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Quanto ci costa la guerra?

È in corso l’ennesimo choc geopolitico. Lo scoppio della guerra tra Usa e Israele contro l’Iran non è stato un fulmine a ciel sereno. Ma adesso che il conflitto non è più solo un timore, ma realtà dei fatti, è iniziata la conta dei potenziali danni. A traballare è l’intera economia globale. E l’Italia risulta coinvolta fino al collo, posizionata com’è in Europa come uno dei principali partner commerciali della Repubblica islamica iraniana. 

Un dato su tutti a testimonianza delle relazioni Italia-Iran. Secondo quanto riportato dal sito dell’ambasciata iraniana a Roma, nel 2023 il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi ha registrato un volume pari a 750 milioni di euro, di cui 600 milioni composti da esportazioni italiane verso l’Iran e 150 da esportazioni iraniane verso l’Italia. È stato però tra il 2015 e il 2017 che si è raggiunto il picco, con valori che hanno superato i 7 miliardi di euro. Poi le sanzioni secondarie imposte dalla prima amministrazione del Presidente Usa Donald Trump nel 2018 contro chi facesse affari con l’Iran avevano ridimensionato i rapporti, portando da ultimo le esportazioni italiane a dimezzarsi. Pur mantenendo tuttora rilevanza, attestandosi a quota 528 milioni nel 2025.

Le imprese lombarde sono le più esposte

Considerando quanto espresso dall’ambasciata iraniana, sul tavolo resta quindi il rischio di pesanti contraccolpi economici. Un primo allarme è arrivato da Confindustria Lombardia, che ha ricordato quali pericoli corrano le imprese lombarde, tra le più invischiate negli affari con i Paesi del Golfo Persico. Per queste, la preoccupazione principale riguarda al momento la tenuta delle Supply chain e del commercio: verso i Paesi del Golfo Persico la Lombardia ha esportato nel solo 2024 prodotti manifatturieri per oltre 6 miliardi di euro, importando a sua volta 1,26 miliardi di beni. Un interscambio che, ha ricordato un comunicato di Confindustria Lombardia, vale tre volte quello della regione con l’area Mercosur.

Tra le filiere produttive maggiormente a rischio, sottolinea l’associazione degli imprenditori lombardi, ci sono macchinari e apparecchi (2,19 miliardi di export), prodotti petroliferi raffinati (465 milioni di euro di importazioni), sostanze e prodotti chimici (434 milioni di import e 604 milioni di export), metalli di base e prodotti in metallo (175 milioni di import e 855 milioni di esportazioni). Ma i nodi non si esauriscono certo qui. 

I balzi di petrolio e gas

Lo spauracchio più grande è adesso tutto concentrato su petrolio e gas, oltre che sulle forniture che passano per lo Stretto di Hormuz, considerato a tutti gli effetti l’ombelico del mondo. Dal braccio di mare sotto il Golfo Persico, largo circa 33 chilometri – paragonabile per dimensioni all’Adriatico – passa circa il 30% del petrolio mondiale (in media oltre 25 milioni di barili quotidiani): gli analisti hanno stimato che se la chiusura dovesse proseguire (al momento risulta bloccato, sotto la minaccia di droni e missili, circa il 90% del traffico), il prezzo al barile del petrolio potrebbe sfiorare i 100 dollari. Ma per l’Italia è l’aspetto da temere meno. Solo il 4% del petrolio che transita da Hormuz è diretto in Europa. Ancora minore la percentuale indirizzata agli Usa, appena il 2%. È Pechino il principale acquirente di petrolio iraniano: alla Cina sono, infatti, destinati circa 1,5 milioni di barili al giorno.

La vera questione è che per lo Stretto di Hormuz passano anche i cargo carichi di gas naturale liquefatto che dal Qatar salpano verso Europa, Medio Oriente e Cina. E dal 28 febbraio 2026, giorno di inizio del conflitto, il prezzo di riferimento europeo al Title transfer facility, principale mercato di scambio con sede ad Amsterdam è in vertiginoso rialzo. Le quotazioni del 4 marzo 2026 si sono chiuse a oltre 50 euro per megawattora. 

Le conseguenze in bolletta sono a un passo perché il costo dell’elettricità risente direttamente dell’andamento delle quotazioni del gas, salite del 76% da fine febbraio 2026. Del 60% invece il balzo del prezzo all’ingrosso dell’energia. Aumenti che non sembrano del tutto giustificati: “Considerato che gli stock in Europa sono intorno al 40% e in Italia al 48%, il rischio è che, come per il conflitto in Ucraina, dietro la nuova crisi energetica ci siano fenomeni speculativi”, ha sottolineato il Presidente di Confindustria Lombardia Giuseppe Pasini. Rincari che inoltre, ha ricordato lo stesso Pasini, rischiano di annullare i benefici del decreto energia a favore di famiglie e PMI

Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un incremento del 10% su gas ed elettricità costerebbe alle famiglie italiane circa 207 euro in più all’anno; se l’aumento toccasse il 30% per il gas e il 25% per la luce, l’aggravio salirebbe a 585 euro a famiglia. Gli effetti insomma sarebbero a catena, partendo dalla spinta sull’inflazione. Senza contare le ricadute su tutta l’industria, europea e non solo. 

Coldiretti: allarme per l’Agroalimentare

Altro allarme arriva da Coldiretti, in un settore a cui si è pensato meno finora, ovvero l’Agroalimentare. Che risulta invece a sua volta coinvolto. “Negli ultimi quattro anni i fertilizzanti hanno registrato un +46% e l’energia un +66%. Il nuovo scontro bellico rischia di compromettere nuovamente la continuità al lavoro delle nostre imprese agricole”, ha affermato il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

Dalle aree interessate dalla guerra proviene infatti il 25% della disponibilità globale e più del 33% dei fertilizzanti utilizzati nel mondo. Se consideriamo che un’altra quota rilevante è prodotta in Russia e Bielorussia corriamo il pericolo di restare senza uno strumento fondamentale per l’attività agricola”. Eventuali interruzioni avrebbero conseguenze inevitabili: aumento dei costi di gestione lungo tutta la filiera agroalimentare e a seguire crescita dei prezzi per i consumatori. Insomma, il futuro, già complesso, sembra diventato ancor più caro.

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