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La proletarizzazione del lavoro

C’è un dato che, più di altri, dovrebbe orientare il dibattito economico italiano: negli ultimi anni l’occupazione è cresciuta, ma i salari reali sono diminuiti. È una combinazione che, a prima vista, può sembrare contraddittoria. In realtà racconta con precisione la trasformazione in atto: il lavoro in Italia non sta semplicemente cambiando, si sta impoverendo. E lo sta facendo lungo due direttrici parallele e complementari: da un lato, attraverso una progressiva proletarizzazione dovuta al cambiamento in atto nel mix dei settori della nostra economia; dall’altro, tramite una svalutazione del lavoro anche nei settori industriali tradizionali.

La prima dinamica è ormai evidente. Negli ultimi anni, la crescita dell’occupazione si è concentrata in larga parte nei settori a basso salario: turismo, ristorazione, servizi alla persona, logistica. Ambiti caratterizzati da un limitato valore aggiunto per occupato. Questo spostamento strutturale ha un effetto quasi automatico: il salario medio si riduce, anche se il numero di occupati aumenta. Non si tratta di una semplice fase ciclica, ma di una traiettoria consolidata. L’Italia ha progressivamente costruito un modello di crescita fondato sull’espansione di attività labour-intensive, spesso poco qualificate e scarsamente scalabili. In questo contesto, l’aumento dell’occupazione non è accompagnato da un corrispondente aumento della ricchezza prodotta per lavoratore. Il risultato è una forma di proletarizzazione moderna: più lavoro, ma meno valore.

Questa dinamica è già sufficiente a spiegare parte del declino dei salari medi. Ma non basta. Perché anche isolando i settori a maggiore valore aggiunto, il quadro non migliora. Anzi, si aggrava. Negli ultimi anni, i salari reali italiani hanno registrato una perdita significativa, tra il 7% e il 12% a seconda del periodo considerato, e nel 2025 restavano ancora sotto i livelli precedenti allo shock inflazionistico. Al contrario, Germania e Francia hanno subito cali molto più contenuti e hanno recuperato quasi completamente il potere d’acquisto. Questo significa che a parità di lavoro, il lavoratore italiano guadagna sempre meno rispetto ai suoi omologhi europei. Il divario è strutturale: i salari medi tedeschi risultano circa il 45% più alti di quelli italiani, quelli francesi circa il 18%.

Il salario che (non) conta

Questa distanza non riguarda solo i settori a bassa qualificazione. Si manifesta in modo evidente anche nell’industria, e in particolare nell’Automotive, uno dei comparti simbolo della manifattura europea. Qui il confronto è ancora più significativo, perché avviene tra lavori comparabili per contenuto tecnologico, competenze e inserimento nelle catene globali del valore. Eppure, anche in questo caso, il divario è netto. Nel settore automotive, i salari tedeschi risultano mediamente superiori del 40–60% rispetto a quelli italiani, mentre quelli francesi si collocano tra il 15 e il 25% in più.

Non solo: negli ultimi anni, mentre Germania e Francia hanno sostanzialmente preservato il potere d’acquisto dei lavoratori industriali, l’Italia ha registrato una perdita reale di circa il 5% anche in questi settori. Qui la spiegazione non può essere la crescita dei lavori poveri. Si tratta di una dinamica diversa, più profonda: il lavoro industriale italiano perde valore relativo anche quando resta formalmente lo stesso. È una seconda forma di proletarizzazione, meno visibile ma più pericolosa, perché colpisce il cuore produttivo del Paese.

Per comprendere le cause di questo fenomeno, bisogna mettere in discussione un presupposto che ha guidato le politiche industriali italiane degli ultimi decenni: l’idea che aumentare l’efficienza sia sufficiente per aumentare la produttività e, quindi, i salari. La produttività è il rapporto tra valore prodotto e costo per produrlo. Nella pratica italiana, questo rapporto è stato perseguito quasi esclusivamente agendo sul denominatore: riduzione dei costi, ottimizzazione dei processi, contenimento del lavoro. Si è cercato di diventare più produttivi facendo le stesse cose a costi più bassi, non producendo cose di maggior valore. Questo approccio ha un limite strutturale. L’efficienza può migliorare i margini, ma non genera automaticamente più valore. E senza un aumento del valore aggiunto per lavoratore, i salari non possono crescere in modo sostenibile. È un vincolo economico prima ancora che politico.

Prendere il buon esempio

Il confronto con Germania e Francia è illuminante. In questi Paesi, l’aumento della produttività è stato perseguito principalmente attraverso l’innovazione: nuovi prodotti, servizi ad alto contenuto tecnologico, modelli di business evoluti. Non si è trattato solo di produrre meglio, ma di produrre qualcosa che vale di più. Il risultato è evidente nei dati di lungo periodo. Negli ultimi cinquant’anni, la produttività italiana è cresciuta appena dell’1–2%, mentre nei principali Paesi dell’Europa occidentale l’aumento si colloca tra il 40% e il 60%. Questo divario non è casuale, ma riflette scelte precise.

Come si potrebbe sintetizzare: l’Italia ha provato ad aumentare la produttività tagliando i costi; gli altri Paesi l’hanno fatto aumentando il valore. Questa divergenza si riflette anche nella struttura dell’economia. Negli altri Paesi europei è profondamente cambiato il mix tra produzione manifatturiera tradizionale e servizi ad alto valore aggiunto. In Italia, invece, questo mix è rimasto sostanzialmente invariato. Il risultato è che il Paese si colloca nelle ultime posizioni internazionali per sviluppo dei servizi ad alto valore. A tal riguardo dovrei aggiungere che spesso i nostri imprenditori non sanno neanche di cosa si tratta. Ad esempio, per loro, ‘servitizzare i prodotti’ e ‘innovare il modello di business’, sono due concetti di significato poco chiaro. Basterebbe chiedere alle PMI italiane leader mondiali nei sistemi di allarme: loro dovrebbero avere capito il perchè il modello ‘servitizzato’ della svedese Verisure le sta facendo fallire.

In questo contesto, competere sull’efficienza diventa una strategia perdente. Il costo del lavoro in Italia si aggira intorno ai 30–32 euro l’ora, mentre in molti Paesi dell’Europa dell’Est è compreso tra gli 8 e i 12 euro. Nel frattempo, questi stessi Paesi stanno rapidamente colmando il gap qualitativo, producendo beni sempre più simili a quelli italiani. Se la competizione si gioca sui costi, oramai ci sarà sempre qualcuno più competitivo in qualche paese a minor costo del lavoro. Le eccellenze italiane continuano a esistere, ma rappresentano nicchie. Non bastano a trainare l’intero sistema. Nel frattempo, una parte rilevante dell’industria resta intrappolata in una posizione intermedia: troppo costosa per competere sui prezzi, troppo poco innovativa per competere sul valore.

Le politiche pubbliche sostengono leve inefficaci

A rendere questo quadro ancora più problematico è il ruolo delle politiche pubbliche. Negli ultimi decenni, lo Stato ha sostenuto le imprese con ingenti risorse: incentivi, crediti d’imposta, programmi di investimento come Industria 4.0, interventi straordinari durante la pandemia. Tuttavia, la logica prevalente è rimasta la stessa: finanziare l’efficientamento di ciò che già esiste, non la trasformazione di ciò che si produce. Questa scelta, peraltro non completamente razionale, si è rivelata nel tempo una leva inefficace per la crescita del Paese. Efficientare significa fare le stesse cose a costi più bassi o con maggiore produttività interna, ma non implica necessariamente creare più valore né aumentare il fatturato. E senza un incremento del valore aggiunto non crescono i salari, non aumenta il PIL pro capite e il sistema economico non diventa più attrattivo per giovani e talenti. In altre parole, si ottimizza l’esistente senza trasformarlo.

Peggio ancora: non si incentiva l’innovazione di prodotti e servizi, e ancor meno quella dei modelli di business. Ne è prova il fatto che, negli altri Paesi, è cambiato profondamente il mix del Pil tra prodotti fisici e servizi ad alto valore, mentre in Italia è rimasto pressoché invariato da decenni. Ciò che invece è effettivamente cresciuto, anche grazie agli incentivi pubblici, sono in molti casi i margini delle imprese. Le aziende che hanno mantenuto livelli di fatturato stabili e hanno migliorato l’efficienza attraverso investimenti tecnologici finanziati dallo Stato hanno inevitabilmente aumentato i propri utili.

Questo non è di per sé negativo, ma diventa problematico quando tali guadagni non si traducono in maggiore produttività complessiva o in benefici diffusi per il sistema economico. Si osserva così un fenomeno apparentemente paradossale. Lo Stato immette risorse, spesso facendo debito, con l’obiettivo di aumentare la produttività. Tuttavia, questa produttività non cresce in modo significativo, mentre una parte rilevante delle risorse sembra riemergere sotto forma di risparmio privato. Si crea così un disallineamento tra risorse impiegate e risultati ottenuti che non può essere ignorato.

Un problema culturale

È qui che emerge il nodo centrale: abbiamo sostenuto ciò che esiste, invece di incentivare e costruire ciò che manca. Il problema non è solo economico, ma anche culturale. Un sistema che incentiva l’efficienza più dell’innovazione finisce per scoraggiare il rischio. Se è più conveniente attendere un sussidio per migliorare un processo esistente piuttosto che investire in un nuovo prodotto o in un nuovo modello di business, l’economia tende a cristallizzarsi.

Questo contribuisce a spiegare un altro fenomeno tipicamente italiano: la presenza di liquidità privata significativa a fronte di una bassa propensione all’investimento innovativo. Le imprese accumulano risorse, ma preferiscono non impiegarle in progetti a rischio. In un contesto del genere, il finanziamento pubblico rischia di diventare un sostituto dell’iniziativa privata, non un suo moltiplicatore. Il risultato finale è un circolo vizioso. Lo Stato immette risorse per aumentare la produttività. Le imprese le utilizzano per migliorare l’efficienza. I margini crescono, ma il valore aggiunto no. I salari restano fermi o diminuiscono. La domanda interna si indebolisce. La crescita ristagna. E il ciclo ricomincia.

In questo scenario, la proletarizzazione del lavoro italiano non è un effetto collaterale, ma la conseguenza logica di un modello di sviluppo. Da un lato, cresce il peso dei lavori a basso salario; dall’altro, anche i lavori qualificati perdono valore relativo perché inseriti in un sistema che non genera abbastanza ricchezza. Invertire questa tendenza richiede un cambio di paradigma radicale. Non basta aumentare l’occupazione, né migliorare l’efficienza. Occorre spostare l’asse della crescita dal costo al valore. Questo significa ripensare anche il ruolo delle politiche pubbliche. Gli incentivi dovrebbero essere indirizzati esclusivamente verso attività che aumentano il valore aggiunto: nuovi prodotti, servizi innovativi, modelli di business scalabili (le eccellenze italiane in genere non sono facilmente scalabili, in quanto di nicchia). Dovrebbero essere legati a risultati concreti, come l’aumento del fatturato o dell’export, e non semplicemente all’investimento effettuato.

Significa anche adottare un approccio selettivo, concentrando le risorse nei settori a maggiore potenziale, come già fanno Germania, Francia e Spagna. E soprattutto, significa accettare che senza un aumento del valore prodotto, ogni incentivo rischia di trasformarsi in debito mascherato. Il punto, in ultima analisi, è semplice quanto decisivo. Un Paese può crescere aumentando il numero di lavoratori o aumentando il valore del lavoro. L’Italia, negli ultimi anni, ha scelto (o subito) la prima strada. Ma senza la seconda, la prima non basta. E così, mentre il lavoro aumenta, il suo valore diminuisce. È questa la vera questione economica italiana. Ed è da qui che bisogna ripartire.

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