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Autore: Lorenzo Sernicola

Colazione da… Oracle per conoscere come potenziare il gestionale

Non è il classico evento IT né il solito webinar da seguire distrattamente tra una call e l’altra. Colazione da Oracle, iniziativa organizzata da Sinfo One, nasce per riportare al centro il valore, sempre più raro, dell’incontro in presenza: un ciclo di eventi selezionati, ospitati nelle sedi italiane di Oracle – Milano e Roma – dove il confronto diretto tra professionisti torna ad essere il vero protagonista.

Il richiamo evocativo nel nome strizza l’occhio all’eleganza senza tempo di Colazione da Tiffany, trasformando un semplice momento informale in un’esperienza distintiva. E come nel celebre film interpretato da Audrey Hepburn, anche qui la leggerezza apparente lascia spazio a contenuti di grande sostanza.

In un contesto informale, ma altamente qualificato, il format offre a CFO, controller e responsabili della pianificazione di aziende manifatturiere e distributive che operano su Oracle JD Edwards un accesso privilegiato a competenze sulle soluzioni surrounding, ovvero quelle che completano l’ERP portandolo al massimo del suo potenziale, una per ogni appuntamento.

Le soluzioni surrounding per la gestione strategica della manifattura

Si inizia il 9 e 10 giugno 2026 con l’Enterprise performance management (EPM): partendo da una fotografia dello stato dell’arte attraverso i risultati della survey sulla maturità digitale della funzione Finance, condotta da Sinfo One sul mercato italiano, si affronta il tema della trasformazione del processo decisionale finanziario illustrando come Oracle EPM Cloud consenta di costruire un layer di pianificazione, simulazione e consolidamento direttamente alimentato dai dati transazionali dell’ERP.

Il cuore dell’evento è la presentazione di SiBy, la data platform proprietaria di Sinfo One che automatizza l’estrazione, la trasformazione e il caricamento dei dati JDE verso gli ambienti EPM e all’occorrenza, anche molto di più, come integrare dati esterni all’azienda per la pianificazione e il confronto competitivo, supportare processi di analisi dei dati evoluti con I’IA  il tutto integrandosi perfettamente con piattaforme dati evolute basate su architetture moderne (Es. Archtettura Medaillon). Non un semplice connettore, quindi, ma un abilitatore dell’innovazione digitale.

Il secondo appuntamento, il 7 e 8 luglio 2026, è dedicato a due aree operative ad alto impatto per le aziende che utilizzano JD Edwards: la gestione avanzata del magazzino e il controllo qualità intelligente del prodotto, entrambe potenziate dalla computer vision.

Sul fronte magazzino, la sessione mostra le innovative soluzioni messe a punto da Sinfo One per gestire le operazioni logistiche e di magazzino tramite dispositivi mobili: terminali RF, smartphone e smart glasses. Gli operatori interagiscono con JD Edwards in tempo reale, senza carta e senza postazioni fisse, mentre le tecnologie di riconoscimento visivo migliorano la precisione nell’evasione degli ordini e nella gestione dei flussi di merce.

Sul fronte qualità, l’evento illustra le nuove modalità basate su computer vision che consentono la verifica visiva automatizzata del prodotto, la tracciabilità di lotto e il rilevamento di anomalie in tempo reale da smartphone. Un sistema in cui i controlli qualità diventano istantanei e alimentano automaticamente i moduli JD Edwards, eliminando documentazione cartacea e riducendo notevolmente i tempi di verifica.

Il focus del terzo evento, il 16 e 17 settembre 2026, è il tema della gestione delle promozioni e degli sconti e il processo di presa d’ordine tramite computer vision. Due ambiti critici per le aziende del largo consumo e della distribuzione verranno analizzati sia dal punto di vista operativo, esplorando il modulo dedicato alla configurazione e gestione di strutture complesse di pricing e accordi commerciali, sia da quello strategico.

Grazie a Oracle EPM Cloud è possibile abilitare scenari di simulazione What-If sulle politiche promozionali, permettendo a controller e direzione commerciale di valutare in anticipo l’impatto economico delle diverse strategie, confrontando marginalità, volumi e mix di prodotto in tempo reale. L’incontro introdurrà anche il processo di presa ordine smart tramite computer vision, che consente di acquisire automaticamente i dati degli ordini attraverso il riconoscimento visivo di una semplice mail o PDF, alimentando direttamente il sistema JD Edwards senza errori e riducendo drasticamente i tempi di inserimento.

Dove il networking diventa valore operativo

Colazione da Oracle rappresenta non solo un momento di aggiornamento tecnologico, ma un’occasione concreta per dialogare con esperti e colleghi, condividere sfide comuni e scoprire come evolvere il valore di piattaforme come Oracle JD Edwards attraverso soluzioni avanzate di performance management, automazione e data intelligence.

Altro elemento distintivo dell’iniziativa è l’ospitalità nelle sedi italiane di Oracle, aspetto che oltre a offrire un contesto più favorevole al confronto tra professionisti dei grandi eventi, sottolinea il valore di Sinfo One come partner strategico per il mercato italiano. Il format breakfast combina sessioni di presentazione e networking informale, creando le condizioni per uno scambio autentico tra decision maker, esperti e utenti della stessa piattaforma. In questo contesto, Colazione da Oracle diventa un’opportunità per confrontarsi su approcci innovativi e comprendere, in modo pragmatico, come massimizzare gli investimenti esistenti. Più che una semplice serie di eventi, l’iniziativa si configura come uno spazio di dialogo continuo tra tecnologia, competenze e visione manageriale

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SAP Cloud ERP, crescere con le tecnologie a misura di PMI del Nord Est

La tecnologia non è mai stata così promettente. Ora la sfida è trasformare le promesse in risultati concreti. Intelligenza artificiale (AI), cloud, Enterprise resource management (ERP) di nuova generazione: il mercato offre strumenti potenti, ma tra l’adozione e il vantaggio competitivo reale c’è spesso una distanza che le Piccole e medie imprese (PMI) italiane faticano a colmare. Non per mancanza di risorse o di volontà, ma perché trasformare la tecnologia in crescita richiede metodo, visione ed esempi credibili da cui imparare.

È esattamente questo il punto di partenza dell’evento promosso da Aeonvis, società di consulenza organizzativa e tecnologica, il 21 maggio 2026 a Padova, dal titolo “SAP Cloud ERP: cresci senza ostacoli, scala senza confini” (dalle 17 alle 19 presso Villa Italia, Via Sergio Fraccalanza 2, Padova): non un convegno sulle tendenze del futuro, ma un confronto tra imprenditori, esperti e manager su come le aziende del Nord Est stanno già usando AI e ERP in cloud, approfondendo risultati misurabili e approcci sostenibili. A dare ulteriore autorevolezza all’iniziativa è la media partnership con Sistemi&Impresa, la rivista edita da Edizioni ESTE – editore anche del nostro quotidiano – dedicata alle tecnologie a forte impatto organizzativo: una garanzia di rigore editoriale su temi che la testata segue e racconta ogni giorno.

ISCRIVITI ALL’EVENTO  SAP Cloud ERP: cresci senza ostacoli, scala senza confini

Prima i racconti e poi gli approfondimenti tecnici

Il programma della giornata è diviso in due momenti distinti. Il primo è una tavola rotonda aperta, nella quale Davide De Francesco, Executive Director e SAP Alliance manager di Aeonvis e Marco Cameroni, Chief Partner Officer di SAP Italia, si confrontano con tre imprenditori che hanno già affrontato percorsi di trasformazione digitale: Alessio Marzi, CEO di Fratelli Marzi, Carlo Fidelio, Amministratore Delegato di Valcom’s e Carlo Rossi Chauvenet, Managing Partner di Crclex. A moderare l’incontro è Dario Colombo, Direttore Editoriale Periodici della ESTE e Direttore Responsabile di Parole di Management.

Il secondo momento della giornata è dedicato agli approfondimenti tecnici: Matteo Longinotti, Solution Advisor Finance di SAP Italia, illustra l’evoluzione dell’offerta cloud per il middle market. Claudio Abbiati, Executive Director Sales & Marketing di Aeonvis, presenta l’azienda e il metodo Aeonvis, per poi lasciare spazio ad Andrea Martini ed Enrico Gallana, consulenti SAP di Aeonvis. Attraverso casi d’uso reali di SAP Cloud ERP, è esplorato il potenziale della Business AI integrata nel supportare in modo innovativo i processi aziendali, dagli Acquisti alla Logistica fino al ciclo finanziario.

A chiudere è l’approfondimento di Paolo Stefano Beghetto Responsabile TriVeneto di Credit Data Research Italia con un focus sull’iperammortamento 2026–28: un incentivo che consente di portare fino al 43% la deducibilità degli investimenti in soluzioni ERP cloud, e che molte aziende ancora non stanno utilizzando appieno.

La combinazione delle modalità narrative – tavola rotonda e sessioni tecniche – permette all’iniziativa di Aeonvis di rispondere alle questioni tecnologiche più urgenti per le aziende del territorio. Inoltre, i momenti di networking rendono l’appuntamento un’occasione di approfondire conoscenze, ma anche di allargare la propria rete business.

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Ristorazione e benessere, Pellegrini inaugura un nuovo centro cottura

I destini, per parafrasare una celebre canzone di Antonello Venditti, fanno dei giri immensi e poi ritornano. E nel destino della Pellegrini c’è Peschiera Borromeo. È da queste parti, alle porte di Milano, che l’azienda – da oltre 60 anni player del settore della ristorazione e dei servizi integrati per le imprese – ha scelto di ampliare la sua già ben radicata presenza inaugurando il nuovo centro cottura. Proprio qui, 44 anni fa, Ernesto Pellegrini aveva creato Central Food: all’epoca era poco più di un grande centro logistico, oggi è una moderna centrale di selezione, stoccaggio, controllo qualità e fornitura di derrate alimentari, che rifornisce sia i circa 600 ristoranti del Gruppo (400mila commensali ogni giorno) sia i principali player della grande distribuzione organizzata.

Ora, a fianco della piattaforma Central Food – che ospita anche l’Accademia Pellegrini – c’è il nuovo centro cottura, inaugurato il 14 maggio 2026: tra i presenti, oltre don Giacomo Pezzuto, della Parrocchia della città, anche il Sindaco di Peschiera Borromeo Andrea Coden, a conferma dello stretto legame tra l’azienda e il territorio. A celebrare la giornata è stata Valentina Pellegrini, Presidente e AD del Gruppo, alla sua prima inaugurazione ufficiale da quando ha assunto il nuovo ruolo a seguito della scomparsa del padre Ernesto, avvenuta a maggio 2025.

Accanto alla Presidente, la madre Ivana Faglia, Vicepresidente e Consigliere del Gruppo, a testimonianza di come la famiglia Pellegrini continui a sviluppare il proprio business mantenendo saldi i valori e le radici sui quali il Cavalier Pellegrini aveva investito la sua intera vita e dei quali adesso ne è interprete la figlia Valentina, chiamata a portare avanti il sogno imprenditoriale che finora ha generato un colosso da 1,2 miliardi di euro di fatturato e che da lavoro a 11mila persone nel mondo.

“Negli Anni 80 mio padre aprì a Peschiera Borromeo la nostra Central Food: una scelta pionieristica che costituisce tuttora un elemento distintivo nel panorama della ristorazione collettiva”, ha commentato Pellegrini. “Questa nuova apertura segna un’ulteriore tappa nel percorso di innovazione e sviluppo della nostra Divisione Ristorazione, oltre che un rinnovato impegno nella valorizzazione dell’economia del territorio e delle comunità in cui la Pellegrini opera”.

Attenzione per le nuove tendenze del mercato

Settemila pasti al giorno (a regime, al momento è al 60% delle sue potenzialità), 50 nuove persone impiegate – che si affiancano ai 120 dipendenti già impiegati in Central Food – una superficie di oltre 1.600 metri quadri: sono questi i numeri del nuovo centro cottura di via Volta a Peschiera Borromeo, dove sono preparati in particolare i pasti per il settore sanitario, scolastico e soprattutto aziendale (quest’ultimo segmento rappresenta il 70% dell’intero business della Pellegrini). Inoltre la struttura è certificata gluten free ed è stata progettata per rispondere alle esigenze di diete speciali – dalla celiachia alle intolleranze e allergie – sempre più richieste anche in ambito aziendale.

Dietro le cifre del nuovo centro cottura c’è anche una storia di riqualificazione territoriale: quello che oggi è un centro produttivo moderno e sostenibile, dotato di impianto fotovoltaico, fino a poco tempo fa era un capannone dismesso. In questo modo il complesso di Peschiera Borromeo si estende ora su 30mila metri quadri.

Sul fronte dell’innovazione, il nuovo centro sta introducendo alcune tecnologie ancora poco diffuse nella Ristorazione collettiva, grazie alla collaborazione con la vicina Accademia Pellegrini. Restano valide le tradizionali modalità di preparazione dei pasti: refrigerato – cotto, abbattuto, porzionato e inviato ai ristoranti dove viene rigenerato – e fresco/caldo, già pronto per essere servito (è la modalità, per esempio, scelta delle scuole). Ma a queste, se ne stanno affiancando altre in via sperimentale. Per esempio la cottura sottovuoto, che consente di aumentare i tempi di conservazione e di mantenere integre le proprietà organolettiche degli alimenti, aprendo nuovi mercati. Oltre all’innovazione specifica sui prodotti – a oggi tra primi piatti, secondi e contorni, il Gruppo gestisce circa 4.800 ricette – c’è anche quella sui processi; in questo caso l’azienda sta lavorando all’automazione di alcune fasi di lavorazione (il confezionamento).

Soluzioni per la cura delle persone a 360 gradi

L’inaugurazione della nuova struttura della Pellegrini si inserisce nella nuova strategia di crescita del Gruppo, il cui business, oltre a ristorazione e vending, si sviluppa attraverso soluzioni welfare, pulizia, sanificazione e servizi integrati, forniture alimentari e lavorazioni di carni fresche. “Stiamo evolvendo verso il segmento B2B2C, dove i clienti sono gli utenti dei nostri servizi e il nostro obiettivo è prenderci cura del benessere delle persone, che vuol dire un piatto sano, ma anche un ambiente pulito e flexible benefit”, racconta Pellegrini, a margine dell’inaugurazione. Non più ‘solo’ ristorazione, ma cura della persona a 360 gradi.

Ancora una volta, l’Accademia Pellegrini gioca un ruolo strategico. Non solo come centro di formazione interna, ma come laboratorio di ricerca applicata: collabora, infatti, con esperti di fama internazionale, tra cui Valter Longo, Direttore del Longevity Institute alla University of Southern California e Fondazione Valter Longo ETS, punto di riferimento scientifico per la sana longevità, con l’obiettivo di certificare le ricette e misurarne l’impatto nutrizionale sul lungo periodo nella vita delle persone. Un approccio, questo, che trasforma il player di servizi di ristorazione in un partner attivo per il benessere. “Poniamo la massima attenzione su questi aspetti e sentiamo la responsabilità del nostro ruolo, che impatta ogni giorno sulla salute e sul benessere di migliaia di persone. Per far questo è necessario mettere al centro le attività di ricerca e sviluppo e investire in ogni fase della catena del valore”.

Alla base del successo del Gruppo è utile ribadire la scelta di perseguire il sogno imprenditoriale del suo fondatore e l’attenzione ai suoi valori, tanto che tutte le persone della Pellegrini sono formate costantemente attraverso il programma di formazione comportamentale (‘Stile Pellegrini’). Oltre alla trasmissione dei valori, l’iniziativa prevede l’approfondimento sulle soft skill (per esempio a chi opera a contatto con le persone è richiesto un adeguato comportamento, tra cui il sorriso) e sul lavoro di squadra, attraverso le testimonianze di grandi sportivi simbolo dell’Inter di Pellegrini degli Anni 80, come Beppe Bergomi, Giuseppe Baresi e Riccardo Ferri, che incarnano la continuità dei valori del Gruppo.

A proposito di sport, l’inaugurazione del centro cottura di Peschiera Borromeo avviene sotto una buona stella, visto che giusto alla vigilia della cerimonia, l’Inter ha vinto la sua decima Coppa Italia (con il 21esimo scudetto ha permesso ai nerazzurri di chiudere la stagione con il Doublete): è noto che per la famiglia Pellegrini, quello con l’Inter è un legame profondo, caratterizzato da una presidenza durata 11 anni, segnata da numerosi trionfi (su tutti quello passato alla storia come ‘lo scudetto dei record’) e da tanti campioni passati per la Milano nerazzurra. Chissà che dietro questo incrocio di destini non ci sia lo zampino proprio del Cavalier Pellegrini…

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Ondata di licenziamenti in Catalogna, trema il modello Spagna?

Anche in Spagna arriva qualche tentennamento per il mercato del lavoro, nonostante i recenti progressi, tra disoccupazione che cala e stipendi che crescono (quantomeno più che da noi). Sembra andare invece in controtendenza la Catalogna, una delle regioni più ricche della Penisola iberica: il salario medio è qui – secondo l’Istituto di Statistica della Catalogna – di 29.978 lordi euro annuali, contro la media nazionale di 28.094 euro, in riferimento al 2023.

È invece di inizio maggio 2026 fa la notizia che in Catalogna si starebbero accumulando uno dietro l’altra montagne di richieste di ERE, ovvero operazioni conosciute come Expedientes de Regulación de Empleo. Si tratta di una modalità di licenziamento collettivo ammessa a specifiche condizioni, come per esempio difficoltà economiche aziendali. E che apre la possibilità per i lavoratori di percepire in seguito un sussidio dallo Stato. Un po’ come per la nostra Cassa integrazione, con la differenza che nel caso spagnolo si tratta non di una sospensione dal lavoro ma di veri e propri licenziamenti.

Nestlé e gli altri

In Catalogna, sta succedendo con il colosso Nestlé, che ha annunciato 301 licenziamenti in tutta la Spagna, comprese le sedi di Esplugues de Llobregat e di Girona e Reus. La stessa minaccia arriva da Serra Soldadura, azienda di macchinari industriali con circa 500 dipendenti. E ancora Glovo, che sta negoziando un ERE da 143 impiegati a un anno dall’introduzione dell’obbligo di assumere con contratto i propri rider. In atto ci sarebbe insomma un boom di licenziamenti collettivi.

Secondo l’Observatori del Treball i Model Productiu gli ERE risultano nel primo trimestre 2026 in salita del 53,5%. Tra gennaio e marzo sono stati infatti 1.874,653 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E a risentirne comincia a esserne il tasso di disoccupazione che, stando ai numeri della Encuesta de Poblacion Activa sul primo trimestre dell’anno, darebbero in Catalogna il maggiore incremento in tre mesi dal 2000. Il dato si attesta infatti al 10,1%, per la prima volta dal 2023. Le persone senza lavoro nel 2026 sono 59.200 in più rispetto all’anno precedente, di cui 84mila registrate solo da inizio 2026.

Un cambiamento di tendenza

Quello a cui si sta assistendo sarebbe un cambio di paradigma. La Catalogna aveva resistito alle crisi che si erano succedute negli anni: la pandemia prima e la crisi energetica poi, perfino ai dazi. Secondo i sindacati adesso invece il comportamento delle imprese starebbe cambiando per paura di ciò che verrà, sia in termini di incertezze geopolitiche che di accelerazione digitale. Si paventano aumenti dei costi, cambiamento nei consumi e la necessità di scommettere su automazione e digitalizzazione, come riporta il quotidiano spagnolo Público.

Tradotto: si mandano a casa i dipendenti per investire su altro. In particolare l’AI. Le aziende insomma accamperebbero scuse per dare inizio a quella che appare invece come una spirale di distruzione di posti di lavoro. Alcune sigle sindacali tra cui il Ccoo (Commissions obreres Catalunya) chiedono al contrario di reagire all’imprevedibile contesto internazionale impostando un nuovo modello produttivo che generi lavoro di qualità e con alto valore aggiunto.

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HR e Produzione parlano la stessa lingua?

Per lungo tempo la competitività delle aziende manifatturiere è stata associata prevalentemente alla capacità produttiva, all’efficienza degli impianti e alla qualità del prodotto finale. Fattori che continuano a rappresentare asset fondamentali, ma che oggi non risultano più sufficienti, da soli, a garantire un vantaggio competitivo duraturo, soprattutto in uno scenario economico caratterizzato da crescente incertezza. La necessità di reagire con rapidità alle oscillazioni del mercato, sta, infatti spostando l’attenzione delle imprese verso un ulteriore elemento strategico: la capacità di gestire la forza lavoro in maniera integrata ed efficiente.

Il tema è tutt’altro che marginale. Il comparto manifatturiero continua, infatti, a costituire uno dei principali pilastri dell’economia italiana: secondo i dati di Confindustria contribuisce per circa il 15% al Prodotto interno lordo (Pil). Tuttavia, il dato più significativo riguarda la produttività. Come ha evidenziato il report di SD Worx dal titolo Workflow Outlook 2026, tra il 1995 e il 2024 il valore aggiunto per ora lavorata nel Manifatturiero è cresciuto del 26%, a fronte del 18,5% registrato nei servizi e del 9% dell’intera economia italiana.

Una dinamica – quella emersa nello studio commissionato dall’azienda specializzata in tecnologia e servizi integrati per la gestione delle risorse umane – che conferma come la competitività del settore non dipenda più esclusivamente dagli investimenti tecnologici o dalla capacità produttiva, ma anche dalla capacità di coordinare in modo efficace persone, processi e informazioni.

Nella pratica quotidiana, però, è proprio su questo piano che emergono oggi le principali criticità operative. Le funzioni HR e Produzione, pur essendo strettamente interconnesse, continuano spesso a operare attraverso strumenti differenti, basi dati separate e logiche non integrate. Questa frammentazione limita la capacità decisionale e rallenta la gestione delle criticità in un contesto già reso complesso da molteplici fattori.

La difficile gestione del costo del lavoro

Solo per citare alcune problematiche che incidono anche nel Manifatturiero: il costo del lavoro continua a pesare in misura significativa sul valore aggiunto, soprattutto nelle imprese di medie e grandi dimensioni; la gestione del personale è resa più articolata dalla diffusione di modelli organizzativi complessi, caratterizzati da turnazioni, orari variabili e sedi produttive distribuite sul territorio. A ciò si aggiunge la crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. Quest’ultimo fenomeno induce molte aziende a mantenere elevati i livelli occupazionali anche durante le fasi di rallentamento produttivo, nel timore di disperdere competenze difficilmente sostituibili. Come se non bastasse, anche il livello di digitalizzazione rimane disomogeneo in diversi comparti industriali, rallentando l’integrazione dei processi e limitando la disponibilità di dati coerenti, aggiornati e facilmente interpretabili.

In questo contesto, la direzione è chiara: superare la frammentazione tra i sistemi che governano persone, costi e processi operativi. L’adozione di un ecosistema integrato tra HR, payroll e workforce management consente di costruire una visione unica dei dati, dalla pianificazione dei turni al controllo del costo del lavoro, fino alla gestione di presenze e assenze. È l’approccio che SD Worx propone al settore manifatturiero attraverso un modello modulare e scalabile, progettato per accompagnare le imprese dal consolidamento dei processi amministrativi fino alla governance completa della forza lavoro.

Un modello che integra payroll, time management e processi HR in un unico ambiente operativo, riducendo il carico amministrativo, migliorando la qualità dei dati e offrendo a HR e management strumenti di analisi e reportistica a supporto delle decisioni. «Il manufacturing rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia italiana. Sostenerne l’evoluzione significa rafforzare la competitività del Paese. “Oggi questo richiede un nuovo approccio alla gestione del lavoro, all’altezza della complessità operativa delle imprese”, osserva Alessia Rigoni, Managing Director di SD Worx Italia.

Il rischio per le imprese che continuano a gestire HR e Produzione come compartimenti separati non è solo l’inefficienza: è la perdita progressiva di visibilità su una delle voci di costo più rilevanti del conto economico. In un settore dove i margini si costruiscono anche sulla capacità di pianificare turni, controllare gli straordinari e trattenere competenze sempre più scarse, l’integrazione tra dati HR, payroll e operations non è più un progetto IT. È una priorità industriale.

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Dal pharma… al dharma (grazie allo yoga)

Il benessere in azienda è diventato un tema sempre più presente e centrale nelle politiche organizzative. Un concetto che è andato via via ampliandosi nel corso degli anni: non si limita alla sicurezza sul lavoro, ma abbraccia lo stato di salute generale (fisico, mentale, emotivo e sociale) dei dipendenti. In estrema sintesi, il benessere organizzativo ha molto a che fare con il modo in cui le persone ‘abitano’ il proprio lavoro ogni giorno.

Molte aziende hanno investito in iniziative di wellbeing, supporto psicologico e programmi dedicati alla qualità della vita lavorativa. Meno frequente, però, è il lavoro esplicito sul corpo, spesso considerato un elemento secondario rispetto alla dimensione cognitiva o relazionale. Eppure, il lavoro passa anche da lì: dalla schiena, dalle spalle, dal collo, dalla capacità di respirare, muoversi, riconoscere tensioni e automatismi.

È da questa consapevolezza che nasce il percorso di Silvia Sebastiani, fondatrice di Vana Yoga, realtà che propone pratiche e percorsi di yoga pensate appositamente per il contesto aziendale. La sua storia professionale parte da un ambito apparentemente lontano: la laurea in Farmacia.

Integrare le esperienze in un nuovo progetto

“Lavorare nel farmaceutico significa confrontarsi con un settore ad alta regolamentazione, dove ogni passaggio comunicativo deve rispondere a requisiti precisi, nazionali e internazionali” spiega Sebastiani. Un lavoro tecnico e normativo che le ha permesso di acquisire competenze professionali di alto livello, ma che non erano sufficienti a motivarla fino in fondo. “Sentivo che dentro di me non c’era un allineamento completo, per quanto il mio lavoro fosse stimolante e fossi in realtà avviata verso posizioni di responsabilità in azienda”.

Il passaggio allo yoga, quindi, non nasce da una rottura improvvisa, ma da un riallineamento progressivo. Sebastiani racconta di aver trovato nello yoga prima una passione, poi un modo di vivere, infine uno strumento professionale. Dopo il percorso per diventare insegnante, ha approfondito anche la yoga terapia, arrivando a costruire un metodo che integra pratica corporea, consapevolezza, scienze contemplative e letteratura scientifica.

Il corpo assume la forma del lavoro

Nel lavoro d’ufficio, molte tensioni diventano invisibili perché entrano a far parte di una routine inconsapevole: spalle chiuse, schiena rigida, respiro corto, mandibola contratta, sedentarietà prolungata. Spesso le persone iniziano a percepirlo solo quando il disagio diventa dolore vero e proprio. Secondo l’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (Eu-Osha), i disturbi muscoloscheletrici sono uno dei disturbi più comuni legati al lavoro. In Europa colpiscono milioni di lavoratori e costano miliardi di euro ai datori di lavoro. Affrontare e prevenire i disturbi muscoloscheletrici non solo contribuisce a migliorare la vita dei lavoratori, ma è anche una scelta molto sensata per le imprese. Per esempio, Eu-Osha raccomanda di non superare il 50% del tempo lavorativo seduti, alzandosi ogni 20-30 minuti.

Sebastiani osserva tutte queste dinamiche nei gruppi di lavoratori che segue: il corpo tende a adattarsi al lavoro che svolge. Per questo, prima ancora di proporre lo yoga come attività di movimento, il suo obiettivo è di lavorare sulla presenza corporea: riconoscere come si sta seduti, come si respira, quali tensioni si accumulano durante la giornata.

“Mi piace parlare del ‘coraggio di fermarsi’, perché fermarsi è diventato qualcosa di profondamente controintuitivo, non solo in ambito lavorativo. Tutto diventa una corsa continua. Eppure, i benefici che si ricevono dal fermarsi sono enormi. Lo yoga offre proprio questa possibilità: interrompere l’automatismo, fare spazio, rimettere in ordine priorità e pensieri”, spiega Sebastiani.

Il benessere fisico diventa benessere organizzativo

Per le imprese, l’interesse verso questi percorsi non riguarda solo il beneficio individuale del lavoratore. Quando le persone stanno meglio, anche il clima interno può risentirne positivamente. Una maggiore consapevolezza corporea e mentale può contribuire a relazioni meno conflittuali, a una presenza più lucida e a una migliore percezione dell’attenzione ricevuta da parte dell’organizzazione.

In questo senso, lo yoga può inserirsi nelle politiche di wellbeing e retention come strumento di attenzione concreta verso le persone. Non sostituisce altri interventi di benessere organizzativo, ma introduce la cura del corpo come asset nella quotidianità lavorativa.

“Le classi aziendali permettono alle persone di condividere un’esperienza che non implica competizione o performance. Non la ‘solita’ sfida sportiva – spesso un’attività una tantum pensata per forzare il coinvolgimento – ma un momento di ascolto guidato che può diventare parte della quotidianità dei lavoratori”, prosegue Sebastiani.

Una pratica accessibile a tutti

Uno degli aspetti più rilevanti dell’iniziativa di Sebastiani è l’accessibilità. Portare lo yoga in azienda significa intercettare anche persone che non si iscriverebbero mai spontaneamente a un corso, perché sedentarie, poco interessate al movimento o lontane dall’immaginario tradizionale della disciplina.

La pratica proposta parte da esercizi semplici: si lavora sulla sedia, in piedi, con movimenti piccoli, ma mirati. Non è importante eseguire una posizione ‘difficile’, ma imparare a sentire il corpo in modo diverso. Anche per questo il percorso è adatto a una platea eterogenea, con livelli diversi di mobilità, età e familiarità con lo yoga.

Il corpo, in questo approccio, è parte integrante di ciò che ogni persona porta con sé al lavoro ogni giorno, al pari delle competenze. Prendersene cura significa recuperare uno spazio di abilità personale che può avere ripercussioni positive sia sulle performance individuali sia sul clima interno all’organizzazione di appartenenza.

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È molto peggio di quello che dice il Wall Street Journal

In un articolo del 30 aprile 2026, il prestigioso quotidiano statunitense Wall Street Journal ha titolato Cosa succederà quando gli europei scopriranno quanto sono poveri? E possiamo aggiungere: cosa succederà quando scopriremo che noi italiani siamo ancora più poveri? In realtà, ci nascondiamo dietro un dito, perché ben sappiamo che il nostro Prodotto Interno Lordo per abitante (Pil pro capite) è l’unico in Europa a non crescere dall’anno 2000.

Eppure, quando si parla di povertà crescente, lo si fa addebitandone la causa alle disuguaglianze interne di reddito, come se il problema fosse di redistribuire quel poco che c’è, e non la quantità di torta a disposizione, che si sta rimpicciolendo inesorabilmente e continuamente da decenni.

Se è vero che riducendo le disuguaglianze potrebbe ridursi il numero di famiglie al di sotto del livello di povertà (e questo è un problema di natura politica), tale riduzione non avrebbe alcun effetto sul Pil pro capite nazionale, che è l’unico indicatore che ci può dire quanto siamo ricchi o poveri rispetto agli altri Paesi (ma anche in assoluto).

Il trucco del costo della vita

Nel confronto internazionale, se aggiustiamo il Pil pro capite italiano in base al costo della vita, i numeri appaiono certamente meno penalizzanti. Ma questo dato va letto con cautela: dire che in un Paese il costo della vita è più basso non significa automaticamente che quel Paese sia ricco. È un po’ come osservare che in Nigeria, con 1.000 euro al mese, si può vivere molto meglio che altrove: può essere vero, ma non cambia il fatto che il Pil pro capite resti basso e che l’economia nel suo complesso sia povera.

Il punto, quindi, non è solo quanto costa vivere in Italia, ma quanto valore reale producono e acquistano i redditi italiani nel confronto globale. La perdita di potere d’acquisto emerge con evidenza quando si guarda al confronto con gli Stati Uniti: con uno stipendio italiano medio, oggi si riesce ad acquistare meno della metà dei beni che si sarebbero potuti acquistare nel 1990.

L’acqua della Pil-sorgente non basta più

Immaginiamo il Pil come una fonte che fornisce una determinata portata d’acqua. Tale portata, in Italia, dal 2000 a oggi non è affatto aumentata (in realtà è anche diminuita). Il problema è che la nostra economia avrebbe ora una necessità di Pil maggiore. Necessità che è aumentata via via nel tempo, con l’accelerazione dell’economia e dei bisogni dei suoi abitanti. Come abbiamo rimediato fino a oggi?

Integrando la portata naturale della fonte con cisterne d’acqua integrative acquistate all’estero (ovvero ricorrendo al debito per sostenere un livello di spesa che il Pil prodotto non era più sufficiente a coprire.).  Altri paesi hanno trovato nuove sorgenti (innovazione, industria), noi no. Risultato? Salari fermi, potere d’acquisto in picchiata. E intanto, si discute di come dividere l’acqua… che non c’è più. Di fatto, stiamo discutendo su come dividere gli ulteriori debiti che stiamo facendo.

Il 30% del nostro Pil è alimentato da acquisti fatti all’estero. Con prezzi internazionali in continuo aumento, il nostro potere d’acquisto estero si è di fatto dimezzato nel giro di 30 anni. E quando andiamo all’estero, il confronto dei prezzi è per noi brutale. Ma anche in Italia.

Ad esempio, non è vero che il prezzo dei ristoranti o degli hotel è aumentato del 60% negli ultimi 30 anni. Considerando che la naturale inflazione europea è del 2% all’anno, e che negli altri Paesi i salari sono cresciuti del 2% all’anno, per gli stranieri che vengono in Italia non è cambiato niente: hanno lo stesso potere di acquisto che avevano prima. Per gli statunitensi, siamo diventati addirittura un Paese con un costo della vita molto basso.

Soluzione? Non solo redistribuire, ma creare ricchezza

Le disuguaglianze si affrontano con politiche sociali. Ma se il Pil non cresce, è come spartire un piatto sempre più vuoto. Serve sviluppo, innovazione, investimenti. Altrimenti, resteremo a litigare su come dividere il nulla. Che sia davvero il momento di svegliarsi e trovare nuove sorgenti di reddito (cioè di Pil)?

Dagli anni Duemila, la Francia è riuscita ad aumentare la ‘portata dell’acqua’ attivando nuove sorgenti (come lo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto) per sostituire la riduzione della ‘portata d’acqua’ dei prodotti industriali (contributo che in Francia si è dimezzato negli ultimi 20 anni, passando dal 18% del Pil al 9%).

La Germania, invece, è riuscita a far calare meno la ‘sorgente’ dei prodotti industriali e ha trovato quanto basta di nuove sorgenti di servizi per aumentare comunque il Pil (ma ne ha attivate in modo insufficiente per il nuovo contesto globale, e ora ha rallentato). Sicuramente diverso il discorso per Paesi nordeuropei come la Svezia, che sono riusciti a trovare velocemente nuove sorgenti di servizi a valore nel digitale, aumentando il Pil del 60% dal 2000 a oggi (contro il nostro insignificante 2%).  

Se in Italia si continua così, vorrà dire che quando non troveremo più ‘cisterne d’acqua all’estero’ (cioè quando il nostro enorme debito non potrà più essere ulteriormente aumentato), ci scanneremo per un bicchiere d’acqua (e allora sì che il problema sarà quello di dare equamente una goccia ad ognuno).

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Bain & Company, un nuovo managing partner per il Sud ed Est Europa

Bain & Company ha nominato Pierluigi Serlenga Managing Partner per il Sud ed Est Europa, un’area geografica che comprende Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia e Polonia, con oltre 1.000 professionisti che affiancano aziende leader nei principali settori industriali e dei servizi. In questo modo la società di consulenza strategica globale intende rafforzare il business nell’area, considerata centrale per lo sviluppo futuro.

In Bain & Company da oltre 25 anni, Serlenga ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in Italia e nel mondo. Serlenga manterrà la responsabilità di Managing Partner dell’Italia e la leadership del settore Aerospace, Defence and Government Services a livello globale.

Pierluigi ha un track record straordinario in Bain. È un leader molto rispettato dai nostri team e dalla business community nella nostra Regione. Ha guidato relazioni di grande successo con clienti industriali molto rilevanti per la nostra firm ed ha consolidato la nostra leadership in un mercato importante come l’Italia” ha spiegato Tom De Waele, Regional Managing Partner Emea di Bain & Company.

“È un onore per me assumere la guida di quest’area così importante per Bain in Europa. Abbiamo grandi ambizioni di crescita e di sviluppo e siamo pronti a supportarli in questa fase cruciale del ciclo economico, facendo leva sul meglio delle nostre competenze ed esperienze e continuando ad investire in modo significativo sulle nostre persone e sulle nostre infrastrutture tecnologiche” ha commentato Pierluigi Serlenga.

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Able Tech porta Arxivar Invoice Worldwide in Francia

Con l’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica B2B in Francia, Able Tech amplia la propria offerta internazionale con Arxivar Invoice Worldwide. La software house italiana produttrice di ARXivar, Suite di servizi per la gestione dei documenti, ha lanciato un servizio pensato per supportare le aziende nella gestione dei processi di e-Invoicing secondo i requisiti del mercato francese.

La novità si inserisce in un contesto europeo in rapida evoluzione. Dall’inizio del 2026 l’obbligo di fatturazione elettronica ha già interessato Belgio, Croazia e Polonia, spingendo le imprese attive su più mercati ad adeguare sistemi e processi ai diversi modelli nazionali. In questo quadro, la Francia rappresenta uno dei passaggi più rilevanti e strutturati.

“L’introduzione della fatturazione elettronica in Francia rappresenta una sfida importante per le aziende italiane”, commenta Claudio Vigasio, CEO di Able Tech. “Per questo, Able Tech ha scelto di avviare una partnership con un provider francese, offrendo alle imprese un supporto concreto per affrontare il cambiamento con un ecosistema pienamente integrato con il modello francese di fatturazione elettronica”.

Il modello francese e le nuove scadenze

Dal 1 settembre 2026, tutte le aziende francesi dovranno essere in grado di ricevere fatture elettroniche per le transazioni B2B. L’obbligo di emissione riguarderà inizialmente le grandi e medie imprese, per poi essere esteso nel 2027 anche a PMI e microimprese.

Il modello francese, noto anche come modello5-corner‘, si basa su un sistema ibrido che coinvolge operatori privati accreditati dall’autorità fiscale, le Plateformes Agréées, e l’infrastruttura pubblica nazionale.

Alla fatturazione elettronica si affianca inoltre l’obbligo di eReporting, che prevede la trasmissione periodica dei dati relativi alle operazioni non coperte dall’e-Invoicing, come le transazioni internazionali o le vendite verso consumatori finali. Nel complesso, si tratta di un modello articolato e fortemente strutturato, che richiede alle imprese una revisione dei processi e della gestione dei flussi informativi.

Un sistema integrato per il mercato francese

Arxivar Invoice Worldwide è il servizio dedicato alla gestione della fatturazione elettronica internazionale e ora esteso alle specificità del mercato francese. La collaborazione permette alle aziende italiane con sedi o operatività in Francia di gestire i flussi in modo conforme, mantenendo un’unica piattaforma di riferimento e beneficiando di un supporto specializzato sia sul piano normativo sia su quello tecnologico.

Accanto alla componente tecnologica, Able Tech affianca alle imprese anche un percorso formativo dedicato alla normativa francese e alle sue implicazioni operative, rivolto in particolare ad analisti funzionali e system integrator.

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Composable enterprise, essere competitivi nella complessità

Il concetto di Composable Enterprise rappresenta uno dei cambiamenti più significativi per le aziende che vogliono restare competitive in un contesto economico sempre più veloce, variabile e complesso. Dal nostro osservatorio privilegiato nel mondo enterprise, possiamo confermare che la spinta verso un modello componibile non è più una visione futura, ma una necessità strategica concreta.

Le organizzazioni oggi devono essere in grado di modificare rapidamente i propri processi, integrare tecnologie innovative, reagire a nuovi bisogni dei clienti e introdurre sul mercato prodotti e servizi con tempi sempre più brevi. Per fare tutto questo non basta un semplice aggiornamento tecnologico: serve un cambio di paradigma.

Anche la componibilità dei sistemi – ovvero la capacità di costruire e ricostruire continuamente i propri sistemi informativi attraverso moduli flessibili e integrabili – diventa la leva per ottenere agilità reale, scalabilità e innovazione continua. In questo senso si può affermare che l’approccio componibile consente di creare soluzioni su misura in tempi rapidi, integrando tecnologie, dati e processi interni ed esterni: è la strada per costruire un’azienda capace di adattarsi velocemente, senza perdere coerenza e controllo.

Una componente fondamentale di questa trasformazione riguarda l’integrazione tra sistemi operativi e decisionali. Secondo la nostra visione, l’adozione di un’architettura componibile ha senso solo se si basa su fondamenta solide: Enterprise resource planning (ERP) ed Enterprise performance management (EPM) connessi e integrati, capaci di restituire al management una single version of the truth. Solo così è possibile prendere decisioni rapide, fondate su dati affidabili e condivisi, evitando silos informativi e disallineamenti operativi.

Orientare la cultura al cambiamento continuo

Le imprese che scelgono la componibilità digitale riescono a: lanciare nuovi modelli di business in tempi più rapidi; personalizzare prodotti e servizi con maggiore efficacia; aumentare la collaborazione tra business e IT; ridurre il time-to-market e migliorare la customer experience.

Naturalmente, questo modello richiede anche una cultura organizzativa orientata al cambiamento continuo, alla sperimentazione e alla collaborazione tra funzioni. Non è sufficiente introdurre tecnologie moderne: bisogna riprogettare l’intero ecosistema aziendale, puntando su interoperabilità, governance dei dati e cicli decisionali brevi.

Si può dure che un’impresa componibile è un’impresa viva, capace di evolversi in tempo reale. Ma per farlo, servono strumenti digitali integrati, una visione strategica chiara e la capacità di mettere il dato al centro delle scelte. In questo scenario, quindi, serve sviluppare soluzioni che non siano sono semplici strumenti tecnologici, ma veri e propri abilitatori di una trasformazione sostenibile, continua e misurabile.

Accompagnare le aziende in questo percorso è la vera missione: un cambiamento che non solo migliora la competitività, ma permette di affrontare con successo le sfide della complessità e dell’incertezza.

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La leadership generativa nell’era della complessità

Ogni responsabile HR conosce la scena: un manager di grande competenza tecnica, promosso a un ruolo più ampio, che continua a risolvere i problemi al posto del suo team. La sua identità professionale è costruita sull’essere quello che sa (e nessuna promozione cambierà automaticamente questa percezione). Attorno a lui le persone aspettano e si deresponsabilizzano, le iniziative crollano. I risultati tengono, finché tengono. Il costo reale (sviluppo bloccato, energia trattenuta, dipendenza strutturale) resta invisibile nei KPI ma è perfettamente visibile a chi gestisce le persone.

Chi lavora in HR avverte con chiarezza una trasformazione strutturale: la complessità ambientale è cresciuta a un ritmo che i modelli gestionali tradizionali faticano a reggere, e la pressione sulle figure di leadership si è intensificata qualitativamente. Non si chiede più di raggiungere obiettivi: si chiede di creare le condizioni perché altri li raggiungano, con senso e con legame.

Il contenuto di questo articolo nasce proprio dall’esperienza sul campo maturata da Effetto Larsen. Un’impresa artistica e di formazione milanese, specializzata nell’uso della performance teatrale e corporea per favorire l’intelligenza collettiva di gruppi e organizzazioni. La riflessione che il board scientifico conduce su queste esperienze ha prodotto nel tempo un punto di vista sulla leadership che privilegia le domande ai modelli: non come si fa il leader, ma che tipo di forza si vuole essere nel sistema in cui si opera.

È possibile avanzare una lettura sul concetto di leadership attraverso quattro punti focali: il paradigma della generatività sociale, i pilastri della connessione, gli stili relazionali e (soprattutto) la distinzione tra autorità, autorevolezza e autorialità.

1. Il paradigma della generatività sociale

Il fondamento teorico da cui partire è quello elaborato da Mauro Magatti e Chiara Giaccardi nel libro Generativi di tutto il mondo unitevi (Feltrinelli, 2014). La generatività come forma di azione umana che, muovendo dal desiderio, sa mettere al mondo qualcosa di nuovo, prendendosi cura di ciò che esiste e lasciandolo andare quando il momento è maturo.

Il ciclo si articola in quattro fasi. Desiderare è restare aperti all’inedito senza farsi paralizzare dall’incertezza. Mettere al mondo è portarlo nell’esistenza attraverso l’azione e la disponibilità al rischio. Prendersi cura è sostenere ciò che si è creato perché produca senso per altri. Lasciare andare è rinunciare al possesso di ciò che si è generato affinché continui a vivere in modo autonomo, la fase più matura e più difficile. Il ciclo acquista pienezza solo lungo tre dimensioni: l’intersoggettività, come capacità di mobilitare e capacitare altri; l‘intertemporalità, come capacità di produrre effetti che durano oltre il mandato del singolo; la contestualità, come capacità di ispirare nuove iniziative nel contesto circostante.

Un (o una) leader che padroneggia le prime due fasi ma si inceppa sulla terza e sulla quarta genera team dipendenti e successioni impossibili. Il ciclo spezzato nella fase del lasciar andare è uno dei pattern più ricorrenti: produce organizzazioni che funzionano solo in presenza di determinati leader.

2. Quattro direzioni di connessione

Un modo concreto per tradurre il paradigma generativo in orientamenti praticabili è pensare alla leadership come manutenzione delle relazioni: non costruirle una volta e lasciarle stare, ma presidiarle, ripararle quando si logorano, nutrirle quando si assottigliano. In questo senso è importante imparare a instaurare connessioni virtuose.

La prima connessione è tra le persone e il senso del lavoro. Un leader generativo aiuta i collaboratori a tradurre la visione in significato personale. Richiede che il leader abbia un rapporto autentico con il perché della propria azione: le parole ispirazionali senza radici nel vissuto quotidiano producono l’effetto opposto. Un team che non capisce perché sta facendo quello che fa non impara: esegue.

La seconda è tra le persone. Nelle organizzazioni, la forma più comune di deterioramento non è il conflitto aperto: è il silenzio strategico. Se HR vuole intervenire su questo pattern deve disegnare strutture e rituali che rendano la conversazione autentica sicura e praticabile. L’esperienza ci ha dimostrato che in questo spazio l’arte relazionale e partecipativa mostra la sua peculiare efficacia. Il linguaggio artistico lavora su piani che quello manageriale non raggiunge: attiva la dimensione simbolica e affettiva, abbassa le difese, crea esperienze condivise che restano nel tempo come riferimenti collettivi.

La terza connessione è tra le persone e il loro potenziale. Pensiamo a quella figura che sa tutto di un processo critico, lo presidia con competenza silenziosa, non compare in nessuna mappa dei talenti, e smette di lavorare senza che nessuno abbia pensato a come trasferire il sapere che portava con sé. Il problema non era la persona: era un sistema di riconoscimento che non la vedeva. La quarta è tra le persone e la performance: costruire la cultura dell’accountability senza trasformarla in controllo che svuota l’iniziativa è uno degli equilibri più delicati che un responsabile HR è chiamato a presidiare.

3. Leggere le situazioni: stili di leadership e stili relazionali

Uno degli equivoci più diffusi sulla leadership riguarda la coerenza dello stile: si immagina che un buon o una buona leader adottino sempre lo stesso approccio, come una firma riconoscibile. In realtà la maturità si misura anche dalla capacità di calibrare il proprio intervento in funzione di ciò che ogni persona, in ogni momento, richiede. Il modello di leadership situazionale di Hersey e Blancard sostiene che non esiste un unico stile di leadership efficace, ma che il leader deve adattare il proprio comportamento in base al livello di competenza e motivazione dei collaboratori.

Il modello propone quindi quattro modalità di leadership (dirigere, motivare, sostenere, delegare) da combinare secondo il compito e il tipo di relazione in atto. Il caso più frequente che osserviamo è il manager con uno stile unico: chi dirige e basta tratta allo stesso modo il neoassunto e il senior decennale; chi delega sempre abbandona chi è ancora in apprendimento. Dirigere nel momento sbagliato è vissuto come sfiducia; delegare nel momento sbagliato è vissuto come abbandono. Questa sensibilità non si acquisisce in aula: si costruisce attraverso la pratica riflessiva. Il momento in cui un manager riconosce di aver applicato lo stile sbagliato non coincide quasi mai con lo studio del modello: coincide con il momento in cui ha avuto spazio per guardare la propria esperienza con occhi diversi.

Se il modello situazionale indica come modulare il proprio approccio, gli stili relazionali rivelano quale tipo di relazione si sta instaurando. La competizione produce eccellenza quando le regole sono chiare, ma diventa tossica se applicata a contesti che richiedono cooperazione. Un caso tipico: un team di vendita che trattiene informazioni perché gli incentivi premiano la performance individuale. Cooperazione e complementarità richiedono riconoscimento reciproco e negoziazione: sono la soglia al di qua della quale l’organizzazione resta una somma di parti. Il condizionamento è invece lo stile più difficile da riconoscere: le persone smettono di proporre idee non per timore di sanzioni esplicite, ma perché hanno interiorizzato quali idee sono sicure.

4. Autorità, autorevolezza, autorialità

Il tema che più di ogni altro interroga chi guida (e chi progetta lo sviluppo organizzativo) è quello della legittimazione: cosa rende valido il mio potere come leader? La risposta oscilla tra due poli. L’autorità formale deriva dal ruolo, fonda la sua logica sull’obbedienza e, quando si riduce a funzione, inibisce la responsabilità altrui: quando il leader decide tutto, i collaboratori smettono di pensare. L’autorevolezza si costruisce nel tempo attraverso coerenza e competenza, è più solida perché riconosciuta e conquistata, ma tende a cristallizzarsi nell’esperienza passata, a custodire ciò che è stato invece di scommettere su ciò che potrebbe essere.​​​​​​​​​​​​​​​​

Esiste una terza forma, che è il cuore della leadership generativa: quella che Magatti e Martinelli, nel libro La porta dell’autorità (Vita e Pensiero) chiamano autorità autoriale. La parola latina auctoritas deriva da augere (far crescere, portare all’esistenza qualcosa che prima non c’era). L’auctor non è chi comanda: è chi fa fiorire. L’autorità autoriale apre nuovi orizzonti, delineando una direzione senza pretendere di esaurire la realtà, e abilita quel viaggio che ogni collaboratore, ogni gruppo può intraprendere per proprio conto. Chi la incarna non è il possessore di una verità ma il mediatore di un processo, volto ad aiutare altri a diventare autori a loro volta. Senza iniziativa l’autorità diviene sterile, senza autorità l’iniziativa diviene caotica. L’autorialità vive esattamente in questo spazio intermedio.

Nei percorsi con i leading team, la scoperta dell’autorialità raramente avviene per via teorica. Avviene quando un manager si trova a dover creare qualcosa insieme agli altri senza poter ricorrere al proprio expertise tecnico. È lì che emerge chi sa tenere lo spazio senza colonizzarlo, e si vede chi invece riempie il vuoto riportando tutto alla propria competenza. È una mappa che, discussa e riportata al contesto reale, diventa orientamento pratico all’azione. Le attività artistiche e creative sono lo strumento ideale per creare occasioni di questo tipo, contesti effimeri e straordinari dove si possono sperimentare dinamiche diverse dal solito in modi accessibili, con un tocco di spaesamento capace di aprire senza travolgere.

Il gesto più maturo dell’autorità autoriale è il lasciar andare (e coincide con la quarta fase del ciclo generativo). I processi di succession planning che falliscono, non falliscono per mancanza di talenti. Falliscono perché chi dovrebbe lasciare spazio non riesce a farlo, e nessuno lo ha aiutato a riconoscere questa difficoltà come parte del proprio lavoro di leader. Axel Honneth, filosofo tedesco, ha mostrato che il riconoscimento reciproco è la struttura relazionale che rende possibile per tutti agire come autori della propria esperienza. L’autorialità del leader si attiva pienamente solo in un contesto in cui anche i collaboratori sono riconosciuti come autori, altrimenti la visione del leader si esaurirà con lui o lei.

La leadership generativa come scelta di campo

Non ci sono ricette. L’autorialità è il risultato di un lungo lavoro su se stessi e sulle relazioni, che chiede a chi guida di interrogarsi continuamente: sto gestendo o sto generando? Sto occupando spazio o sto creando spazio per gli altri? I format di sviluppo manageriale che producono cambiamento duraturo sono quelli che mettono i leader in condizione di fare esperienza di sé in situazioni concrete, e poi di esaminarle con strumenti che rendono quelle esperienze trasferibili nell’azione quotidiana. Questo richiede che il formatore, il consulente o il facilitatore sappia a sua volta stare in quella postura: non detentore di un modello, ma mediatore di un processo di consapevolezza. Un manutentore di relazioni, appunto.

Per chi lavora in HR, la conseguenza pratica è creare occasioni in cui i manager possano incontrare queste domande in modo autentico e avere gli strumenti per abitarle nel tempo. Con una consapevolezza in più: il linguaggio, il metodo e la struttura del processo formativo non sono neutri. Lavorare sulla dimensione relazionale, simbolica e generativa della leadership non è una concessione al ‘soft’: è il punto in cui si decide se un’organizzazione sarà capace di futuro.


Matteo Lanfranchi è founder di Effetto Larsen, artista, coach e formatore. Paolo Pezzana è consulente, formatore e supervisore organizzativo, specializzato in sviluppo organizzativo.

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Carpigiani racconta il futuro della manifattura

Ci sono aziende che attraversano il tempo seguendo il mercato. E aziende che, nel tempo, contribuiscono a costruirlo. Carpigiani appartiene alla seconda categoria. Fondata a Bologna nel 1946 da Poerio Carpigiani, a partire dall’intuizione tecnica del fratello Bruto, che progettò la prima autogelatiera. Da quella invenzione prese forma un percorso industriale che avrebbe contribuito a portare il gelato artigianale italiano nel mondo, trasformando una tradizione in un modello produttivo globale.

Ottant’anni dopo, Carpigiani è leader nel mercato delle macchine per gelato artigianale e continua a leggere il settore non solo attraverso l’innovazione tecnologica, ma anche attraverso l’ascolto della propria community globale.

Da questo approccio nasce la ricerca internazionale realizzata insieme all’Istituto di Ricerca Sylla, che ha coinvolto oltre 900 intervistati in 81 Paesi, tra professionisti della gelateria e della pasticceria, ex allievi della Carpigiani Gelato University e appassionati. L’obiettivo è fotografare l’evoluzione dei gusti, dei rituali e dei consumi, mettendo a fuoco quella che viene definita una nuova “grammatica globale del gelato”.

Dal prodotto all’esperienza

I dati restituiscono un mercato ampio e maturo. Una persona su due consuma gelato più volte a settimana e il gelato artigianale resta il riferimento principale in termini di qualità percepita, con una valutazione media di 9,32 su 10, contro il 4,36 del prodotto industriale. La ricerca mostra anche il ruolo crescente del punto vendita. Il 64% dei consumatori sceglie gelaterie indipendenti, percepite come più autentiche.

Sul fronte degli operatori, il gelato entra sempre più nelle strategie di sviluppo operative. Il 43% degli operatori punta sull’ottimizzazione dei processi produttivi, seguita dalla riduzione dei tempi di lavoro e dalla standardizzazione della qualità. In questo scenario, la tecnologia diventa un fattore competitivo centrale: non sostituisce l’artigiano, ma lo aiuta a garantire continuità, efficienza e qualità del prodotto.

“Questa ricerca mostra un mercato più maturo e consapevole, dove cambiano i consumi e cresce l’attenzione alla qualità e all’esperienza. Per Carpigiani la tecnologia diventa un fattore chiave di differenziazione perché incide direttamente sul prodotto e sul lavoro quotidiano” afferma Federico Tassi, Direttore Generale di Carpigiani.

Una storia industriale diventata cultura del gelato

Dalla prima macchina al consolidamento internazionale, l’azienda ha accompagnato la diffusione del gelato italiano fuori dai confini nazionali, trasformando una tradizione gastronomica in un modello produttivo globale. Oggi, parte del gruppo Ali, Carpigiani continua a investire in ricerca e tecnologia, sostenuta da una rete internazionale di assistenza e da un confronto costante con professionisti e operatori del settore.

Ma nel traguardo degli 80 anni la dimensione industriale si intreccia sempre più con quella culturale. Il Gelato Museum Carpigiani e la Carpigiani Gelato University rappresentano due asset centrali di questa traiettoria: non solo strumenti di comunicazione, ma luoghi di trasmissione del sapere, formazione e valorizzazione di una professione.

Il futuro del gelato si giocherà quindi sulla capacità di unire tradizione, creatività e territorio, con la tecnologia al servizio dell’artigiano e non in sua sostituzione. È questo, oggi, forse il vero vantaggio competitivo globale del gelato italiano”, commenta Furio Camilo, Professore di Statistica aziendale all’Università di Bologna e responsabile scientifico di Sylla.

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