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La Gen Z è troppo viziata?

Una generazione che fa cadere la penna allo scoccare della fine del turno. Non è improbabile trovare in rete racconti che descrivono così la Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012, i più grandi si avviano adesso alla trentina), additata spesso come scansafatiche. Ma sarà davvero così? Un articolo comparso sul quotidiano francese Le Figaro riaccende il dibattito, segnale che il tema è sentito un po’ ovunque, non solo in Italia. “Alle 17.50 iniziano a riordinare le proprie scrivanie, alle 18.01 sono già tutti spariti” riferisce al quotidiano un manager, parlando dei dipendenti più giovani.

Le lamentele si sovrappongono: sembrano allergici alle critiche, tanto che spesso come conseguenza si assentano per malattia. Rifiutano impegni o responsabilità al di fuori dell’orario di lavoro, non si preoccupano di prendere le ferie nel momento peggiore possibile per l’azienda. Sembrerebbe insomma che molti giovani, sintetizza la giornalista Anne De Guigné nell’articolo, abbiano perso il gusto per il duro lavoro. Pensano più che altro, questa l’idea che danno, alla propria realizzazione personale. Così il tempo trascorso in ufficio diventa una specie di intervallo più o meno piacevole tra momenti di svago.   

I casi poco virtuosi

Saranno casi estremi, ma non mancano esempi di comportamenti poco rispettosi verso i datori di lavoro. In un supermercato francese con 110 dipendenti, due lavoratori sotto i 30 anni risultano da diversi mesi in congedo per malattia. L’azienda ha tentato più volte di contattarli ma loro non si sono mai fatti sentire, ignorando i messaggi e costringendo a ricorrere a personale interinale. Un altro imprenditore racconta di aver perso un venditore di talento da un giorno all’altro. 

Quel che è certo è che è avvenuta una trasformazione nel modo di concepire il lavoro, tra i più giovani ma forse non solo. Scatenata con una sorta di presa di coscienza collettiva nel corso della pandemia, la convinzione è che non sia necessario (né utile) dare il massimo di sé stessi sul lavoro. O attribuire a quello che si fa tutti i giorni per sbarcare il lunario il senso della vita. L’obiettivo deve essere l’autonomia e l’equilibrio tra vita privata e professionale. Ma senza troppo sacrifici. Anche il salario non viene più anteposto a tutto: più importante è che l’impiego sia conforme alle proprie passioni.  

I lavoratori erano davvero diversi prima? 

A chiedersi se sia il caso di biasimare i giovani di oggi per le loro idee è l’opinionista e speaker francese Richard Martineau sulla testata Le Journal de Montréal. “Hanno visto i loro genitori lavorare fino allo sfinimento, e per cosa? Per essere licenziati senza tanti complimenti a 55 anni quando l’azienda si è trasferita o ha fatto tagli al personale” scrive in modo piuttosto tranchant.

Perdiamo la vita cercando di guadagnarcela”: negli Anni 70, ricorda l’opinionista, erano le parole di una canzone di André Sylvain. Mezzo secolo dopo, ironizza, sono diventate una filosofia di vita. E così si è arrivati a non domandare più a qualcuno, appena lo si conosce, “Che lavoro fai?”. Si è passati, ipotizza Martineau, a dire: “Qual è il tuo hobby preferito?”.

Non si può però ignorare un fatto incontrovertibile. Non sarà che il lavoro non rende più come un tempo? Non ci sono più, come compenso per la fatica, la garanzia di uno status sociale o la promessa di chissà quali avanzamenti di carriera. Si tira avanti e per di più con la minaccia dell’Intelligenza Artificiale in agguato. Scoraggiarsi e ridursi a fare il minimo diventa comprensibile per certi versi. Lo ha decretato anche un articolo del New York Times del 5 novembre 2025. Il titolo recitava: Per la Generazione Z lavorare è ora più deprimente che essere disoccupati, e sembra aver colto pienamente lo spirito del tempo.

L’articolo La Gen Z è troppo viziata? proviene da Parole di Management.