Capire le emozioni per lavorare meglio
In Italia si parla sempre più spesso di benessere mentale, ma quando si entra nel terreno dell’educazione emotiva il quadro resta fragile e pieno di contraddizioni. È quanto emerge dal Mindex 2026, il barometro del benessere mentale degli italiani realizzato da Unobravo, uno dei principali fornitori di servizi di psicologia online, insieme con Ipsos Doxa, e diffuso in occasione del mese della Consapevolezza sulla salute mentale (maggio). Allo stesso modo, secondo i dati emersi dallo studio anche per quanto riguarda la sfera lavorativa la salute mentale continua a non essere adeguatamente attenzionata.
Secondo l’indagine, solo un italiano su quattro dichiara di aver ricevuto una vera educazione emotiva durante la propria vita. Eppure, oltre tre quarti del campione riconosce che ciò che ha imparato (o non imparato) sulle emozioni incide profondamente sul modo di relazionarsi con gli altri. Un dato che racconta consapevolezza diffusa, ma che spesso non si traduce in competenze concrete: capire le emozioni non significa necessariamente saperle gestire.
La sfida della salute mentale in azienda
Il problema principale risiede nello stigma che il tema della salute mentale si porta sulle spalle. Infatti, solo il 9% degli italiani ritiene che la salute mentale sia un tema discusso apertamente, e tre persone su quattro continuano a percepire un forte freno sociale ad affrontare certe tematiche.
Questa difficoltà a legittimare e comunicare il proprio stato emotivo si riflette in modo evidente nella sfera lavorativa, dove la salute mentale fatica ancora a trovare spazio. Questo fenomeno era già stato esplorato in occasione del Mindex 2025, ultimo termometro disponibile sul benessere psicologico nella sfera lavorativa. Secondo questa rilevazione, infatti, solo un terzo dei lavoratori (33%) ritiene che la propria azienda promuova un ambiente psicologicamente sano, mentre il 42% segnala l’assenza di benefit o supporti specifici dedicati al benessere mentale.
Se, da un lato, il 56% dei dipendenti afferma di sentirsi libero di esprimere emozioni e di esplicitare le difficoltà sul lavoro, dall’altro una quota significativa continua a trattenersi. Nello specifico, il 32% teme di apparire debole o poco professionale, mentre il 12% dichiara di sentirsi costretto a “indossare una maschera”. “L’esigenza di apertura nei confronti delle emozioni si scontra però con una realtà spesso diversa, dove l’esposizione delle proprie fragilità può essere scoraggiata, con il rischio, in alcuni casi, di alimentare una sensazione di isolamento emotivo che i dati oggi mettono in luce”, ha affermato Corena Pezzella, Clinical Manager e Psicoterapeuta di Unobravo.
Il disagio emerge con particolare forza tra i lavoratori tra i 30 e i 39 anni, tra i più esposti a stress e burnout: il 65% ha preso in considerazione l’idea di lasciare il lavoro se non addirittura lo ha già fatto. Anche la gestione delle assenze diventa indicativa del clima culturale: è più comune mentire sui motivi legati alla salute mentale (38%) piuttosto che dichiarare apertamente la reale causa (29%).
Il peso dell’educazione emotiva
Sull’educazione emotiva emergono con forza le differenze di genere. Gli uomini, infatti, tendono a percepirsi più sicuri della propria competenza emotiva: il 40% si definisce ‘molto consapevole’, ma solo il 15% afferma di riuscire davvero a gestire le proprie emozioni e i comportamenti che ne derivano.
Il paradosso si estende anche al rapporto con il supporto psicologico. Nonostante oltre il 60% degli uomini dichiari di aver ricevuto sostegno emotivo in famiglia (contro il 44% delle donne), solo uno su tre si rivolgerebbe senza esitazioni a un professionista, mentre tra le donne la quota supera la metà. Una distanza che si riflette anche nei percorsi terapeutici: nel 2025 gli uomini rappresentano appena il 38% dei pazienti seguiti da Unobravo.
A questo proposito, Daniela De Stefano, CEO & Founder, ha spiegato: “Il Mindex 2026 conferma come i più restii a chiedere un sostegno psicologico siano proprio gli uomini che possono percepire emotività e vulnerabilità come elementi distanti dal loro modo di essere e dall’educazione ricevuta. Questo si aggiunge ai motivi per cui abbiamo scelto di dedicare la nostra campagna di consapevolezza sulla salute mentale, al benessere psicologico maschile”.
Alla base, secondo l’analisi, c’è anche un modello educativo che tende a reprimere o semplificare le emozioni, piuttosto che insegnare a riconoscerle e attraversarle. Non a caso, l’iniziativa lanciata da Unobravo per maggio, dal titolo Unobravo for men, punta proprio a scardinare questo schema, coinvolgendo anche la no profit Mica Macho per incoraggiare gli uomini a superare resistenze e stereotipi legati alla richiesta di aiuto.
La Generazione Z rompe il silenzio sulle emozioni
La ricerca ha poi focalizzato l’attenzione anche sulla Generazione Z. Nella fascia tra i 18 e i 29 anni, oltre il 40% degli uomini dichiara di comprendere bene il proprio mondo interiore (nel caso delle donne, il dato è una su quattro). Tuttavia, questa sicurezza maschile si scontra ancora una volta con la realtà: appena un uomo su 10 afferma di saper gestire del tutto le proprie emozioni. Le differenze di genere emergono anche sulla tipologia di emozioni da affrontare: i ragazzi faticano a esprimere la felicità, mentre le ragazze hanno lo stesso problema, ma legato alla condivisione di tristezza e rabbia.
Le radici di queste difficoltà si ritrovano nella famiglia. Solo due italiani su 10 affermano di aver avuto genitori capaci di aiutarli a riconoscere le proprie emozioni. Oggi, però, sembra che stia cambiando qualcosa. Secondo la ricerca, un genitore su due sceglie consapevolmente un approccio diverso rispetto a quello ricevuto a sua volta: il 66% considera prioritario insegnare ai figli a parlare di emozioni. Anche in questo caso, però, il divario di genere è evidente: tre donne su quattro condividono questa visione, contro poco più della metà degli uomini.
Nonostante lo stigma e la difficoltà ad accettare le proprie emozioni, oltre la metà degli intervistati riconosce che un cambiamento è in corso. Il supporto psicologico è ormai considerato uno strumento essenziale di benessere dal 52% della popolazione. Un segnale che indica una direzione chiara: la consapevolezza cresce, ma trasformarla in competenza diffusa resta la vera sfida per il futuro.
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