Nate sotto una buona Stem
L’Agenda 2030 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) include, al punto numero 5, la parità di genere come uno degli obiettivi del piano d’azione per le persone, il Pianeta e la prosperità. Il documento programmatico, sottoscritto a settembre 2025 da 193 Paesi membri, in un certo senso perfeziona il senso degli Accordi di Pechino del 1995. Un mondo in cui alle donne non sono riconosciute le stesse opportunità degli uomini, è un mondo iniquo per tutta l’umanità, non solo per le donne.
In questo senso si inserisce la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, promossa dall’Onu e celebrata l’11 febbraio. La giornata è spesso inserita all’interno della Settimana nazionale delle Stem (nel 2026 è da 4 all’11 febbraio), promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) e giunta nel 2026 alla sua terza edizione.
Un significativo e persistente divario di genere caratterizza da sempre la partecipazione femminile nelle cosiddette discipline Stem, ossia: Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Nonostante tale divario sia più o meno rilevante a seconda dei diversi contesti nazionali, e in molti casi la partecipazione femminile all’educazione universitaria abbia raggiunto livelli significativi, questa tendenza è generalmente riscontrabile in tutto il contesto globale. “Oggi, solo una ogni tre ricercatori d’Ingegneria al mondo è una donna. Barriere strutturali e sociali impediscono alle donne e alle ragazze di entrare e progredire nella scienza. Questa ineguaglianza sta privando il nostro mondo di un enorme talento e forza di innovazione inespresse”, è la tesi di António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni unite.
Le cause del divario nascono fra i banchi di scuola
Uno studio pubblicato da Pauline Martinot su Nature nel 2025, e condotto su quasi 3 milioni di bambini in Francia, ha dimostrato che il divario di genere nella matematica si manifesta fin dai primi mesi di scuola primaria. Martinot e colleghi non hanno rilevato differenze di genere nel rendimento scolastico tra gli alunni che avevano appena iniziato la scuola; hanno invece scoperto che, dopo soli quattro mesi di scuola, i maschi iniziavano in media a ottenere risultati migliori rispetto alle femmine. E questo divario tendeva inoltre ad ampliarsi con il tempo.
“Diversi studi indicano che i bambini in età prescolare non mostrano differenze per quanto riguarda il cosiddetto number sense, considerato un requisito di base, innato, per l’apprendimento matematico”, ha commentato Maria Chiara Passolunghi, Professoressa Ordinaria di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia dell’Educazione all’Università di Trieste, intervistata dal magazine dell’Università di Padova, Il Bo Live. Tale ipotesi è supportata anche da un’altra osservazione: le differenze nel rendimento in matematica non compaiono a un’età specifica, ma sono legate piuttosto all’inizio della scolarizzazione.
Sebbene lo studio di Martinot e colleghi non avesse fra i suoi obiettivi quello di indagare le cause di questo divario, il rapporto dell’Unicef dal titolo Risolvere l’equazione evidenzia che le ragazze a livello globale ottengono risultati inferiori in matematica rispetto ai ragazzi, non per mancanza di capacità, ma a causa di sessismo, stereotipi di genere e minori opportunità educative.
I numeri crescono, ma la sostanza non cambia
Secondo i dati dell’Osservatorio delle Libere Professioni (fonte: Eurostat), in Italia nel 2024 le donne laureate in discipline Stem rappresentavano il 17,4% del totale delle laureate, a fronte di una quota pari al 37,2% tra gli uomini. Il divario di genere nello Stem resta quindi ampio, sebbene in riduzione rispetto al 2004, quando la quota femminile si attestava al 15,7%.
L’Ingegneria Industriale e dell’Informazione si conferma la componente più rilevante e fortemente sbilanciata sul versante maschile: nel 2024 il 21,2% dei laureati uomini consegue un titolo in quest’area, contro il 5,5% delle donne. L’area scientifica presenta invece un quadro più equilibrato, con una sostanziale parità di genere: le donne raggiungono l’8,5% e superano lievemente gli uomini (8,2%). Le discipline informatiche e ICT restano infine l’ambito più ristretto: pur registrando un lieve aumento tra gli uomini (dal 2,5% al 3,3%), la partecipazione femminile rimane marginale e sostanzialmente invariata nel tempo, attestandosi allo 0,5%.
L’aumento della partecipazione delle donne alle discipline scientifiche e tecnologiche è evidente nel lungo periodo, ma non sufficiente a colmare le differenze strutturali. La composizione maschile resta sostanzialmente stabile e le donne continuano a concentrarsi in alcune aree, rimanendo sottorappresentate in quelle tradizionalmente maschili.
Quando la scienza non è una disciplina per donne
Troppo spesso le ricercatrici donne sono state dimenticate e il loro lavoro sottovalutato. Promuovere la conoscenza di queste persone e delle loro storie è importante per l’affermarsi di una piena consapevolezza di genere, anche nella pratica scientifica. Nella scienza esiste il cosiddetto “effetto Matilda”, espressione che indica la puntuale sottovalutazione (o negazione) del contributo fornito dalle scienziate al settore della ricerca per motivi di genere. Il nome proviene da un celebre lavoro sulle donne nella scienza presentato da Margaret W. Rossiter nel 1993.
La storia ci ha regalato imprese di scienziate straordinarie: da Ada Lovelace, matematica inglese che ha scritto il primo algoritmo della storia, a Lise Meitner, radiologa che per prima ha ipotizzato il processo di fissione nucleare, passando per Vera Rubin, astronoma che ha studiato la rotazione delle galassie, e tantissime altre scienziate accantonate nel racconto mainstream della scienza.
Ma qualcosa, lentamente, sta cambiando. Per esempio: a gennaio 2026 Anne Hidalgo, Sindaca di Parigi, ha annunciato che la Torre Eiffel accoglierà i nomi di 72 donne scienziate incisi sulla sua struttura per onorare il contributo femminile alla scienza, al fianco di quello riservato agli uomini, che però è riconosciuto sin dal 1889, con i nomi di 72 scienziati.
Alle donne Stem manca un immaginario condiviso
“Oggi le ragazze non vedono nelle materie Stem una strada perché non hanno use case in cui riconoscersi, ovvero storie di casi di successo femminile a cui ispirarsi. Anche perché, all’interno del corpo docenti della facoltà di Ingegneria, ma anche di altre materie Stem, è difficile trovare donne in posizioni apicali”, racconta Paola Pomi, Ingegnere Elettronico, CEO di Sinfo One e Professoressa presso l’Università degli Studi di Parma.
E se da un lato si può apprezzare un leggero miglioramento percentuale di presenza femminile nelle discipline Stem, dall’altro si osserva di un calo complessivo degli iscritti: la quota femminile cresce in percentuale, non in valore assoluto. “Da imprenditrice, valuto quasi zero la probabilità di incontrare talenti femminili nel bacino attuale: moltiplicare la presenza femminile renderebbe la platea più ampia ed equa, migliorando la probabilità di selezionare veri talenti”, prosegue l’imprenditrice della software house di Parma.
Nello spazio pubblico e imprenditoriale, i riferimenti femminili nel mondo IT (Information Technology) sono scarsi: tra gli imprenditori del software compaiono quasi esclusivamente uomini. Questa carenza di modelli e narrazioni positive alimenta la distanza delle giovani donne dalle carriere tecnico-scientifiche.
Leadership femminile come leva per il cambiamento culturale
“Un’azienda IT con leadership femminile risulta proporzionalmente più attrattiva per le candidate, perché mostra concretamente che la carriera è possibile”, dice Pomi. Sul piano dello stile gestionale, l’imprenditrice ha preferito un modello collaborativo (team first, cura delle relazioni, obiettivi comuni) a modelli competitivi che frammentano i gruppi; questa impostazione, che si potrebbe definire ‘più femminile’, è stata foriera di risultati apprezzabili.
“In termini di recruiting, Sinfo One valorizza le soft skill tanto quanto, o più, delle competenze tecniche immediate: le hard skill in ambito tech hanno un’elevata obsolescenza, mentre le capacità trasversali e le attitudini collaborative reggono nel tempo e abilitano l’apprendimento continuo. Si preferiscono candidati con un profilo bilanciato rispetto a specialisti monodimensionali privi di competenze relazionali”, spiega l’imprenditrice.
Se vogliamo davvero parlare di innovazione e competitività, il divario di genere nelle Stem non è ‘solo’ una questione di equità: riguarda il futuro del lavoro. Serve un cambio di passo che unisca scuola e imprese: più modelli femminili visibili, percorsi di accesso e crescita concreti e leadership capaci di trasformare l’inclusione in risultati. Perché senza metà dell’intelligenza disponibile, nessuna organizzazione può dirsi davvero pronta ad affrontare il futuro.
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