Salario minimo, Spagna-Italia: 16.576 euro a zero
In Italia se ne parla, in Spagna è già realtà. Parliamo del salario minimo: a poca distanza da noi, infatti, milioni di spagnoli lo percepiscono. Si tratta di una cifra fissata in 16.576 euro lordi annuali: l’equivalente di 1.184 euro lordi mensili suddivisi per 14 mensilità. “Lordi”, ma fino a un certo punto, perché, in verità, la cifra rientra nella cosiddetta ‘no tax area’. Succede, però, che il contribuente, in sede di dichiarazione dei redditi, si trovi a dover versare comunque gli importi corrispondenti all’Irpef, salvo poi vederseli restituire.
Qual è la novità? C’è l’idea di aumentare il rimborso che il Fisco restituisce ai beneficiari, passando dagli attuali 340 a 600 euro. Tradotto, significa che è lo Stato a farsi carico per intero delle imposte. Un intervento che, secondo l’Esecutivo spagnolo, scongiurerebbe un eventuale scontro tra le principali coalizioni in Parlamento.
Per capire a fondo la questione bisogna fare un passo indietro. Al centro del dibattito politico in Spagna si era infatti posto un nodo, e cioè: quanto deve pagare di Irpef chi percepisce il salario minimo? C’è una soglia minima al di sotto della quale non si paga nulla, vale a dire si è esenti: per l’anno corrente è 16.576 euro lordi annuali. Lo scoglio nasce dal problema che il salario minimo aumenta di anno in anno per l’adeguamento all’inflazione. Ma così si rischia di sconfinare anche dalla cosiddetta no tax area. A perderci sarebbero quindi proprio i beneficiari, costretti a versare l’Irpef uscendo dalla fascia esentasse.
Gli scenari sugli aumenti del salario minimo
Al Ministero del Lavoro, capitanato da Yolanda Diaz, hanno quindi ipotizzato due strade: la prima vedrebbe un aumento del salario minimo a 1.221 euro lordi al mese, sempre distribuiti su 14 mensilità per un totale di 17.094 euro annuali. La seconda, invece, prevedrebbe di passare a 1.240 euro mensili, quindi 17.360 euro all’anno, in questo caso introducendo il pagamento dell’Irpef.
Nel primo scenario le trattenute ammonterebbero a circa 600 euro, che diventerebbero invece 700 nel caso di un aumento maggiore. La soluzione prospettata dal Fisco è optare per la prima. Mantenendo però l’esenzione Irpef in modo che i percettori non si vedano decurtare il salario mensile a causa delle imposte. E il modo sarebbe quello di restituire quelle pagate: estendendo così il tetto delle cosiddette “deducciones”, i rimborsi dell’Erario, a 600 euro.
Il Governo è a favore dell’aumento dei rimborsi
Dietro la scelta ci sono calcoli precisi. Nel caso delle deducciones si consente di risparmiare sui costi, che sarebbero pari a qualche centinaio di milioni di euro, e in più si salvaguarderebbero le fasce più deboli di contribuenti. Il funzionamento è questo: si paga l’Irpef presentando la dichiarazione dei redditi, ma poi l’intero importo è restituito. La platea qui è rappresentata da circa 500mila persone. Nel caso invece di un ampliamento della no tax area il Fisco ci rimetterebbe di più.
Il tema è dei più spinosi. Torniamo all’Italia; da noi, fino a qualche tempo fa, quello del salario minimo era stato un tema al centro dell’agenda politica. Adesso non più. In Europa la misura esiste quasi ovunque: non solo in Spagna, ma anche in Francia (1.802 euro mensili), Germania (2.161), Irlanda (2.282), Belgio (2.112), Portogallo (1.015), Grecia (968) tanto per citare alcuni casi. Nel nostro Paese, si dice, ci si affida alla contrattazione collettiva per stabilire le retribuzioni minime, che coprono oltre l’80% dei lavoratori. Dunque, si rispetta la normativa europea. Peccato, però, per un altro aspetto: i salari reali non crescono. Dal 1991 al 2022 sono aumentati solo dell’1%, a fronte del 32,5% in media nell’area Ocse…
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