Ondata di licenziamenti in Catalogna, trema il modello Spagna?
Anche in Spagna arriva qualche tentennamento per il mercato del lavoro, nonostante i recenti progressi, tra disoccupazione che cala e stipendi che crescono (quantomeno più che da noi). Sembra andare invece in controtendenza la Catalogna, una delle regioni più ricche della Penisola iberica: il salario medio è qui – secondo l’Istituto di Statistica della Catalogna – di 29.978 lordi euro annuali, contro la media nazionale di 28.094 euro, in riferimento al 2023.
È invece di inizio maggio 2026 fa la notizia che in Catalogna si starebbero accumulando uno dietro l’altra montagne di richieste di ERE, ovvero operazioni conosciute come Expedientes de Regulación de Empleo. Si tratta di una modalità di licenziamento collettivo ammessa a specifiche condizioni, come per esempio difficoltà economiche aziendali. E che apre la possibilità per i lavoratori di percepire in seguito un sussidio dallo Stato. Un po’ come per la nostra Cassa integrazione, con la differenza che nel caso spagnolo si tratta non di una sospensione dal lavoro ma di veri e propri licenziamenti.
Nestlé e gli altri
In Catalogna, sta succedendo con il colosso Nestlé, che ha annunciato 301 licenziamenti in tutta la Spagna, comprese le sedi di Esplugues de Llobregat e di Girona e Reus. La stessa minaccia arriva da Serra Soldadura, azienda di macchinari industriali con circa 500 dipendenti. E ancora Glovo, che sta negoziando un ERE da 143 impiegati a un anno dall’introduzione dell’obbligo di assumere con contratto i propri rider. In atto ci sarebbe insomma un boom di licenziamenti collettivi.
Secondo l’Observatori del Treball i Model Productiu gli ERE risultano nel primo trimestre 2026 in salita del 53,5%. Tra gennaio e marzo sono stati infatti 1.874,653 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E a risentirne comincia a esserne il tasso di disoccupazione che, stando ai numeri della Encuesta de Poblacion Activa sul primo trimestre dell’anno, darebbero in Catalogna il maggiore incremento in tre mesi dal 2000. Il dato si attesta infatti al 10,1%, per la prima volta dal 2023. Le persone senza lavoro nel 2026 sono 59.200 in più rispetto all’anno precedente, di cui 84mila registrate solo da inizio 2026.
Un cambiamento di tendenza
Quello a cui si sta assistendo sarebbe un cambio di paradigma. La Catalogna aveva resistito alle crisi che si erano succedute negli anni: la pandemia prima e la crisi energetica poi, perfino ai dazi. Secondo i sindacati adesso invece il comportamento delle imprese starebbe cambiando per paura di ciò che verrà, sia in termini di incertezze geopolitiche che di accelerazione digitale. Si paventano aumenti dei costi, cambiamento nei consumi e la necessità di scommettere su automazione e digitalizzazione, come riporta il quotidiano spagnolo Público.
Tradotto: si mandano a casa i dipendenti per investire su altro. In particolare l’AI. Le aziende insomma accamperebbero scuse per dare inizio a quella che appare invece come una spirale di distruzione di posti di lavoro. Alcune sigle sindacali tra cui il Ccoo (Commissions obreres Catalunya) chiedono al contrario di reagire all’imprevedibile contesto internazionale impostando un nuovo modello produttivo che generi lavoro di qualità e con alto valore aggiunto.
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