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Come si fa a diventare più poveri?

Una risposta volutamente provocatoria al titolo di questo articolo potrebbe essere questa: facendo esattamente alcune delle cose che oggi vengono presentate come indispensabili per diventare più ricchi, e cioè: aumentare i salari senza che aumenti nella stessa misura il valore prodotto da ogni posto di lavoro, compensare il declino demografico attraverso il ricorso all’immigrazione soprattutto nei settori a basso valore aggiunto, sostenere la crescita con spesa pubblica finanziata a debito.

Sono tre ricette apparentemente molto diverse, ma hanno in comune lo stesso errore di fondo: scambiare gli effetti della ricchezza per le sue cause e immaginare che basti riprodurre dall’esterno alcuni elementi tipici delle economie più prospere per ottenere automaticamente gli stessi risultati (non è forse un caso che gli Italiani risultino essere all’ultimo posto su 31 Paesi esaminati nella capacità di capire le relazioni causa-effetto-dati Ocse Piacc)?

Il caso dei salari è forse il più evidente. Che in Italia siano troppo bassi è fuori discussione, e il confronto con molte economie del Nord Europa è impietoso, ma da questa constatazione si passa troppo facilmente alla conclusione che il problema possa essere risolto semplicemente aumentando le retribuzioni, quasi che il livello dei salari fosse una variabile indipendente dal resto dell’economia. In realtà un’impresa tedesca, danese o svizzera può pagare salari più alti non perché abbia deciso di essere più generosa, ma perché mediamente ogni lavoratore produce più valore grazie al maggior valore aggiunto prodotto dai suoi posti di lavoro (tecnologie migliori, organizzazioni più efficienti, imprese di dimensioni maggiori e una più forte presenza nei settori ad alto valore aggiunto). Il punto, quindi, non è negare la necessità di aumentare i salari, ma capire che un loro aumento duraturo e reale può essere sostenuto soltanto se cresce anche il valore che li finanzia; altrimenti la differenza viene inevitabilmente assorbita da qualche altra parte, sotto forma di aumento dell’inflazione, margini più bassi, prezzi più alti, minori investimenti o perdita di competitività.

L’esperimento giapponese che non ha funzionato

È proprio per questo che l’esperimento giapponese è così interessante. Dopo decenni di stagnazione salariale, bassa inflazione e consumi deboli, il Giappone ha deciso di provare a mettere in moto il sistema partendo dai salari, esercitando una fortissima pressione politica sulle grandi imprese perché concedessero aumenti importanti nelle trattative annuali e spingendo contemporaneamente verso aumenti consistenti del salario minimo. Non si è trattato, in senso stretto, di un aumento generalizzato degli stipendi imposto per legge, perché una parte decisiva degli incrementi è passata attraverso la contrattazione tra imprese e sindacati, ma la direzione politica è stata chiarissima: aumentare le retribuzioni per sostenere i consumi e tentare di innescare un nuovo ciclo di crescita. Il problema è che questo meccanismo funziona solo se l’aumento del costo del lavoro spinge le imprese a produrre più valore per addetto. Se un’azienda produce 100 e il costo del lavoro passa da 60 a 65 senza che cambi nulla nella produttività, quei cinque punti in più non sono nuova ricchezza: devono essere sottratti ai margini oppure recuperati attraverso prezzi più elevati. Se invece l’aumento dei salari costringe l’impresa a investire, automatizzare, riorganizzare i processi e portare il valore prodotto da 100 a 110, allora l’aumento salariale diventa sostenibile e può davvero trasformarsi in maggiore benessere.

La differenza, in fondo, è tutta qui: un salario nominale più alto non significa necessariamente un salario reale più alto. Se lo stipendio cresce del 5 per cento e nello stesso periodo cresce del 5 per cento anche il costo dei beni e dei servizi, il lavoratore vede una cifra più alta sulla busta paga ma non può comprare nulla in più. Ed è precisamente questo il punto critico del caso giapponese: negli ultimi anni gli aumenti nominali sono stati molto significativi, ma una parte consistente del vantaggio è stata erosa dall’inflazione, tanto che i salari reali sono di fatto diminuiti. Il Giappone ci ricorda quindi una cosa elementare che nel dibattito pubblico viene spesso dimenticata: aumentare gli stipendi è relativamente semplice, aumentare stabilmente il potere d’acquisto è molto più difficile, perché richiede un aumento parallelo della produttività.

Conta il valore aggiunto dei posti di lavoro, non la quantità

La stessa confusione tra quantità e valore ricompare quando si parla di demografia. L’Italia avrà meno persone in età lavorativa e da questa previsione si fa discendere quasi automaticamente la necessità di sostituirle attraverso l’immigrazione. Anche qui il ragionamento sembra ovvio finché l’obiettivo è mantenere invariato il numero dei lavoratori, ma diventa molto meno scontato quando l’obiettivo è aumentare la ricchezza per abitante. La Spagna è un caso particolarmente interessante perché negli ultimi anni ha registrato una crescita economica robusta, un forte aumento dell’occupazione e una crescita significativa della popolazione, sostenuta in larga misura dall’immigrazione. Il meccanismo è perfettamente comprensibile: più persone significano più lavoratori, più consumatori, più affitti, più spesa, più domanda e quindi più Pil. Ma il fatto che il Pil totale cresca non ci dice ancora se il Paese stia diventando più ricco in termini pro capite.

Se una popolazione aumenta del 10 per cento (e aumentano anche i lavoratori) e il Pil aumenta del 5 per cento, l’economia nel suo complesso è diventata più grande, ma il valore prodotto mediamente da ogni abitante è diminuito. Naturalmente il caso spagnolo reale è più complesso e non sarebbe corretto attribuire all’immigrazione un effetto automaticamente negativo sulla crescita del reddito pro capite. Il punto è piuttosto un altro, e cioè che una quota rilevante della crescita recente è stata sostenuta dall’aumento della popolazione e dell’occupazione mentre la produttività continua a essere uno dei problemi strutturali del Paese (anche se migliora molto di più che in Italia). Se l’economia crea soprattutto nuovi posti in settori che richiedono molto lavoro ma generano relativamente poco valore per addetto, come turismo, ristorazione, ospitalità, agricoltura, commercio e numerosi servizi alla persona, può accadere che aumentino contemporaneamente il Pil, l’occupazione e il numero degli abitanti senza che aumenti nella stessa misura il reddito medio e senza che il sistema produttivo faccia il salto di qualità necessario per sostenere salari elevati.

Immigrazione e modello economico: un equilibrio da rivedere

Questo è il punto che dovrebbe interessare molto anche l’Italia. Il problema non è se l’immigrazione sia positiva o negativa in assoluto, perché posta così la domanda è semplicemente sbagliata. Il problema è capire quale immigrazione un sistema economico riesce ad attrarre e, soprattutto, in quali attività la inserisce. Un’economia ad alto valore aggiunto attirerà più facilmente ingegneri, tecnici, ricercatori, medici, informatici e imprenditori, mentre un’economia che continua a basare la propria competitività sulla disponibilità di lavoro a basso costo tenderà ad attrarre soprattutto persone disponibili a occupare quei posti. Non è un giudizio sulle persone ma sul modello economico, perché il reddito medio di un Paese dipende in larga misura dal tipo di attività che riesce a creare e dal valore che ciascun posto di lavoro è in grado di generare.

Per questo l’idea di compensare automaticamente ogni lavoratore che perderemo a causa del declino demografico merita di essere discussa. Continuiamo a ragionare come se per produrre la stessa quantità di beni e servizi domani servisse necessariamente lo stesso numero di persone di oggi, mentre automazione, robotica e Intelligenza Artificiale stanno andando esattamente nella direzione opposta. Se a un’impresa mancano cento lavoratori, può cercarne cento altrove per continuare a produrre esattamente nello stesso modo oppure può investire in tecnologia, organizzazione e competenze per ottenere con sessanta persone ciò che prima richiedeva cento. Nel primo caso conserva il modello produttivo esistente, nel secondo aumenta la produttività e crea le condizioni per pagare salari più elevati. Il rischio, altrimenti, è che la disponibilità continua di lavoro a basso costo finisca perfino per rallentare l’innovazione, perché riduce l’incentivo a sostituire attività poco produttive con tecnologie e processi più efficienti. Non a caso le nostre imprese continuano a chiedere lavoratori per ciò che facevano prime e molto poco per ciò che vorrebbero fare (anche perché non hanno idee molto chiare a riguardo).

L’articolo Come si fa a diventare più poveri? proviene da Parole di Management.