Quante ore dobbiamo lavorare per essere produttivi?
Si nota agli ingressi delle scuole: ci sono sempre più papà, quelli che fino a qualche decennio fa – considerando che i tassi di occupazione vedono sempre gli uomini superare di gran lunga le donne – non c’erano mai, perché a quell’ora erano chiusi in ufficio. L’indicatore è poco ortodosso, ma rende l’idea. Può dirsi ancora un modello tanto diffuso il classico lavoro da otto ore al giorno (più la pausa pranzo)?
Questo resta lo schema più frequente, ma di certo non è più l’unico. Di mezzo ci sono ormai tante variabili, dal genere all’età per finire sui livelli economici: tutte possono avere un impatto sul quantitativo di tempo che le persone dedicano al lavoro. Ma non è solo questo il punto. La pervasività delle nuove tecnologie rende tutto rapido e accessibile da remoto e dunque è presumibile che anche le regole del lavoro siano cambiate.
La mentalità dietro i turni
C’è un altro aspetto poi. A seconda di come sia distribuito il tempo di lavoro si può capire molto sul modo di pensare, sia dei lavoratori sia dei manager. A suggerire la riflessione è stato un articolo dell’Economist: c’è chi, per esempio, mette davanti a tutto il work-life balance. Tuttavia, secondo una ricerca della Duke University le visioni cambiano a seconda dei Paesi. Se in Germania e nel Regno Unito i lavoratori sarebbero felici di rinunciare a un po’ di soldi per vederseli restituiti sotto forma di tempo libero, lo stesso non può dirsi per gli statunitensi, che la pensano in tutt’altro modo, perché preferiscono guadagnare di più e passare più tempo lavorando.
Ma per un manager si può guardare tutto anche attraverso la lente dei costi. Ha senso aumentarli con turni più lunghi per investire in lavoratori che non siano più produttivi? Va aggiunto il tema dello stress, le cui conseguenze possono essere molto serie. Uno studio sui paramedici in Mississippi, per esempio, ha fornito evidenze in tal senso, dimostrando come le performance a fine turno declinassero, portando a esiti fatali.
Funzionano gli straordinari?
C’è chi si fissa sulla produttività. Meno ore, a volte, possono portare a migliori risultati, come sostiene un report dell’accademico John Pencavel della Stanford University, che ha analizzato un vecchio studio su chi lavorava alle munizioni durante la Prima Guerra mondiale. Ne venne fuori che oltre le 48 ore settimanali l’apporto dato alla produttività dal tempo aggiuntivo di lavoro iniziava a scemare. Superate le 63 ore, infatti, gli straordinari risultavano del tutto inutili per aumentare la produttività.
C’è chi invece dà priorità alla qualità. Per qualche tipologia di impiego una fatica maggiore potrebbe potenziare l’esperienza. In un altro studio sono stati osservati i comportamenti degli addetti part time di un call center olandese. Il numero delle chiamate gestite non aumentava di pari passo con le ore lavorate in più, ma la qualità sì migliorava: un agente stanco, ma esperto, risultava così capace di risolvere al meglio una specifica questione.
E il discorso etico? Lavorare tanto è talvolta necessario nelle startup. Ma anche nelle società che crescono. Di recente Sergey Brin, Co.fondatore di Google, ha riferito al suo team di sviluppatori dell’Intelligenza Artificiale di Big G che 60 ore a settimana rappresentano un buon compromesso per la produttività. Eppure si dice che Elon Musk abbia detto una volta che nessuno ha mai cambiato il mondo lavorando 40 ore a settimana. Ognuno, insomma, la pensa a modo suo.
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