Neet: per riattivarli servono competenze e territorio
Non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Ma definire i Neet solo attraverso ciò che non fanno rischia di ridurre il fenomeno a una mera descrizione statistica. In realtà, dietro l’acronimo inglese Not in Education, Employment or Training si concentra una delle fratture più evidenti del sistema italiano: il momento in cui scuola, lavoro, territorio e fiducia nelle istituzioni smettono di funzionare come insieme.
Secondo il Centro Studi Assolombarda su dati Istat, nel 2025 i Neet italiani tra i 15 e i 29 anni sono 1,178 milioni, pari al 13,3% della popolazione di riferimento. Una ricerca Openpolis del febbraio 2026, ripresa da Il Sole 24 Ore, spiega che per questo infelice dato l’Italia ‘vanta’ la posizione di secondo Paese dell’Ue con la più alta percentuale di Neet, seconda solo alla Romania. L’incidenza è più alta tra le giovani donne, (16,6% contro il 13,8% degli uomini) e con divari territoriali marcati: Calabria, Sicilia, Campania e Puglia superano il 20%.
Molteplici, e strutturali, le cause del fenomeno. Alcune sono riconducibili al mercato del lavoro e alla situazione demografica italiana: mismatch fra le competenze acquisite dai giovani e le esigenze delle aziende, debole collegamento fra scuola e lavoro, aumento dell’età pensionabile che ‘congela’ per anni il ricambio generazionale. Altre cause sono squisitamente sociali: sfiducia dei giovani verso il mondo del lavoro e verso le istituzioni, contesti familiari ed educativi fragili.
Una perdita di capitale umano dannosa per il Paese
Ma il tema non riguarda soltanto il rifiuto dello studio o il mancato accesso al mercato del lavoro. Il Neet non è solo un ‘ragazzo’ che rifiuta il lavoro: è un ragazzo che ha smesso di immaginarsi dentro un percorso. È questo il punto da cui parte la riflessione di Michele Petrone, fondatore e CEO di PA360 Training on skills, HR Academy italiana specializzata in formazione aziendale digitale, attiva nei settori Edutech ed Edugaming.
“Il fenomeno nasce da un profondo senso di sfiducia verso le istituzioni in senso lato, perché il ragazzo sviluppa una sorta di abitudine a sentirsi invisibile. È un tema molto forte: il ragazzo si sente solo, si sente abbandonato da tutte le istituzioni che, invece, dovrebbero spronarlo, stimolarlo e incoraggiarlo a seguire un percorso formativo, formale o informale, finalizzato a un’occupazione lavorativa” spiega Petrone.
La ricerca del lavoro finisce così per ridursi a un gesto formale: l’invio di un curriculum, l’iscrizione a un portale, un passaggio al centro per l’impiego. Azioni spesso prive della motivazione necessaria a sostenere un vero processo di inserimento. Quando il primo tentativo non produce risposta, la frustrazione conferma l’idea di partenza: non essere adeguati, non avere spazio, non servire.
“Proprio perché nessuno offre loro le possibilità che magari meriterebbero, si crea un circolo vizioso che alimenta l’autoconvinzione dei ragazzi di non essere adeguati al mondo del lavoro e alla vita adulta in generale” continua Petrone. Più passa il tempo fuori da scuola, formazione o lavoro, più si indeboliscono le competenze e si erode la capacità di orientamento. E più diventa difficile rientrare. Non è solo un problema individuale: è una perdita collettiva di capitale umano, in un Paese che già soffre di bassa natalità, invecchiamento della popolazione e difficoltà di ricambio generazionale nelle imprese.
Dalla presa in carico all’aggancio: il ruolo del territorio
Scuole, imprese, centri per l’impiego, amministrazioni locali, terzo settore e presìdi territoriali non possono limitarsi ad ‘attendere’ che i giovani entrino in contatto con loro. Devono costruire canali di aggancio pensati proprio per intercettare e prevenire lo scollamento dei giovani dai percorsi formativi e occupazionali. Molte politiche attive del lavoro infatti funzionano per chi è già abbastanza vicino al sistema da saperle cercare, comprendere e utilizzare. Ma una parte dei giovani più fragili non intercetta questi strumenti, oppure li percepisce come distanti, burocratici, non pensati per loro.
Secondo Petrone, la scuola dovrebbe tornare a essere un ponte concreto con il lavoro, non solo un luogo di trasmissione teorica. Gli Istituti Tecnici Superiori (Its) rappresentano un esempio importante, perché mostrano che il collegamento con le imprese e con competenze professionalizzanti può produrre risultati occupazionali significativi. Ma la logica andrebbe estesa: più esperienze pratiche, più Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (Ptco, percorsi formativi che hanno sostituito la precedente ‘Alternanza scuola-lavoro’) con contatto diretto con i contesti produttivi.
Anche l’impresa, in questa prospettiva, è chiamata a un cambio di mentalità. Da luogo che seleziona candidati ad ambiente di apprendimento. Il lavoro non si impara solo prima di entrare in azienda: si impara anche dentro l’azienda, se qualcuno è disposto a renderla idonea all’apprendimento.
Soft skill, il vuoto silenzioso
Nel dibattito pubblico, il mismatch tra domanda e offerta di lavoro viene spesso letto in chiave tecnico-professionale, ma il caso Neet fa affiorare anche un altro tema cruciale, quello delle soft skill. Secondo il Rapporto Gallup 2025 State of the Global Workplace, molte imprese segnalano una significativa carenza di competenze e capacità trasversali nei giovani, anche quando sono presenti conoscenze tecniche di base.
“Da queste statistiche incrociate PA360 Training on skills è partita per la realizzazione di un catalogo innovativo e sperimentale di videogiochi formativi tridimensionali dedicati proprio allo sviluppo e al potenziamento delle soft skill. Questo tipo di strumento può essere di grande utilità proprio per i Neet, che sono giovani nativi digitali” afferma Petrone.
Capacità di comunicare, lavorare in gruppo, gestire lo stress, affrontare un problema, prendere decisioni, reggere un conflitto, organizzare il tempo. Sono competenze spesso considerate accessorie, ma nella pratica determinano la possibilità di entrare a far parte di un’organizzazione con successo.
“Lavorare sulle abilità emotive di questi giovani significa anche e soprattutto lavorare sulla loro percezione di efficacia personale. Le soft skill, in questo senso, diventano vere e proprie life skill: strumenti per abitare relazioni, contesti sociali, responsabilità quotidiane” conclude Petrone.
Serious Games per riattivare competenze e fiducia
È su questo terreno che si inserisce la proposta di PA360 Training on skills. L’azienda opera nell’ambito EdTech ed Edugaming e ha sviluppato una piattaforma digitale dedicata alla formazione sulle soft e life skill, con un catalogo che integra corsi e-learning e Serious Games 3D.
Molti percorsi formativi tradizionali rischiano di non raggiungere chi ha già sviluppato una distanza dalla scuola o, più in generale, dalla formazione sincrona, anche da remoto. Il videogioco di formazione prova a entrare da un’altra porta: quella del linguaggio digitale, dell’interazione, della simulazione, dell’apprendimento esperienziale.
“Spesso le modalità di formazione tradizionali vengono rigettate proprio perché non vanno a colpire né il cuore e né la mente del giovane. Il videogioco, invece, lo va a colpire proprio lì. Perché? Perché è congeniale e pertinente a quella che è la natura dei nativi digitali. Una formazione coinvolgente, partecipativa, interattiva, potrebbe essere la chiave di volta per uscire dalla condizione di Neet” suggerisce Petrone.
La formazione nativa digitale
I Serious Games 3D di PA360 si basano sul principio del game based learning: apprendere attraverso dinamiche di gioco, ma dentro percorsi progettati con finalità formative e con metodo scientifico. Non si tratta, quindi, di intrattenimento travestito da formazione. L’obiettivo è supportare lo sviluppo delle competenze trasversali e il potenziamento delle abilità, inclinazioni, attitudini e talenti personali attraverso scenari, storytelling, simulazioni, avatar, prove, punteggi e livelli di apprendimento.
Al termine di ogni videogioco formativo, in relazione al punteggio finale ottenuto, la piattaforma di edugaming rilascia open badge e competence badge certificati con tecnologia blockchain, pensati per rendere tracciabili e spendibili i percorsi completati anche all’estero.
Operazioni didattiche innovative come quella portata avanti da PA360 Training on skills (dove ‘PA’ sta per Personal Anchors, gli ancoraggi della persona) può diventare un dispositivo utile, se integrato dentro un ecosistema che decide di non aspettare passivamente il giovane alla fine di un processo ‘standard’, ma di intercettarlo prima, parlando un linguaggio più vicino al suo modo di apprendere e di vedere il mondo.
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