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La tempesta perfetta

La crisi energetica legata alla terza guerra del Golfo rende più visibili i problemi di fondo dell’Italia. Come avviene durante una bassa marea: gli scogli emergono e rendono evidente ciò che prima rimaneva non visibile. L’attuale scenario evidenzia in particolare la fragilità strutturale della nostra economia nella sua dimensione energetica. Il problema esiste da tempo. La crisi attuale lo sta semplicemente accelerando e rendendo ben visibile.

La forte dipendenza dalle importazioni e l’assenza di un vero sistema di sicurezza energetica mettono a nudo una debolezza strutturale del nostro sistema economico. Se a questa vulnerabilità si aggiunge anche la mancata trasformazione della struttura economica nazionale, il quadro diventa ancora più complesso.

Il rischio è che l’Italia veda aumentare il proprio divario competitivo persino rispetto agli altri due grandi ‘malati‘ dell’economia europea, Francia e Germania: Paesi che pure attraversano una fase difficile, ma che dispongono di strumenti e potenziali strutturali più solidi per reagire. Per comprendere meglio la natura di questo problema conviene partire proprio dal nodo energetico.

Il nodo energetico

L’Italia rimane uno dei Paesi europei più dipendenti dall’energia importata: oltre il 70% del fabbisogno energetico nazionale proviene dall’estero. Gas e petrolio rappresentano ancora una componente centrale del sistema energetico, mentre le risorse interne sono limitate e non esiste un sistema nucleare operativo. Il confronto con gli altri principali paesi europei evidenzia chiaramente questa differenza strutturale.

La Francia dispone di una forte base nucleare che garantisce stabilità e sicurezza nell’approvvigionamento energetico. La Germania ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, sviluppando grandi capacità, soprattutto nell’eolico e nel solare e mantiene ancora una certa capacità nucleare (che ora non smantellerà più). Anche la Spagna, che già dispone di produzione nucleare, ha accelerato rapidamente anche la propria transizione energetica, diventando uno dei paesi europei con la crescita più dinamica delle rinnovabili. Il Regno Unito, pur utilizzando ancora una quota rilevante di gas, ha sviluppato una grande capacità nell’eolico offshore e mantiene comunque una componente nucleare.

L’Italia, invece, non dispone di nucleare, ha minori volumi di rinnovabili, ha una maggior componente di produzione di energia da gas. E’ quindi molto più esposta alle oscillazioni dei prezzi del gas e ha storicamente costi dell’energia molto più alti. Questa condizione si traduce in costi energetici significativamente più elevati per le imprese italiane rispetto a tutti gli altri paesi europei.

La trappola energetica italiana

In un sistema produttivo ancora fortemente manifatturiero, che rappresenta circa il 16% del Pil italiano, (una delle quote più alte tra le grandi economie europee), il prezzo dell’energia incide direttamente sulla competitività delle imprese. I settori più energivori (chimica, ceramica, metallurgia, carta) sono i primi a subirne le conseguenze. In alcuni casi il costo dell’energia può arrivare a rappresentare fino al 20–30% dei costi di produzione.  Ed è due o tre volte superiore a quello di alcuni paesi concorrenti.

Questa situazione crea quella che si può definire una vera e propria trappola energetica. L’Italia ha un’economia ancora fortemente industriale, ma non possiede una base energetica interna sufficientemente solida. Ciò significa che una parte importante della competitività del sistema produttivo dipende da fattori esterni sui quali il paese ha un controllo limitato.

Quando i prezzi internazionali dell’energia aumentano, l’impatto sull’economia italiana è quindi più forte rispetto ad altre grandi economie europee che dispongono di fonti energetiche più diversificate o di una maggiore autonomia. In altre parole, l’industria italiana si trova spesso a competere sui mercati internazionali partendo da una posizione di svantaggio strutturale.

I problemi della struttura economica

A questa fragilità energetica si somma il secondo problema, già trattato più volte: la struttura economica dell’economia italiana. Negli ultimi decenni il paese ha faticato ad avviare la trasformazione verso modelli industriali più moderni, basati su nuovi servizi, tecnologia, innovazione e grandi investimenti industriali. Il sistema economico resta ancora fortemente fondato su piccole e medie imprese, spesso molto flessibili ma con risorse limitate per affrontare le grandi transizioni tecnologiche e globali.

Non riescono ad avere le economie di scala per fare innovazione al livello necessario per competere alla pari con le altre economie avanzate. Oggi molte filiere industriali italiane si trovano sotto una crescente pressione competitiva. Nella meccanica e nella componentistica, le imprese italiane si confrontano sempre più con i nuovi bacini produttivi dell’Europa orientale, ormai integrati nelle catene di fornitura della Germania. In questi paesi il costo del lavoro può essere anche un terzo di quello italiano.

La combinazione con il loro minor costo dell’energia crea un forte vantaggio competitivo rispetto alle nostre aziende. Anche il settore tessile-abbigliamento sta avendo notevoli problemi. Gran parte dei grandi volumi produttivi si è spostata verso paesi emergenti dell’Europa orientale e dell’Asia, dove il costo del lavoro è molto più basso. In Italia sono rimaste soprattutto attività di fascia alta, prototipazione o lavorazioni specializzate, spesso al servizio di gruppi e marchi che ormai consolidano gran parte del loro fatturato all’estero. Il risultato è che molte filiere produttive italiane si trovano oggi schiacciate tra costi energetici relativamente elevati e costi del lavoro più alti rispetto ai nuovi paesi concorrenti.

Una sinergia negativa

Il problema è reso particolarmente importante dalla convergenza di questi fattori: vulnerabilità e costi energetici, trasformazione incompleta della struttura produttiva e crescente concorrenza internazionale. Considerati separatamente, questi elementi potrebbero presentare difficoltà gestibili. Ma quando si combinano producono una vera e propria sinergia negativa che sta erodendo progressivamente la competitività del sistema economico italiano.

È come se la nave dell’economia italiana si trovasse a navigare con più falle contemporaneamente: l’energia, la struttura produttiva e la pressione competitiva globale. Ad essi va aggiunto anche il problema del calo demografico e della mancanza di lavoratori qualificati: una tempesta perfetta!

Per queste ragioni è probabile che già nel breve e medio periodo il divario dell’Italia rispetto alle principali economie europee continui ad aumentare. La fragilità energetica, le rigidità strutturali dell’economia, il calo demografico non possono essere corretti rapidamente. Questo non significa però che il problema sia privo di soluzioni (almeno parziali, per frenare il trend negativo). Proprio perché la natura della difficoltà è strutturale, la risposta deve essere strategica e di lungo periodo.

La necessità di una nuova strategia

Da un lato occorre rafforzare la sicurezza energetica del paese: accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili, investire nelle infrastrutture e affrontare senza tabù il tema delle tecnologie energetiche disponibili, a partire dal nucleare. Dall’altro lato è necessario completare la trasformazione del sistema industriale nel suo complesso (non solo il manifatturiero).

Occorre sostenere l’innovazione dei modelli di business, favorire la crescita dimensionale delle imprese, aumentare gli investimenti in innovazione, attivare azioni formative per accrescere le competenze dei lavoratori. Queste scelte non produrranno effetti immediati. È realistico pensare che nel breve e medio termine il divario possa ancora aumentare. Ma non intervenire ora significherebbe rendere permanente questo ritardo.

Nel frattempo, sarà comunque necessario recuperare ore di lavoro, valorizzando le enormi potenzialità già esistenti e aumentare le entrate derivanti dal turismo internazionale. L’obiettivo realistico oggi non è eliminare immediatamente il divario, ma creare le condizioni affinché l’Italia possa recuperare terreno nel medio-lungo periodo. Solo affrontando insieme il nodo energetico e quello della struttura economica sarà possibile invertire questa tendenza.

Vogliamo finalmente affrontare i problemi strutturali dell’economia italiana — energia, produttività e trasformazione industriale — oppure continuare a discutere quasi esclusivamente di geopolitica, politica estera, temi ideologici e di guerriglia politica di basso livello? Alcuni di questi temi sono importanti, certo. Ma su di essi l’Italia ha comunque un’influenza limitata, mentre la competitività della nostra economia è determinata direttamente da noi,

L’articolo La tempesta perfetta proviene da Parole di Management.