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Appesi a un Pil (cattivo)

Ci raccontano il Prodotto interno lordo (Pil) come l’indicatore assoluto della bontà dell’economia di un Paese: se cresce va tutto bene, se cala siamo nei guai. Senza considerare altri indicatori di qualità della vita e simili, il Pil è comunque una semplificazione ingannevole, perché non distingue tra la ricchezza che crea futuro e quella che si limita a spostare denaro da una tasca all’altra. Dentro il Pil finisce tutto: innovazione e rendite, export e burocrazia, ricerca e… bollette gonfiate.

Prendiamo il caso della casa di proprietà. In Italia è quasi una religione patrimoniale, ma nelle statistiche economiche diventa anche una voce di Pil. Come? Attraverso gli ‘affitti imputati’: si calcola un affitto teorico che il proprietario pagherebbe a se stesso e quel valore entra nei conti nazionali. È una regola internazionale, ma in Italia pesa molto più che altrove perché la proprietà immobiliare è maggiore. Il risultato è paradossale: una parte consistente del Pil italiano deriva da ricchezza immobiliare ‘ferma’, che non produce innovazione, brevetti, produttività o nuove imprese. È un patrimonio che dorme nei muri. In Italia gli affitti imputati valgono circa il 10% del Pil, il doppio della Germania. Significa che una fetta enorme della nostra ‘ricchezza’ è in realtà contabilità, non economia dinamica.

Lo stesso vale per i profitti bancari. Se una banca guadagna perché finanzia investimenti produttivi, bene. Ma se gli utili record arrivano soprattutto dal rialzo dei tassi, allora il Pil cresce mentre famiglie e imprese pagano mutui più cari e credito più costoso. Non è nuova ricchezza: è redistribuzione verso il sistema finanziario. Anzi si potrebbe definire come una estrazione di ricchezza dal Paese per distribuirla agli azionisti delle banche (non è re-immessa nel sistema per finanziare sviluppo).

Anche l’energia segue la stessa logica. Se il prezzo del gas esplode, aumentano fatturati e utili delle società energetiche, e il Pil sale. Ma un’industria che paga bollette più alte non è più produttiva; una famiglia che spende di più per scaldarsi non è più ricca. Eppure tutto questo entra nelle statistiche come ‘crescita’.

La produttività ristagna e i salari restano bassi

Qui sta il nodo: il Pil contabilizza anche ciò che impoverisce cittadini e imprese. Per questo non tutto il Pil ha lo stesso valore. Ce n’è uno ‘buono’: è quello che nasce da innovazione, ricerca, export ad alto margine, software, turismo organizzato, tecnologia, servizi avanzati, università attrattive, imprese capaci di crescere nel mondo. E poi c’è un Pil ‘cattivo’: è quello alimentato da rendite, oligopoli, rincari obbligati, immobili improduttivi, burocrazia, extra-profitti finanziari e spesa pubblica senza effetti duraturi.

Il problema italiano è che abbiamo troppo del secondo e troppo poco del primo. Continuiamo a concepire la ricchezza come possesso, non come capacità di generare valore. Così il Paese appare più solido di quanto sia, mentre la produttività ristagna, i salari reali arrancano, i giovani emigrano e la tecnologia arriva quasi sempre dall’estero. Il confronto con Germania, Francia o Svizzera è impietoso proprio per i motivi appena esposti: lì una quota maggiore dell’economia è legata a servizi avanzati, ricerca, grandi gruppi internazionali, innovazione e capitale umano. In Italia, invece, spesso il denaro gira senza creare futuro.

C’è una terza forma di Pil ancora più ambigua: quella drogata dalla spesa straordinaria. Il Superbonus ne è stato l’esempio perfetto. Per alcuni anni quest’ultima misura ha gonfiato Pil, occupazione e fatturati nell’edilizia, ma attraverso una crescita sostenuta artificialmente dal debito pubblico. Finita la spinta, il settore si è ritrovato improvvisamente senza domanda sufficiente. Il rischio è dunque scambiare un picco temporaneo di attività per sviluppo strutturale: se la spesa non aumenta produttività, innovazione e competitività future, crea solo Pil immediato e non crescita duratura.

Anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) può diventare un’enorme occasione o un’enorme illusione. Se investirà in tecnologia, formazione, infrastrutture efficienti e ricerca, potrà trasformarsi in Pil ‘buono’; se invece finirà disperso in micro-progetti e burocrazia, produrrà solo altra crescita contabile.

Ecco il vero punto: il Pil non distingue tra ciò che crea futuro e ciò che lo consuma. Un Paese non diventa più ricco perché spende di più o contabilizza di più. Diventa più ricco quando produce più valore per ogni ora lavorata, quando trasforma conoscenza in innovazione e risparmio in capitale produttivo. Il resto è contabilità. E l’Italia, purtroppo, è diventata bravissima a confondere la contabilità con la prosperità.

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