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Il wrapped 2025 di Parole di Management

Città fantasma (per lo Smart working)

Non è solo questione di comodità – almeno in apparenza il lavoro da casa risulta meno pesante – o di efficienza: niente mezzi pubblici, auto e traffico, ma dritti al computer a produrre. La scelta dello Smart working ha effetti talvolta dirompenti su più piani. In primis sulle città dove si concentrano gli uffici e in special modo nei centri cittadini, fino a poco tempo fa affollati non solo da turisti, ma anche dao lavoratori. Dopo il Covid il panorama è cambiato per sempre. Ma in meglio?

Si prenda il caso degli Stati Uniti, il Paese che per eccellenza anticipa le tendenze mondiali. Ad Austin e Denver, aree metropolitane dove il 23% dei lavoratori è in Smart working, più di un quarto degli spazi per uffici è vacante, il tasso più alto tra le grandi città nordamericane. Un problema che incide, per esempio, sulle entrate provenienti dalle tasse. Che è poi il parametro su cui si basa spesso il valore degli immobili commerciali e residenziali. E che, ha ricordato un articolo dell’Economist, è destinato a calare del 10% nel 2026, fino a 212,7 miliardi di dollari, l’equivalente di 181,3 miliardi di euro. 

I danni al mercato immobiliare (in caduta libera)

Il mercato immobiliare rischia insomma la caduta libera, laddove lo Smart working prende piede. E la soluzione non è facile né immediata. Perché nonostante il tentativo di far rientrare le persone negli uffici negli Stati Uniti – e non solo – la modalità di lavoro da remoto ormai si è radicata. C’è sì una ripresa dei centri cittadini afflitti dallo spopolamento causato dal Covid, ma è solo parziale. 

In Nord America, circa il 15% dei lavoratori delle principali aree metropolitane lavora in Smart working per la maggior parte dei giorni settimanali. In alcune zone si sfiora il 25%. Si tratta magari di persone che continuano a vivere in città oppure nei sobborghi, ma che non hanno intenzione di trasferirsi in zone centrali. E se già negli States il budget dei residenti delle grandi città è in ritirata, lo Smart working non fa che esacerbare la problematica. 

Amazon e le big preferiscono l’ufficio

Nel colosso tech Amazon il ritorno alle scrivanie in ufficio è diventato ufficiale a gennaio 2025. Il CEO Andy Jassy lo aveva comunicato con una lettera ai dipendenti spiegando come i vantaggi del faccia a faccia, specialmente per la creatività, fossero superiori a quelli del lavoro da remoto. E stando ai dati raccolti da un sondaggio interno, il 90% dei lavoratori sembrerebbe d’accordo. Per Amazon la decisione è definitiva, così come per altre mega compagnie del mondo tech e non solo. Una volta terminata la pandemia a fare il passo indietro sono state per esempio At&t Disney, Goldman Sachs e la Bank of America

E in Europa? Deutsche Bank all’inizio del 2025 ha deciso di rivedere la propria politica riducendo il lavoro da remoto dal 60 al 40%. Qualche protesta all’inizio, ma poi è tutto scemato. Anche in Francia la compagnia di video giochi Ubisoft ha rivisitato la propria struttura di telelavoro facendo rientrare in sede i dipendenti tre giorni a settimana su cinque. In Italia l’uso dello Smart working dilaga soprattutto nelle grandi aziende e nelle microimprese. Attecchisce molto meno nelle Piccole e medie imprese (PMI), ma per il 2026 si stima una ripresa del 5,25%, come emerge dai dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. Il tempo dell’emergenza pandemica sembra però finito per sempre: allora si contavano 6,5 milioni persone in Smart working. A oggi a ritrovarsi in ufficio sono circa 3,5 milioni di lavoratori.

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Se l’AI si rivolta il Killswitch engineer staccherà la spina

C’è qualcosa che dovrebbero sapere tutti i pessimisti sul tema dell’Intelligenza Artificiale (AI): non c’è alcuna catastrofe in vista. Non si realizzerà quello scenario che in tanti temono, ovvero la distruzione della maggior parte dei posti di lavoro. Anzi, proprio il contrario: l’AI sta creando non solo più mansioni, ma proprio più posizioni lavorative. Mettendo al centro le competenze umane, sempre più irrinunciabili. Anche se è incontrovertibile un’altra verità. E cioè che l’AI farà sparire gli addetti alle operazioni più meccaniche e renderà ognuno di noi focalizzato solo sulle attività di valore. 

Come sta cambiando il contesto lo ha spiegato una analisi della società di consulenza finanziaria Vanguard. I salari reali sono cresciuti del 3,8% nei posti di lavoro con maggiore esposizione all’AI tra il secondo trimestre del 2023 e il secondo trimestre del 2025. Nel resto delle occupazioni si è saliti solo dello 0,7%. Lo stesso vale per l’occupazione, cresciuta nell’ambito AI dell’1,7%, in contrasto con il generale +0,8%. 

Il mercato è in trasformazione

C’è stato poi un annuncio di lavoro nel 2025 che è diventato famoso perché davvero ai limiti del fantascientifico. Lo ha riportato l’Economist: si tratta della figura del “killswitch engineer“, ovvero una persona ricercata per un unico compito, cioè monitorare la stanza dei server ed eventualmente staccarli qualora si rivoltassero contro l’umanità. Basta fare una ricerca su Internet per scoprire che il ruolo esiste veramente. Il quadro allora, al di là delle situazioni più estreme, si fa più chiaro: non si potrà mai fare a meno del tutto delle competenze degli uomini. 

Un esempio renderà tutto ancora più evidente. Basta pensare agli iPhone della prima ora: il device appena lanciato diede vita a una nuova era basata sull’economia delle App, fioccate a dismisura. E con queste una serie di nuovi lavori mai visti prima. Ma andando ancora più nel pratico, un’idea si può trarre anche dagli stessi data center, che devono essere costruiti e qualcuno lo sta già facendo. Quindi anche in questo campo non si verificano i tanto temuti licenziamenti bensì assunzioni.

Le competenze umane 

L’automazione è sempre esistita per secoli e i lavori ancora esistono”, aveva scritto un economista già nel 2018. E sembra un’affermazione fondata. Si sta solo assistendo a una trasformazione. Serviranno nuovi professionisti. Con l’avvento dei tutor AI, per esempio, sarà necessario personale in grado di addestrarli e inserirli nelle organizzazioni. Con queste premesse non arriverà mai il momento in cui l’essere umano sarà scalzato perché anche quando le macchine saranno super specializzate servirà sempre qualcuno che le indirizzi. 

E poi c’è un punto che nessuno coglie, come ha sottolineato il Co-CEO della piattaforma Box, Aaron Levie. La domanda di software è cresciuta perché lo sviluppo è diventato più veloce e meno costoso. “Se la spesa si abbassa allora si avrà 10 volte in più l’utilizzo di quello stesso software, e questa è la parte che tutti sottovalutano”. Concludendo: “Chi preconizza la distruzione di massa dell’occupazione sarà smentito”. 

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Dati fragili e strategie nebulose: perché l’AI fallisce (per ora)

L’Intelligenza Artificiale (AI) è entrata a pieno titolo nell’agenda delle aziende. Se ne parla come di una tecnologia capace di trasformare i modelli di business, ottimizzare i processi e aumentare la competitività. Eppure, nella pratica, i risultati faticano ad arrivare. Secondo un report effettuato nel 2025 dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), circa il 95% dei progetti di intelligenza artificiale generativa nelle aziende non produce un valore di business misurabile, nonostante miliardi di dollari investiti in queste iniziative.

Secondo Antonio D’Agata, Director Strategic Accounts & Partner di Axiante, le ragioni sono chiare e ricorrenti. Due, in particolare, pesano più di tutte: la fragilità del dato; l’assenza di una strategia strutturata di adozione dell’AI.

“L’AI funziona e lavora sui dati. Se il dato non è solido, aggiornato e affidabile, l’AI non fa altro che amplificare gli errori”, spiega D’Agata. È da qui che parte ogni progetto di AI ed è spesso da qui che nasce il fallimento. Molte aziende si avvicinano all’AI sottovalutando la qualità delle informazioni di cui dispongono. I dati sono frammentati, duplicati, distribuiti su sistemi diversi e spesso privi di una reale governance. In queste condizioni, anche l’algoritmo più sofisticato produce risultati incoerenti.

Un passaggio critico è quello dei Proof of concept (Poc). “I Poc funzionano perché si basano su dataset piccoli, puliti e semplificati. Ma quando si passa ai dati reali, complessi e disomogenei, le performance crollano”, prosegue D’Agata. Il rischio è creare aspettative elevate su modelli che, una volta messi a contatto con la realtà operativa, non sono in grado di reggere la complessità del business. È un problema evidente, per esempio, negli algoritmi di Machine learning applicati alle vendite o alle previsioni di domanda: se il passato è ricostruito su dati incoerenti, anche il futuro stimato sarà inevitabilmente distorto.

Senza governance del dato, l’AI resta sterile

Alla base di tutto c’è un tema strutturale: la data governance. “Non basta raccogliere dati da più fonti. Servono regole, validazione, manutenzione continua e una visione univoca delle informazioni”, sottolinea D’Agata. È un aspetto cruciale soprattutto nei progetti di marketing e customer engagement, dove la mancanza di una visione unica del cliente porta a errori evidenti: lo stesso ‘utente’ può essere riconosciuto come entità diverse, rendendo inefficaci segmentazioni e comunicazioni automatiche. La maturità su questo fronte cambia molto in base alla dimensione aziendale. Nelle PMI persistono spesso sistemi legacy e silos applicativi, mentre le grandi organizzazioni stanno evolvendo verso piattaforme dati più integrate, spinte anche dalla necessità di preparare il terreno all’adozione dell’AI.

Accanto al tema dei dati, emerge un’altra criticità altrettanto rilevante: la mancanza di una strategia chiara. “Oggi si parla molto di AI, ma spesso si inseguono soluzioni alla moda senza capire davvero dove e perché applicarle”, evidenzia il manager di Axiante. Molte aziende avviano numerosi progetti sperimentali, ma pochi arrivano in produzione. Il motivo è semplice: l’AI è trattata come un esercizio tecnologico, non come uno strumento di business.

Ogni iniziativa dovrebbe partire da una domanda fondamentale: quale processo si vuole migliorare e quale Kpi misurabile ci si aspetta di impattare? Senza obiettivi chiari e metriche condivise, l’AI resta un prototipo permanente, incapace di generare ritorni concreti. Un errore diffuso è considerare l’AI come una tecnologia pronta all’uso: “Non è un add-on; non si installa e basta, ma va integrata in una strategia più ampia che coinvolge tecnologia, processi e persone”, ricorda D’Agata. Spesso si pensa che l’AI possa agire sui processi esistenti senza modificarli. In realtà, innovare richiede quasi sempre di ripensare il modo in cui si lavora. Senza questa maturità organizzativa, anche le soluzioni più avanzate rischiano di rimanere isolate.

Competenze e persone: il fattore decisivo

Un altro limite strutturale è la carenza di competenze interne. Secondo D’Agata, molte aziende dipendono eccessivamente dai fornitori esterni, senza avere una reale capacità di valutare e governare le soluzioni di AI. Ma il vero nodo, spesso, non è tecnico, bensì è culturale. L’AI modifica il lavoro quotidiano e genera timori comprensibili: “Senza un adeguato Change management, la tecnologia è percepita come una minaccia, non come un’opportunità”. Secondo D’Agata, l’AI non sostituirà le persone, ma automatizzerà le attività ripetitive e a basso valore, liberando tempo per ruoli più qualificati. Tuttavia, questo passaggio deve essere accompagnato da formazione, comunicazione e coinvolgimento. La velocità dell’innovazione tecnologica corre forte. “Nel futuro, volenti o nolenti, ci sarà l’AI. Non costruire competenze e non prepararsi oggi significa restare indietro domani”, mette in luce il manager. Le aziende più strutturate stanno iniziando a dotarsi di team e ruoli dedicati alla gestione dell’AI, mentre quelle più piccole si affidano spesso a fornitori esterni.

In entrambi i casi, ciò che fa la differenza è la consapevolezza: capire cosa l’AI può fare davvero, e cosa no. “Un progetto di AI non è un’iniziativa una tantum. È un sistema dinamico che richiede monitoraggio, manutenzione e miglioramento continuo”, conclude D’Agata. Solo partendo da dati di qualità, obiettivi di business chiari, competenze interne e un solido cambio culturale, l’AI può smettere di essere una promessa e diventare finalmente un vero motore di valore per le aziende.

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Più produci e più guadagni (in Spagna l’hanno capito)

La stagnazione dei salari italiani è una delle emergenze più sottovalutate. Non crescono da decenni e sono erosi dall’inflazione che, a sua volta, rosicchia il potere d’acquisto. Non si riflette abbastanza però su un altro punto: la produttività. La curva italiana è piatta: dal 1995 al 2024, segnala l’Istat, ha avuto una crescita media annua dello 0,3%. Numeri che rendono difficile creare la spinta necessaria a incrementare gli stipendi. 

Un esempio virtuoso arriva dalla Spagna. In particolare dalla catena di supermercati spagnoli Mercadona, che ha annunciato nuove misure a partire dal 2026: una settimana in più di vacanze e una paga extra. Nel comunicato aziendale si scrive che l’obiettivo da perseguire è uno: “Tutti quelli che fanno parte dell’impresa devono sentirsi vicini all’azienda e soddisfatti al 100%”.

Investimento da quasi 400 milioni di euro

La settimana in più di vacanza avrà un costo di 100 milioni di euro, che si sommeranno ai 280 che presuppone la mensilità extra, fa sapere El Pais. Si pagherà a marzo 2026 e si aggiunge alla retribuzione variabile che già percepiscono gli impiegati, attualmente di una o due paghe a seconda dell’anzianità. Mettendo in conto tutto si arriva alla cifra di 380 milioni di euro.

Ma c’è l’altra faccia della medaglia. L’azienda fondata da Juan Roig ha conseguito un beneficio netto di 1.384 milioni di euro nel 2024, cioè 37% in più dell’anno precedente. Una cifra record nel suo quasi mezzo secolo di vita. Le vendite sono a loro volta aumentate arrivando ai 38.800 milioni (Iva inclusa), che diventano 35.605 al netto delle imposte. Segnando una crescita annuale del 9%.

Mercadona insomma non sta facendo un regalo a nessuno. Sta offrendo ai propri dipendenti un riconoscimento per il lavoro svolto. I turni sono attualmente di 40 ore settimanali con circa 30 giorni di vacanza all’anno. Ma è vero che i salari sono tra i più alti del settore

La decisione ottenuta è poi anche effetto anche delle negoziazioni con il sindacato, che ha spinto perché arrivassero i benefit alla luce però dei risultati ottenuti. La strada non può essere solo quella della contrattazione collettiva, come accade in Italia, dove si rivedono le tariffe sulla base della sola inflazione. Non può essere evitato, certo, ma le aziende fanno profitto.

La legge sulla riduzione della settimana lavorativa

La posizione del colosso spagnolo si evince dalle parole del comunicato aziendale: “Stiamo riconoscendo lo sforzo individuale e collettivo dello straordinaria squadra di lavoratori, pilastro fondamentale per ottenere anno dopo anno risultati magnifici in termini di produttività, efficienza e gestione, chiave per raggiungere la meta e gli obiettivi dopo aver già aumentato i salari a tutto l’organico dell’8,5% nel 2025”. 

A maggio 2025 Asedas, gruppo che detiene imprese come Mercadona, Dia o Lidl e che ha in pancia un totale di 340mila lavoratori, ha detto no al progetto di legge che prevedeva una riduzione della giornata lavorativa a 37,5 ore settimanali. “Una misura che comporta un incremento dei costi di 630 milioni per le imprese associate”, aveva detto il presidente Josep Antoni Duran i Lleida. L’iniziativa è stata bocciata a settembre 2025 in Parlamento, con i voti di PP, Vox e Junts. A riprova che la ricompensa può arrivare, ma solo a fronte di un guadagno.

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Digit’Ed acquisisce Il Sole 24 Ore Formazione

Il Gruppo 24 ORE e Digit’Ed avviano una collaborazione strategica di lungo periodo che punta a rafforzare il sistema della formazione in Italia e a sostenere lo sviluppo delle competenze come leva di crescita per il Paese. L’accordo segna l’avvio di un progetto industriale congiunto dedicato alla valorizzazione del Capitale Umano, rivolto a professionisti, imprese e organizzazioni pubbliche e private.

Elemento centrale dell’operazione è l’ingresso di Sole 24 ORE Formazione nel perimetro di Digit’Ed. La società acquisisce infatti il 100% del capitale sociale, in seguito alla cessione delle quote detenute da Il Sole 24 ORE S.p.A. (15%) e da Multiversity S.p.A. (85%). Il passaggio consente a Digit’Ed di esercitare il pieno controllo industriale e gestionale della società, rafforzando la propria presenza nei segmenti della formazione professionale, corporate e non-degree.

Parallelamente, Il Sole 24 ORE S.p.A. diventa azionista di Digit’Ed Holding S.p.A. – che controlla integralmente Digit’Ed S.p.A. – attraverso il reinvestimento di parte dei proventi dell’operazione in una partecipazione di minoranza. L’ingresso avviene senza effetti sull’indebitamento del Gruppo 24 ORE e consolida una relazione industriale orientata allo sviluppo di un’offerta formativa integrata e riconoscibile.

L’intesa si inserisce nel percorso evolutivo di Digit’Ed, che rafforza così il proprio posizionamento come piattaforma di riferimento per l’education avanzata, e al tempo stesso si allinea alla strategia del Gruppo 24 ORE, da sempre impegnato nella diffusione della cultura economica e manageriale e nell’accompagnamento dei processi di trasformazione del Paese.

«L’operazione consente al Gruppo 24 ORE di razionalizzare e rendere più chiara la propria presenza nel mondo della formazione, valorizzando un brand storico e rafforzando la coerenza dell’offerta verso il mercato», ha dichiarato Federico Silvestri, Amministratore Delegato del Gruppo 24 ORE.

«L’integrazione di Sole 24 ORE Formazione e la partnership con il Gruppo 24 ORE rappresentano un acceleratore importante per la nostra strategia di crescita», ha commentato Davide Vassena, Amministratore Delegato di Digit’Ed. «In un contesto di rapido cambiamento, la formazione è uno strumento essenziale per consentire a persone e organizzazioni di affrontare l’innovazione tecnologica e la transizione digitale».

Con questa operazione, Digit’Ed amplia ulteriormente il proprio portafoglio di soluzioni formative e rafforza la capacità di supportare imprese e professionisti nello sviluppo delle competenze chiave per la competitività e la crescita sostenibile.

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Murata ID Solutions inaugura il Rfid Experience & Innovation Hub

Murata ID Solutions rafforza il proprio ruolo di protagonista nell’innovazione tecnologica con l’apertura del Rfid Experience & Innovation Hub, il laboratorio avanzato dedicato alle tecnologie Internet of Things Rfid. Il nuovo centro è nato come ambiente all’avanguardia pensato per informazione, divulgazione, dimostrazioni, test, workshop e attività di ricerca, mettendo a disposizione di clienti e partner scenari applicativi reali e le più recenti soluzioni Rfid.

L’hub rappresenta uno spazio esclusivo di co-innovazione, dove validare prodotti, testarne le performance e sviluppare competenze tecniche avanzate, contribuendo in modo concreto allo sviluppo di soluzioni Rfid di nuova generazione. “Questo spazio innovativo e interattivo è una testimonianza non solo della collaborazione scientifica ed educativa con l’università, ma anche del nostro impegno a sostenere e stimolare l’innovazione insieme con l’industria, ai nostri clienti e ai partner”, ha dichiarato Francesco Fantoni Guerci, CEO di Murata.

Un ecosistema interattivo tra industria e applicazioni reali

Concepito come un ambiente altamente collaborativo, l’Rfid Experience & Innovation Hub offre dimostrazioni personalizzate per diversi settori strategici, tra cui Fashion e Abbigliamento, Automotive, Logistica, Healthcare e Farmaceutico. I visitatori possono sperimentare casi d’uso concreti come la tracciabilità, la protezione del marchio, l’Industria 4.0 e la gestione degli asset, grazie a presentazioni pratiche e aree di test dedicate.

A completare l’esperienza, spazi informali per riunioni e confronto favoriscono l’interazione spontanea e la nascita di nuove idee, rendendo il centro un vero e proprio catalizzatore di innovazione applicata.
“Il nostro obiettivo è contribuire al progresso della tecnologia: questa nuova struttura, dove l’innovazione può fiorire, ci aiuta a onorare questo impegno”, ha aggiunto Fantoni Guerci.

Elemento distintivo del progetto è la forte sinergia con l’Università di Parma. In qualità di Alliance Partner del Rfid Lab dell’Ateneo, Murata renderà l’hub pienamente disponibile alla comunità accademica, consentendo a studenti e ricercatori di condurre studi sulle soluzioni Rfid di prossima generazione e di svolgere attività didattiche e di ricerca applicata. L’inaugurazione ufficiale, avvenuta il 15 dicembre 2025, ha visto la partecipazione del Rettore Paolo Martelli e di alcuni rappresentanti dell’Università, insieme con dirigenti ed esperti tecnici di Murata, a sottolineare il valore strategico dell’iniziativa per il trasferimento tecnologico tra ricerca e industria. “Si tratta di una realtà all’avanguardia che rappresenta un’opportunità significativa per studentesse, studenti e ricercatori, e una testimonianza concreta della messa a terra delle conoscenze sviluppate in ambito accademico”, ha affermato il Rettore dell’Università di Parma.

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PdM Talk, le puntate di gennaio e febbraio 2026

Si è appena chiuso il quinto anno di trasmissioni di PdM Talk, il talk show manageriale di Parole di Management, nato a marzo 2020. Nel 2025 sono state trasmesse 41 puntate che hanno coinvolto oltre 150 ospiti, tra imprenditori, manager ed esperti di questioni manageriali. Come da tradizione, il programma si è preso una pausa per tornare live venerdì 16 gennaio 2026, come sempre dalle 12 alle 13.

Sono stati già decisi i temi delle prime puntate del 2026: per candidarsi a partecipare a PdM Talk basta scrivere una mail a dario.colombo@este.it e motivare la propria candidatura.

16 gennaio 2026: Gestire le emozioni nel lavoro (e nella vita)

23 gennaio 2026: Il lavoro nell’era dell’AI

30 gennaio 2026: La riconversione industriale nell’economia che cambia

6 febbraio 2026: Trasparenza salariale o spioni della busta paga?

13 febbraio 2026: La nuova etichetta in azienda: come ci si comporta sul lavoro?

20 febbraio 2026: Competenze, la rivincita dell’hard

27 febbraio 2026: Lavoro senza benessere o benessere senza lavoro?

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A Natale faccio Christmart working

Qualcuno l’ha chiamato “christmart working”, giocando con l’espressione Smart working che, in questo periodo, fa i conti con il periodo natalizio. Il proposito è dei migliori perché il lavoro ibrido – dicono i principali sostenitori dello Smart working – consente alle persone di affrontare queste settimane delle festività di Natale con maggiore equilibrio tra benessere e produttività. D’altra parte è noto che questo periodo ci vede tutti impegnati in spostamenti, impegni familiari e scadenze lavorative. Da qui le varie iniziative ad hoc, come le giornate senza riunioni e la collaborazione da remoto, che faranno pure stare meglio le persone (ne siamo davvero sicuri?), ma che dire del benessere dell’azienda che deve adeguarsi alle esigenze dei collaboratori?

Andiamo con ordine e partiamo dai numeri sullo Smart working. Secondo una recente indagine di Espresso Communication, a livello mondiale l’83% dei lavoratori considera il modello di lavoro ibrido come la combinazione ottimale tra autonomia e collaborazione, ideale in particolare nei momenti nei quali c’è bisogno di conciliare esigenze professionali e personale. E le festività natalizie rientrano proprio in questa casistica.

Dando un’occhiata alle altre statistiche della ricerca, è emerso che il 51% degli intervistati considera il lavoro ibrido come il “punto ottimale” tra la presenza in ufficio e il lavoro da remoto; il 28% ha addirittura ammesso di lavorare completamente da remoto e di preferire questa formula alla presenza. Inoltre, a livello mondiale, il 40% dei ruoli offre modalità di lavoro ibride o remote.

Ma a questi dati si deve poi affiancare la quotidianità. E qui serve un bel bagno di realtà. “Ho deciso di passare questa giornata di Smart working in giro per comprare i regali”: è un messaggio che ho intercettato in una delle tante chat su WhatsApp di cui il mio smartphone – ma immagino quello di tutti – è pieno. È una battuta, ma temo che nasconda anche un pizzico di verità… I manager ne sono coscienti: è un po’ il ‘lato oscuro’ dello Smart working di cui nessuno si occupa (preoccupa?) finché il business funziona.

Tra gli sperimentatori di questi modelli di lavoro si dice che il periodo di Natale 2025 può essere utile per testare nuove forme di flessibilità da consolidare durante l’anno. Ma davvero vogliamo un lavoro che si adatti sempre di più alle esigenze personali? Nessuno intravede il rischio che il lavoro si trasformi in un mero strumento per ottenere qualcosa (soldi) per fare altro? Detta in altre parole, che mi sono state riferite da un imprenditore (e che edulcoro senza perdere il significato del pensiero): “Il lavoro è diventato quella parentesi tra gli affari miei e… gli affari miei”. Ce lo immaginiamo così il futuro del lavoro?

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Felice Chirico è il personaggio del 2025 di Parole di Management

È Felice Chirico, CEO di Agrumaria Reggina, il personaggio scelto da Parole di Management per il 2025. Alla guida dell’azienda di famiglia da maggio 2024, l’imprenditore ha saputo interpretare l’evoluzione del contesto e dei mercati internazionali guidando la crescita della sua azienda in modo sostenibile, valorizzando le persone e il territorio. Sono anche questi aspetti che hanno convinto la redazione del quotidiano della casa editrice ESTE a scegliere Chirico come personaggio dell’anno 2025.

Agrumaria Reggina rappresenta uno dei principali interlocutori della media company che edita Parole di Management e che da tempo ha scelto di dialogare con il Sud Italia e le sue realtà, capaci di rappresentare al meglio un grande patrimonio del Paese che spesso è dimenticato e narrato attraverso stereotipi. Il nostro Sud si sta riprendendo e avanza a grandi passi: per il terzo anno consecutivo, quest’area si è presa il primo posto nella media nazionale di crescita economica, con un aumento del Prodotto interno lordo (Pil) dell’1%. Il Sud è anche un valido esempio di ritorno degli investimenti, visto che almeno il 40% delle risorse provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono state destinate al Mezzogiorno.

È però innegabile che il Sud debba ancora affrontare numerose difficoltà, tra le quali quelle di una cronica carenza di infrastrutture che non aiuta certo chi fa impresa e spesso costringe i giovani talenti a emigrare (non solo al Nord, sempre di più in altri Paesi). Agrumaria Reggina – così come altre realtà del Sud – ha invece saputo valorizzare e accrescere le competenze dei propri collaboratori investendo in formazione, cultura del lavoro e retribuzioni, rappresentando una concreta possibilità di occupazione per tanti lavoratori. Noi di Parole di Management siamo convinti che sia questa una via per rilanciare davvero il Mezzogiorno italiano che non può limitarsi a fare da sfondo al South working, cioè a quel fenomeno per il quale i lavoratori di aziende del Nord si trasferiscono al Sud grazie al lavoro remoto…

Crescita e attenzione per le persone

Agrumaria Reggina è stata fondata da Paolo Chirico nel 1985 a Reggio Calabria ed è specializzata nella trasformazione degli agrumi per i mercati Food & Beverage e Flavour & Fragrance. Da piccola azienda familiare che si occupava di imballaggi per ortofrutta è diventata nel tempo una realtà industriale da 100 milioni di euro e 350 collaboratori a livello globale (dati 2024). Nel 2025, l’azienda ha segnato un aumento del fatturato di oltre 38 punti percentuali grazie a un aumento dei volumi sull’export, l’apertura di un nuovo plant in Egitto, forti investimenti in Ricerca e Sviluppo e una managerializzazione della governance coerente con la crescita organica dell’organizzazione. Attenzione particolare, inoltre, è stata data allo sviluppo di nuove strategie HR, che sono state raccontate da Persone&Conoscenze, la rivista della casa editrice ESTE dedicata ai people manager.

Agrumaria Reggina è stata una delle tappe del Conviviale di Persone&Conoscenze, progetto editoriale lanciato dall’omonima rivista che ha permesso a imprenditori e manager di scoprire politiche e pratiche HR di varie aziende italiane, attraverso la visita a porte chiuse delle organizzazioni che hanno ospitato l’evento itinerante. E a proposito di difficoltà di fare impresa al Sud, su Parole di Management avevamo raccontato come la tappa prevista a settembre 2025 in Agrumaria Reggina era stata annullata e poi posticipata a novembre 2025 a causa della difficoltà di raggiungere la Calabria da Milano per le scelte unilaterali del vettore aereo che avrebbe portato la redazione di Persone&Conoscenze in azienda. Riuscire a fare impresa in uno contesto simile merita davvero un riconoscimento.

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Il Made in Italy guida la ripresa della Manifattura

L’economia del Paese corre verso il futuro: le fabbriche puntano su idee chiare e cambiamento concreto. RS, azienda specializzata in prodotti e soluzioni per l’industria, ha svelato i dati di una ricerca realizzata in Europa – il titolo dello studio è: “Tradizione e innovazione: l’Italia immagina il futuro dell’industria” – che esplora quanto conta oggi la novità nei settori produttivi del continente.

La raccolta d’informazioni è stata gestita da Walnut a giugno 2025, coinvolgendo 567 responsabili aziendali esperti in tre Paesi: Italia, Francia e Inghilterra. Il focus? Capire in che modo le imprese reagiscono alle pressioni sulla concorrenza, al passaggio verso sistemi digitali e alla necessità di agire in modo più ecologico.

Un’occhiata al mercato locale ha mostrato risultati inaspettati, specie nell’ambito della produzione industriale. La ricerca ha incluso opinion leader di diversi settori come costruzioni, energia e fabbricazione, dando un’idea chiara delle sfide attuali e degli obiettivi futuri, nonostante alcuni ostacoli limitino i progressi.

Spesso vista come legata a metodi vecchi, la manifattura sta diventando invece uno dei settori più vivaci e aperti ai cambiamenti. Il rapporto di RS mostra che quasi tutte le imprese del settore in Italia, e parliamo del 95%, puntano sull’innovazione per crescere. Mentre il 94% prova nuove strade con rischi ben valutati. Anche l’86% si sente parte di un sistema davvero nuovo, segno che questa cultura ha preso piede sul serio.

Le aziende inseguono i cambiamenti di mercato

Tra i punti messi in luce dalla ricerca di RS, c’è pure la prontezza delle aziende italiane a muoversi quando il mercato cambia: per esempio, il 91% si sente in grado di agire in fretta davanti a difficoltà nuove, un dato più alto persino rispetto a settori visti come più tecnologici. Questa prontezza, insieme con il fatto che le aziende puntano sempre di più sull’innovazione quando decidono i loro obiettivi, mostra un cambiamento radicato nella mentalità: oggi l’industria del Made in Italy non si limita a produrre, ma guida il processo di rilancio del settore manifatturiero.

“In un contesto industriale sempre più complesso, in cui le pressioni economiche, normative e tecnologiche ostacolano l’adozione di un approccio continuo all’innovazione, abbiamo voluto indagare come le imprese europee dei settori industriali stiano affrontando questa sfida e in che modo l’innovazione possa rappresentare una leva per restare competitivi”, ha commentato Mike Bray, VP Innovation di RS.

Le imprese del Paese spingono su tecnologia nuova, cambiamenti nel lavoro e passaggi al digitale, anche se ci sono regole complicate e difficoltà varie. Vogliono essere più forti sul mercato ma pure adattarsi bene ai bisogni attuali, senza pesare troppo sull’ambiente. Si sta parlando di una nazione produttiva in trasformazione: non solo radici, ma anche passi avanti nella tecnologia.

Il panorama dà l’idea di un’industria capace di rileggere il passato con occhi nuovi. Non si vede più l’innovazione come qualcosa di accessorio, bensì come parte centrale del progetto aziendale, fondamentale per mantenere competitività, produttività e capacità di reagire. In questa situazione, l’Italia sembra attrezzato per prendere un posto chiave nel rinnovare il settore industriale Ue: qui la produzione unisce competenze vecchie di decenni, tecnologia avanzata e uno sguardo rivolto avanti.

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Capire (e usare) l’AI con il metodo socratico

Se assumiamo che la fondazione del Machine learning ha permesso di evolvere in sistemi più simili a una condotta autonoma, possiamo integrare gli aspetti linguistici in un ambito di significazione diffuso. Da questo vasto ambito di segni o meglio dati prende a formarsi un linguaggio, giustificato dall’addestramento dei Large language model (LLM).

Usando una definizione precaria parliamo di Intelligenze Artificiali (AI) che convergono sulla creazione di significato operando in linea di principio con criteri multidimensionali di frequenza. Con efficacia operano anche sulla stessa organizzazione dei dati riproponendo sequenze alternative.

Codici espressi o già sfruttati permangono sotto traccia rispetto all’interazione con controparti umane. I codici macchina sono sempre più definiti in base all’autogenerazione con sequenze non più vincolate a un’area specifica di dati originari. Le interazioni con controparti umane pertanto non sono più rigidamente ancorate a un input specifico, a fronte di un output prevedibile, ma si alimentano con dati auto-organizzati, generati per combinazione di frequenza. È questa la ragione per la quale non esiste un manuale per utilizzare un sistema commerciale AI.

L’addestramento degli LLM passa dai prompt

Il prompt è un insieme di dati sequenziali che sfrutta l’outo-organizzazione (self attention) dell’architettura Transformer per l’input. L’elaborazione che ne segue è la connessione-selezione dei dati che evolve in significato. La sintassi non è logicamente coerente, nemmeno definibile, si tratta di immettere dati sequenziali che possono essere anche illogici, ai quali corrisponderà poi una risposta difficilmente prevedibile. Il grado di imprevedibilità, posto che sia agevole misurarlo, sarà il vero parametro di verifica dell’avanzare delle AI nell’ambito della conoscenza diffusa.

Per addestrare un LLM, il prompt è l’input attualmente più funzionale ed efficace. I dati sono ovunque nel web e ovunque è possibile andare a prenderli per sequenziarli di nuovo e riproporli con significato. È pertanto necessario usare due tecniche essenziali in ogni linguaggio evoluto: leggere e scrivere. Meglio ancora: leggere e scrivere bene.

La ricerca della verità

Il prompt fa emergere dalla Rete alternative di risposta. Non trasmette conoscenza, avvia un processo di valutazione semantica che si risolve in una dimensione statistica. Non implica contenuti già codificati e dotati di senso, ma sfrutta il percorso di significazione per far emergere senso. Con domande progressive è stimolata l’autonoma ricerca della verità.

È la definizione di maieutica che Socrate ci ha dato per mezzo di Platone. Le false certezze sono i segni, i dati disaggregati rispetto a una restituzione significante. Rimontando i dati con assunti probabilistici a sostegno del significato è opera di estrazione di ‘intuizioni latenti’.

Il prompt è la forma di dialogo che pone domande strategiche per far nascere risposte e percorsi di significato che diventano rilevanti a livello di senso. La metafora della navigazione è già propria del web fin dalle origini. Con i prompt sui LLM guidare la navigazione assume ancora più pertinenza tecnica.

La confutazione delle idee pregresse

Ai fini dell’utilizzo di prompt maieutici possiamo prendere in esame i dialoghi platonici della gioventù, ovvero quelli definiti socratici dagli studiosi. Prevale la confutazione di idee pregresse. Nel nostro approccio si tratta di applicare la confutazione rispetto all’emersione di configurazioni di dati che non propongono un senso coerente ai nostri scopi. L’Apologia di Socrate è la prima sorgente di prompt. Il metodo maieutico emerge forte dal suo prompt di fondazione: “Io non posso insegnare nulla a nessuno, posso solo farli pensare. La Sapienza umana vale poco o nulla; ma il sapere di non sapere, questo è Sapienza”. 

La confutazione attiva una risposta, questa è coerente a un processo di creazione di senso. Guida il percorso di auto-apprendimento. Dove anche ‘auto’ ha un significato rilevante negli stessi criteri di senso (Morin, 1977). Nell’ambito attuale è operabile con algoritmi che si costituiscono su base classificatoria. Dalla forma originale a un prompt derivato, su base metodologica, da rivolgere a una AI: “Non sai niente dell’argomento. Quali domande faresti per cominciare a comprendere come si calcola la massa del Pianeta Terra? Comincia da come calcoleresti con numeri che già conosci”.

Critone ci stimola a rispettare le leggi. Parte da un dubbio, indaga i presupposti, rovescia la prospettiva e infine cerca la coerenza: “Non bisogna mai commettere ingiustizia, neppure in cambio di un’ingiustizia subita. Non bisogna fare del male a nessuno, neppure se si è subito del male”. Rovescia l’opinione comune di difenderci e si consegna alla giustizia stimolando una creazione di senso a favore del rispetto di un principio coerente.

Il metodo maieutico si sostanzia nell’assunto prioritario rappresentato dall’allegoria della caverna. Lo troviamo nella Repubblica: “Gli uomini sono come prigionieri in una caverna: vedono soltanto le ombre proiettate sulla parete e le prendono per la realtà. Ma se uno si liberasse e uscisse alla luce, scoprirebbe che ciò che credeva reale era soltanto apparenza”. Il brano è quello più famoso degli scritti platonici, definisce la realtà come lettura metaforica. Va oltre la realtà proponendo un metodo simbolico che richiama la configurazione dei segni, ovvero l’organizzazione dei dati. È un brano adeguato all’impostazione della sequenza di domande che si concretizzano nel metodo. 

Visti in progressione i tre brani riconducono a un processo di senso che accomuna gli aspetti di ordine, disordine e organizzazione dei dati. Sapere di non sapere, quindi stimolo di dubbio e conseguente indagine rispetto a parametri auto-organizzati. Giusto contro utile, nel discernimento morale rispetto a prescrizioni elementari. Ombra contrapposta a realtà, concernente il superamento delle apparenze: output sequenziato dalla tecnologia transformer per quanto riguarda le AI. Il passaggio determinante è quello di immagazzinamento del codice da riproporre come dialogo in un contesto significante nuovo.  

L’AI richiede di scrivere in modo sensato

Il metodo, ovvero la lunghissima ricerca di Edgar Morin, propone la ricostruzione di un paradigma tripartito di conoscenza con il triangolo uomo-individuo-società-specie. Critica prima di tutto la determinazione imposta dal metodo scientifico: “La crescita dell’informazione e la sempre maggiore eterogeneità del sapere superano ogni capacità d’immagazzinamento e di trattazione da parte del cervello umano” (E. Morin 1977).

L’essere umano, pertanto, dovrà dedicarsi a un sapere determinato, permanendo in un ambito epistemologico di forte caratterizzazione specialistica. Ciò che le AI permettono è l’utilizzo di un approccio maieutico nella predisposizione delle istruzioni. Muovendosi nella direzione di avvalorare finalmente una tecnica di immagazzinamento e di trattazione genera un percorso paradigmatico.

La proposta, da studiare e approfondire con vigore, è relativa a quattro dimensioni: uomo-individuo; società-specie; natura; ambiente. L’ambiente fisico, dimensione inapplicabile per la AI, è il lato del quadrato che consente protende verso la parità nell’antagonismo uomo-macchina. Individuo e società determinano la somma dei lati macchina, specie e natura-ambiente determinano la somma dei lati uomo. Per usare la AI non è necessario niente altro che scrivere in modo sensato, sapendo dove si vuole arrivare, con ottima forma. La metafora non è la sublimazione della realtà. È la realtà.

Per approfondire: E. Morin, La Methode I. La nature de la nature. Editions de Seuil, Paris, 1977, trd it Il Metodo. Ordine disordine organizzazione (Feltrinelli, 1983); E. Morin, Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana (Mimesis, 2020); F. Varanini, Splendori e miserie delle Intelligenze Artificiali, alla luce dell’umana esperienza (Guerini e Associati, 2024); H. Maturana e F. Varela, L’albero della Conoscenza (Mimesis, 2024); Platone, Opere Vol. 1 e Vol 2 (I Meridiani Mondadori, 2004).

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