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Dal pharma… al dharma (grazie allo yoga)

Il benessere in azienda è diventato un tema sempre più presente e centrale nelle politiche organizzative. Un concetto che è andato via via ampliandosi nel corso degli anni: non si limita alla sicurezza sul lavoro, ma abbraccia lo stato di salute generale (fisico, mentale, emotivo e sociale) dei dipendenti. In estrema sintesi, il benessere organizzativo ha molto a che fare con il modo in cui le persone ‘abitano’ il proprio lavoro ogni giorno.

Molte aziende hanno investito in iniziative di wellbeing, supporto psicologico e programmi dedicati alla qualità della vita lavorativa. Meno frequente, però, è il lavoro esplicito sul corpo, spesso considerato un elemento secondario rispetto alla dimensione cognitiva o relazionale. Eppure, il lavoro passa anche da lì: dalla schiena, dalle spalle, dal collo, dalla capacità di respirare, muoversi, riconoscere tensioni e automatismi.

È da questa consapevolezza che nasce il percorso di Silvia Sebastiani, fondatrice di Vana Yoga, realtà che propone pratiche e percorsi di yoga pensate appositamente per il contesto aziendale. La sua storia professionale parte da un ambito apparentemente lontano: la laurea in Farmacia.

Integrare le esperienze in un nuovo progetto

“Lavorare nel farmaceutico significa confrontarsi con un settore ad alta regolamentazione, dove ogni passaggio comunicativo deve rispondere a requisiti precisi, nazionali e internazionali” spiega Sebastiani. Un lavoro tecnico e normativo che le ha permesso di acquisire competenze professionali di alto livello, ma che non erano sufficienti a motivarla fino in fondo. “Sentivo che dentro di me non c’era un allineamento completo, per quanto il mio lavoro fosse stimolante e fossi in realtà avviata verso posizioni di responsabilità in azienda”.

Il passaggio allo yoga, quindi, non nasce da una rottura improvvisa, ma da un riallineamento progressivo. Sebastiani racconta di aver trovato nello yoga prima una passione, poi un modo di vivere, infine uno strumento professionale. Dopo il percorso per diventare insegnante, ha approfondito anche la yoga terapia, arrivando a costruire un metodo che integra pratica corporea, consapevolezza, scienze contemplative e letteratura scientifica.

Il corpo assume la forma del lavoro

Nel lavoro d’ufficio, molte tensioni diventano invisibili perché entrano a far parte di una routine inconsapevole: spalle chiuse, schiena rigida, respiro corto, mandibola contratta, sedentarietà prolungata. Spesso le persone iniziano a percepirlo solo quando il disagio diventa dolore vero e proprio. Secondo l’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (Eu-Osha), i disturbi muscoloscheletrici sono uno dei disturbi più comuni legati al lavoro. In Europa colpiscono milioni di lavoratori e costano miliardi di euro ai datori di lavoro. Affrontare e prevenire i disturbi muscoloscheletrici non solo contribuisce a migliorare la vita dei lavoratori, ma è anche una scelta molto sensata per le imprese. Per esempio, Eu-Osha raccomanda di non superare il 50% del tempo lavorativo seduti, alzandosi ogni 20-30 minuti.

Sebastiani osserva tutte queste dinamiche nei gruppi di lavoratori che segue: il corpo tende a adattarsi al lavoro che svolge. Per questo, prima ancora di proporre lo yoga come attività di movimento, il suo obiettivo è di lavorare sulla presenza corporea: riconoscere come si sta seduti, come si respira, quali tensioni si accumulano durante la giornata.

“Mi piace parlare del ‘coraggio di fermarsi’, perché fermarsi è diventato qualcosa di profondamente controintuitivo, non solo in ambito lavorativo. Tutto diventa una corsa continua. Eppure, i benefici che si ricevono dal fermarsi sono enormi. Lo yoga offre proprio questa possibilità: interrompere l’automatismo, fare spazio, rimettere in ordine priorità e pensieri”, spiega Sebastiani.

Il benessere fisico diventa benessere organizzativo

Per le imprese, l’interesse verso questi percorsi non riguarda solo il beneficio individuale del lavoratore. Quando le persone stanno meglio, anche il clima interno può risentirne positivamente. Una maggiore consapevolezza corporea e mentale può contribuire a relazioni meno conflittuali, a una presenza più lucida e a una migliore percezione dell’attenzione ricevuta da parte dell’organizzazione.

In questo senso, lo yoga può inserirsi nelle politiche di wellbeing e retention come strumento di attenzione concreta verso le persone. Non sostituisce altri interventi di benessere organizzativo, ma introduce la cura del corpo come asset nella quotidianità lavorativa.

“Le classi aziendali permettono alle persone di condividere un’esperienza che non implica competizione o performance. Non la ‘solita’ sfida sportiva – spesso un’attività una tantum pensata per forzare il coinvolgimento – ma un momento di ascolto guidato che può diventare parte della quotidianità dei lavoratori”, prosegue Sebastiani.

Una pratica accessibile a tutti

Uno degli aspetti più rilevanti dell’iniziativa di Sebastiani è l’accessibilità. Portare lo yoga in azienda significa intercettare anche persone che non si iscriverebbero mai spontaneamente a un corso, perché sedentarie, poco interessate al movimento o lontane dall’immaginario tradizionale della disciplina.

La pratica proposta parte da esercizi semplici: si lavora sulla sedia, in piedi, con movimenti piccoli, ma mirati. Non è importante eseguire una posizione ‘difficile’, ma imparare a sentire il corpo in modo diverso. Anche per questo il percorso è adatto a una platea eterogenea, con livelli diversi di mobilità, età e familiarità con lo yoga.

Il corpo, in questo approccio, è parte integrante di ciò che ogni persona porta con sé al lavoro ogni giorno, al pari delle competenze. Prendersene cura significa recuperare uno spazio di abilità personale che può avere ripercussioni positive sia sulle performance individuali sia sul clima interno all’organizzazione di appartenenza.

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