Habeas corpus mette il management davanti a una domanda scomoda
In azienda abbiamo imparato a proteggere badge, laptop e accessi ai sistemi. Ma c’è un asset che continua a viaggiare più scoperto di tutti: noi stessi. Non solo la privacy, ma quell’insieme di dati che ci descrive, ci rappresenta e da cui spesso dipendono le nostre scelte di vita (selezioni HR, rating, profilazioni, performance). Quindi, a chi appartiene veramente la nostra identità digitale? È da questa domanda scomoda da cui parteil libro Habeas corpus. Chi saremo nell’era dell’Intelligenza Artificiale di Federico D’Annunzio.
Il libro è stato pubblicato nel gennaio 2026 da San Paolo Edizioni, nella collana Attualità e storia. D’Annunzio è un imprenditore nell’industria dell’innovazione digitale, attivo su Intelligenza Artificiale (IA) applicata e automatismi produttivi; in un’intervista rilasciata ad AdnKronos, l’imprenditore ha descritto l’IA come “uno strumento positivo, se ben usato, che però non deve essere lasciato a briglia sciolta: va sottoposto ad una governance che contempli sia i diritti dell’uomo, preservandoli, sia quelli dell’identità artificiale”.
Il libro si muove con l’ambizione dichiarata del saggio-manifesto: l’IA non è solo una tecnologia da adottare, ma un cambio di paradigma che chiede nuove categorie. La più efficace, per impatto e immediatezza, è quella di ‘Corpo Esteso‘: la persona non termina dove finiscono i suoi confini biologici, perché una parte della sua identità vive nei dati (fiscali, sanitari, giuridici, burocratici) e nelle interazioni quotidiane con piattaforme e sistemi intelligenti.
Un nuovo lessico per la filosofia dell’AI
Da qui la proposta di un’evoluzione del principio classico di tutela della persona: ‘HC+‘, una forma di habeas corpus che includa anche l’integrità digitale. E poi un impianto più ampio: trasparenza radicale dei sistemi, responsabilità verificabile, un’architettura di regole sovranazionali (l’idea di un “Commonwealth” dell’IA) con un soggetto garante. Nella visione dell’autore, la governance non è un accessorio: è ciò che distingue l’IA come acceleratore di libertà dall’IA come infrastruttura di controllo.
Il punto più “netto” (e deliberatamente provocatorio) è il “Muro invalicabile”: una linea normativa e culturale che separi l’IA dalla vita organica, per evitare interferenze e ibridazioni. Accanto alle cornici, il testo prova anche a mettere sul tavolo soluzioni e concetti operativi (dalla responsabilità dei sistemi alla lotta alla disinformazione), con l’obiettivo di costruire un umanesimo digitale: un modo di stare nel Neurocene (l’epoca dell’IA) senza delegare identità e decisioni alle macchine.
Per chi lavora in azienda (soprattutto in ruoli HR, Legal e IT) Habeas corpus è utile non tanto perché spiega cos’è l’IA, quanto perché costringe a cambiare la domanda. Ovvero: che tipo di organizzazione stiamo diventando se i dati iniziano a parlare al posto delle persone?
Perché l’AI influenza la leadership in azienda?
Il valore del libro sta nella costruzione di un vocabolario: è un lessico che può aiutare le imprese a uscire dalla comfort zone del welfare tecnologico (l’adozione di strumenti) e entrare nella parte più delicata: fiducia, responsabilità, diritti. Temi che, in azienda, si traducono subito in costi e benefici concreti: employer branding, retention, conflitti, contenziosi, reputazione.
Certo, alcune proposte hanno un tono programmatico e radicale (da manifesto, appunto) e non tutte sono immediatamente trasferibili in policy aziendali. Ma anche qui sta il punto: in un tempo in cui l’IA entra nei processi prima ancora che nelle strategie, un eccesso di prudenza rischia di diventare un ritardo manageriale.
Se una newsletter, un CRM o un sistema di recruiting sono ormai normali, allora la domanda sulla tutela del Corpo Esteso non è filosofia: è governance. E la governance, in azienda, è leadership. Chi guida oggi deve decidere dove mettere confini, regole e responsabilità prima che lo facciano piattaforme, fornitori o inerzia organizzativa. In questo senso, Habeas corpus non è solo una lettura sull’IA: è un promemoria su cosa significa, nel 2026, gestire persone in un mondo dove i dati sono importanti quanto (e più) delle persone.
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