Turismo, un’industria (non) da record
Ogni volta che esce un dato positivo sull’economia italiana, scatta il rito collettivo dell’autocompiacimento. Un titolo di giornale, una dichiarazione politica, qualche intervista entusiasta e il messaggio è sempre lo stesso: ‘stiamo andando bene, procediamo così’. Ma davvero stiamo andando così bene? Oppure stiamo semplicemente scegliendo i numeri che ci fanno comodo, ignorando quelli che dimostrano che il nostro ritardo rispetto agli altri Paesi continua ad aumentare? Prendiamo come esempio il turismo, uno dei settori di cui andiamo più fieri. Le notizie parlano di nuovi record di arrivi, di presenze in crescita, di una stagione turistica sempre più lunga. Sono dati positivi, certamente. Ma il punto non è questo. Il punto è capire se questi risultati ci stanno facendo recuperare terreno rispetto ai nostri concorrenti: la risposta è ‘no’.
Mentre in Italia celebriamo una crescita delle entrate turistiche del 4,8% nel 2025, la Spagna ha registrato un incremento del 6,8%. Ma la differenza in termini assoluti è ancora più importante. La Spagna aggiunge circa 8,7 miliardi di euro di entrate turistiche contro i nostri 2,6 miliardi. In altre parole, il divario non diminuisce: aumenta. Secondo i dati Banca d’Italia, dal 2019 a oggi le entrate spagnole da turismo sono aumentate del 70% e le nostre di solo il 30%. Eppure, continuiamo a raccontarci che stiamo vivendo una stagione straordinaria. Straordinaria rispetto a chi? La Spagna nel 2025 ha incassato dal turismo internazionale 135 miliardi contro i 56 dell’Italia (ben 79 miliardi in più). L’incremento sul 2024 è stato del 7% per la Spagna e del 5% per l’Italia. Se anche aumentassimo della stessa percentuale, in valore assoluto la differenza aumenterebbe. 80 miliardi in più sarebbero un 4% in più di Pil!
Se il nostro Paese avesse lo stesso livello di entrate turistiche, il Pil italiano sarebbe dunque più alto di circa quattro punti percentuali. Eppure il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sulla crescita annuale, ignorando la distanza reale che ci separa da chi performa meglio di noi. Una triste considerazione: ci vantiamo di essere il Paese più ambito all’estero e i numeri ci smentiscono clamorosamente. La Spagna ha entrate da turismo estero doppie delle nostre. Ma il confronto è ancora più significativo se si confrontano i numeri delle presenze (ovvero le notti trascorse nel Paese da turisti internazionali). Nel 2025 le presenze in Spagna sono state 330 milioni, in Italia 270 milioni. I turisti esteri, inoltre, spendono mediamente molto di più in Spagna che in Italia: 1400 euro contro 950 euro per soggiorno.
Questione di Pil
Questa inostra ingiustificata esaltazione deriva dallo stesso ‘comodo’ errore che abbiamo commesso nel valutare l’incremento di Pil dopo la pandemia. Per mesi abbiamo sentito ripetere che l’Italia era cresciuta più della Germania e di altri Paesi europei. Vero. Ma era altrettanto vero che durante la pandemia 2020-2021, il Pil italiano era crollato in due anni del 12,8%, contro circa il 4% della Germania e valori prossimi allo zero della Svezia. Era quindi inevitabile che il rimbalzo italiano fosse più forte. Stavamo recuperando una caduta molto più profonda, non superando gli altri. Lo stesso vale per il Pil pro capite. Se la Germania cresce dello 0,5% e l’Italia dello 0,6%, molti commentatori si affrettano a sostenere che stiamo facendo meglio dei tedeschi. Ma dimenticano un dettaglio fondamentale: il Pil pro capite tedesco è circa il 40% superiore a quello italiano. Applicare la stessa percentuale a una base molto più elevata significa generare un aumento di reddito assoluto maggiore. Il risultato finale è che il divario continua ad allargarsi. Eppure noi festeggiamo.
Il problema non è soltanto economico. È culturale. Ci siamo abituati a confrontarci con noi stessi e con il nostro passato invece che con chi ottiene risultati migliori. Cerchiamo continuamente qualche indicatore favorevole, qualche eccellenza, qualche classifica in cui emergiamo, e la utilizziamo come prova che il sistema funzioni. Nel frattempo, però, il potere d’acquisto delle famiglie italiane continua a perdere terreno rispetto a quello dei principali Paesi europei. Le retribuzioni crescono meno, la produttività ristagna. Il Pil pro-capite rimane distante da quello delle economie più avanzate. Le nostre eccellenze esistono davvero. Abbiamo imprese straordinarie, territori unici, capacità imprenditoriali riconosciute in tutto il mondo. Ma un Paese non può vivere soltanto delle proprie eccellenze. Deve guardare alla media delle proprie prestazioni. Ed è proprio la media che continua a raccontare una storia diversa da quella che ci piace ascoltare.
La domanda che dovremmo porci non è se un indicatore è cresciuto più dell’anno scorso. La domanda è se stiamo riducendo il gap con chi ci precede. Se la risposta è no, non c’è nulla da festeggiare. Continuare a vantarsi di risultati parziali mentre la distanza dagli altri aumenta significa rinunciare a comprendere la realtà. E senza comprendere la realtà diventa impossibile cambiarla. E proprio l’azienda di ricerche di mercato Ipsos, nel report Perils of Perception 2024, ha segnalato che siamo l’ultimo Paese in classifica in quanto a capacità di percezione della realtà da parte dei suoi abitanti. Forse il vero problema dell’Italia non è la mancanza di risorse, di talento o di opportunità. Forse il problema è che ci siamo convinti che basti trovare ogni giorno una buona notizia per evitare di affrontare le cattive. E finché continueremo a scambiare il recupero per il successo e la crescita relativa per il progresso reale, il divario con gli altri Paesi non farà che aumentare. Ma almeno possiamo continuare a vantarci (lasciando i problemi reali ai nostri figli e nipoti).
L’articolo Turismo, un’industria (non) da record proviene da Parole di Management.