
I manager alla prova dell’AI
Aiuta a essere più svelti sul lavoro ma non è la panacea di tutti i mali. L’Intelligenza Artificiale (AI) è piombata nelle vite di tutti a una velocità mai vista prima e costringe a un ripensamento delle organizzazioni aziendali. Quasi dalle fondamenta, verrebbe da dire. Ma la componente umana non potrà mai venire meno, al di là dei lavori che spariranno e di quelli che nasceranno. Sono alcune delle riflessioni emerse il 17 e 18 giugno 2026 a Roma al convegno La formazione manageriale nell’era dell’AI: gli orizzonti e le sfide del cambiamento organizzato da Asfor, associazione che si occupa di formazione manageriale, alla presenza di docenti e manager. “Il punto è che la società si fonda su un equilibrio tutto sommato semplice: la gente lavora per sostentarsi e finanziare il sistema di welfare pubblico e dei servizi” ha sintetizzato all’incontro Marco Vergeat, Presidente di Asfor. Un principio che potrebbe saltare: “Cosa accadrebbe se il valore economico fosse prodotto dalle macchine? E se il lavoro perdesse centralità nella produzione di ricchezza?”, ha chiesto.
C’è di che interrogarsi. Alcune professioni (specie quelle che richiedono attività meccaniche e ripetitive) verranno meno. Ma altre ne arriveranno, ed è ormai possibile dirlo con una certa cognizione di causa dal momento che è quello che è sempre successo nella storia dell’umanità: “La differenza principale con l’attualità sta solo nella rapidità con cui tutto avviene” ha ribadito Vergeat. Viviamo una fase di transizione. “E i cambiamenti sono troppo repentini per metabolizzarli e prepararsi”. Ci si deve allora affidare ad alcuni punti fermi. Uno è non cedere alla convinzione che le macchine facciano tutto meglio di noi. “Non si deve spostare il nucleo dell’iniziativa fuori di noi perché a quel punto il motore del desiderio si atrofizza” è stato l’allarme. E poi la consapevolezza che l’umanità resta insostituibile, almeno su due fronti. Il primo: “La capacità di stabilire relazioni autentiche che nessuna conversazione con un chatbot può azzerare”. E poi: “La capacità di valutazione e giudizio, e quindi di prendere decisioni ragionate”.
Destinata a commettere errori
L’Intelligenza Artificiale spesso sbaglia. “C’è un’interessante indagine riportata dalla Harvard Business Review Italia” ha ricordato all’incontro Elio Borgonovi, professore emerito all’Università Bocconi. Parla del fenomeno del workslop. “Si verifica quando alcuni lavoratori ricevono report creati con l’AI. Che però contengono errori o allucinazioni”. Risultato: l’aumento di produttività c’è ma poi il vantaggio si volatilizza perché la perdita di tempo si scarica sui destinatari di quei rapporti che devono correggerli e rielaborarli. Un problema che si ridurrà con il tempo: “Tra qualche anno magari la fallibilità dell’AI sarà minore, ma nel frattempo?” è stata l’obiezione. Si riscontra anche un’erosione di fiducia: “Lo ha detto circa il 35% degli intervistati di quello studio rispetto alla considerazione nei confronti dei colleghi che si scopriva avessero svolto lavori con l’AI”.
Pur nelle versioni successive e sempre più sofisticate, gli errori non spariranno. Si chiama teoria dell’approssimazione. Ne ha parlato Alberto Sangiovanni Vincentelli, professore di Ingegneria Elettronica e Informatica alla University of California di Berkeley. “È una questione matematica: creiamo modelli infernali con triliardi di parametri. Come tabelloni giganti in cui tu indichi con una funzione qual è l’entrata e quale l’uscita. Ma se la macchina non la trova la approssima per calcolo della probabilità”. Qui casca l’asino: “Le risposte sono soltanto plausibili”. Tanto che ad ammetterlo sono perfino i produttori di AI con i nuovi modelli di Anthropic, Fable 5.0 e Mythos 5.0. “Il paper che li spiega dice: abbiamo risultati migliori ma la percentuale di errore è del 20%” ha ribadito il professore. Non proprio cosa da poco.
Il pensiero critico ci salverà
All’incontro sono stati diversi gli interventi che, pur riconoscendo il carattere rivoluzionario dell’AI, ne hanno ridimensionato la portata. Nella certezza che il pensiero critico sarà sempre l’argine definitivo all’automazione. “Per la prima volta nella storia abbiamo a che fare con una tecnologia che è dirompente perché dispone di capacità che prima erano appannaggio solo dell’uomo: capacità analitiche, cognitive, di problem solving, dei processi valutativi e decisionali, anche dei processi comunicativi” ha commentato Giorgio Colombo, Vice Presidente di Human Resources & ICT di Edison. “Ecco perché si dice che avrà un maggiore impatto sui cosiddetti knowledge worker e invece ne avrà uno minore su chi fa ancora un lavoro prevalentemente manuale e creativo”.
Ed è difficile resisterle. “Perché ci toglie la fatica di pensare”. Il punto è che non basta saperla utilizzare elaborando il prompt giusto. Oppure distribuendo a cascata tra i dipendenti strumenti di AI come Copilot. “La vera sfida da affrontare per governarla è dotarsi di una visione valoriale, di un approccio critico e selettivo, guidato anche da una coscienza etica”. I processi vanno ripensati, altrimenti non ci sarà innovazione reale. “Le tecnologie non creano da sole valore aggiunto” ha detto. “L’AI non può ancora fare a meno di noi nelle cose in cui gli uomini fanno ancora la differenza: prendere decisioni in base al contesto, oppure restituire ciò che non è stato ancora scoperto”. Le imprese dunque non devono limitarsi a salire sul carro della nuova tecnologia e ribaltare i processi. Si trovano invece a un bivio: scegliere cosa affidare all’AI e cosa no.
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