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Scuola, i limiti del modello 4+2

Nel bel mezzo di tanti cambiamenti, anche imprevisti e imprevedibili, dovremmo chiederci se le riforme scolastiche che incidono maggiormente sulla nostra economia e sul nostro welfare – a partire dalla ‘4+2’ (la possibilità di diplomarsi in quattro anni) e dall’istruzione terziaria degli Istituti tecnologici superiori (ITS) – siano le scelte più efficaci per affrontare il grave disallineamento tra il bisogno di cultura industriale, necessaria per affrontare le sfide della competitività in un contesto di buona employability e l’offerta di ‘saperi’ proposta dalle istituzioni scolastiche.

Se gli enti istituzionali più coinvolti, compresi molti media, nelle loro dichiarazioni pubbliche esprimono un giudizio abbastanza positivo, forse più condizionati dall’ottimismo della speranza anziché dal realismo della ragione, non mancano le perplessità anche provenienti dal mondo della scuola, che andrebbero ascoltate e approfondite per allargare gli orizzonti di un dibattito che finora è sempre mancato.

Il mancato ascolto dietro la riforma

Iniziamo dalla nuova filiera dell’istruzione tecnica-professionale, denominata ‘4+2’, che è stata presentata come il punto di partenza di tutte le riforme. Trae origine dalla preoccupante mancanza nel mercato del lavoro di competenze e di professioni tecniche, forse però quelle più riconducibili all’addestramento professionale. Pur essendo già pubblicizzata come una soluzione quasi miracolistica del problema, i fatti meriterebbero ben altri approfondimenti.

Quando si riforma qualcosa, andrebbe pur sempre considerato l’intervento come un progetto di cambiamento, lieve o rivoluzionario che sia, che modifica un prima con un dopo. La costruzione di un progetto di cambiamento, come indicano le grammatiche di settore, deve sempre essere accompagnata dall’uso degli strumenti delle pianificazioni strategiche, a partire, per esempio, dalla analisi Swot: una tecnica che identifica i punti di forza (Strengths) e le debolezze (Weaknesses) e poi le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats).

Queste metodologie di largo utilizzo e molto importanti dovrebbero essere insegnate anche a scuola, ma sembra invece che non siano utilizzate per la riforma della scuola… L’analisi Swot, costruita raccogliendo i pareri più autorevoli e argomentati degli esperti, anche diversi tra loro, e ascoltando soprattutto gli operatori scolastici, consentirebbe di spersonalizzare le valutazioni soggettive che spesso inquinano i giudizi e le conclusioni.

Una rappresentazione ordinata e ben approfondita di un progetto di cambiamento, nel caso in questione della riforma scolastica dell’istruzione tecnica e professionale, metterebbe in luce e soprattutto in ordine tutte quelle valutazioni di positività e criticità che dovrebbero essere analizzate, conferendo loro una legittimazione di maggior oggettività per poi costruire i necessari meccanismi di comunicazione, di attuazione, di monitoraggio e di misure correttive della riforma.

Così non è successo: è mancato un dibattito qualificato. Addirittura, si osserva che saremmo in presenza di una riforma senza ancora i contenuti e quindi vuota. Ne ha scritto, recentemente, anche il Cnel nel suo primo rapporto sulla produttività 2025. Si osserva che non è entrata in funzione nemmeno la struttura tecnica prevista dalla stessa Legge 121/2024, individuata come strumento necessario per dare corpo e sostanza alla riforma. Insomma, in gergo ecclesiastico conciliare, si direbbe: “Tantum aurora est”. Nel frattempo si dovrebbero guardare i numeri, intendendo gli aderenti che sono stati attratti dalla riforma, che sono pur sempre un segnale interpretativo della percezione degli attori o dei fruitori di queste novità, e si dovrebbe anche guardare come si sono modificati gli scenari che avevano dato origine alla riforma.

Una scelta dettata dal percorso più breve

Non dimentichiamoci che l’obiettivo principale dell’istruzione tecnica e professionale è il sostegno della nostra economia industriale e il mantenimento dei suoi fattori competitivi in uno scenario completamente nuovo, ad alta variabilità e imprevedibilità, e conseguentemente il mantenimento del nostro welfare anche attraverso una buona employability. Tutto ciò richiede necessariamente la creazione di nuovi saperi e nuove competenze con una visione proattiva e anticipatrice, che necessita più che un potenziamento, una rivoluzione copernicana dell’istruzione tecnica, che deve però essere attrattiva per gli studenti e che quindi generi maggiore attrattività verso le scuole tecniche (questo è il vero problema più difficile da affrontare, anche per le gravi inadeguatezze nelle attività di orientamento).

Da una analisi numerica emerge che gli iscritti all’istruzione secondaria superiore sono annualmente poco più di 500mila, di cui un po’ meno della metà confluiscono nei due percorsi quinquennali dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale. Gli iscritti del 2025 alla nuova sperimentazione 4+2 dovrebbero essere qualche migliaio, quindi circa il 2-3% del totale degli iscritti agli istituti tecnici e professionali (con prevalenza nel Mezzogiorno), di cui meno del 50% negli indirizzi strettamente industriali, cioè quelli che interessano maggiormente la nostra economia. Poi ci sarebbe il rimanente 97% che riguarda gli iscritti ai percorsi quinquennali tradizionali che abbisognerebbero, più di tutti, di una vera urgente riforma, ancora al di là da venire…

C’è preliminarmente da chiedersi: se non ci fosse stata la sperimentazione 4+2, queste poche migliaia di nuovi studenti, dove sarebbero confluiti? Una opinione abbastanza condivisa sosterrebbe che si sarebbero iscritti prevalentemente all’istruzione professionale quinquennale. E allora, per quale ragione si sono invece iscritti alla 4+2? Sembrerebbe che ci sia eterogeneità nelle risposte e nelle motivazioni. La ragione principale che si può percepire, per ora, è la scelta di un percorso di studi per il conseguimento del diploma più breve; quindi, l’attrazione per il quadriennio contrapposto al quinquennio. D’altra parte, non essendoci nemmeno i nuovi programmi e i contenuti da mostrare, anche gli orientatori della scuola media non avevano nessun elemento oggettivo per un argomentato indirizzo di scelta.

Un’istruzione sempre più al ribasso

In questa situazione di valutazione un po’ superficiale, ci potrebbe essere un rischio importante che non andrebbe sottovalutato. La più parte dei potenziali frequentanti la 4+2 sembrerebbero appartenere alla categoria di coloro che si indirizzano preferibilmente all’istruzione professionale. Sappiamo anche che l’istruzione professionale odierna è quel pezzo di offerta scolastica che nell’immaginario collettivo, ma anche negli indirizzi dati dagli orientatori, è considerata un percorso scolastico di Serie C; se la riduciamo ancora verso il basso, solo con una diminutio quadriennale e senza nessuna contropartita, c’è il rischio di generare anche un percorso di Serie D.

Infatti, il rapporto 2024 del Censis rivela che l’80% dei diplomati quinquennali dell’istruzione professionale non raggiunge gli obiettivi minimi di apprendimento. Non c’è da sperare che ciò avvenga invece nelle materie professionali. Sappiamo anche che circa il 40% dei diplomati di scuola media non raggiunge anch’essi gli obiettivi minimi di apprendimento. Conseguentemente a questi dati sarebbe ragionevole pensare e preoccuparsi che una buona percentuale di questi ragazzi non performanti in uscita dalla terza media vadano a finire all’istruzione professionale e quelli invece un po’ meno non performanti all’istruzione tecnica (anche quest’ultima è considerata un percorso di Serie B rispetto a quello dei licei di Serie A). Ma questo è l’esito dell’orientamento scolastico attuale…

Tutto ciò per dire, che in uno scenario futuro abbastanza verosimile, gli iscritti alla 4+2 potrebbero, in una percentuale importante, non raggiungere gli obiettivi minimi di apprendimento. Il rischio è di mantenere e di peggiorare questo scostamento non performante fino al diploma. Ma è anche ragionevole supporre che in una situazione del genere, il successivo biennio +2, riguardante un percorso ITS adattato anch’esso al ribasso per i diplomati quadriennali, abbia poche speranze di essere frequentato. Una buona analisi Swot potrebbe, per lo meno, identificare da subito questa situazione come uno dei maggiori rischi della riforma e aiutare a individuare le misure correttive.

Risposta alla cronica mancanza di tecnici

Le condizioni del mismatch che hanno dato origine alla riforma 4+2, a seguito degli mutati scenari, sono in continuo cambiamento ben oltre le fisiologiche variazioni, per cui andrebbe fatta una attualizzazione dei nuovi disallineamenti. La riforma che introduce la nuova filiera formativa tecnologico-professionale ha trovato la sua genesi nell’importante mancanza di tecnici, stimata inizialmente in circa 100mila unità all’anno, proiettata per tutto il quinquennio successivo.

Questa cifra ora andrebbe ricalcolata con criteri un po’ più sistemici, indirizzati anche dai grandi cambiamenti in corso con le incertezze generate, anziché fidarsi dalla sommatoria espressa dai soli bisogni. Gli attuali andamenti occupazionali, corretti dalle crisi congiunturali e soprattutto strutturali del settore manifatturiero e dei servizi avanzati, calcolati per settori economici e per fasce contrattuali (a partire per esempio dai pensionamenti annuali e dai settori con i maggiori richiedenti i maggiori investimenti), ci offrirebbero già un quadro più completo di informazioni.

Anche quei settori economici che non sono in crisi, ma che sono condizionati dalle grandi incertezze, stanno reagendo al mutamento degli scenari con il blocco o il calo importante delle assunzioni, che solitamente erano invece previste per far fronte a una programmazione di ricambio del personale a medio e lungo termine. Per tali ragioni, la percentuale della domanda di personale si sta spostando sempre più sulla dimensione reattiva anziché su quella proattiva: ciò comporta per i nostri giovani due scenari completamente diversi di employability che andrebbero approfonditi.

Molti mestieri tecnici ancora incardinati nei loro collocamenti organizzativi tradizionale, sono sempre più sottoposti a processi di esternalizzazione, in contesti organizzativi completamente differenti e sempre più mutabili. Si pensi, per esempio, alle attività progettuali che sono sempre appartenute al processo di innovazione e sviluppo di nuovi prodotti e saldamente incardinate nella struttura organizzativa dell’azienda. Ora, anche per queste attività è in atto una progressiva esternalizzazione verso società di consulenza di servizi, dove cambiano però le condizioni di employability.

Lavorare sull’impiegabilità dei mestieri

Se da un lato, per queste professioni, non cambiano i saperi e le competenze di cui devono disporre – se non nel loro naturale aggiornamento contenutistico – cambia invece completamente il contesto dove devono generare le loro prestazioni. Questo incide in modo significativo sulle condizioni dell’impiegabilità dei mestieri: questioni contrattuali, salariali, di crescita professionale, e di garanzia del posto di lavoro, ecc. E sono proprio queste condizioni che definiscono non solo l’attrattività e la sicurezza di una professione e del posto di lavoro, ma cambiano anche la struttura del profilo di ruolo dello stesso mestiere.

E questa è la ragione per cui continuo a sostenere che al tavolo delle riforme non è sufficiente che ci siano solo le aziende che evidenziano i saperi e le competenze di cui hanno bisogno – spesso nella modalità on demand – ma occorre che ci siano anche i soggetti che si occupano dei contesti organizzativi, delle politiche occupazionali, e chi è in grado di offrire alla scuola una visione anticipatrice, più proattiva e che vada oltre il solo l’approccio reattivo. Quest’ultimo, infatti, è più coerente per soddisfare le esigenze più immediate dell’adeguamento dell’addestramento professionale, che però attiene solo a una parte dei mestieri tecnici.

È compito dello Stato, quindi anche della scuola, creare per i nostri giovani le condizioni dell’employability. Senza questa dimensione sarà molto difficile, se non impossibile, attuare qualsiasi riforma e quindi attrarre i giovani verso le professioni tecniche e fornire validi elementi agli orientatori per superare una visione ristretta e ormai consolidata e per rovesciare i vecchi paradigmi.

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Chi guida davvero l’economia globale?

Negli ultimi due decenni abbiamo assistito a un lento ma progressivo spostamento dell’epicentro economico globale. Se nel 2004 le economie del G7 detenevano oltre il 60% del Pil mondiale, oggi quella quota è scesa al 45%, e si prevede che entro il 2030 scivolerà sotto il 35%. Contestualmente, l’Asia-Pacifico, i Paesi Brics+ (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia) e il Medio Oriente hanno registrato una crescita strutturale, alimentata da investimenti massicci in infrastrutture, Manifattura ad alto valore aggiunto, digitalizzazione e transizione energetica.

Il mondo sta attraversando una trasformazione profonda e irreversibile degli equilibri economici globali. Le tradizionali potenze occidentali – Stati Uniti, Unione europea, Regno Unito (e parzialmente anche il Giappone) – faticano a mantenere la leadership economica, tecnologica e geopolitica di fronte all’ascesa accelerata delle economie emergenti. Il baricentro della crescita globale si è spostato a Oriente: la regione Asia-Pacifico genera oggi circa il 40% del Pil mondiale, attrae oltre il 45% degli investimenti in infrastrutture e concentra la quota maggioritaria della produzione manifatturiera e dell’export tecnologico.

In questo scenario, la crescita economica non è più distribuita in modo omogeneo, ma mostra asimmetrie sistemiche. Le economie orientali investono in infrastrutture, innovazione e capitale umano, mentre in molte economie occidentali prevalgono l’immobilismo, l’incertezza politica e la dipendenza da meccanismi redistributivi interni. A questo, si aggiungono due ulteriori elementi strutturali: la crisi della globalizzazione ‘classica’ basata sulla World trade organization (Wto) e sulle Supply chain globali, e l’emergere di piattaforme alternative come i Brics+, che promuovono un ordine multipolare, più orientato alla cooperazione Sud-Sud.

G7, Europa e Nato discutono, Asia, Medio-Oriente e Brics+ costruiscono

Negli stessi giorni in cui le leadership politiche del G7 si riunivano in Canada e l’Alleanza Atlantica si ritrovava all’Aia, l’Asia e i Paesi Brics+ proseguivano con decisione nella costruzione di nuove architetture economiche, infrastrutturali e diplomatiche. Il contrasto non potrebbe essere più netto: da un lato, forum occidentali sempre più autoreferenziali, impegnati a contenere crisi e gestire equilibri interni; dall’altro, blocchi emergenti che attraggono capitali, pianificano investimenti strategici e promuovono piattaforme operative concrete. Questo fenomeno e chiaramente visibile se guardiamo all’evoluzione delle principali economie mondiali negli ultimi 20 anni.

La Cina – che già nel 2024 rappresentava oltre il 18% del Pil mondiale nominale – non solo mantiene il ruolo di locomotiva manifatturiera, ma rafforza la propria influenza globale con progetti come la Belt and road initiative e “Made in China 2025”. L’India – che cresce il proprio Pil nominale di ben sette posizioni – con programmi come Digital India e Startup India, potenzia la crescita demografica e digitale, catalizzando investimenti e innovazione.

Se guardiamo al Pil mondiale non nominale ma come Parità di potere d’acquisto (Ppp) adjusted al costo della vita, la Cina con 37 trilioni di dollari statunitensi (USD) è già da anni la prima economia del Pianeta, mentre l’India, con 16 trilioni, è solidamente al terzo posto e chiude considerevolmente la distanza dagli Stati Uniti, con 29 .

L’articolo è pubblicato su Sistemi&Impresa Agosto/Settembre 2025.
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L’organizzazione è una cosa seria

L’organizzazione è una cosa seria. Ha a che fare molto da vicino con il lavoro, quindi con una realtà fondamentale della condizione umana. Almeno dall’Ottocento, riformatori e aspiranti rivoluzionari hanno individuato le strutture di organizzazione del lavoro come possibili leve di trasformazione, di emancipazione, di riscatto sociale.

Non ci si può quindi stupire se, periodicamente, emergono idee e proposte di radicali cambiamenti che hanno per oggetto proprio le organizzazioni e le condizioni del lavoro al loro interno: nuovi modelli, paradigmi, approcci culturali. Ai nostri tempi questo è spinto spesso da motivazioni di mercato, forse più che da istanze politico-sociali. I mondi della consulenza e della formazione sono alla continua ricerca di novità radicali, valendosi anche del potenziale di suggestione delle tecnologie emergenti. È questa l’origine delle ‘sparate organizzative’, della tendenza a propagandare come innovazioni addirittura rivoluzionarie tutta una serie di presunte soluzioni, che possono anche avere senso in contesti specifici, ma che è improprio generalizzare come chiavi risolutive delle problematiche che impegnano e a volte fanno soffrire le aziende e i loro manager.

Questi aspetti saranno trattati al Forum di Sviluppo&Organizzazione, in programma a Milano lunedì 1 e martedì 2 dicembre 2025. ISCRIVITI AL FORUM DI SVILUPPO&ORGANIZZAZIONE

Questo si traduce in mode che fanno presto a sgonfiarsi, lasciando spazio a nuove ricette, destinate a rivelarsi altrettanto effimere. In altri casi, emergono questioni che meritano dibattito, che suscitano passione e interesse, che fanno emergere conflitti di idee non banali e anche fertili, a volte capaci di generare evoluzioni positive della prassi aziendale e un arricchimento delle esperienze. Questo sta avvenendo per le politiche DE&I (Diversity, Equity and Inclusion), prima cavalcate da molte imprese internazionali e poi violentemente contrastate dal nuovo assetto politico determinato dalle elezioni presidenziali degli Stati Uniti; è emersa quindi una controversia spiccatamente ideologica legata anche al tema del Woke capitalism. Da questo scontro di idee può anche derivare un effetto positivo, nel senso di stimolare un ripensamento profondo delle finalità e delle logiche che hanno guidato finora la DE&I, un superamento di formule superficiali, una diffusione di pratiche più credibili e trasformative.

Il miglioramento delle organizzazioni reali interessa tutti, è importante socialmente. Non si realizza però con ‘sparate’ superficiali. Richiede un impegno serio e continuativo, quale si sta realizzando in molte realtà sotto la linea dell’orizzonte, non esposte alla luce dei riflettori. Ne portiamo alcuni esempi in questo numero della rivista. È il caso degli Spazi collaborativi: questi innervano gli ecosistemi locali di innovazione, come punto di incontro tra vitalità economica ed empowerment della comunità; non meri fornitori di infrastrutture, ma possibili intermediari vitali, facilitatori della collaborazione e del coordinamento nell’attivare forze dinamiche nella complessa rete di attori di questi ecosistemi.

Ma questo può riguardare anche realtà trascurate e sinora deboli come quella dei medici di base del servizio sanitario; la riconfigurazione della professione in una visione strategica che ne valorizzi il potenziale come imprenditori di salute pubblica territoriale rappresenta una sfida essenziale per il miglioramento dei nostri servizi sanitari, sulla traccia di esperienze di altri Paesi più attente all’allineamento tra logica professionale e logica organizzativa.

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Evitare la desertificazione industriale, il Sud racconta la sua crescita

È la desertificazione industriale quella a cui stiamo andando incontro? La domanda, sollevata dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante il Forum “L’economia del nuovo mondo” organizzato dal Mattino di Napoli e rilanciata da Il Sole 24Ore, suona come un avvertimento per l’intero continente europeo. Secondo il Ministro, l’Europa sembra oggi più impegnata a contenere gli effetti delle decisioni prese altrove che a delineare una propria strategia. Le regole della globalizzazione nate con l’Organizzazione Mondiale del Commercio appaiono ormai superate, mentre la concorrenza asiatica mette a dura prova la tenuta del sistema manifatturiero europeo. Il rischio, osserva Giorgetti, è quello di una lenta ma inesorabile perdita di competenze, capacità produttiva e identità industriale.

Eppure, in questo scenario incerto, l’Italia continua a dare prova di vitalità. In tutto il Paese ci sono imprese che investono, innovano e costruiscono futuro, spesso lontano dai riflettori ma con risultati tangibili. Le esperienze raccolte da Edizioni ESTE (editore di Parole di Management), che da anni dialoga con imprenditori e manager sui territori, raccontano un’Italia che non rinuncia a fare impresa, ma che anzi si ripensa alla luce delle grandi trasformazioni – digitale, sostenibile e culturale – che stanno ridisegnando l’economia globale.

È in questa prospettiva che si inserisce FabbricaFuturo, il progetto itinerante promosso da Edizioni ESTE e dalla rivista Sistemi&Impresa, come osservatorio sul cambiamento industriale. Da Nord a Sud, FabbricaFuturo racconta come la manifattura italiana stia evolvendo, mantenendo saldo il legame tra tradizione e innovazione, tra cultura produttiva e valore sociale. E da Nord a Sud non è un modo di dire: l’edizione 2025 si concluderà, come da consuetudine, a Bari, il 7 novembre presso l’UnaHotels Regina di Torre a Mare–Noicattaro. Una scelta tutt’altro che casuale. Il Mezzogiorno sta vivendo infatti una fase di crescita più sostenuta rispetto al resto del Paese. Secondo le stime Istat, nel 2024 il PIL del Sud è aumentato dell’1%, a fronte dello 0,6% nazionale: un segnale di un territorio in fermento, sempre più protagonista nella costruzione di una nuova stagione industriale.

ISCRIVITI A FABBRICAFUTURO BARI, 7 novembre 2025

Si discute, dunque, delle sfide della Manifattura insieme alle aziende e ai partner che le affiancano nel cogliere le opportunità e nel gestire i cambiamenti. La tappa barese di FabbricaFuturo è realizzata con il supporto di Considi, Deloitte, MADE Competence Center Industria 4.0, Modula, Btinkeeng e in collaborazione con l’ITS Cuccovillo. Dopo i saluti introduttivi di Chiara Lupi, direttrice editoriale di ESTE, e di Nicola Costantino, già docente al Politecnico di Bari e coautore del volume “Bello e ben fatto. Il prodotto italiano rilancia la manifattura”, si alterneranno testimonianze di imprese che hanno saputo trasformare la crisi in opportunità.

Interviene durante la mattinata Nunzia Petrosino, CEO di Condor (ponteggi e casseforme), racconta l’esperienza di un’azienda che ha fatto dell’innovazione di prodotto e di servizio la propria leva competitiva: attraverso ricerca e sviluppo, digitalizzazione dei processi e attenzione al cliente, ha costruito soluzioni su misura capaci di generare valore e fidelizzazione. Simile la storia di Caterina Noberasco, Project manager e PMO coordinator di D-Orbit (esigenze logistiche del mercato spaziale), presenta invece il percorso di crescita nella space economy: dalla nascita come start-up innovativa fino alla trasformazione in impresa industriale strutturata. Il suo racconto mostrerà come l’integrazione di strumenti digitali, la revisione dei processi organizzativi e una cultura progettuale avanzata possano dare vita a una manifattura “spaziale” efficiente e sostenibile.

Inoltre, Michele Vitulano, Global sales & marketing manager di Indeco (martelli demolitori idraulici), offre uno sguardo sulla fabbrica connessa, dove i prodotti diventano intelligenti grazie a sensori IoT, connettività cloud e analisi dei dati. Un modello in cui la tecnologia non sostituisce l’essere umano, ma lo affianca, consentendo di monitorare e ottimizzare in tempo reale le prestazioni, prevedere i bisogni di manutenzione e instaurare un rapporto più diretto con il cliente. A rendere ancora più concrete e accessibili le testimonianze sono i numerosi momenti di networking della giornata e i laboratori pomeridiani a cura dei partner.

In un’Europa che ancora cerca la propria identità economica, la manifattura resta l’ossatura del sistema produttivo e un patrimonio da preservare. Dal Sud arriva un messaggio forte: fare industria in Italia non solo è ancora possibile, ma è indispensabile per scongiurare quella “desertificazione” evocata da Giorgetti e per costruire un futuro industriale fondato su competenza, innovazione e coraggio.

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50 sfumature di candidati

Veronica sta facendo un colloquio con un selezionatore di un’azienda per lei molto interessante. L’intervista si sta svolgendo in modo tradizionale: domande sul suo percorso di studi, sulle sue esperienze, sulle aspirazioni. Fino a quando, eccola, la domanda a cui non si sa mai cosa rispondere, quella per cui ci si prepara la sera prima chiedendo consiglio alle amiche. La domanda sui punti di forza e le aree di miglioramento. Che cosa vorrebbe sentirsi dire lo specialista HR seduto davanti a lei? Per quanto riguarda le qualità, nessun problema, ma come si esce indenni da un faro puntato sulle debolezze, su quello che la gente tende a nascondere, perché segno di difetto, di mancanza? Veronica, rassegnata, risponde come le hanno consigliato: con aggettivi “bivalenti”, che a seconda di come li si commenta possono avere sia un significato positivo che negativo. Della serie: anche i difetti in realtà sono pregi. Quelli che vanno per la maggiore sono “preciso” e “ostinato”.

E anche lei ripete la coppia d’oro, raccontando a sé stessa che anche se non è perfetta le piace fare le cose bene e che esaltare un po’ la sua determinazione non procurerà danno a nessuno. Il selezionatore ascolta bene la risposta e si annoia. Si annoia a morte, disconnettendosi per qualche istante dal colloquio e facendo una rapida statistica delle risposte date negli anni dai candidati alla fatidica domanda. Il 75% dei candidati è preciso e ostinato. Sicuramente, se questi fossero i difetti dell’umanità tanti problemi non esisterebbero, ma il punto è un altro. Nel racconto di sé stessi i candidati si polarizzano in due categorie. Quelli che hanno la missione di dare un’immagine di sé diversa dalla media, correndo il rischio di esagerare in modo non genuino, e quelli che rimangono in una zona di confort fatta di descrizioni che non lasciano il segno ma nemmeno allertano. 

In tutto questo, candidati e selezionatori si perdono un universo di diversità, di realtà, di sfumature, di possibilità di stupire e di lasciarsi stupire. Qualche settimana fa, mentre pensavo alla ricchezza e alla varietà della personalità individuale, mi è venuto in mente l’espressione “caratteristiche non convenzionali”. Sono quelle a cui fatichiamo a dare un nome, ma che aprono un mondo di possibilità, perché il loro mix crea qualcosa di unico e impossibile da replicare. Ricordo ancora un candidato che mi disse: “So immaginarmi soluzioni. Le vedo come se già esistessero e provo a spiegarle. Ma devo fare in fretta, prima di perdermi qualcosa. Il problema è che i colleghi fanno fatica a capirmi, sono confusionario nel modo di esporre, proprio disordinato”. Mi sono quasi commossa per quella perla di “sei proprio tu” e oggi è una delle persone più brave nel suo ruolo. Nella selezione facciamo più spazio, sia come candidati che come selezionatori, a quello che ci rende diversi dagli altri, nel bene e nel male.

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Attivare la creatività in azienda

L’interesse per l’area della creatività è plausibile nasca dalla rilevanza che questo tipo di output può assumere nel management e nella cultura organizzativa d’impresa. Il termine “creatività” comincia a circolare negli ambienti aziendali (e non solo) negli Stati Uniti degli Anni 50 del secolo scorso. Erano gli anni della Guerra fredda e gli Usa erano appena rimasti scioccati dalla rapidità con cui l’Unione Sovietica aveva rimontato il gap nucleare facendo esplodere nel 1949 la sua prima atomica: choc aggravatosi 12 anni dopo con la realizzazione sovietica del primo volo orbitale con astronauta a bordo (Jurij Gagarin). Così, negli Anni 50 e 60, gli Usa si chiesero come rimontare il gap e riprendersi il primato dello sviluppo tecnologico, in particolare nella superiorità militare e astronautica, ma più in generale nelle capacità produttive e nella maggiore ‘intelligenza’ degli americani.

In questo sforzo accadde che i pedagogisti prima e gli psicologi americani poi cominciarono a immaginare che la creatività non fosse una qualità rara e misteriosa riservata agli artisti, secondo il mito ottocentesco dell’artista come personaggio anomalo, geniale e sregolato. Non che il suo alone di anomalia eccezionale venga meno, tanto che ancora oggi il linguaggio quotidiano traduce creativo con sinonimi come strano, diverso, particolare, eccezionale… cose di cui in sostanza non si può avere una comprensione razionale o logica. Uno stereotipo che ritroviamo anche in personalità non banali di quegli anni.

Ray Bradbury, famoso autore di fantascienza raccomandava: “Non pensare. Il pensiero è nemico della creatività. È autocosciente e tutto ciò che è autocosciente è schifoso. Non puoi provare a fare le cose. Devi semplicemente farle”. Questo a indicare la convinzione che lo spazio della creatività è sottratto sia al pensare riflessivo sia alla simulazione mentale delle azioni e vive solo nella spinta all’agire, riducendo la mediazione razionalizzante (pianificante, calcolante). Albert Einstein diceva che: “La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte. Qui non c’è ostilità tra intelligenza e creatività, anzi la creatività è un modo di essere dell’intelligenza: ma quando ‘non lavora’ non è focalizzata a risolvere problemi o fare calcoli, ma ‘si diverte’” (letteralmente, quindi, prende una direzione diversa dalla sua solita). José Saramago (Nobel per la letteratura nel 1998) lo dirà in altro modo: “Lasciati guidare dal bambino che sei stato” (quando vuoi essere creativo), espressione di un altro filone di pensiero (e anche di ricerca) teso a evidenziare come i bambini siano più creativi degli adulti che poi diventano (sempre che ci intendiamo alla fine su cosa dobbiamo intendere per ‘creativo’).

La misura della creatività

A ogni modo, tra gli Anni 50 e 60 del secolo scorso, nacque negli Usa la formidabile idea che la creatività potesse essere una risorsa di intelligenza sociale utile per la produttività e l’innovazione, un asset capace di far vincere la gara con il mondo comunista. Il punto era che, per rendere disponibile e gestibile questa risorsa eccezionale, bisognava studiarla scientificamente, sottrarla al suo alone affascinante, misterioso e scarsamente o per nulla gestibile. La sfida era legata alla possibilità di comprendere questa capacità umana non come talento singolare allocato in individui particolari ed eccezionali, ma come risorsa umana generale, educabile, socialmente condivisibile: solo così, infatti, sarebbe potuta diventare una risorsa culturale e uno strumento di booster produttivo-organizzativo.

L’articolo è pubblicato su Persone&Conoscenze Agosto/Settembre 2025.
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Carlo Gualandri

CEO – SOLDO

Carlo è il fondatore di Soldo, la piattaforma leader per l’automazione della gestione dei costi e dei pagamenti per le aziende in Europa. In precedenza, ha fondato Gioco Digitale, Virgilio, il primo portale italiano e il network di pubblicità online Active Advertising. Ha gestito inoltre lo sviluppo delle Pagine Gialle Online, ha guidato la divisione Internet di Telecom Italia e partecipato alla startup di Fineco, la banca online leader in Italia.

Maria Vittoria Loi

Hr Director & Sustainability – DIESSE DIAGNOSTICA SENESE SPA

Laureata in Scienze Politiche, Master in Risorse Umane, ha maturato una quasi ventennale esperienza in ambito risorse umane, prevalentemente in aziende multinazionali italiane ed estere, occupandosi di gestione del personale, formazione, sviluppo organizzativo, talent acquisition e talent management, sistemi di incentivazione e welfare aziendale.

Da aprile 2020 è HR Director di DIESSE Diagnostica Senese S.p.A. Società Benefit, azienda italiana di produzione integrata e interamente in-house di sistemi diagnostici in vitro con quartier generale a Siena e presenza in oltre 100 Paesi nel mondo.

Dal 2021 ha preso anche la responsabilità di CSR Director e nel luglio 2022, data di trasformazione di DIESSE in Società Benefit, ne è diventata Responsabile d’Impatto.

Emilio Alfonso Gerevini

Professore ordinario di Sistemi di elaborazione delle informazioni – UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI BRESCIA

Alfonso Emilio Gerevini è professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni presso l’Università degli Studi di Brescia dove è titolare di insegnamenti in Intelligenza Artificiale e Machine Learning. E’ stato Direttore di due Dottorati di Ricerca e Presidente di Corsi di Laura in Ingegneria Informatica. Precedentemente è stato ricercatore presso la Fondazione Bruno Kessler (FBK-IRST) di Trento, l’Università di Rochester (NY, USA) e L’Università di Friburgo (Germania). Da quasi 35 anni la sua attività di ricerca è centrata su tematiche dell’Intelligenza Artificiale.  E’ stato eletto Fellow dell’European Association for Artificial Intelligence e della Asia-Pacific Artificial Intelligence Association. Ha pubblicato più di 150 articoli scientifici su riviste e atti di convegni internazionali e ha ottenuto diversi premi internazionali per i risultati della ricerca svolta con il suo gruppo di ricercatori. Nel corso degli anni ha collaborato con numerosi centri di ricerca, università, fondazioni e aziende. Ha ottenuto finanziamenti per la ricerca da Istituzioni Europee, Statunitensi, Italiane, regionali, oltre che da fondazioni private e aziende, per le quali ha anche svolto attività di consulenza scientifica in diversi progetti di ricerca applicata.

Barbara Paolucci

Sales Manager – ARKET 

Barbara Paolucci è sales manager in Arket Spa.
Da sempre appassionata al mondo tecnologico, entra nel 2022 nel team Arket.Dopo la maturità turistica, ha optato inizialmente per un percorso lavorativo in questo settore, lavorando in gallerie d’arte, uffici informazione e come guida turistica.
Negli anni ha avuto l’opportunità di approcciarsi prima al mondo del marketing, organizzando eventi con atleti e testimonials per brand legati al mondo tecnico-sportivo, per poi avvicinarsi al mondo commerciale/vendite in aziende di rilievo del settore della moda; grazie al know-how maturato negli anni, si è dedicata inoltre all’affiancamento e training del nuovo personale commerciale.
Nel 2022 la conoscenza con Arket, che le permette di mettere a frutto l’esperienza professionale acquisita nel corso degli anni in un nuovo ambito.

Andrea Maria Pedrini

Head of Sales & Country Manager – CLEVER CONNECT ITALIA

Varesino di adozione, ma milanese di nascita, lavora da ormai 20 anni nel mondo delle Risorse Umane. Dopo l’avvio di carriera e un lungo periodo trascorso nelle più quotate multinazionali del settore (Adecco, Manpower, Monster e Badenoch & Clark), nel 2017 incontra il Gruppo CleverConnect, un’azienda giovane e innovativa con cui trova subito un’affinità di valori e una vision condivisa: equilibrare il rapporto tra recruiter e candidati.

Qui può mettere la sua esperienza al servizio di un nuovo modello di selezione e perseguire la trasformazione del processo partendo dalla centralità delle persone.

Tecnologia, digitalizzazione e, soprattutto, attenzione al fattore umano sono gli ingredienti di un nuovo modo di proporre soluzioni HR sul mercato, dove Candidate e Recruiting Experience si incontrano.