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Mattarella e i giovani: è l’Italia che deve avere coraggio

Nel suo usuale discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto un appello ai giovani: “Abbiate coraggio, impegnatevi, restate, ricostruite l’Italia”. Quello del 31 dicembre 2025 è stato un richiamo sincero, istituzionalmente ineccepibile. Eppure, per molti Under 35, suona molto frustrante. Perché il problema non è il coraggio dei giovani italiani – per lo meno di quelli che studiano, si formano, si spostano, rischiano – ma il fatto che è l’Italia a non metterli nelle condizioni materiali di costruirsi un futuro. Non si può chiedere a una generazione di farsi carico dei debiti contratti dalle due generazioni precedenti (attualmente circa 120mila euro per lavoratore attivo) e di sostenere comunque l’economia del Paese senza offrire loro gli strumenti necessari.

I numeri raccontano una storia chiara: dal 2011 a oggi oltre 600mila giovani sotto i 35 anni hanno lasciato l’Italia. Più della metà è laureata o altamente qualificata. Non è una fuga emotiva, ma una scelta razionale: a parità di competenze, all’estero si trovano stipendi mediamente più alti del 30-50%, carriere più rapide e un contesto socioeconomico più stabile e confortevole. L’età media del primo contratto stabile supera i 30 anni; quella del primo figlio, i 32. Nel frattempo, il Paese invecchia e perde energie. Ne risulta una vita lavorativa media di 32 anni, contro i 40 dei tedeschi.

Come si può sostenere una piramide demografica con sempre più pensionati, con un periodo di lavoro inferiore del 20% e con un valore aggiunto per ora lavorata inferiore del 30%? Se si vuole intervenire davvero sui motivi che determinano l’espatrio dei nostri giovani, occorre distinguere ciò che può essere fatto subito da ciò che richiede trasformazioni più profonde.

Poche opportunità e lavoro mal pagato

Nel breve periodo, il problema non è l’assenza di giovani motivati, ma la qualità delle opportunità offerte. Oggi un neolaureato italiano guadagna in media poco più di 1.300 euro netti al mese, spesso con contratti a termine o collaborazioni discontinue. Occorre innanzitutto aumentare subito tale importo netto, a parità di costo per l’impresa e di valore aggiunto del posto di lavoro (quest’ultimo non facilmente modificabile nel breve termine), attraverso un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale sul lavoro giovanile.

Occorre inoltre incentivare le assunzioni stabili e legare i salari alla produttività. Non si tratta di una riforma ideologica, ma di una misura di sopravvivenza sociale. Con stipendi che non permettono di pagare un affitto nelle grandi città, il ‘restare’ diventa un atto di sacrificio, non di responsabilità civile.

Un altro intervento immediato riguarda la possibilità di rientro di chi è già partito. Ogni giovane formato che lascia l’Italia costa allo Stato decine di migliaia di euro in istruzione e formazione. Programmi fiscali di rientro esistono, ma restano parziali e spesso mal comunicati. Chi torna deve trovare non solo uno sconto sulle tasse, ma un contesto lavorativo credibile: tempi rapidi; riconoscimento delle competenze; possibilità di crescita. Senza questo, il rientro resta un’eccezione e non una strategia.

Accanto al lavoro, pesa enormemente la qualità della vita quotidiana: trasporti inefficienti; affitti fuori scala; servizi pubblici discontinui. Non sono dettagli: sono fattori che, sommati, rendono l’Italia meno competitiva di altri Paesi europei anche a parità di reddito. Migliorare questi aspetti è possibile nel breve periodo, se c’è una chiara priorità politica. E su questo devono muoversi anche le amministrazioni locali (dalle Regioni ai Comuni).

Premiare (per davvero) il merito

Tutte queste sono misure ‘tampone’, necessarie, ma non sufficienti. La radice del problema è strutturale. L’Italia cresce molto poco da oltre 20 anni: la produttività ristagna; l’innovazione fatica a diffondersi; i settori ad alto valore aggiunto restano sottodimensionati. Senza crescita economica stabile, i salari non aumentano e le opportunità restano scarse. È una catena che si autoalimenta. Ciò è avvenuto in un contesto internazionale in cui il nostro aumento del 9% del valore aggiunto dal 2000 a oggi si è confrontato con un aumento del 50% negli Stati Uniti, del 46% nei Paesi nordici occidentali e di almeno il 30% in Francia e Germania. È ovvio che le altre economie siano diventate più attrattive e capaci di offrire stipendi più alti e maggiori opportunità di carriera.

C’è poi il nodo del sistema universitario e della ricerca. L’Italia investe circa l’1,5% del Prodotto interno lordo in ricerca e sviluppo, contro una media europea superiore al 2%. Questo significa meno laboratori, meno dottorati, meno carriere scientifiche. Molti giovani ricercatori non partono per ‘fare esperienza’, ma perché in Italia non vedono un futuro professionale.

Infine, la questione più delicata: la fiducia. La percezione che il merito conti meno delle relazioni, che le carriere siano lente e opache, che l’impegno non sia premiato. È un problema culturale prima ancora che economico, e risolverlo richiede tempo, continuità e coerenza. Per questo l’appello al coraggio dei giovani rischia di essere rovesciato. I giovani italiani il coraggio lo dimostrano ogni giorno, spesso proprio andando via. La vera sfida è chiedere il coraggio di cambiare all’Italia, non ai giovani. Coraggio di investire, di riformare, di scommettere sulle nuove generazioni non a parole, ma nei fatti. Solo allora ‘restare o tornare’ smetterà di sembrare un atto di eroismo e tornerà a essere una scelta naturale.

L’articolo Mattarella e i giovani: è l’Italia che deve avere coraggio proviene da Parole di Management.