I dietrofrontisti dello Smart working
Si allunga sempre di più la lista delle aziende che hanno deciso di sospendere lo Smart working. In via definitiva, o almeno per il momento. Tra le ultime c’è Stellantis: l’azienda nata dalla fusione tra la ex Peugeot Citroen e la ex Fiat nel 2021, ha comunicato che il personale in Italia tornerà a lavorare dall’azienda. Prima della multinazionale dell’auto, c’erano state realtà come Amazon che ha fatto da apripista, annunciando la novità a fine 2024; poi è stata la volta di JP Morgan Chase, e ora Stellantis. Ma c’è pure Home Depot, il più grande rivenditore di articoli per la casa degli Stati Uniti.
La scelta di tornare al lavoro in ufficio, dando l’addio definitivo allo Smart working negli Usa riguarda ormai un’azienda su tre, come riportato da Yahoo Finance, citando lo studio Flex Report 2025. La questione ‘lavoro da remoto sì o no’ insomma è un dibattito aperto, anche se ora pare configurarsi come una soluzione temporanea più che come modello organizzativo definitivo con l’introduzione del lavoro ibrido. Insomma, la sensazione è che si sia conclusa una fase e che il ritorno in ufficio cinque giorni su cinque torni a essere la normalità.
Si prevede una lunga raffica di dimissioni
Va fatta però una precisazione. A sposare l’idea del rientro in ufficio sono soprattutto i datori di lavoro, perché sono convinti che questa sia la strada giusta per potenziare l’efficienza. In tutt’altra posizione si trovano invece i lavoratori specialmente più giovani (la fascia tra i 20 e i 30 anni), tra cui i quali l’opzione del lavoro dall’ufficio è decisamente meno popolare. Il che fa sorgere anche un dubbio: e se questa nuova tendenza fosse vissuta come una ingiusta imposizione e portasse le persone a guardarsi intorno – ovviamente verso realtà che propongono ancora lo Smart working – e a licenziarsi dopo?
L’ipotesi non è remota. Sembra infatti che a propendere per le dimissioni in caso arrivasse una direttiva che imponga di presenziare in ufficio full time sono proprio le risorse più qualificate e quelle più senior. “La probabilità che se ne vadano in questi casi è più alta del 77% per i lavoratori più titolati rispetto a quelli con meno skill”, ha commentato Mark Ma, Professore di Business Administration all’Università di Pittsburgh, intervistato dalla CNBC. Questa modalità di lavoro, spiega, pesa soprattutto ai genitori lavoratori – specie le donne – e ai caregiver in generale.
La flessibilità l’assetto più apprezzata
Talvolta poi le condizioni offerte dalle aziende cambiano a seconda dei ruoli ricoperti dai beneficiari. Ha raccontato, per esempio, Ryan Essenburg, Direttore dello Sviluppo Business dell’azienda di Mountain View in California, che il rientro in ufficio per tutta la settimana nella sua compagnia gli pareva più come un tentativo di controllo che non una strategia d’impresa. Non era da prendere come una semplice scomodità: nel suo caso ai dipendenti considerati Top performer è stata consentita la modalità ibrida, a differenza di tutti gli altri.
La sua tesi era che si stesse virando verso un ambiente più controllante e non che si cercasse un meccanismo per spingere la produttività. Chi non raggiungeva i risultati prefissi era così obbligato a tornare alla scrivania, ha sintetizzato Essenburg: “Un trattamento che si riserva ai bambini”, ha affermato, tanto che lui si è subito messo in cerca di posizioni lavorative in cui si offrissero invece modalità ibride. “È il sistema che funziona oggi. Nella precedente azienda in cui mi trovavo, la regola era per tutti, dagli entry level al CEO: in ufficio lo stesso giorno della settimana. Non c’era nessuna tensione e funzionava alla grande”. Tant’è, ma il dietrofront sullo Smart working di tante organizzazioni – specie molto grandi – è un fenomeno che non sta passando inosservato.
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