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Il Gruppo Horsa acquisisce la maggioranza di Quick

Si annuncia una rivoluzione nel panorama dell’Information and Communication Technologies per le imprese (ICT), grazie a un’operazione che intende creare un hub tecnologico di riferimento per il mercato italiano.

Horsa, Gruppo italiano specializzato in soluzioni ICT, infatti, ha perfezionato l’acquisizione del 51% del capitale sociale di Quix, tech company con esperienza nella progettazione di soluzioni digitali e tecnologie Salesforce.

L’operazione, conclusa nel dicembre del 2025, è stata annunciata il 14 gennaio 2026. La scelta strategica intende rafforzare ulteriormente la presenza del Gruppo Horsa nei segmenti ad alto valore della trasformazione digitale. L’operazione è stata strutturata per massimizzare le sinergie industriali ed è stata realizzata attraverso una combinazione di aumento di capitale riservato e acquisizione di quote dagli attuali soci.

Grazie all’acquisizione, il Gruppo intende configurarsi come polo d’eccellenza dedicato a Salesforce e all’innovazione digitale, con l’obiettivo di consolidarsi ulteriormente come hub tecnologico di riferimento per il mercato italiano. Questa struttura consente anche di concentrare le competenze Salesforce in un’unica realtà altamente specializzata, oltre a rafforzare in modo deciso l’offerta in ambito Customer Experience.

Salesforce e Digital Experience come leve strategiche di sviluppo

Per Quix l’operazione rappresenta non solo un’evoluzione societaria, ma l’ingresso formale in un grande gruppo industriale. Con questa integrazione, inoltre, assume un ruolo centrale nello sviluppo del polo Salesforce e Digital Experience del Gruppo Horsa.

Claudio Masini, CEO di Quix, ha commentato: “Entrare a far parte del Gruppo Horsa segna un punto di svolta per Quix. Possiamo scalare il nostro modello di business e affrontare progetti sempre più complessi, mantenendo la nostra identità di tech company altamente specializzata. Questa operazione ci permette di diventare un punto di riferimento per Salesforce e per la Digital Experience all’interno di un grande ecosistema industriale”.

Il Vicepresidente di Horsa e CEO Business Line Horsa Digital Solutions, Luca Bruno, ha dichiarato: “Con questa operazione rafforziamo in modo significativo l’offerta Horsa in ambito Salesforce e Customer Experience, oltre a rafforzare le competenze inerenti l’AI Il nostro modello di sviluppo punta alla creazione di poli di eccellenza altamente specializzati, capaci di integrare consulenza, tecnologia e innovazione. Quix rappresenta per Horsa il partner ideale per guidare questo percorso: condivide la nostra cultura, la nostra visione industriale e l’attenzione alla qualità dei risultati per i clienti”.

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Ricuperati, Confindustria Bergamo: innovazione digitale nella manifattura

Numeri in ripresa, ma orizzonte meno prevedibile: anche il sistema industriale lombardo deve fare i conti con la nuova fase di incertezza globale. Il tema è stato al centro del convegno ‘Cultura d’Impresa’, ospitato il 13 gennaio a Palazzo Pirelli (Milano), dove imprese e istituzioni si sono confrontate durante la presentazione del libro Manifatture Sorelle del giornalista e imprenditore Adriano Baffelli.

Giovanna Ricuperati, presidente di Confindustria Bergamo, amplia lo sguardo su alcune priorità oggi al centro dell’attenzione del sistema industriale. In primo piano c’è il fattore persone: competenze, ma anche disponibilità di risorse per rispondere alle esigenze future. E poi la governance, chiamata a leggere il mercato e coglierne le opportunità.

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Pasini, Confindustria Lombardia: quali priorità per il futuro

La manifattura lombarda chiude l’ultimo trimestre 2025 con segnali positivi su produzione e fatturato, ma lo scenario resta incerto per l’instabilità degli equilibri politici ed economici globali. Questo quanto emerso dal convegno ‘Cultura d’Impresa’ di martedì 13 gennaio a Milano, a Palazzo Pirelli, in occasione della presentazione del libro Manifatture Sorelle di Adriano Baffelli.

Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, indica tre priorità per affrontare le sfide dei prossimi anni: innovazione, digitalizzazione e competenze. Gli imprenditori e i lavoratori della manifattura devono puntare su competenze e organizzazione del lavoro.

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Guidesi, Regione Lombardia: strumenti alle imprese

Produzione e fatturato in crescita nell’ultimo trimestre 2025, ma con venti contrari sullo sfondo: la Lombardia industriale guarda al 2026 tra risultati e nuove incognite internazionali. È il punto di partenza del convegno “Cultura d’Impresa”, andato in scena il 13 gennaio a Milano (Palazzo Pirelli) per la presentazione del libro Manifatture Sorelle di Adriano Baffelli.

Guido Guidesi, Assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, conferma l’impegno delle istituzioni regionali per sostenere la tenuta e lo sviluppo del settore. Essenziale la diffusione della cultura d’impresa alle giovani generazioni.

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Tre sfide per la manifattura italiana

Un settore compatto e competitivo, che nei prossimi anni dovrà affrontare sfide cruciali: mercati, trasformazione digitale e giovani. La fotografia arriva dal convegno “Cultura d’Impresa”, tenuto il 13 gennaio a Milano, a Palazzo Pirelli, durante la presentazione di Manifatture Sorelle di Adriano Baffelli, dedicato al valore sociale e industriale del territorio.

Ma quali sono le priorità per le imprese manifatturiere italiane che vogliono mantenere il primato del Made in Italy conosciuto del mondo? Apertura a Est, ibridazione digitale e focus sui giovani, secondo le parole del Professore della School of Management del Politecnico di Milano Giuliano Noci.

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Baffelli e le potenzialità della comunicazione nella manifattura

Un settore compatto e competitivo, capace di chiudere il 2025 con indicatori positivi, ma esposto alle turbolenze globali. La fotografia arriva dal convegno “Cultura d’Impresa”, tenuto il 13 gennaio a Milano, a Palazzo Pirelli, durante la presentazione di Manifatture Sorelle di Adriano Baffelli, dedicato al valore sociale e industriale del territorio.

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Con l’AI il colletto va in bianco

Non più proiezioni ma realtà: l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (AI) sta già producendo effetti tangibili sul mondo del lavoro. Se nei decenni scorsi la globalizzazione e le delocalizzazioni avevano colpito i colletti blu delle fabbriche, causando chiusure di stabilimenti e licenziamenti a raffica, adesso è il turno dei colletti bianchi. I lavori impiegatizi, da ufficio, che già oggi – senza necessità di declinare il tempo al futuro – risultano obsoleti perché sostituibili dalle capacità acquisite dall’AI

L’evidenza sta emergendo un po’ ovunque. A partire dagli Stati Uniti. A dicembre 2025, secondo uno studio riportato da Quartz, si sono create 41mila nuove posizioni lavorative. C’è una crescita e questo è bene, ma andando a ‘grattare in superfici’ e, scandagliando la composizione delle nuove assunzioni, si scopre un altro panorama. Negli Usa le falcidiate ai posti di lavoro sono soprattutto concentrate nella consulenza: in particolare nel campo dei servizi di business e professionali, dove le perdite ammontano a 29mila, il numero più alto; seguono i servizi IT, che calano di 12mila unità, e la Manifattura, a -5mila.

Tagli ai posti di lavoro anche in Europa

Non succede solo Oltreoceano, ma anche in Europa comincia a delinearsi una nuova struttura per gli organici aziendali. Gli esempi non mancano. Specie tra le banche: un’analisi di JP Morgan ha svelato per esempio che entro il 2030 potrebbero scomparire oltre 200mila posti di lavoro nei principali istituti creditizi del Vecchio Continente, circa il 10% dell’attuale forza lavoro complessiva. L’istituto olandese ABN Amro lo sta già mettendo in atto: ha infatti annunciato l’intenzione di eliminare 5.200 posti di lavoro full time. 

Anche ASN Bank ha avvisato che sopprimerà un quarto dei posti di lavoro. Mentre l’Amministratore Delegato della francese Société Générale ha dichiarato apertamente che, ci sarà una “trasformazione profonda che non risparmierà alcun settore”. Altri tagli sono poi in corso in Fedex, tutti nelle aree di backoffice e commerciali. Sono previste entro il 2027 circa 2mila posizioni in meno, su un totale di 50mila in tutta Europa.

Crescono i posti legati alla cura della persona

La buona notizia è che non tutti i lavori sembrano avere lo stesso destino. Specie per quelli non facilmente, o non immediatamente, cancellabili dall’AI. A restare immuni dagli effetti della tecnologia, sempre secondo il report citato da Quartz, sono infatti i posti in ambito Educazione e Sanità, che salgono di 39mila unità), e Intrattenimento e Ospitalità (+24mila).  

Questi settori mostrano un andamento favorevole anche in Italia. Per la Sanità, per esempio: secondo il rapporto Ocse Education at a Glance 2025 a livello generale, tra 2013 e 2023, gli occupati in ambito sanitario sul totale degli occupati nel nostro Paese sono aumentati di 0,8 punti percentuali, dall’8% all’8,8%. Insomma, il mercato del lavoro va male, ma non per tutti.

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L’incertezza è nemica della Manifattura

Un settore forte e coeso, che nell’ultimo trimestre del 2025 ha registrato valori positivi sia in termini di produzione sia di fatturato. Sarebbe bello poter dire che i numeri riguardano tutta la Manifattura, ma in realtà sono riferiti solo a quella della Lombardia, che conferma il suo buon stato di salute. Ma c’è qualche nube all’orizzonte: anche questa eccellenza deve fare i conti con l’incertezza generata da cambiamenti rapidi e imprevedibili negli equilibri politici ed economici globali.

È questo il quadro emerso dal convegno dal titolo “Cultura d’Impresa”, che si è svolto a Milano il 13 gennaio 2026. A Palazzo Pirelli si sono riuniti diversi attori del panorama industriale e manifatturiero lombardo, a confronto in occasione della presentazione del libro Manifatture Sorelle di Adriano Baffelli.

L’opera del giornalista e imprenditore bresciano racconta la capacità di fare impresa – e il valore sociale del lavoro espresso – dalle province di Bergamo e Brescia, due territori che rappresentano un punto di riferimento nazionale e internazionale in campo manifatturiero.

Una grande tradizione, nuove sfide

Il mercato manifatturiero e industriale lombardo vale 60 miliardi di euro di prodotti export e produce il 23% del Prodotto interno lordo nazionale. Numeri che derivano da 70 anni di sviluppo produttivo e di leadership tecnologica in una pluralità di settori: meccanico e metallurgico, tessile, chimico, gomma e legno, solo per citare i principali.

Nonostante questi numeri, il sistema industriale lombardo (e non solo) si trova esposto ai mutamenti rapidi e imprevedibili dello scenario globale. Saper cogliere e interpretare le nuove sfide poste dalla contemporaneità sarà cruciale per far sì che il settore possa conservare il proprio primato.

Ai microfoni di Parole di Management, Giuseppe Pasini, Presidente di Confindustria Lombardia, indica tre priorità per affrontare le sfide dei prossimi anni: innovazione, digitalizzazione e competenze.

I temi raccontati da Pasini sono ripresi da Giovanna Ricuperati, Presidente di Confindustria Bergamo, che amplia lo sguardo su alcune priorità oggi al centro dell’attenzione del sistema industriale. In primo piano c’è il fattore persone: competenze, ma anche disponibilità di risorse per rispondere alle esigenze future. E poi la governance, chiamata a leggere il mercato e coglierne le opportunità.

Altre le criticità emerse e che dovranno essere affrontate nei prossimi anni: integrare davvero la trasformazione digitale nel Manifatturiero; mettere in rete il know how dei diversi attori del territorio – industria, istituzioni, Università – e, soprattutto, gestire risorse e talenti e trovare delle soluzioni alla mancanza di lavoratori. Guido Guidesi, Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia, conferma l’impegno delle istituzioni regionali per sostenere la tenuta e lo sviluppo del settore. Essenziale la diffusione della cultura d’impresa alle giovani generazioni.

Interrogato sui principali rischi per la manifattura, Baffelli insiste su un punto: serve rafforzare la capacità di comunicazione.

Ma quali sono le priorità per le imprese manifatturiere italiane che vogliono mantenere il primato del Made in Italy conosciuto del mondo? Apertura a Est, ibridazione digitale e focus sui giovani, secondo le parole di Giuliano Noci, Professore della School of Management del Politecnico di Milano.

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AI revolution, dall’ERP tradizionale a piattaforma intelligente

L’Intelligenza Artificiale (AI) sta trasformando profondamente il panorama aziendale, ridefinendo modalità operative e processi decisionali. All’interno del Enterprise resource planning (ERP), la sua capacità di analizzare grandi volumi di dati e automatizzare attività complesse consente alle imprese di migliorare l’efficienza operativa e ridurre in modo significativo i costi. Soprattutto le Piccole e medie imprese (PMI) possono sfruttare l’AI per colmare il divario con i leader di mercato, rendere più efficiente la gestione aziendale e rispondere con maggiore rapidità e precisione alle esigenze dei clienti.

Il White Paper “AI revolution, dall’ERP tradizionale a piattaforma intelligente”, realizzato insieme a Var One, illustra i benefici dell’integrazione tra SAP Business One e l’AI. La combinazione di un ERP progettato per le PMI con funzionalità di AI avanzate consente, infatti, alle aziende di aumentare la produttività e adottare un approccio realmente data driven, superando i limiti dei sistemi gestionali tradizionali. I dati si trasformano in un concreto supporto decisionale.

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Il libro per il manager consapevole e ispirato

Le parole sono essenziali per la comprensione di noi stessi e del mondo. Le parole accompagnano i giorni e permettono di categorizzare la realtà, dare forma ai pensieri e definire le emozioni. Sono il veicolo con cui dare significato a ciò che si vive e si prova.

Le parole hanno quindi un grande potere: quello di influenzare il pensiero, perché formano il substrato su cui si muove la nostra vita e contribuiscono a stabilirne la direzione. Le parole gentili, profonde, positive, aiutano a creare pensieri gentili, profondi, positivi. Le parole ciniche, superficiali, negative, prima o poi finiscono col dare forma a pensieri con le medesime caratteristiche. 

Questo principio di reciprocità fra linguaggio e realtà plasma la vita personale e quella delle comunità sociali e lavorative. Le parole che usiamo – e quelle che evitiamo – rivelano il nostro modo di ‘abitare’ il lavoro. E lo influenzano. Possono creare distanza o vicinanza, controllo o collaborazione, rigidità o apertura. Possono, soprattutto, attivare processi interiori di cambiamento. 

Sono cento le parole ispiratrici di gentilezza e positività che gli autori di Beyond Management – 100 parole per un manager umanista hanno scelto per cercare di dare forma al mondo concettuale che definisce la managerialità in tutte le sue forme e sfumature.

Alcune note e ampiamente utilizzate, altre inaspettate, talune familiari al linguaggio manageriale, altre volutamente eccentriche. Tutte sono state selezionate con cura, perché capaci di evocare riflessioni, domande, cambi di prospettiva. 

Il libro riflette della varietà dei punti di vista degli autori, docenti e professionisti in diversi campi: Alfredo Biffi, Professore di Organizzazione Aziendale dell’Università degli Studi dell’Insubria, Giovanni Angelo Lodigiano, Docente di Giustizia Riparativa dell’Università degli Studi dell’Insubria, Grazia Mannozzi, Professoressa di Diritto Penale dell’Università degli Studi dell’Insubria, Barbara Neri, Consulente di Innovazione Organizzativa e Simone Vender, Onorario di Psichiatria dell’Università degli Studi dell’Insubria.

Beyond Management – 100 parole per un manager umanista propone, in filigrana, un’idea di leadership che non separa efficienza e umanità, ma le tiene insieme nella pratica quotidiana. Una leadership che non rinuncia all’efficacia, ma la riconduce a un’etica della presenza, della parola e della relazione: in breve, a una visione pienamente umanistica. 

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Lavoro senza persone

Quanto può resistere una società con una grande quota di inattivi, cioè persone che non sono in nessun percorso di formazione né in cerca di lavoro? La domanda è lecita, specie alla luce dei nuovi dati pubblicati dal Bureau of Labor Statistics Usa, su cui ha riflettuto un recente articolo del New York Times. E dai quali, adesso che le stime sono di nuovo ‘realistiche’ – perché non più bloccate per via degli scioperi dell’autunno 2025 – si evince un peculiare parallelismo con l’Italia. 

Si parte da una certezza. Il mercato del lavoro Usa è senza dubbio solido nel suo complesso: l’occupazione tra i 24-65enni viaggia a un tasso pari all’80,7% (che fa impallidire il nostro 62%). I segnali di debolezza però non mancano, evidenti in primis nella scarsità di nuove offerte di lavoro. E poi – in caso di disoccupazione – si fa più fatica a trovare un nuovo posto. Più o meno come accade in Italia, dove è vero che l’occupazione non è mai stata così alta, ma allo stesso tempo cresce la quota di inattivi. Appunto persone che restano ai margini del mercato.

Chi esce dal mercato del lavoro fatica a rientrare

Negli Usa a dicembre 2025 la quota di disoccupati di lungo termine, cioè senza lavoro da 27 settimane o più, è salita al 26%, un record dall’inizio del 2022 (quando si era ancora in pandemia). Si tratta di quasi 400mila disoccupati in più rispetto al 2024. Anche la durata media della disoccupazione è salita a dicembre 2025 a 11,4 settimane, contro le 9,8 del mese precedente. E infatti, nonostante la quota di senza lavoro Usa sia solo al 4,4%, la crescita degli occupati registrata nel 2025 è stata la più debole dai tempi della recessione 2020. 

A soffrire di più della difficoltà a trovare un impiego – sempre negli Usa – sono i neolaureati e più in generale le persone in cerca di lavoro, non chi semplicemente decide di cambiarlo. Qualcosa che risuona molto vicino a noi rispetto alle dinamiche italiane. Anche nel nostro Paese il tasso di disoccupazione è relativamente basso, segnando il record minimo del 5,7%. Ma tutto sta nel modo di calcolare la disoccupazione. Basta rinunciare a cercare lavoro e automaticamente si esce dalla categoria dei disoccupati. Ecco allora spiegato l’arcano: mentre calano i disoccupati, crescono in Italia gli inattivi. Precisamente di 70mila unità tra i 15 e i 64 anni, portando il tasso di inattività al 33,5%. In Italia insomma sembra che, un po’ come in Nord America, una volta usciti dal mercato del lavoro, si faccia molta fatica a rientrarvi. E questo non è un segnale di forza del mercato.

Con meno persone la produttività Usa cresce

Una conferma arriva da un altro dato. Negli Usa, ha notato Guy Berger, Direttore al Burning Glass Institute, il tasso di assunzioni è più meno allo stesso livello del biennio 2010-11, quando la disoccupazione era doppia rispetto a oggi, cioè al 9%. Eppure il Prodotto interno lordo non sembra risentirne tanto che – sempre stando ai dati – il Pil Usa risulta in crescita del 4,3% nel terzo trimestre 2025. E anche la produttività Usa è salita, al 4,9%

Da noi, purtroppo, non sembra funzionare così il meccanismo. In Italia il Pil sta salendo appena dello 0,5%. E la nostra Cenerentola, la produttività, addirittura risulta in calo – nel 2024 – dell’1,9%. 

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Lavorare e apprendere nell’era dell’AI Generativa

L’Intelligenza Artificiale Generativa (Gen AI) sta ridefinendo processi, competenze, modelli decisionali e forme di leadership, aprendo la strada a organizzazioni più adattive, integrate e orientate al significato. L’ingresso della Gen AI nelle organizzazioni sta producendo una trasformazione che va oltre l’adozione di una nuova tecnologia. Si tratta di un cambiamento culturale profondo, che riguarda la natura stessa dei processi creativi, il modo in cui le imprese prendono decisioni e la capacità delle persone di dare forma al proprio lavoro.

Lo si comprende con particolare chiarezza osservando la sensibilità delle nuove generazioni. Durante un incontro con gli studenti del Liceo Artistico Argan, su invito del Professor Alberto Timossi, è emersa la percezione dell’AI non come uno strumento esterno, ma come un ambiente in cui idee, tentativi e significati prendono forma con una rapidità nuova. Questa intuizione, nata in un contesto artistico, descrive con sorprendente precisione ciò che oggi accade nelle imprese.

La Gen AI, infatti, sta dissolvendo la tradizionale separazione tra creatività e produzione. Il processo creativo non è più confinato alla fase iniziale, ma diventa una dimensione continua del lavoro organizzativo. Ideazione, test, simulazione e realizzazione avvengono in un unico flusso dinamico, in cui l’AI permette di rielaborare rapidamente alternative, verificare scenari e integrare feedback in tempo reale. Le imprese entrano così in una logica di iterazione permanente, che richiede strutture più fluide, ruoli più interconnessi e capacità decisionali fondate sull’adattamento piuttosto che su sequenze rigide.

Competenze ibride, interpretative, collaborative

Questa trasformazione produce effetti diretti sulla configurazione dei processi e sul modo in cui le persone li vivono. La collaborazione tra funzioni diventa essenziale, perché la Gen AI non appartiene a un’area tecnica specifica, ma attraversa l’intero sistema aziendale. Progettisti, tecnologi, responsabili di prodotto e manager strategici lavorano sempre più come parte di un unico ecosistema, nel quale la creatività non è proprietà di un reparto, ma condizione distribuita dell’organizzazione. La qualità del risultato dipende dalla capacità di integrare dimensioni diverse: l’intuizione umana, la competenza tecnica, la visione di lungo periodo e le possibilità generative che la tecnologia rende disponibili.

Un altro fronte di trasformazione riguarda l’estetica d’impresa. Le superfici – interfacce, ambienti digitali, touchpoint di esperienza – diventano luoghi in cui identità, relazione e operatività si intrecciano. L’AI consente di generare ambienti adattivi, configurazioni personalizzate e narrazioni visive dinamiche che si modellano sulle preferenze dell’utente. Questo cambia la natura stessa della customer experience, che non è più un percorso definito a priori, ma un’esperienza in evoluzione continua. L’estetica diventa una dimensione strategica, parte integrante del valore prodotto dall’impresa.

Parallelamente, si ridisegnano le professionalità. Le organizzazioni hanno bisogno di competenze ibride, capaci di superare la distinzione tra conoscenze tecniche e sensibilità progettuale. Le persone non sono chiamate soltanto a utilizzare la tecnologia, ma a interpretarla, orientarla e integrarla nel proprio modo di lavorare. La competenza non è più un repertorio stabile, bensì una capacità di apprendere e reimparare continuamente. Anche la leadership cambia prospettiva: guidare un’impresa nell’era generativa significa creare contesti in cui la sperimentazione è possibile, il senso del cambiamento è condiviso e la tecnologia diventa uno strumento di ampliamento, non di svalutazione, della capacità umana.

La nuova leadership condivisa e sperimentale

Il tema della governance assume in questo quadro una rilevanza decisiva. L’AI influisce sui processi, sui comportamenti organizzativi e sulle modalità con cui si produce conoscenza. Per questo richiede regole chiare, responsabilità definite e un quadro etico che orienti l’uso della tecnologia. La governance non è un insieme di vincoli burocratici, ma una condizione di legittimità e coerenza: senza una visione condivisa, la potenza generativa dell’AI rischia di produrre distorsioni, asimmetrie informative e perdita di senso. La sostenibilità diventa anche culturale e cognitiva: riguarda il modo in cui le organizzazioni preservano la dignità del lavoro, costruiscono fiducia e valorizzano la qualità umana dei processi.

La trasformazione dei modelli di business è una conseguenza naturale di questo scenario. Il valore non deriva più solo dai prodotti, ma dalle esperienze create, dalla capacità di personalizzare, dalla possibilità di coinvolgere il cliente in un percorso creativo condiviso. La catena del valore si trasforma in una rete di valore, in cui ogni interazione contribuisce a generare significato. La Gen AI abilita forme di scalabilità creativa che consentono di coniugare unicità, efficienza e flessibilità, superando il tradizionale compromesso tra personalizzazione e costi operativi.

Creatività e complessità: due sfide cruciali per le organizzazioni

In questo contesto, l’impresa diventa un organismo che apprende. La creatività non è più una competenza specialistica, ma un’infrastruttura culturale; la tecnologia non è un supporto, ma un ambiente di pensiero; la leadership non è un ruolo, ma una capacità di interpretare la complessità. Il contributo dell’arte, in questo senso, non è ornamentale: la sensibilità artistica ci ricorda che l’innovazione non nasce dall’automatismo, ma dalla capacità di dare forma, visione e significato a ciò che la tecnologia rende possibile.

La Gen AI offre alle imprese un’occasione unica: ripensare sé stesse come sistemi in evoluzione, capaci di apprendere e reinventarsi. Non è un cambiamento tecnico, ma strategico e culturale. Le organizzazioni che sapranno coniugare tecnologia e umanità, immaginazione e governance, sperimentazione e responsabilità saranno le più preparate ad affrontare la complessità dei prossimi anni.

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