
L’AI evolve, ma non capisce… un tubo
L’Intelligenza Artificiale (AI) è un’alleata per le attività quotidiane (e non solo di lavoro): questo è ormai innegabile. Sono sempre meno le persone che non hanno ancora sperimentato la collaborazione con una qualsiasi tipologia di AI. Ma di fronte all’evoluzione esponenziale di questa tecnologia, quanto spazio rimarrà per l’intelligenza umana? È una delle principali domande – insieme con quella, ben più ampia e complessa, sul futuro stesso dell’umanità nell’era digitale – che in tanti si stanno facendo. E qualcuno prova pure a rispondere.
Tra gli ultimi c’è Bill Gates che in appena tre anni ha di fatto cambiato rotta rispetto all’AI: il fondatore di Microsoft è passato da toni entusiastici nel 2023 a una seria preoccupazione nel 2026, come testimoniato dall’ultimo articolo pubblicato sul suo blog (clicca qui per leggere la versione tradotta). A oggi, però, c’è ancora margine per (qualche) capacità umana. Chi scrive lo ha sperimentato di recente: per sostituire un miscelatore di un lavabo si è fatto ampiamente aiutare da un’AI, ma alla fine la soluzione di un problema inaspettato emerso durante la lavorazione è arrivata da un suggerimento da parte di una persona in carne e ossa.
Gates, da ottimista a cauto sostenitore
Andiamo però con ordine: è utile tornare a Gates e alle sue riflessioni. A marzo 2023, nell’articolo dal titolo The age of AI has begun (“L’era dell’AI è iniziata”), il fondatore di Microsoft paragonava l’AI, per importanza storica, al microprocessore, al Personal computer e a Internet, e ne raccontava soprattutto le promesse: tutor personalizzati per ogni studente, assistenti sanitari per i Paesi più poveri, produttività moltiplicata in ogni settore…
Il 26 agosto 2026, invece, lo stesso Gates ha cambiato tono, proponendo un approfondimento dai toni molto diversi: in A turbulent AI era and critical choices to make (“Un’epoca turbolenta per l’AI e le scelte cruciali da fare”), scrive chiaramente “There is no plan”, riferendosi alla mancanza di un piano per gestire la trasformazione che l’AI sta per imporre a lavoro, economia e sicurezza globale.
Nel nuovo articolo, sono evidenziati tre rischi concreti che riguardano: lavoro, sicurezza e sviluppo dei giovani. “Molti posti di lavoro scompariranno per sempre”, è la sua tesi, indicando come più esposti proprio i ruoli di ingresso nel mondo del lavoro su cui la Generazione Z gioca le prime fasi della propria carriera. Poi c’è la sicurezza: l’AI, è il monito di Gates, mette nelle mani di criminali con “competenze molto limitate” strumenti capaci di colpire “vittime a ogni livello: individui, aziende e Governi”, attraverso frodi, deepfake e bioterrorismo, rendendo più semplice la progettazione di agenti patogeni pericolosi. Infine c’è la questione che riguarda lo “sviluppo dei nostri figli”, che l’AI ostacolerebbe e la potenziale “sostituzione delle relazioni umane”, perché, scrive il fondatore di Microsoft, a differenza di una persona umana “i compagni virtuali non ti spingono fuori dalla tua zona di comfort e non si arrabbiano mai”.
Nonostante il parere del tutto nuovo sull’AI, Gates non rinnega un ottimismo di fondo per la tecnologia, perché scrive che proprio l’AI “sarà il più grande strumento di uguaglianza mai inventato o la peggiore fonte di ingiustizia”. Nell’articolo propone allora soluzioni che devono agire a livello politico e parla di nuove istituzioni internazionali, una possibile “token tax” sull’uso dell’AI per finanziare la transizione occupazionale, la cooperazione fra Stati Uniti e Cina.
L’AI dimostra i suoi (pochi) limiti
Senza per forza schierarsi tra le file degli apocalittici né tra quelle dei tecnoentusiasti – c’è però da ammettere che il nuovo punto di vista di Gates fa scattare qualche alert proprio perché arriva da chi ha costruito una fortuna con la tecnologia – abbiamo testato le potenzialità degli algoritmi in ambiti meno ‘convenzionali’ rispetto a quelli della conoscenza dove l’AI Generativa sembra essere più a suo agio. Ci riferiamo all’attività di sostituzione di un miscelatore di un lavabo domestico. Interpellato, il chatbot ha fatto bene il suo lavoro, almeno nella prima parte dell’attività: ha aiutato a scegliere i pezzi giusti da acquistare e ha guidato passo dopo passo smontaggio e montaggio dell’attrezzatura, con la pazienza e la precisione di un manuale su misura (nel dialogo erano condivise anche le foto reali di tubi e attacchi). Fin qui, l’AI ha funzionato meglio di molti tutorial online.
Il problema è arrivato quando il lavoro è uscito dal copione previsto: il tubo di scarico, toccato per errore durante l’intervento, si è sbriciolato tra le mani di chi scrive. Un imprevisto che di fatto ha bloccato un’attività che sembrava procedere con rapidità. E qui l’AI ha mostrato il suo limite più evidente: interrogata sul da farsi, ha continuato a suggerire di proseguire con la sostituzione del miscelatore, perché lo scarico – e tecnicamente era vero – non riguardava quell’attività specifica. Una risposta logicamente ineccepibile, ma praticamente inutile, cieca rispetto al problema reale che si era aperto sotto il lavabo. Ammesso che il miscelatore fosse poi stato azionato, dove sarebbe finita l’acqua di scarico se non sul pavimento?
La soluzione è arrivata altrove, lontano dagli ambienti digitali. In pochi secondi, un addetto di una grande catena del fai da te ha capito il problema con un’occhiata sulla foto del tubo rotto e poi ha suggerito che cosa comprare e in che ordine agire. Nessun algoritmo, solo esperienza accumulata su svariati casi simili, e la capacità – questa tutta umana – di uscire dal perimetro dell’attività specifica per risolvere la situazione nella sua interezza.
Iniziano a scoppiare le bolle della finanza
È dunque quello dell’AI uno scivolone nella sua corsa all’evoluzione oppure ha davvero dei limiti? La corsa a potenziarsi della tecnologia è reale e gli allarmi di Gates, arrivati appena tre anni dopo averne celebrato le potenzialità, fanno riflettere. È altrettanto reale che nasconde una bolla speculativa, alimentata più dalla narrazione che dai risultati. A dimostrarlo è la parabola di Leopold Aschenbrenner, che da ricercatore di OpenAI è poi diventato il gestore di un hedge fund da 45 miliardi di dollari. Come ha raccontato il Wall Street Journal, ripreso dal Corriere della Sera, il suo fondo – costruito su scommesse pesantissime e concentrate sull’AI – ha bruciato il 78% del proprio valore in due settimane. Il fondatore di Microsoft lo ha detto: “There is no plan” e dalla governance sull’AI possiamo allargarlo anche per gli investimenti, così che a grandi entusiasmi possono corrispondere anche crolli altrettanto rapidi.
Che l’AI sia cresciuta è innegabile: chiunque la utilizzi nota evoluzioni anche nell’arco di poche settimane: oggi scrive codice, ma può anche guidare ristrutturazioni e orientare miliardi di investimenti. Proprio perché è cresciuta, ha bisogno di essere maneggiata con più cautela, non con meno. E a dirlo è chi l’aveva presentata con entusiasmo indiscusso, ma lo confermano anche i mercati quando puniscono chi le ha affidato tutto senza contrappesi. In fondo, lo dice persino un insignificante tubo di scarico di un banalissimo lavabo di casa che il modello non ha saputo interpretare per ciò che era. Il margine dell’intelligenza – e dell’esperienza – umana resiste ancora. Chissà per quanto…
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