo essere una piattaforma aperta, capace di integrare le migliori innovazioni disponibili e di sviluppare nuove funzionalità insieme ai nostri clienti. La nostra idea di AI è partecipativa, collaborativa e orientata alla creazione di valore concreto per le imprese”.

Ma l’AI, ha rimarcato Paparelli, è prima di tutto una sfida organizzativa: coinvolge l’intera azienda in un cambiamento, nel quale le persone sono chiamate a modificare il proprio paradigma interno. In questo scenario i nuovi leader sono quelli che non attendono l’autorità assegnata da un organigramma, ma se la prendono perché spetta loro di diritto: a guidare è chi possiede la visione end-to-end dei processi. Per riuscire nella trasformazione serve uscire dalla comfort zone, alzare lo sguardo e diventare il ‘radar’ dell’azienda, capace di suggerire al Chief Executive Officer (CEO) come trasformare la tecnologia in valore. E serve coraggio.

Da qui l’invito di Paparelli rivolto in particolare ai Chief Information Officer (CIO) e ai Responsabili della Supply chain: prendersi il posto che spetta loro nei board aziendali. Il problema, ha ammesso il manager, è che spesso questi manager non sanno come parlare ai vertici. La ricetta è racchiusa nell’acronimo Board, creato dallo stesso Paparelli: Brief (incontri brevi ed efficaci); open (dire le cose come stanno); accurate (essere puntuali negli interventi), relevant (cogliere il momento giusto per farsi ascoltare); diplomatic (presentarsi come chi ha la verità in tasca non funziona). Seguendo questi passaggi i manager che hanno la visibilità completa sui processi possono conquistare il posto che si meritano per il bene dell’azienda.

Senza dati non c’è Intelligenza Artificiale

A inquadrare la rivoluzione dell’AI ci ha pensato Pierre-François Kattenbach, Senior Managing Director di Accenture, con un intervento volutamente provocatorio sul tema. Le aziende chiedono l’AI Generativa, ha osservato il manager, ma ciò di cui hanno davvero bisogno sono i dati: informazioni corrette e accessibili, oltre al tempo per collaborare. Una sfida resa più ardua dalla scala raggiunta dalle catene di fornitura, dove, per esempio, un fornitore di primo livello può oggi coinvolgere migliaia di supplier e generare milioni di dati.

La strada, nella lettura di Kattenbach, passa dall’organizzazione e dalla pulizia dei dati – il vero prerequisito – per arrivare a una Supply chain autonoma, in cui, in un futuro non lontano, sono gli stessi sistemi a negoziare con i fornitori grazie all’AI. Ma la tecnologia, da sola, non basta: al di là del passaggio dalle soluzioni stand alone a quelle ‘orchestrate’, come già anticipato, la partita si gioca sulle persone e sul loro coinvolgimento nel cambiamento. Il futuro, ha sintetizzato il manager di Accenture, non è più una questione tecnologica, ma di ‘better intelligence’, cioè la capacità di leggere e interpretare le informazioni.

Quando il dato diventa un asset

A spiegare come trasformare i dati in valore è stato Mario Messuri, Senior Executive Advisor di Tesisquare, che ha posto l’accento su un cambio di cultura presentando la nuova Platform 8.0: il dato deve diventare un asset. Un percorso che parte dalla raccolta e dalla certificazione delle informazioni, prosegue con l’individuazione di parametri di misurazione e arriva alla capacità di collegare elementi apparentemente distanti per costruire scenari predittivi. Con dati accurati e un certo grado di automazione, la tecnologia può spingersi a livelli come l’autonomous procurement (alle persone è lasciata però la decisione finale). In tutto questo, l’AI è uno strumento di accelerazione.

Ma il dato diventa davvero valore solo quando se ne può determinare l’impatto – anche finanziario – e quando se ne mantiene il controllo: dalla categorizzazione alla misurazione, fino alla domanda che dovrebbe precedere ogni iniziativa, il “the reason why”, che muove ogni cosa. Da qui la proposta, lanciata da Messuri, di dare vita a un ‘club delle domande’. Continuare a porsi sempre gli stessi interrogativi, è il ragionamento del manager, non genera miglioramento né innovazione; la sfida è, invece, formulare domande di business nuove e, soprattutto, più complesse. Che cosa accade, per esempio, se riduco il personale nelle operazioni di carico e scarico? Se un tempo era arduo rispondere a questi quesiti, oggi, grazie ai dati e alla simulazione, è possibile affrontarli in modo più efficace.

Proseguendo nel calare la teoria nella pratica e nello scenario tecnologico delle aziende, Messuri ha messo in guardia dal diffuso fenomeno della proliferazione degli applicativi. Spesso è il business ad acquistarli, scavalcando addirittura il CIO e generando confusione nello scenario applicativo aziendale. Il risultato è una serie di rischi concreti: dalla sovranità del dato – chi la detiene? – alla gestione di release asincrone, dall’aumento dei costi di manutenzione alle sfide di integrazione, fino ai nuovi pericoli sul fronte della cybersecurity e della data corruption.

Dai silos alla Supply chain convergente

Una risposta a questa frammentazione è il concetto di ecosistema dell’orchestrazione, cioè una soluzione capace di coprire l’intero landscape applicativo. Che cosa significa, in concreto? Gestire tutti i dati all’interno di un’unica piattaforma per catturare valore lungo ogni fase del processo. Attorno all’ordine – il cuore dell’ERP – ruotano così le diverse funzioni della catena di fornitura: dalla qualifica dei fornitori al tender, dall’advanced shipping notes alla gestione inboundoutbound, dalla fatturazione elettronica fino al regulatory management richiesto dalle varie normative. A ogni passaggio corrisponde un’occasione di generare valore, grazie all’automazione e alla piena visibilità delle informazioni.

È questa la filosofia alla base della Platform 8.0, costruita su un’architettura a microservizi che lascia ai clienti libertà di scelta e le cui funzionalità nascono dall’ascolto e dal confronto con le aziende. La novità di fondo – figlia di uno sviluppo di circa due anni – è il superamento delle logiche per silos a favore di una Supply chain convergente. Si è così arrivati a un’unica suite in grado di coprire tutti i processi, in cui il dato – sicuro, conforme alle normative e trattato come un vero asset – torna a essere governabile.

Un approccio ‘AI native’

Sul tema dell’AI nella Supply chain e sull’orientamento della soluzione è intervenuto Gianluca Giaccardi, Chief Product Officer di Tesisquare, partendo da una constatazione onesta: l’impatto dell’AI non è ancora certo, ma quando si manifesterà avrà conseguenze profonde. È anche per questo che l’azienda ha scelto di accelerare lo sviluppo in questa direzione. Una scelta supportata dai trend di mercato: secondo Gartner, gli use case a bassa complessità sono destinati a una crescita esponenziale, mentre lo stesso non varrà per quelli più complessi. In questo quadro si capisce la proposta di un approccio AI driven – e, anzi, AI native – in cui gli agenti intelligenti diventano leve per generare benefici concreti.

Tre gli obiettivi dichiarati. Il primo è l’automazione dei processi, avviata dalla gestione documentale con AgentDoc; il secondo è l’interazione in linguaggio naturale, affidata a Cogito; il terzo è l’AI Open, che consente di realizzare nuovi agenti AI specifici per le diverse esigenze. A completare il quadro c’è Synapse: una tecnologia che non si limita a unire i dati, ma permette all’AI di rispondere a domande complesse, per esempio individuando le cause di un processo andato storto, talvolta proponendo più ipotesi di spiegazione.

Lo sguardo si è poi spinto anche oltre. Tra il 2028 e il 2031 sarà la volta dei World Model: modelli capaci di rappresentare la realtà attraverso grandezze nascoste e di aiutare le organizzazioni ad affrontare situazioni difficilmente prevedibili. Il principio è quello della simulazione prima dell’azione.

Per reggere uno scenario simile, Tesisquare ha rivisto anche il proprio modello di release: aggiornamenti rapidi, portati al cliente senza impatti né vincoli. La parola d’ordine è la velocità, che in questa fase di rivoluzione dell’AI non è un’opzione ma “la sola strategia che ci può permettere di vincere insieme”, come ha detto Paparelli. Perché l’AI, è la sintesi, non è un software da installare: è scambio di dati in tempo reale, è qualità del dato strutturato, è capacità di convivere con un’incertezza ormai strutturale. In una giungla informativa, la sfida competitiva non è più accumulare dati, ma orchestrarli. E farlo, ancora una volta, mettendo al centro non la sola tecnologia, ma le persone che da quei dati devono trarre le decisioni.

L’articolo Orchestrare i dati nella giungla informativa proviene da Parole di Management.