Prendersi cura del futuro
La scomparsa del fondatore di un’azienda è un momento cruciale per il futuro di un’organizzazione. A maggior ragione se si tratta di una società di consulenza, il cui business è legato alle idee di chi quell’impresa l’ha fondata. È proprio questa fase di discontinuità che ha caratterizzato il recente passato di Ismo, player della formazione e della consulenza fondata nel 1972 da Vito Volpe: la scomparsa del suo fondatore – è avvenuta nella primavera 2024 – è stato di certo un momento importante, ma pure l’occasione per l’azienda per soffermarsi a ragionare sull’eredità lasciata da uno dei personaggi che più ha inciso nello studio e nell’applicazione di modelli organizzativi innovativi. Da qui è nato il libro dal titolo Custodire il futuro (Edizioni ESTE, 2025) – espressione che rimanda proprio alla cura dell’eredità proiettata nel tempo – presentato al pubblico nella sede di Ismo a Milano il 20 gennaio 2026.
Gli autori del libro, tra i quali Andrea Volpe – figlio di Vito e attuale Amministratore Delegato e Direttore Generale – hanno riflettuto su come trasformare l’assenza in presenza viva attraverso il dialogo critico, sulla centralità del gruppo come spazio di cura e apprendimento, sulla ‘postura del consulente’ che genera spazi, e sull’integrazione tra consulenza e clinica sistemica.
Il dibattito alimentato dagli autori – “Una comunità professionale in cammino” è stata definita da Volpe, che ha parlato del dovere di riflettere sul lascito ricevuto per proseguire in autonomia il cammino – ha poi toccato altre questioni come la responsabilità etica e l’impatto sociale delle organizzazioni, ma pure la relazione tra umanesimo e tecnologia (leggasi Intelligenza Artificiale), nonché l’urgenza di rendere i luoghi di lavoro più amorevoli, motivanti e riflessivi. “Il nostro lavoro è aiutare a uscire dalla patria dove si vive per avere più opzioni di libertà: è questa la metafora lasciata da Vito Volpe che riassume la sua eredità”, ha commentato Andrea Volpe. “Il libro vuole significare lo sforzo di tutti gli autori per entrare in relazione con il pensiero del fondatore di Ismo, dandone una visione personale”.
Scrivere un libro: un viaggio bello, ma faticoso
Nel dibattito moderato da Chiara Lupi, Direttrice Editoriale della casa editrice ESTE (editore anche del nostro quotidiano), Volpe ha spiegato che il primo obiettivo del libro era realizzare un’opera che sarebbe piaciuta allo stesso Vito Volpe, il quale avrebbe voluto che la sua azienda andasse ‘oltre a lui’. “Avevamo bisogno di riflettere su di noi e sui nostri valori, ma pure ragionare sugli impatti rispetto alla società nell’ottica di un rinnovamento continuo di idee e competenze”, ha continuato Volpe, ricordando come la scrittura del libro sia stata “un viaggio bello, ma molto faticoso”.
Di cammino ha parlato anche Maria Giovanna Garuti, tra le primissime a entrare in Ismo proprio per volontà di Vito Volpe: nel suo capitolo – dal titolo “Sempre in cammino” – l’autrice ha ripercorso le trasformazioni dell’organizzazione avvenute nel tempo e ha sottolineato la questione del “gruppo come antidoto all’alienazione”, portando l’attenzione sul “valore fondativo della conversazione”. E condividendo la sua personale eredità di Vito Volpe ha ribadito l’impegno di “diventare custodi dell’eredità” e a “non rinunciare alla propria singolarità”.
Andrea Pallante, altra figura con una lunga storia in Ismo (la collaborazione risale al 1987), ha approfondito la postura del consulente, ricordando come questa figura sia chiamata a generare spazi piuttosto che a prescrivere; a distinguere tra imparare e apprendere; a usare domande ‘non innocenti’ che aprono libertà. “Il consulente non deve occupare, ma fare spazio”, ha condiviso Pallante durante la presentazione del libro, ricordando anche i tanti insegnamenti appresi (“non imparati”) da Vito Volpe. Per esempio la forza delle domande che ‘toccano la pancia’ degli interlocutori, perché così si apre al vero confronto.
Alla ricerca della felicità ci rende già (più) felici
Tra gli autori che hanno raccontato la propria interpretazione dell’eredità lasciata dal fondatore di Ismo c’è stato anche Marco Meschini, con una ventennale esperienza nella società di consulenza, nella quale ha portato la sua doppia anima di consulente e psicoterapeuta che gli consente di “vedere le aziende come un essere vivente”, nei quali portare i ‘vuoti’ dove poter riflettere senza presentarsi con diagnosi già scritte. “Chi cerca la felicità è già un po’ più felice di chi non la cerca”, ha detto Meschini ricordando l’insegnamento ricevuto da Vito Volpe, che era solito ricordare come il successo sia nel processo e non nel risultato.
Nonostante abbia conosciuto il fondatore di Ismo per pochi anni, il lascito di Vito Volpe è profondo anche in Naomi Alberti, che ha sottolineato l’importanza del gruppo come luogo di cura, oltre alla centralità della corporeità come veicolo di conoscenza e accoglienza. “Per Vito Volpe la parola ‘cura’ era molto importante e risuona ancora in tutta l’organizzazione”, ha detto in occasione della presentazione del libro. “Ricordo le sue mani tese per prendere le mie e questo mi ha fatto sentire accolta”, ha detto Alberti, puntando ancora sulla dimensione corporea in azienda.
In chiusura, gli autori hanno rilanciato altre questioni, utili per individuare il nuovo ‘cammino’ di Ismo: l’invito a mantenere viva la complessità nonostante generi incertezza (Garuti); smettere di correre e prendersi del tempo per fermarsi a discutere (Garuti); stare nelle domande senza aver fretta di chiuderle (Pallante); rendere i luoghi di lavoro più amorevoli (Meschini); ragionare sulle tracce che vogliamo lasciare nel nostro viaggio (Alberti). “Questo libro non è un archivio, ma una conversazione aperta; è come osservare una foresta aperta”, ha commentato Francesca Pasquariello, Responsabile della Comunicazione di Ismo. In un mondo che ci vuole performanti dobbiamo (re)imparare a essere persone: la lettura di Custodire il futuro ci ispira proprio in questo senso.
L’articolo Prendersi cura del futuro proviene da Parole di Management.