È molto peggio di quello che dice il Wall Street Journal
In un articolo del 30 aprile 2026, il prestigioso quotidiano statunitense Wall Street Journal ha titolato Cosa succederà quando gli europei scopriranno quanto sono poveri? E possiamo aggiungere: cosa succederà quando scopriremo che noi italiani siamo ancora più poveri? In realtà, ci nascondiamo dietro un dito, perché ben sappiamo che il nostro Prodotto Interno Lordo per abitante (Pil pro capite) è l’unico in Europa a non crescere dall’anno 2000.
Eppure, quando si parla di povertà crescente, lo si fa addebitandone la causa alle disuguaglianze interne di reddito, come se il problema fosse di redistribuire quel poco che c’è, e non la quantità di torta a disposizione, che si sta rimpicciolendo inesorabilmente e continuamente da decenni.
Se è vero che riducendo le disuguaglianze potrebbe ridursi il numero di famiglie al di sotto del livello di povertà (e questo è un problema di natura politica), tale riduzione non avrebbe alcun effetto sul Pil pro capite nazionale, che è l’unico indicatore che ci può dire quanto siamo ricchi o poveri rispetto agli altri Paesi (ma anche in assoluto).
Il trucco del costo della vita
Nel confronto internazionale, se aggiustiamo il Pil pro capite italiano in base al costo della vita, i numeri appaiono certamente meno penalizzanti. Ma questo dato va letto con cautela: dire che in un Paese il costo della vita è più basso non significa automaticamente che quel Paese sia ricco. È un po’ come osservare che in Nigeria, con 1.000 euro al mese, si può vivere molto meglio che altrove: può essere vero, ma non cambia il fatto che il Pil pro capite resti basso e che l’economia nel suo complesso sia povera.
Il punto, quindi, non è solo quanto costa vivere in Italia, ma quanto valore reale producono e acquistano i redditi italiani nel confronto globale. La perdita di potere d’acquisto emerge con evidenza quando si guarda al confronto con gli Stati Uniti: con uno stipendio italiano medio, oggi si riesce ad acquistare meno della metà dei beni che si sarebbero potuti acquistare nel 1990.
L’acqua della Pil-sorgente non basta più
Immaginiamo il Pil come una fonte che fornisce una determinata portata d’acqua. Tale portata, in Italia, dal 2000 a oggi non è affatto aumentata (in realtà è anche diminuita). Il problema è che la nostra economia avrebbe ora una necessità di Pil maggiore. Necessità che è aumentata via via nel tempo, con l’accelerazione dell’economia e dei bisogni dei suoi abitanti. Come abbiamo rimediato fino a oggi?
Integrando la portata naturale della fonte con cisterne d’acqua integrative acquistate all’estero (ovvero ricorrendo al debito per sostenere un livello di spesa che il Pil prodotto non era più sufficiente a coprire.). Altri paesi hanno trovato nuove sorgenti (innovazione, industria), noi no. Risultato? Salari fermi, potere d’acquisto in picchiata. E intanto, si discute di come dividere l’acqua… che non c’è più. Di fatto, stiamo discutendo su come dividere gli ulteriori debiti che stiamo facendo.
Il 30% del nostro Pil è alimentato da acquisti fatti all’estero. Con prezzi internazionali in continuo aumento, il nostro potere d’acquisto estero si è di fatto dimezzato nel giro di 30 anni. E quando andiamo all’estero, il confronto dei prezzi è per noi brutale. Ma anche in Italia.
Ad esempio, non è vero che il prezzo dei ristoranti o degli hotel è aumentato del 60% negli ultimi 30 anni. Considerando che la naturale inflazione europea è del 2% all’anno, e che negli altri Paesi i salari sono cresciuti del 2% all’anno, per gli stranieri che vengono in Italia non è cambiato niente: hanno lo stesso potere di acquisto che avevano prima. Per gli statunitensi, siamo diventati addirittura un Paese con un costo della vita molto basso.
Soluzione? Non solo redistribuire, ma creare ricchezza
Le disuguaglianze si affrontano con politiche sociali. Ma se il Pil non cresce, è come spartire un piatto sempre più vuoto. Serve sviluppo, innovazione, investimenti. Altrimenti, resteremo a litigare su come dividere il nulla. Che sia davvero il momento di svegliarsi e trovare nuove sorgenti di reddito (cioè di Pil)?
Dagli anni Duemila, la Francia è riuscita ad aumentare la ‘portata dell’acqua’ attivando nuove sorgenti (come lo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto) per sostituire la riduzione della ‘portata d’acqua’ dei prodotti industriali (contributo che in Francia si è dimezzato negli ultimi 20 anni, passando dal 18% del Pil al 9%).
La Germania, invece, è riuscita a far calare meno la ‘sorgente’ dei prodotti industriali e ha trovato quanto basta di nuove sorgenti di servizi per aumentare comunque il Pil (ma ne ha attivate in modo insufficiente per il nuovo contesto globale, e ora ha rallentato). Sicuramente diverso il discorso per Paesi nordeuropei come la Svezia, che sono riusciti a trovare velocemente nuove sorgenti di servizi a valore nel digitale, aumentando il Pil del 60% dal 2000 a oggi (contro il nostro insignificante 2%).
Se in Italia si continua così, vorrà dire che quando non troveremo più ‘cisterne d’acqua all’estero’ (cioè quando il nostro enorme debito non potrà più essere ulteriormente aumentato), ci scanneremo per un bicchiere d’acqua (e allora sì che il problema sarà quello di dare equamente una goccia ad ognuno).
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