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Lavoro: innovare per evolvere

Il mondo del lavoro è in continua evoluzione e bisogna riuscire a innovarsi senza lasciare nessuno indietro. La buona riuscita, infatti, risiede nella collaborazione e nell’unione di più competenze possibili per poterlo innovare in sinergia. Questo è stato il tema al centro dell’incontro dell’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (Aidp) Lombardia Lab Persone e Lavoro, che si è svolto a Milano mercoledì 4 marzo 2026.

Ad approfondire le questioni portate dalla sezione lombarda dell’Aidp è stato l’intervento di Elsa Fornero, Professoressa Onoraria di Economia Politica presso l’Università di Torino, che ha illustrato quali sono le aspettative e quali le complicazioni per quanto riguarda il futuro del lavoro. “In Italia la prima preoccupazione riguarda generalmente la sostenibilità del debito pubblico. È importante, però, distinguere tra due diverse nozioni di debito: quello finanziario, rappresentato dai titoli negoziabili sui mercati; e quello che possiamo definire pensionistico”, ha spiegato l’ex Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali. E ha aggiunto che purtroppo tutte le problematiche legate a questi debiti sono pagate dalle nuove generazioni che stanno accedendo al lavoro proprio in questo momento.

Secondo Fornero, dunque, è sui giovani che si sta creando un debito implicito che grava sulle loro spalle e su quelle di chi entrerà a breve nel mercato del lavoro. Per questo motivo, secondo Fornero bisogna dare valore ai giovani, che rappresentano il futuro. Il tema è particolarmente complesso, perché in Italia il divario generazionale è particolarmente ampio: “I giovani sono pochi e, secondo le previsioni, continueranno a diminuire”, ha commentato la docente. “Le stime indicano che entro il 2050 la popolazione italiana potrebbe ridursi di circa 6 milioni di persone, ma il dato più preoccupante è che si riduce la popolazione in età lavorativa, mentre aumenta quella in età pensionabile”. Infatti, secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), entro il 2060 l’Italia potrebbe registrare una diminuzione del 35% delle persone in età da lavoro.

Il lavoro delle donne come leva per l’economia

Questa dinamica comporta una potenziale perdita di benessere, perché ci saranno meno persone in grado di contribuire alla produzione di reddito e quindi alla crescita economica. Tuttavia, l’Italia dispone ancora di un importante potenziale di lavoro inespresso. Una risorsa potrebbe arrivare dal lavoro femminile. Secondo i dati Istat, il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro è tra i più bassi d’Europa, inferiore di oltre 12 punti rispetto alla media europea: è allora fondamentale valorizzare questo potenziale. Inoltre, sempre secondo i dati Istat, l’Italia presenta ancora un tasso di abbandono scolastico tra i più elevati in Europa, superata solo da Romania, Spagna, Germania e Ungheria, e questo aspetto limita le opportunità individuali e riduce la qualità del capitale umano.

“Bisogna superare l’idea che il mercato del lavoro sia a ‘numero fisso’, come se l’ingresso di una persona implicasse necessariamente l’uscita di un’altra. L’obiettivo deve essere quello di creare le condizioni affinché tutte le persone in età lavorativa possano avere accesso a un’occupazione dignitosa e adeguatamente retribuita”, ha continuato Fornero.

Il discorso vale in particolare per le donne: secondo il rapporto Closing the gender gap, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) ha stimato per tutti i paesi membri l’effetto sul Pil di una maggiore occupazione femminile. Nei Paesi Ocse, se per il 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, si avrebbe una crescita del Pil pro-capite del 12% in 20 anni, pari a 0,6 punti percentuali all’anno. La piena partecipazione femminile al mondo del lavoro varrebbe un aumento del Pil pro-capite di un punto percentuale l’anno (sempre a condizione che l’occupazione femminile raggiunga i livelli di quella maschile) ed è quindi essenziale per la crescita economica. “Il lavoro è un diritto di tutti e costituisce una componente fondamentale della dignità e dell’inclusione sociale”, ha concluso l’ex Ministra.

Formazione e lavoro a misura di giovani

Parlando di lavoro non si può dimenticare il ruolo della formazione, specialmente quella riservata a chi sta costruendo il percorso per entrare nel mercato lavorativo. Per prima cosa bisogna affrontare i bias della formazione: è noto che comunemente si crede esista la formazione di serie A – quella universitaria – e una di serie B – quella tecnica e professionale. Eppure, il mondo del lavoro ha bisogno di professionalità diversificate. E in questo senso serve fare cultura sul fatto che la formazione tecnica e professionale è altrettanto dignitosa e strategica rispetto a quella universitaria.

“Per farlo non basta sottolineare il fabbisogno di competenze tecniche espresso dalle imprese; è necessario mettere le famiglie e i giovani nelle condizioni di considerare questi percorsi formativi come scelte di pari valore rispetto a quelli accademici”, ha affermato Alessandro Fermi, Assessore lombardo all’Università, Ricerca, Innovazione, E così come le università si stanno rinnovando per essere più attrattive – è bene non dimenticare che anche gli atenei ‘gareggiano’ per attrarre studenti – anche gli altri percorsi formativi sono chiamati a fare altrettanto. “Per esempio, in Lombardia si lavora per promuovere lanascita di campus ITS strettamente collegati alle filiere produttive caratteristiche dei singoli territori, in modo da rafforzare il legame tra formazione e sistema economico locale e rispondere in maniera mirata alle esigenze del mercato del lavoro”, ha concluso Fermi.

Nuove generazioni e nuove priorità

Fin qui la formazione. Poi ci sono le questioni legate a quanto succede alle persone una volta entrate in azienda. Come detto, il mondo del lavoro è in costante cambiamento e se le aziende vogliono intercettare i giovani, devono tenere in forte considerazione le esigenze delle nuove generazioni. Queste, infatti, come ha affermato Salvatore Monteduro, Segretario Confederale UIL Milano, non riguardano solo l’aspetto retributivo, ma gli aspetti sempre più rilevanti sono la conciliazione tra vita e lavoro, lo smart working, la parità di genere e la formazione. Le richieste dei giovani sono, infatti, più orientate al benessere lavorativo. Ecco allora che le aziende si devono dotare di soluzioni perché il benessere delle persone sia una leva organizzativa.

Poi c’è la questione di trattenere i dipendenti, e il territorio può fare la sua parte. In Lombardia, per esempio, come dichiara Stefano Passerini, Direttore Settore Lavoro, Welfare e Capitale umano di Assolombardia, si è agito su aspetti come trasporti, servizi di cura e possibilità di accedere ad abitazioni a canoni calmierati. È con queste iniziative che si può evitare la fuga dei cervelli, che secondo i dati Istat, nel 2024 sono stati oltre 11 mila i neolaureati che hanno deciso di partire, contro i soli 2840 che hanno deciso di ritornare.

AI, tra progresso e responsabilità

Infine, parlando di cambiamento non si può non fare riferimento all’avvento dell’Intelligenza Artificiale (AI) che ha portato ad un processo di transizione digitale particolarmente complicato.

In questo caso, la Lombardia è una delle prime regioni, insieme con la Toscana e la Puglia, ad aver messo per iscritto una proposta normativa sul tema dell’AI, grazie alla promozione da parte dell’Assessore Alessandro Fermi. Si tratta del risultato di un lavoro durato circa un anno e mezzo, al quale hanno partecipato numerosi stakeholder: giovani, esperti, associazioni di categoria, università. L’obiettivo è stato quello di fotografare la situazione attuale dell’AI e di individuare le principali sfide e opportunità che la tecnologia può offrire.

Questa proposta di legge ha la finalità di intervenire su due ambiti principali. Il primo riguarda la competitività delle imprese. “L’AI è considerata uno strumento fondamentale per la competitività economica, ma è importante che lo sia per tutte le imprese. Oggi, infatti, l’AI è già molto utilizzata dalle grandi aziende, ma è ancora poco diffusa tra le piccole imprese italiane. Per questo motivo, le istituzioni devono favorire una diffusione consapevole dell’AI, soprattutto tra le PMI” ha dichiarato Fermi. L’AI rappresenta un’opportunità soprattutto per svolgere attività spesso logoranti, ripetitive e poco stimolanti, ma comunque necessarie: in questi casi la tecnologia permette alle persone di essere impiegate in attività più qualificate, creative e produttive per le imprese.

Il secondo grande ambito su cui agisce la legge sull’AI riguarda il tema dell’etica. Una delle domande principali è quale impatto possa avere la tecnologia sull’apprendimento dei giovani e sul loro sviluppo cognitivo. “Il rischio è che i più giovani possano utilizzare in modo improprio uno strumento che sì rappresenta una grande opportunità, ma che comporta anche alcune criticità. Per questo è necessario educarli a un uso consapevole e responsabile dell’AI”, ha concluso Fermi. Questi sono i due grandi pilastri su cui si fonda la legge: da un lato la produttività e la competitività economica, dall’altro la dimensione etica e umanistica dell’AI. In sintesi, vuol dire conciliare produttività e competitività con la dimensione etica.

Insomma, le sfide del mondo del lavoro sono numerose e diversificate. Solo attraverso scelte responsabili, investimenti nelle competenze e una maggiore attenzione alle persone sarà possibile costruire un mercato del lavoro capace di adattarsi ai cambiamenti e di offrire opportunità reali che non lascino indietro nessuno.

L’articolo Lavoro: innovare per evolvere proviene da Parole di Management.