Passa al contenuto principale
Seguici sui social:
Hai perso la password?

Niente più smart? Potrebbe essere una strategia 

Toglie lo smart working, così il dipendente si licenzia e nel mentre l’azienda – un po’ in sordina – riduce il personale. La tecnica, che si sarebbe già diffusa negli Stati Uniti, si chiama quiet purging, letteramente “epurazione silenzionsa”. In sostanza, dopo il quite quitting post pandemico, l’espressione che alludeva a un fenomeno per cui – invece di dimettersi del tutto – il personale iniziava a produrre sul lavoro il minimo sindacale, adesso si è passati a un’altra forma, sempre molto sottile, di erosione della forza lavoro. In questo caso però ad agire sarebbero, silenziosamente, le imprese. 

Che ottengono in un colpo solo due obiettivi: spacciando la revoca dello smart working per policy aziendale, fanno sì che almeno qualcuno cada nella trappola e si opponga, al punto da rassegnare le dimissioni. Risultato: abbattimento delle spese senza nessuno sforzo, nessuna buona uscita e reputazione salva, in assenza di licenziamenti di massa e difficili trattative sindacali. 

Non è solo un’idea ma un dato

A confermarlo un dato. Ed è l’indagine condotta in USA nel 2024 dalla società di consulenza BambooHR, che rivelava come un quarto dei dirigenti intervistati ammettesse di aver sperato in dimissioni volontarie come effetto della richiesta di rientro obbligatorio in ufficio. Il 37% di questi aveva anche dichiarato di aver in seguito proceduto a licenziare parte dell’organico essendosi ritrovato con uscite spontanee inferiori alle attese. In un Paese, come il nord America, dove lo smart working è diffusissimo: riguarda ben 34 milioni di lavoratori, per lo più concentrati nei servizi. 

C’è un altro numero a cui prestare attenzione. Da una ricerca del 2025 del think tank nordamericano Pew Research Center è emerso come circa la metà dei dipendenti “casalinghi” rinuncerebbe al posto di lavoro se dovesse venire meno la modalità smart. Non si tratta insomma solo di sensazioni per il quite purging, ma di certezze corroborate da dati. 

A dirla tutta, c’era stato anche un’altra fase dai tratti simili in precedenza, in quel caso chiamata quite firing. Anche allorai datori di lavoro perseguivano la finalità di licenziare. Ma per farlo, invece di comunicarlo platealmente ai diretti interessati, si limitavano a rendere insostenibili le condizioni di lavoro. 

Smart working, odi et amo

C’è chi non ne è un fan accanito: specie le generazioni più avanti con l’età, indicativamente over 50, avendo alle spalle decenni di giornate lavorative trascorse in ufficio, farebbero volentieri a meno di passarle grazie allo smart working tra le mura di casa davanti un computer. All’opposto ci sono i più giovani, che invece lo apprezzano particolarmente, abituati come sono alla connessione perenne e purtroppo anche all’isolamento che ne deriva. Un caso è stato ad esempio lo sciopero indetto all’unanimità dai dipendenti di Palazzo Chigi, a giugno 2026, per il dimezzamento dei giorni di lavoro da remoto concessi, da 104 a 52. Appena uno a settimana. 

Fatto sta che lavorare da casa è ormai parte integrante delle vite delle persone. In piccola misura anche in Italia. Dove a usufruirne nel 2025 sono stati 3,57 milioni di lavoratori, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Un dato stabile rispetto all’anno precedente. Anche se chi lavora per almeno metà della settimana a distanza è appena il 4,4% del totale degli occupati. Una percentuale bassa rispetto all’Europa, dove in media adotta la formula il 9% degli occupati. 

L’articolo Niente più smart? Potrebbe essere una strategia  proviene da Parole di Management.