
Il grande inganno degli incentivi alle imprese
Il grande errore compiuto negli ultimi decenni da tutti i governi italiani è stato quello di sostenere le imprese finanziando l’efficientamento di ciò che già fanno, invece di incentivare un aumento del valore di ciò che producono. Questa scelta, apparentemente razionale, si è rivelata nel tempo una leva inefficace per la crescita del Paese. ‘Efficientare’ significa fare le stesse cose a costi più bassi o con maggiore produttività interna, ma non implica necessariamente creare più valore né aumentare il fatturato. E senza un incremento del valore aggiunto non crescono i salari, non aumenta il Pil pro capite e il sistema economico non diventa più attrattivo per giovani e talenti.
In altre parole, si ottimizza l’esistente senza trasformarlo. Peggio ancora: non si incentiva l’innovazione di prodotti e servizi, e ancor meno quella dei modelli di business. Ne è prova il fatto che, negli altri Paesi è cambiato profondamente il mix del Pil tra prodotti fisici e servizi ad alto valore, mentre in Italia è rimasto pressoché invariato da decenni. Nei servizi a valore siamo scesi al 43° posto su 44 Paesi (dati Ocse). Ovvero: l’Italia ha provato ad aumentare la produttività tagliando i costi. Gli altri Paesi l’hanno fatto aumentando il valore
Abbiamo sostenuto ciò che esiste, invece di costruire ciò che manca
I dati sulla produttività raccontano bene questo fallimento. Negli ultimi cinquant’anni, la crescita della produttività in Italia è stata sostanzialmente nulla, nell’ordine dell’1-2%, mentre nei principali Paesi dell’Europa occidentale si è registrato un aumento tra il 40% e il 60%. Al di là delle differenze nelle modalità di calcolo, il divario è evidente e segnala un problema strutturale. Se per mezzo secolo si sono impiegate risorse pubbliche senza ottenere risultati comparabili agli altri Paesi, è difficile non concludere che la leva utilizzata sia stata sbagliata. Il contesto competitivo rende questo errore ancora più evidente. Il costo del lavoro in Italia si aggira intorno ai 30-32 euro l’ora, mentre in molti Paesi dell’Europa dell’Est è compreso tra gli 8 e i 12 euro.
Nel frattempo, questi stessi Paesi hanno sviluppato capacità produttive che consentono loro di realizzare beni sempre più simili a quelli italiani. In questo scenario, competere sull’efficienza è una strategia perdente: ci sarà sempre qualcuno in grado di produrre a costi inferiori. Le eccellenze italiane, pur importanti, rappresentano nicchie ad alto valore ma con un impatto limitato sui volumi complessivi dell’economia.
Ciò che invece è effettivamente cresciuto, anche grazie agli incentivi pubblici, sono in molti casi i margini delle imprese. Le aziende che hanno mantenuto livelli di fatturato stabili e hanno migliorato l’efficienza attraverso investimenti tecnologici finanziati dallo Stato hanno inevitabilmente aumentato i propri utili. Questo non è di per sé negativo, ma diventa problematico quando tali guadagni non si traducono in maggiore produttività complessiva o in benefici diffusi per il sistema economico. Si osserva così un fenomeno apparentemente paradossale. Lo Stato immette risorse, spesso facendo debito, con l’obiettivo di aumentare la produttività. Tuttavia, questa produttività non cresce in modo significativo, mentre una parte rilevante delle risorse sembra riemergere sotto forma di risparmio privato.
Nel periodo delle politiche monetarie espansive avviate nel 2012 con il “whatever it takes’” del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi e dei programmi di Industria 4.0, il risparmio privato in Italia è aumentato di circa 1.600 miliardi. Dal 2019 in poi, tra pandemia, superbonus e altri interventi, il debito pubblico è cresciuto di ulteriori 750 miliardi, senza che la produttività totale dei fattori mostrasse un miglioramento apprezzabile.
Pur riconoscendo che questi fenomeni hanno cause multiple, il disallineamento tra risorse impiegate e risultati ottenuti resta evidente. Visto che i finanziamenti pubblici non sortiscono alcun effetto sulla produttività, mentre creano ulteriore debito, è forse una fortuna che l’attuale governo non abbia disponibilità a riguardo. Sarebbe probabilmente uno spreco di risorse. Almeno finché non impariamo a trasformare immissioni finanziarie in aumenti strutturali del Pil, come sta invece riuscendo a fare la Spagna.
Se la produttività non cresce, ogni incentivo diventa solo debito mascherato
Alla luce di tutto questo, appare necessario ripensare radicalmente il modo in cui sono utilizzate le risorse pubbliche a sostegno delle imprese. Gli incentivi dovrebbero essere indirizzati esclusivamente verso attività che aumentano il valore aggiunto: nuovi prodotti, servizi innovativi, modelli di business capaci di generare maggiore ricchezza. Continuare a finanziare l’efficienza di attività esistenti rischia solo di migliorare i conti delle singole imprese senza produrre benefici sistemici. Ricordiamo infatti che l’indice di produttività è dato dal rapporto tra ‘valore prodotto’ e ‘costo per produrlo’. Ciò che hanno fatto gli altri Paesi per aumentare la produttività è stato accrescere il valore dei prodotti e dei servizi, non semplicemente migliorarne l’efficienza. Il risultato è evidente nella distanza tra i loro numeri e i nostri.
Occorrerebbe incentivare e premiare esclusivamente l’aumento del fatturato e del valore aggiunto, concedendo crediti d’imposta utilizzabili solo a risultato raggiunto e in proporzione alla crescita effettiva. Inoltre, come avviene in altri Paesi, i finanziamenti andrebbero erogati in modo selettivo: solo nei settori a maggior potenziale e su progetti chiaramente finalizzati ad aumentare il valore del prodotto, del servizio o del modello di business. Paesi come Germania, Francia e Spagna seguono già questo approccio. Occorre, in altre parole, legare i benefici a risultati concreti e ridurre il rischio che le risorse vengano utilizzate senza un ritorno per la collettività.
Resta infine una domanda difficilmente eludibile: perché, a fronte di una significativa liquidità accumulata, molte imprese italiane continuano a fare affidamento sui finanziamenti pubblici per innovare invece di utilizzare risorse proprie? La risposta chiama in causa incentivi distorti e una scarsa propensione al rischio, ma soprattutto un sistema che, così com’è strutturato, rende spesso più conveniente attendere il sostegno pubblico che investire autonomamente. Senza un cambiamento di approccio, il rischio è di continuare ad alimentare un circolo vizioso in cui il debito pubblico cresce, il risparmio privato aumenta, ma la produttività e il valore dell’economia restano sostanzialmente fermi.
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