Stipendi bassi? Un equivoco tutto italiano
Il dibattito italiano sugli stipendi parte quasi sempre da una premessa sbagliata: che i salari siano troppo bassi in assoluto. I dati raccontano un’altra storia, meno comoda ma più utile per capire il problema. Se si guarda alla quota dei salari sul valore aggiunto, cioè quanta parte della ricchezza prodotta dal lavoro va ai lavoratori, l’Italia non è affatto un’eccezione negativa.
Secondo Eurostat e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oecd), l’Italia si attesta intorno al 60%, in linea con Francia e Spagna e non lontano dalla Germania. Se si considera il costo del lavoro sul valore aggiunto delle imprese, il dato italiano si colloca stabilmente tra il 66% e il 70%, perfettamente dentro il range dei paesi avanzati. Questo significa una cosa precisa: l’Italia non paga poco il lavoro rispetto a quanto produce. Il problema è ciò che produce.
La produttività del lavoro italiana è ferma da vent’anni. Oggi un lavoratore italiano genera circa il 30% in meno di valore aggiunto rispetto a uno francese. In questo contesto, pretendere salari molto più alti senza aumentare la produttività significa ignorare un vincolo elementare: non si può distribuire ricchezza che non viene creata. E infatti emerge il vero paradosso italiano. Non solo la produttività è bassa, ma anche il modo in cui il sistema remunera le competenze è distorto.
Stipendi dei laureati: un paradosso tutto italiano
Un laureato in Italia nei primi anni di lavoro guadagna mediamente solo il 15% in più di un non laureato (quindi significa che quei posti di lavoro non richiedono grande specializzazione). Negli altri paesi aderenti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), il premio salariale per un neolaureato arriva facilmente al 50%. La differenza rimane alta anche con l’aumentare dell’anzianità (in Italia diventa 33% contro il 60% di paesi come UK e Germania e comunque il 50% della media Ocse).
Va però considerato che negli altri paesi c’è una elevata percentuale di laureati Stem (ovvero in materie tecnologiche) mentre in Italia di tratta spesso di lauree umanistiche (meno adeguate ai contenuti richiesti dal mercato). Questo dato è devastante perché dice due cose insieme. Primo: le imprese italiane non valorizzano il capitale umano. Secondo, e più importante: spesso non ne hanno bisogno.
Un’economia che richiede poche competenze avanzate non le paga, perché non ne ricava valore. Il problema, quindi, non è solo salariale. È strutturale. L’Italia ha una quota di laureati tra le più basse del mondo sviluppato (circa il 30% contro una media Ocse del 45%) e un numero insufficiente di laureati in discipline tecnico-scientifiche. Paesi come Giappone e Corea del sud, dove il 71% dei lavoratori è laureato, hanno costruito la loro competitività proprio su questo: capitale umano elevato e forte domanda di competenze. Non è un caso se gli stessi test internazionali di competenze degli adulti a cura dell’Oecd (i cosiddetti Piacc) mostrino per l’Italia risultati inferiori alla media in numeracy, literacy e problem solving (31° posto su 31 Paesi esaminati).
Meno competenze, meno produttività
Non è un giudizio morale, è un dato economico: meno competenze significa meno produttività e di conseguenza meno salari sostenibili. In questo quadro, l’idea di aumentare i salari per decreto senza un aumento della produttività rischia di essere non solo inefficace, ma controproducente. Se i salari crescono più della ricchezza prodotta, il risultato naturale è l’inflazione. E l’inflazione erode proprio quei salari che si volevano proteggere. Il caso recente del Giappone (con aumenti nominali intorno al 5%, accompagnati dal risultato di una riduzione dei salari reali dell’1,5%) è un promemoria concreto di questo meccanismo.
La conclusione è meno rassicurante degli slogan, ma più onesta. L’Italia non è un Paese che paga troppo poco il lavoro rispetto al valore creato. È un paese che crea troppo poco valore per pagare di più, e che allo stesso tempo premia troppo poco le competenze per aumentare quel valore. Finché non si affronta questo nodo (istruzione, specializzazione, struttura produttiva), il dibattito sugli stipendi resterà una discussione sterile e ideologica. E ogni promessa di aumenti facili rischierà di trasformarsi, come accade quando non aumenta la produttività, in un’illusione che dura lo spazio di un’inflazione. Vale la pena di notare che la produttività in Italia è praticamente ferma da venti anni (nonostante tutti i soldi immessi per aumentarla), mentre negli altri Paesi è aumentata, nello stesso periodo, mediamente di più del 50%.
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