I rider? Eravamo solo agli inizi (e non lo sapevamo)
I rider erano solo la punta dell’iceberg, senza che nessuno se ne accorgesse. Perché il lavoro tramite piattaforme digitali, salito alle cronache per via delle – spesso difficili – condizioni di lavoro dei fattorini che consegnano a domicilio, ha a che fare anche con diverse altre professioni. Che spaziano dal lavoro di assistenza a domicilio, all’avvocatura e alla psicologia. “Sembra che le uniche piattaforme siano Glovo e Uber, ma non è affatto così: ci sono altri settori in cui si verificano storture” ha denunciato al quotidiano El País Ignacio Gamboa, a capo della Asociación Estatal de Entidades de Servicios de Atención a Domicilio (Asade), preoccupato per l’effetto dell’espansione delle piattaforme anche nel suo comparto, quello relativo all’assistenza domiciliare.
Una situazione che si allarga a tutti i Paesi europei. L’ultimo studio di Eurostat al riguardo esamina 17 Paesi. Nel 2022 circa il 3% degli europei dichiarava di aver lavorato in qualche momento dell’anno mediante piattaforme. Percentuale che corrisponde a circa 28,3 milioni di individui, passati poi a 43 milioni nel 2025, il 52% in più. A ‘cascarci’ sono più uomini che donne, e più giovani che persone avanti con gli anni. Ma l’aspetto più interessante è un altro. E cioè che la maggioranza di questi non aveva una bassa formazione; al contrario risultava essere qualificata.
Le criticità di un lavoro fuori dall’ordinario
“Più della metà di questi soggetti chiariscono di non essere coperti in caso di disoccupazione, malattia o infortunio” si legge nello studio. Ma non è il solo aspetto critico su cui soffermarsi. “Specie ora che – con l’espansione dell’Intelligenza Artificiale (AI) – la diffusione del lavoro su piattaforma sarà maggiore” ha affermato Fernando García, a capo del coordinamento per le piattaforme del sindacato spagnolo UGT.
Prendiamo il caso dell’assistenza. “Ci sono alcuni siti che agiscono bene, ma altri in cui non si garantisce all’utente lo svolgimento adeguato delle mansioni, né ai professionisti è richiesta una qualche abilitazione o minimi standard legali da rispettare” è l’obiezione di Olga Merino, consigliere del Colegio Oficial de la Psicología di Madrid. Alcuni portali nascono dietro false Partite Iva, perché non si limitano a fare da intermediari ma stabiliscono prezzi e assegnano pazienti. Viene a mancare quindi l’indipendenza del professionista.
Il mancato adempimento rispetto alla contrattazione collettiva
Il vero nodo non è solo la precarietà in sé, ma il generale peggioramento delle condizioni di lavoro applicate. “Ci sono persone sotto-inquadrate rispetto a quanto previsto dal contratto collettivo” ha aggiunto Merino, ricordando anche come una delle principali proliferazioni del lavoro tramite piattaforme si riscontri nell’ambito della salute mentale. Non tutto è da buttare. “L’online è stato una risorsa a partire dalla pandemia, ma questo non giustifica l’instabilità lavorativa né deve avere impatto sulle modalità di lavoro: fa rabbia pensare come ci siano persone che stanno facendo del male ai proprio assistiti”.
Una denuncia simile arriva anche da Antón Echevarrieta, Presidente del Colegio de la Abogacía di Álava. “Siamo preoccupati perché ci sono piattaforme che si fingono studi professionali facendo pubblicità ingannevole. Sono al limite del perimetro deontologico e legale” afferma. Arginare il fenomeno non sarà tra i compiti più semplici. Ma la soluzione per far sì che non si infranga la legge sarà una: recepire la direttiva europea 2831/2024 sul lavoro nelle piattaforme da parte degli Stati membri. Vale per l’Italia come per la Spagna e la scadenza è fissata per dicembre 2026.
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