Un’economia da quattro soldi (in tasca)
Negli ultimi tre anni il reddito disponibile delle famiglie italiane è tornato a crescere. Dopo lo choc della pandemia e l’ondata inflattiva del 2022, i dati mostrano un recupero del potere d’acquisto. In alcuni trimestri recenti, la crescita percentuale italiana è stata persino superiore a quella di Francia e Germania. Letta così, la notizia sembra raccontare un’Italia che ha ripreso slancio. Il punto, però, è capire da dove si partiva. Se si allarga lo sguardo al periodo che inizia con la crisi finanziaria del 2008, emerge una realtà meno confortante.
Germania e Francia hanno recuperato e superato stabilmente i livelli precedenti alla crisi. L’Italia, invece, ha attraversato un lungo decennio di stagnazione, con un reddito reale disponibile che è rimasto compresso molto più a lungo rispetto agli altri Paesi europei. Crescere del 3-4% quando si è rimasti indietro per oltre 10 anni non equivale a colmare il divario: significa solo recuperare una piccola parte del terreno perso. Anche guardando alla ricchezza prodotta per abitante (Pil pro capite) il confronto è chiaro. A parità di potere d’acquisto, la Germania si colloca ben sopra la media europea e la Francia sopra l’Italia.
La Spagna, che per anni era sul fondo delle classifiche, si è progressivamente avvicinata. Questo significa che la capacità produttiva italiana, cioè la quantità di ricchezza generata ogni anno per cittadino, è strutturalmente più bassa rispetto a quella tedesca e francese. E allora perché, quando si osserva il reddito disponibile delle famiglie, la distanza appare meno marcata? La risposta sta nella composizione di quel reddito. Il reddito disponibile non è fatto solo di salari o profitti d’impresa. Comprende anche pensioni e trasferimenti pubblici. L’Italia è uno dei Paesi europei con la più alta incidenza della spesa pensionistica sul Pil.
I dati gonfiati dai trasferimenti statali
Una quota rilevante del reddito che entra nelle famiglie deriva quindi da trasferimenti statali. Questo sostiene i consumi e attenua le differenze rispetto ad altri Paesi, ma non equivale a maggiore ricchezza prodotta nell’anno. È redistribuzione, non nuova produzione. E occorre considerare che l’Italia presenta sempre un bilancio negativo e mantiene il suo welfare (sanità e pensioni) solo grazie a ulteriori debiti che fa ogni anno. Quindi una parte dei redditi delle famiglie è semplicemente un reddito da debito, non reale, non creato dalla produttività del paese.
Le pensioni aumentano il reddito disponibile, ma non fanno crescere il Pil corrente. Sono un meccanismo di trasferimento intergenerazionale finanziato da contributi, tasse e da debito pubblico. È qui che si colloca il nodo strutturale italiano. Se la produzione pro capite cresce poco e una parte significativa del reddito delle famiglie è sostenuta dal welfare, il sistema regge finché la finanza pubblica lo consente, cioè finché possiamo sostenere il debito correlato.
Non possiamo quindi pensare di poter continuare a ricorrere al debito per sostenere un welfare che non possiamo sostenere se non aumenta il Pil pro capite, come purtroppo di fatto chiede chi si lamenta di una finanziaria poco corposa (non rendendosi conto che per renderla più corposa occorrerebbe fare maggiore debito o tagliare altri costi). Ma nel lungo periodo la sostenibilità dipende dalla capacità dell’economia di generare più valore, non solo di redistribuirlo. Purtroppo, si sente sempre discutere su come cambiare la distribuzione e mai su come aumentare il Pil.
C’è poi un altro elemento che incide sulle statistiche: la struttura demografica. L’Italia è un Paese anziano, con famiglie mediamente più piccole e una quota elevata di nuclei composti da pensionati. Questo aumenta il peso dei trasferimenti nel reddito complessivo e influenza il confronto con Paesi demograficamente più giovani. Distribuendo il reddito pro capite su famiglie meno numerose fa risultare il reddito famigliare più alto (un reddito in Italia deve mantenere meno persone rispetto a una famiglia francese, mediamente più numerosa). Tuttavia, il punto centrale resta invariato: il miglioramento recente non cancella il ritardo accumulato.
Qualcosa è cambiato (ma non troppo)
Negli ultimi tre anni qualcosa è migliorato, ed è giusto riconoscerlo. Ma non siamo certamente davanti a un sorpasso della Germania o della Francia, né a un vero riallineamento strutturale. Il divario nei livelli assoluti di ricchezza prodotta rimane significativo. La Spagna, anzi, si è avvicinata rapidamente, segnale che altri Paesi stanno crescendo con maggiore continuità. La distinzione tra crescita percentuale e livello assoluto è decisiva. La prima può offrire titoli incoraggianti. Il secondo determina la forza reale di un’economia.
L’Italia oggi mostra un reddito disponibile leggermente migliore rispetto a pochi anni fa, ma continua a produrre meno ricchezza pro capite dei principali Paesi europei. Finché questa differenza non sarà colmata attraverso produttività, investimenti e innovazione, ogni miglioramento resterà parziale. La vera questione non è se il reddito delle famiglie sia salito negli ultimi tre anni. È se il Paese abbia rafforzato la propria capacità di creare valore in modo strutturale. Su questo terreno la distanza dell’Italia dall’Europa più forte è ancora evidente.
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