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Formazione che manca: anche per questo i salari non salgono?

Sarà per le ore sottratte alla routine del lavoro, per le spese di spostamento o per i tempi di conciliazione vita lavoro sempre più complicati. Sta di fatto che le imprese italiane faticano a formare i propri lavoratori e ad aggiornarne le competenze. Per farlo sono troppo piccole e impegnate nel gestire l’ordinaria amministrazione: il 94,8% del sistema produttivo è infatti composto da microimprese fino a 9 addetti, che impiegano il 42,3% della forza lavoro complessiva. Così la formazione dei lavoratori in Italia arranca.

L’Italia si posiziona circa 11 punti sotto la media Ue: negli ultimi dodici mesi a partecipare a un corso di formazione sono stati il 72% degli svedesi, il 60% dei tedeschi e il 50% di francesi e spagnoli, mentre gli italiani sono rimasti fermi al 35% circa, seguiti da Paesi quali Lituania, Croazia e Romania. Ultima la Grecia, a quota 18%. I dati provengono dal report Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, a cura di Enzima12, società di consulenza in ambito gestione del personale. Se ne è discusso alla presenza di esperti del settore il 9 giugno 2026 a Roma. E all’incontro è emerso come alla base ci sia soprattutto un problema culturale: “Noi lavoriamo affinché la formazione sia reale” ha detto per esempio Elvio Mauri, Direttore generale di Fondimpresa, il più grande fondo interprofessionale, che gestisce il 48,8% delle risorse a disposizione, l’equivalente di 478,7 milioni di euro. “Ma è complicato” è stato l’affondo. 

Il ruolo centrale dei fondi interprofessionali 

Fondimpresa dunque, ma anche FonARCom e For.te, che si spartiscono l’8,5% ciascuno del mercato. Sono i principali fondi a cui le imprese dovrebbero attingere per formare i propri lavoratori, senza dover spendere un euro in più perché i costi delle docenze sono già coperti dalle stesse associazioni. Si tratta dei fondi paritetici interprofessionali, istituiti dalla legge 388/2000, pilastro della formazione continua per i lavoratori del privato. A spiegarne il funzionamento è lo stesso report: ogni impresa versa obbligatoriamente all’Inps lo 0,3% della retribuzione dei dipendenti come assicurazione contro la disoccupazione involontaria. L’ammontare totale ha superato nel 2023 il miliardo di euro, in salita del 15% sul 2022. 

Eppure a farne uso tra le microimprese è uno sparuto 8,5%. Va meglio per quelle più grandi: il 20,6% delle imprese nella fascia 10-49 dipendenti, il 38,9% delle imprese nella fascia 50-499 e il 44,3% delle imprese con oltre 500 dipendenti. Con il risultato di perdere grandi porzioni di finanziamenti, che se non utilizzati decadono. “Il sistema è troppo frammentato e disordinato” ha commentato Marco Leonardi, Professore di Economia del Lavoro all’Università Statale di Milano. E forse è per questo che funziona poco.

Tutte i nodi della formazione mancante

Tecnicamente dunque non ci sarebbero costi da sostenere per formare le persone in organico. Succede però che nelle piccole imprese farlo significa sottrarre una risorsa a un processo produttivo già tirato al massimo. “È una questione di turni, sostituzioni, carichi di lavoro, assenza di figure HR dedicate. Non sorprende che proprio nelle imprese più piccole la formazione venga rinviata o ridotta a quella strettamente obbligatoria” è l’alert lanciato dal report. 

Mancando le competenze, viene meno l’innovazione. Un problema che si somma all’invecchiamento della forza lavoro. Si fa presto quindi a parlare di Intelligenza Artificiale (AI) quando la realtà fotografata è ben altro: tra le imprese che hanno valutato investimenti in AI senza poi realizzarli, il 58,6% indica proprio la mancanza di competenze adeguate come primo ostacolo. 

E chi è meno disponibile a formarsi? Secondo Proxima, la partecipazione alla formazione scende nettamente tra chi è già low-skilled, tra gli over 55, tra i disoccupati e nei contesti territoriali più fragili. Nel 2023 il tasso di partecipazione si piazzava al 3,2% tra chi possiede al massimo l’istruzione di base, all’11,5% tra chi ha un titolo secondario superiore e al 25,2% tra i laureati. 

Salari, produttività e questione demografica

La spirale sembra senza fine: la scarsa formazione spegne la produttività e schiaccia i salari già ristagnanti. Che è la questione da anteporre a tutte, come ha ricordato Leonardi e sottolinea a sua volta il rapporto, ovvero la perdita costante di potere d’acquisto degli italiani. “Che potrebbe peggiorare il prossimo anno con la nuova ondata di inflazione che ci aspettiamo” ha ribadito. Ma se i salari sono così bassi – secondo l’Ocse ancora del 7,5% inferiori rispetto al livello di inizio 2021 – la colpa è anche della bassa produttività. Nel 2024 invece di crescere è scesa dello 0,9% per occupato e dell’1,4% per ora lavorata. Nonostante il parallelo boom di occupazione (anche se a ben vedere, sottolinea il rapporto, è solo l’effetto dell’allungamento dell’età pensionabile). Tanto che l’Italia risulta ultima in Europa per occupazione tra i 20 e 29 anni. 

Sta tutto qui il cuore del paradosso italiano: “Il salario non può essere sganciato stabilmente dalla produttività; la produttività non può crescere senza capitale umano e competenze” è scritto nello studio. Gli effetti di una maggiore formazione si vedrebbero invece tradotti in maggiore produttività e dunque salari più alti. “Alcuni studi confermano un effetto salariale medio dell’ordine del 2-3% per episodio formativo” si legge nel rapporto. 

Senza sterzare rispetto alla direzione presa, l’Italia continuerà a perdere risorse. La mancata formazione continua degli adulti costa 26 miliardi all’anno, l’1,2% del Pil, sintetizza il rapporto. Il tutto condito dalla questione demografica. “Il tasso di occupazione al massimo storico è in larga misura il risultato di lavoratori che restano più a lungo, non di nuovi ingressi. Quei lavoratori, nel prossimo decennio, usciranno in massa. Il mercato del lavoro italiano è oggi una corda tesa: il momento in cui si spezzerà dipende da quanto l’Italia avrà saputo prepararsi» ha spiegato Piercamillo Falasca, coordinatore dell’Osservatorio Proxima. 

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