
Dami, l’artigianalità intelligente che rende antifragili
A guidarla sono i valori che le ha insegnato il padre Ennio: coraggio, fiducia e responsabilità. Sono le sue stelle polari sia nell’attività imprenditoriale sia nel ruolo di Presidente di Confindustria Fermo. Elisabetta Pieragostini, CEO di Dami e da luglio 2026 al vertice dell’associazione industriali fermani (nella foto è la seconda da sinistra), ha le idee chiare su come affrontare il presente dominato da uno scenario in continua evoluzione. Oggi c’è da fare i conti con mercati instabili, forte competizione e richieste sempre più sfidanti dei clienti, ma non è detto che queste restino le sfide del domani. “Dobbiamo essere capaci di affrontare il cambiamento: se dopo il Covid si diceva che serviva la resilienza, ora funziona l’antifragilità”, esordisce Pieragostini.
Il suo pensiero l’ha condiviso non solo in azienda, ma soprattutto in Confindustria Fermo quando si è presentata agli imprenditori come nuova Presidente. L’elezione alla guida dell’associazione è il punto d’arrivo di un’esperienza iniziata circa quattro anni fa che l’ha vista assumere la Presidenza degli Accessoristi per poi entrare nel Consiglio di Presidenza guidato da Fabrizio Luciani come invitata permanente. È stato lo stesso Presidente a suggerirle di candidarsi. “Ho visto una Confindustria nuova, più partecipata e più dinamica”, ricorda l’imprenditrice, tornando indietro con la memoria, ma sottolineando come anche in questo caso abbia visto riconosciuti i suoi valori.
La sua elezione a guida di Confindustria Fermo ne ha fatto la prima donna in questo ruolo dalla nascita dell’associazione, avvenuta nel 1979, lo stesso anno in cui è nata l’imprenditrice: una coincidenza che la Presidente racconta con un sorriso più che come un presagio. Non è però la prima donna a ricoprire questo ruolo in assoluto nelle Marche, dove prima di lei c’è stata Alessandra Baronciani a Pesaro (oggi Past President), mentre Roberta Faraotti ad Ascoli Piceno è stata eletta a fine luglio 2026. Ma c’è un altro parallelo con un’altra prima donna alla guida di Confindustria: si tratta di Emma Marcegaglia, Presidente nazionale dal 2008 al 2012; un’onda di cambiamento che alla fine è arrivata anche nel Fermano.
Aprire le aziende alle reti territoriali
Eletta il 2 luglio 2026 in un’assemblea non priva di voti contrari, legati soprattutto al progetto di aggregazione tra le territoriali di Fermo, Macerata e Ancona, Pieragostini rivendica una scelta di metodo prima ancora che di merito: “Le Marche sono l’unica regione al plurale, ma restano culturalmente molto singolari”, osserva, riferendosi a una certa resistenza degli imprenditori marchigiani a fare rete. Un limite che intende superare partendo dall’esperienza già maturata in Dami, che ha realizzato la prima rete d’impresa marchigiana in ambito calzaturiero, NOS Project Team, insieme con altre due aziende del territorio.
I punti del programma presentato in Confindustria – digitalizzazione, Intelligenza Artificiale, internazionalizzazione, passaggio generazionale, attrazione dei giovani, infrastrutture – più che una lista di intenti sono la fotografia delle urgenze che Pieragostini vede tutti i giorni sul territorio. Le PMI fermane hanno bisogno di digitalizzarsi e capire l’impatto che l’AI avrà sul lavoro; il tessuto manifatturiero, storicamente vocato all’export, deve rafforzare la propria presenza sui mercati esteri in uno scenario geopolitico che cambia rapidamente; le imprese a conduzione familiare devono affrontare un passaggio generazionale spesso rimandato; e il territorio continua a perdere attrattività per i giovani, che se ne vanno mentre mancano le competenze artigianali e manifatturiere per sostituirli. “Il programma che ho presentato potrebbe già non valere più a settembre, visto quanto velocemente cambiano le cose”, ammette l’imprenditrice, che proprio per questo insiste sulla necessità di una Confindustria capace di anticipare i bisogni delle aziende più che limitarsi a rappresentarle.

L’evoluzione dell’azienda di famiglia
Questa stessa capacità di adattamento è, a ben guardare, il filo conduttore della storia di Dami. L’azienda è stata fondata nel 1968 a Sant’Elpidio a Mare come Tranceria di Pieragostini e Catalini dall’idea di due cognati Ennio e Alberto per produrre fondi in cuoio per calzature da bambino. Nel 1981 cambiò nome in Dami – acronimo di Daniela e Michela, le due primogenite dei fondatori – e ampliò la produzione ai materiali termoplastici. Da lì in avanti la storia è stata una sequenza di espansioni: l’apertura all’export negli Anni 2000 verso Portogallo, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Romania; nel 2002 la nascita della linea Degam, che ha portato l’azienda dal solo mercato bambino a quello uomo-donna; nel 2012 il passaggio generazionale che ha reso Dami un’azienda interamente al femminile, gestita dalle quattro figlie dei due soci fondatori; nel 2015 l’introduzione di Eva, un materiale più leggero che ha ampliato ulteriormente la gamma di prodotto.
Il salto più recente riguarda la manifattura additiva: nel 2021 è nato il reparto di stampa 3D, pensato inizialmente per la prototipazione e poi esteso, fino a diventare oggi un vero e proprio reparto produttivo (ci sono oltre 10 macchine), tra i più estesi del distretto calzaturiero. Nel 2023 la proprietà si è concentrata definitivamente nelle mani della famiglia Pieragostini – sono restate in azienda Elisabetta e la sorella, mentre le cugine hanno scelto altre strade – e ora si è già affacciata la terza generazione, con l’ingresso della nipote. Nel 2025 sono arrivate le macchine per la tecnologia Etpu, un materiale ultraleggero che in Italia hanno solo altre due aziende, e che ha consentito a Da.Mi di arrivare al mercato della sicurezza e dell’antinfortunistica, mai raggiunto prima di quel momento.
Oggi l’azienda conta 15 milioni di euro di fatturato e dà lavoro a 61 dipendenti; a differenza dei primi Anni 70, lavora anche per settori diversi dalla calzatura – home design, borse, medicale – e sta introducendo il Dpet, una suola pensata per le calzature per animali. “Cerchiamo di essere attenti, di diversificare tra tipologia di prodotto e di mercato”, racconta Pieragostini, descrivendo un’azienda che non ha mai smesso di cercare varianti al proprio modello, anche quando quel modello funzionava.
Gli investimenti nelle tecnologie
Sul fronte della digitalizzazione, Dami ha scelto di misurare il proprio livello di maturità attraverso uno studio condotto in collaborazione con il Digital Innovation Hub di Confindustria: il risultato emerso è quello di un’azienda con indici sopra la media regionale. Il merito è, per esempio, dei magazzini verticali automatizzati e di un parco macchine interconnesso, monitorato anche dal punto di vista energetico (questa è una voce di spesa che l’azienda considera tra le più rilevanti). Sull’Intelligenza Artificiale (AI) l’approccio è finora stato più cauto, ma anche originale rispetto a tanti progetti svolti da altre realtà: il primo progetto, sviluppato con la partnership con l’Università di Macerata, è partito dal reparto creativo e ha riguardato lo sviluppo di un software di supporto alla prototipazione.
A sostegno dell’attività è stato attivato un percorso di formazione etica con Benedetta Giovanola, Professoressa Ordinaria di Filosofia Morale all’Università di Macerata (la docente è stata tra i relatori di una tappa di FabbricaFuturo, il roadshow promosso dalla rivista ESTE, Sistemi&Impresa), avviato ancora prima dell’entrata in vigore dell’AI Act europeo. “L’AI non deve sostituire la persona: può fare il disegno più bello del mondo, ma se non sai dargli forma resta un disegno fine a se stesso”, spiega Pieragostini, che rivendica la bontà del percorso scelto, fatto di “passetti piccoli, per sperimentare e comprendere” per poi valutare l’ampliamento dell’uso della tecnologia anche in altri reparti.
Sostenere la crescita delle persone
È in questo equilibrio tra tradizione e innovazione che Pieragostini colloca il concetto a cui tiene di più: l’artigianalità intelligente. Un’espressione che nasce dal bisogno di non perdere il saper fare artigianale del distretto calzaturiero, integrandolo però con le nuove tecnologie invece di generare una contrapposizione. Questo equilibrio si scontra con il problema – concreto e ormai molto diffuso – di trovare persone (soprattutto giovani) disposte a lavorare nella manifattura. “Non sempre è facile trovare persone con le competenze richieste”, è l’ammissione dell’imprenditrice. In particolare, Pieragostini è alla ricerca non tanto di profili esperti e skillati, quanto di “persone volenterose, che ci mettono passione”.
Lo scenario attuale, infatti, vede le aziende chiedere soprattutto manodopera già formata perché l’imprevedibilità dei carichi di lavoro lascia sempre meno tempo per formare le persone. Ma questo assetto rischia di compromettere la sopravvivenza stessa delle aziende che esistono (anche) grazie al lavoro umano. Da qui l’investimento di Dami nell’alternanza scuola-lavoro e la convinzione che la formazione non finisca mai, nemmeno una volta assunti: per esempio a giugno 2026 erano quattro i ragazzi e le ragazze coinvolti contemporaneamente per confrontarsi con un’azienda reale.
Guardando al futuro – ormai le previsioni hanno un orizzonte sempre più breve rispetto al passato – Pieragostini non parla di fatturato, ma di persone e di reti: “Mi auguro di trovare aziende solide, innovative, sostenibili, capaci di affrontare il cambiamento”. E aggiunge un proposito che va oltre il territorio: “Fra qualche anno mi vedo in rete anche con imprese europee”. Prima si parlava di resilienza, ma reggere agli urti non basta più, serve migliorare mentre si cambia.
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