LinkedIn: il lavoro nobilita l’uomo, e la donna?
Le donne faticano – tutt’oggi – a ricevere lo stesso trattamento degli uomini: se qualcuno avesse ancora qualche dubbio in proposito a smentirlo c’è un recente esperimento condotto su LinkedIn, che suffraga la tesi appena menzionata. Protagonista della vicenda è Megan Cornish, consulente statunitense di salute mentale per le aziende.
Il test sulla principale piattaforma per trovare opportunità lavorative ha dipanato tutte le perplessità che ancora restano in piedi. La professionista ha infatti rivisto il proprio profilo per farlo assomigliare di più a quello di un uomo, riporta il Washington Post. Per raggiungere il risultato ha iniziato cambiando articoli e pronomi. E nel giro di una settimana la sorpresa: le impressioni sul suo account risultavano quadruplicate.
Smascherati i bias di umani e macchine
“Pensavo si trattasse di uno scherzo”, ha scritto Cornish in un articolo apparso su Substack dal titolo “A LinkedIn piaccio di più se sono maschio”, rivelando di aver fatto ricorso per l’operazione di ‘mascolinizzazione‘ a ChatGpt. Uno dei primi passaggi del chatbot è stato modificare il job title, trasformando espressioni come “communicator (comunicatrice)” ed “esperta clinica” in frasi più dirette come “supporto la crescita aziendale verso il benessere comportamentale”.
Le parole di Cornish sono subito diventate virali. E nei commenti online si sono susseguite frasi di incredulità, ma anche testimonianze di donne che assicuravano come la propria visibilità sulla piattaforma fosse aumentata dopo aver fatto in modo di oscurare il proprio genere o apparire più mascoline. Tutte circostanze che hanno suscitato domande su quanto i bias – sia degli umani sia delle macchine – dettino legge su chi debba sforzarsi di più per affermarsi in ambito professionale, online o meno.
LinkedIn si difende, ma gli utenti contrattaccano
Di tutta risposta LinkedIn ha emesso un comunicato, assicurando che in alcun modo il genere influenza il modo in cui i post appaiono. “Il nostro algoritmo e i sistemi di Intelligenza Artificiale non usano informazioni demografiche (per esempio l’età, la razza o il genere) come segnali che determinino la visibilità del contenuto, del profilo e del post sul feed”, ha scritto Sakshi Jain, Responsabile LinkedIn della governance AI.
Ma quello di Cornish non è un caso isolato. Su LinkedIn da tempo si moltiplicano esperimenti, specie adesso che la più grande piattaforma per il network professionale ha raggiunto l’apice del traffico. I post sono cresciuti del 15%, mentre i commenti sono saliti del 24%. Giocoforza, anche la competizione tra utenti – 1,2 miliardi quelli registrati – per ricevere attenzione è schizzata ai massimi.
C’è ancora la disparità di genere
L’esperienza di Cornish ha sollevato una questione: “Quanto il linguaggio o le caratteristiche che sono state tradizionalmente associate alle donne siano svalutate all’interno dei sistemi”, ha detto Allison Elias, Professore Associato di Business Administration presso la University della Virginia. “I bias sul gender hanno ancora un effetto su come l’occupazione è percepita”, ha chiarito.
Del resto professioni in cui storicamente gli stipendi sono molto alti come la Finanza, la Tecnologia e l’Ingegneria sono tuttora a forte impronta maschile. Mentre le donne continuano a essere sovra rappresentate nei ruoli a basso salario come i mestieri nel campo dell’educazione, della cura e del commercio. E poi c’è il tema gender pay gap. Negli Stati Uniti, per esempio, nel 2024 era pari a 80,9 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, secondo i dati nazionali del Census Bureau.
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