Il declino dei giganti dell’export
Per decenni Giappone, Italia e Germania sono stati il cuore produttivo del capitalismo industriale avanzato. Hanno costruito la propria prosperità su un paradigma chiaro: manifattura di qualità, competitività internazionale, surplus commerciale. Automobili, meccanica di precisione, elettronica, macchinari industriali. L’export è stato il loro motore, il loro orgoglio, la loro identità economica. Questo modello già da tempo era arrivato al capolinea ed è il motivo del declino di questi tre Paesi.
Oggi quel paradigma mostra crepe profonde. Non perché esportare sia diventato inutile, ma perché non basta più. Il mondo che ha premiato la potenza industriale degli Anni 80 e 90 è cambiato: il valore si concentra sempre più nei servizi ad alta intensità tecnologica, nei dati, nelle piattaforme, nell’intelligenza artificiale, nella finanza avanzata, nella ricerca applicata. Restare ancorati a un modello prevalentemente manifatturiero significa rischiare la stagnazione (o addirittura la recessione) e una maggiore esposizione ai cicli globali.
Il Giappone è stato il primo a sperimentare questo passaggio traumatico. Dopo gli Anni 80, quando sembrava il Paese capace di sfidare economicamente gli Usa, l’esplosione della bolla finanziaria e immobiliare ha aperto un periodo in cui la crescita reale media si è attestata attorno a un modestissimo 1%. I salari reali sono rimasti stagnanti per lunghi periodi. Recentemente lo Stato e le grandi imprese, nel tentativo di riattivare la domanda interna, hanno concesso aumenti delle retribuzioni superiori al 5%, i più alti da decenni. Ma l’inflazione e la debolezza valutaria hanno eroso una parte significativa di questi aumenti. I salari reali sono calati ulteriormente. La strategia di spingere i salari per creare maggiori consumi interni e uscire dalla stagnazione si è rivelata fallimentare.
L’aumento della produttività reale non si può creare a tavolino
Infatti, senza un aumento della produttività reale, gli aumenti dei salari si traducono in aumento dell’inflazione (per di più aumentando il debito dello Stato). Chi, ora in Italia, auspica un deciso aumento dei salari senza che ci sia un riscontro nell’aumento della produttività, rischia di ottenere lo stesso risultato. Già ci siamo assunti un rischio aumentando del 6% le retribuzioni dei dipendenti pubblici.
Data la loro incidenza sul Pil nazionale, avremo un aumento nominale di circa lo 0,6% ma non sappiamo se anche questo si trasformerà in aumento dell’inflazione (come in Giappone) o dei soli risparmi privati, già enormi (e anche questo non ci serve, visto che di fatto saranno fatti a debito o a scapito di altre spese statali).
L’Italia, nel suo declino, ha seguito un percorso meno spettacolare (non crollo in pochi anni ma declino continuativo), ma altrettanto preoccupante. Negli ultimi venticinque anni in Italia il Pil reale è cresciuto solo del 9% (contro il 30-40% di Francia e Germania, il 70% dei paesi nordici e il 90% degli Usa). La produttività è rimasta praticamente ferma. I salari reali italiani sono gli unici a non essere cresciuti in Europa dal 1999.
Il paradosso italiano e la Germania, il grande malato europeo
Eppure, l’Italia continua a essere uno dei principali esportatori mondiali. Questo è il paradosso italiano: siamo al quarto posto nell’export mondiale di prodotti, ma non si cresce. In effetti se consideriamo l’export totale (prodotti e servizi) scopriremmo che siamo solo al 10° posto. Se consideriamo solo i servizi siamo al 14° posto. Questa constatazione è particolarmente importante per capire perché cresciamo meno degli altri paesi: il valore aggiunto di un fatturato di servizi (il suo contributo al Pil) è pari a circa l’80%, quello di un fatturato manifatturiero è pari solo al 40% (avendo percentualmente una componente di acquisto molto maggiore).
Non mi sembra che in Italia ci sia tale consapevolezza e, quando parliamo di export, ci riferiamo quasi sempre solo al manufatturiero. Questa è una eredità culturale del secolo scorso, quando il focus dell’economia era proprio la produzione di prodotti fisici per l’export (‘le fabbriche’ innanzi tutto). Il potere d’acquisto medio resta debole, e la percezione di impoverimento diffusa non è un’illusione. Per di più, l’aumento di Pil dell’ultimo periodo ha riguardato prevalentemente le banche (Pil non distribuito alla popolazione) e, soprattutto, è frutto delle immissioni finanziarie a debito del Superbonus e del Pnrr.
L’Italia, nell’ultimo decennio, ha aumentato però il suo Pil pro capite più dell’altro grande malato europeo, cioè la Germania. Non ci sarebbe molto di cui vantarsi, visto che possiamo registrare performance migliori solo confrontandosi con altri malati, ma anche questo dato va letto comunque con cautela.
La Germania, a lungo considerata il modello virtuoso europeo, ha iniziato a mostrare segni di affaticamento più recenti ma non meno seri. La sua crescita si è indebolita, l’industria automobilistica affronta la transizione green e la concorrenza asiatica, l’energia costa di più rispetto al passato. Berlino ha reagito con un deciso aumento della spesa pubblica, inclusa quella per la difesa, segnando un cambio di paradigma rispetto alla tradizionale disciplina fiscale. È una scelta strategica di breve termine, attivata per compensare il calo di export di altri prodotti non più leader sul mercato (prevalentemente automotive). Potrà funzionare più come stimolo temporaneo che come nuova base strutturale di crescita. La spesa militare può sostenere il Pil nel breve periodo, ma non sostituisce un ecosistema di servizi tecnologici avanzati capace di generare valore continuo.
La variabile demografica: Italia e Giappone i Paesi più vecchi al mondo
La variabile demografica rende il quadro socio-economico di Giappone e Italia ancora più inquietante. Questi due paesi sono infatti tra le società più anziane al mondo, con oltre il 23% della popolazione sopra i 65 anni e hanno una popolazione in calo. Il Giappone ha avuto negli ultimi decenni il calo più alto al mondo. Ma anche la Germania sta seguendo segue la stessa traiettoria, mentre la Francia presenta ancora piccoli incrementi e Paesi come Svezia e Norvegia sono cresciuti del 25% negli ultimi 25 anni e continuano a crescere.
Una popolazione anziana significa meno forza lavoro potenziale, meno consumi dinamici, più spesa pubblica per pensioni e sanità. E soprattutto significa meno anni effettivi di produzione. Secondo le stime di Eurostat e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Oecd), la durata media della vita lavorativa è di circa 33 anni in Italia e circa 40 in Germania. Il Giappone, grazie all’elevata occupazione tra i 60 e i 69 anni, si colloca su livelli analoghi a quelli tedeschi.
Dovremmo sottolineare un altro aspetto a nostro sfavore, che però potrebbe tradursi in potenziale migliorativo solo per noi: il fatto che la nostra vita lavorativa è così bassa non è perché andiamo in pensione troppo presto (infatti ci andiamo più o meno all’età dei tedeschi) ma perché entriamo nel mondo del lavoro ben sette anni più tardi di loro. Se solo riuscissimo a impiegare i giovani all’età dei tedeschi (cioè a 25 anni contro i nostri attuali 32) avremmo una forza lavoro superiore del 22%. Con tale allineamento della durata della vita lavorativa potremmo aumentare il Pil pro capite addirittura del 22% e non avere un bisogno significativo di immigrati per i nostri posti di lavoro. Sette anni di differenza non sono un dettaglio statistico: sono una diversa capacità strutturale di produrre reddito, crescita, contributi (e quindi pensioni più alte).
Questo margine di miglioramento lo abbiamo solo noi, in quanto anche il Giappone ha una vita lavorativa media di circa 40 anni. Nel caso italiano il problema è ancora più paradossale perché i margini di recupero di ore lavorative esistono e sono enormi. Non occorre rivolgersi solo all’immigrazione. L’Italia presenta tassi di occupazione giovanile tra i più bassi d’Europa, una partecipazione femminile significativamente inferiore alla media dell’Europa occidentale e un ampio ricorso alla cassa integrazione straordinaria. Questi tre serbatoi di lavoratori potenziali, se usati per alimentare posti di lavoro a buon valore aggiunto, potrebbero farci recuperare il gap accumulato in trenta anni rispetto agli altri paesi.
I tre giganti dell’export sono rimasti nel XX secolo
Ma non se ne sente parlare, salvo invece discutere animosamente sull’altro possibile serbatoio, cioè quello degli immigrati (con i relativi maggiori problemi di integrazione socioculturale e di competenze). Ma senza una ristrutturazione radicale del modello di business produttivo (maggiore integrazione tra industria e servizi avanzati, innovazione digitale diffusa, riforma dei modelli organizzativi del lavoro) anche l’incremento quantitativo rischierebbe di produrre solo una crescita marginale dell’occupazione, ma con salari medi in calo (come si sta verificando attualmente).
Il punto centrale in comune fra i tre giganti economici dell’ex Asse di Ferro è questo: sono rimasti troppo a lungo ancorati a un modello industriale che ha funzionato magnificamente nel XX secolo ma che nel XXI secolo non è più sufficiente. La manifattura resta fondamentale, ma il vero valore aggiunto si è spostato altrove. Se non si accelera verso servizi ad alta produttività, ricerca, tecnologia, formazione continua e utilizzo pieno della forza lavoro disponibile, il declino sarà lento ma persistente per tutti e tre i paesi.
Il rischio non è un crollo improvviso. È una progressiva irrilevanza relativa. Crescite medie inferiori all’1%, salari che inseguono l’inflazione, popolazioni che invecchiano più rapidamente della capacità di adattamento economico. Il conto di un paradigma non aggiornato si paga in silenzio, anno dopo anno. Giappone, Italia e Germania hanno ancora capitale umano, infrastrutture e competenze industriali straordinarie. Ma la finestra per una trasformazione radicale non è infinita. Senza una revisione profonda dei modelli di business e dell’utilizzo della forza lavoro, senza un riequilibrio tra export e mercato interno, tra industria e servizi innovativi, il rischio è che i campioni dell’export diventino i simboli di una grandezza passata. Il mondo non aspetta chi resta fermo.
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