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Crescita con futuro: cosa imparare dalla Polonia

Nell’ambito della discussione sulle possibili nuove regole per l’Europa, è spesso citato il fatto che nel Vecchio Continente i Paesi dell’Est ricevono enormi finanziamenti a fondo perduto da parte dell’Unione europea per il loro sviluppo. E sono finanziamenti che sembrano funzionare egregiamente. Prova ne sia che Paesi come la Polonia stanno crescendo con un ritmo quasi paragonabile a quello dell’Italia negli Anni 80.

Il confronto può sembrare anacronistico, ma è, invece, molto interessante. Ci può far capire il perché, dopo questa esplosione, la Polonia non farà probabilmente la fine dell’Italia con la sua successiva incapacità di sostenere ciò che aveva creato quando era fuori dall’euro: come ben sappiamo la nostra produttività è ferma ai livelli degli Anni 80… C’è, in realtà, un elemento strutturale che accomuna le leve di sviluppo dei due Paesi: entrambi hanno usato una forte immissione di denaro per spingere lo sviluppo.

Ma c’è pure una grande differenza: l’immissione di denaro nel sistema in Italia era fatta a debito, mentre in Polonia è stata finanziata direttamente dall’Ue, attraverso fondi strutturali, fondi di coesione e, più recentemente, strumenti straordinari di sostegno agli investimenti. In termini netti, Varsavia è uno dei principali beneficiari del bilancio europeo, con flussi che hanno sostenuto le spese per il welfare, le infrastrutture, la modernizzazione industriale e del capitale umano e la coesione territoriale.

Questo dato è fondamentale per comprendere perché la Polonia sia riuscita a crescere più velocemente della media europea senza accumulare squilibri macroeconomici paragonabili a quelli vissuti dall’Italia in passato. Ed è proprio qui che il confronto con l’Italia degli Anni 80 diventa illuminante. All’epoca il nostro Paese cresceva rapidamente: il Pil aumentava, l’industria esportava, il reddito disponibile migliorava. A distanza di tempo, quel periodo è spesso ricordato come una stagione di dinamismo e vitalità economica. Ma quella crescita poggiava su basi fragili, destinate prima o poi a cedere.

In Italia soluzioni insostenibili nel tempo

Il primo pilastro del modello italiano era la spesa pubblica finanziata a debito. Lo Stato sosteneva occupazione, welfare e sviluppo industriale attraverso un disavanzo strutturale, trasformando il debito pubblico in uno strumento ordinario di politica economica. Il secondo pilastro era la svalutazione della lira, utilizzata ciclicamente per recuperare competitività quando l’aumento dei costi interni e la bassa produttività mettevano in difficoltà il sistema industriale. Quel meccanismo produceva risultati nel breve periodo, ma al prezzo di una distorsione profonda: la competitività italiana non era costruita, veniva compensata. Le inefficienze strutturali non erano risolte, ma temporaneamente occultate da una moneta debole e da una spesa pubblica crescente. Il debito aumentava, la produttività ristagnava, e il problema era rinviato.

La Polonia ha seguito una traiettoria diversa. La sua crescita, soprattutto a partire dall’ingresso nell’Ue, non è stata finanziata in modo prevalente da deficit strutturali, ma da trasferimenti europei in larga parte a fondo perduto, integrati da investimenti esteri e da una progressiva integrazione nelle catene del valore europee. Infrastrutture di trasporto, reti energetiche, modernizzazione industriale, formazione: gran parte di questi investimenti non ha gravato direttamente sul bilancio nazionale. Questo ha consentito a Varsavia di crescere rapidamente senza caricare sulle generazioni future un’esplosione del debito pubblico, come avvenne in Italia negli Anni 80 e 90. Ricordiamoci poi che l’Italia ha lasciato il suo debito sulle spalle delle attuali generazioni (126mila euro per ogni lavoratore!).

Questo non significa che il modello polacco sia privo di problemi. Esistono, come in Italia, divari territoriali, criticità istituzionali e tensioni politiche, ma dal punto di vista macroeconomico la differenza è netta: la crescita non è stata drogata dal debito come nel nostro caso.

L’euro ha svelato le fragilità del sistema italiano

C’è poi un altro elemento decisivo. A differenza dell’Italia pre introduzione dell’euro, la Polonia non ha potuto utilizzare la leva della svalutazione competitiva come strumento sistematico. Inserita nel mercato unico, vincolata dalle regole europee, la competitività è stata ricercata attraverso altri canali: costo del lavoro relativo; attrazione di capitali; miglioramento delle infrastrutture; accesso a mercati più ampi. In altre parole, la competitività è stata costruita nella realtà e non simulata.

Invece, quando l’Italia è entrata nell’euro, il modello costruito nei decenni precedenti è andato in crisi. Non perché l’euro ‘distrugge’ la crescita, ma perché rende visibili le fragilità accumulate: senza la possibilità di svalutare e con vincoli di bilancio più stringenti, il debito pubblico diventa un peso, non più un moltiplicatore. La competitività italiana, sostenuta per anni da una moneta debole, si è rivelata fragile. La stagnazione della produttività è emersa in tutta la sua evidenza. In questo senso, l’euro non è la causa della crisi italiana, ma il momento della verità. La moneta unica fatto emergere il carattere illusorio di una crescita che non era stata accompagnata da riforme strutturali, innovazione diffusa e rafforzamento dello Stato come motore efficiente dello sviluppo.

Il confronto con la Polonia rende questa lezione ancora più chiara. Una crescita sostenuta da risorse esterne, investite in infrastrutture e capacità produttiva, è più solida di una crescita finanziata a debito o da artifici monetari, anche se politicamente meno appariscente e più lenta nel produrre consenso immediato. Varsavia ha beneficiato di una convergenza europea che ha permesso di accelerare lo sviluppo senza compromettere la sostenibilità finanziaria. L’Italia, al contrario, ha vissuto una crescita rapida, ma fragile, pagando poi un prezzo elevato in termini di debito, stagnazione e perdita di margini di manovra.

La ricerca dello sviluppo sostenibile

Guardare oggi alla Polonia non significa idealizzarne il percorso, ma riconoscere una verità spesso rimossa nel dibattito economico italiano: non tutta la crescita è sviluppo e non tutto lo sviluppo è sostenibile. La differenza non sta nella velocità con cui si cresce, ma nel modo in cui quella crescita è finanziata e costruita. Ed è una lezione che l’Italia ha imparato tardi e che forse, ancora oggi, fatica ad accettare fino in fondo. Prova ne sia che il nostro Paese pensa ancora di sviluppare l’economia con l’immissione di droga finanziaria (Superbonus, Piano nazionale di ripresa e resilienza, e altro debito aggiuntivo) senza preoccuparsi di sapere come potrà aumentare la produttività.

Se le immissioni finanziarie non sono accompagnate da azioni che saranno causa certa di aumento della produttività, il tutto si trasformerà in un semplice aumento di Pil nominale con aumento dell’inflazione e riduzione del potere di acquisto. Velleitari anche gli aumenti delle retribuzioni senza un corrispondente aumento della produttività. Il risultato sarà molto simile (come ha dimostrato il caso del Giappone). Pare che la nostra politica, di qualunque segno, non possieda alcuna conoscenza a riguardo. E infatti nessuno sta proponendo come aumentare la produttività. E allora già conosciamo il risultato: produttività al palo, potere d’acquisto in calo, debito in continuo aumento. Invece di perdersi in pure lotte politiche di potere e discutere solo di politica estera sarebbe finalmente il caso di fare… un Piano di sviluppo industriale del Paese.

L’articolo Crescita con futuro: cosa imparare dalla Polonia proviene da Parole di Management.