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Collaborazione tra capitale e lavoro: adesso c’è una legge

Un articolo inattuato della Costituzione, il numero 46, riconosce ‘il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende‘. Scritto 80 anni fa, rientrava nel novero delle norme rimaste lettera morta. Ne aveva in qualche modo raccolto l’eredità il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia del giuslavorista Marco Biagi, assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002. Biagi scriveva: “Il Governo italiano condivide l’ispirazione della politica comunitaria in tema di relazioni industriali e saluta con favore questa evoluzione così caratterizzante del modello sociale europeo auspicando che anche in Italia i rapporti tra parti sociali si sviluppino in senso più partecipativo”

Parole lette dall’ex ministro della Funzione Pubblica e attuale Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) Renato Brunetta, in occasione della commemorazione della scomparsa di Biagi. Organizzato da Adapt, associazione di studi giuslavoristici da lui stesso fondata, l’incontro si è incentrato proprio sul tema della partecipazione dei lavoratori. E per dibattere su uno snodo fondamentale, verificatosi nove mesi fa. A maggio 2025 si è arrivati infatti all’entrata in vigore di una legge di iniziativa popolare, la numero 76/2025, che rende finalmente operativo il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese

Non mancano i punti di contatto proprio con la visione di Biagi: “Per lui il mondo del lavoro non doveva essere un freddo meccanismo di incrocio tra domanda e offerta ma un ecosistema vivo fatto di persone e alimentato e sostenuto dal contributo dei lavoratori” è stata la riflessione di Luigi Sbarra, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Nonché ex segretario generale Cisl, il sindacato che ha lanciato nel 2023 il disegno di legge approvato lo scorso anno. La legge si fonda su un’idea, ha proseguito Sbarra: “Il sistema economico funziona meglio quando le diverse componenti collaborano e i lavoratori non sono solo destinatari di decisioni ma contribuiscono ai processi produttivi e organizzativi”. 

Cosa prevede la legge 76 del 2025

Il testo si articola in quattro punti. Il primo punto riguarda gli aspetti gestionali e norma il coinvolgimento dei dipendenti nei processi decisionali o negli organi di sorveglianza. Il grado più elevato di collaborazione prevede l’ingresso di rappresentanti negli organi di amministrazione e controllo. Il secondo punto afferisce l’aspetto economico, che consente ad esempio la distribuzione degli utili aziendali. La Legge di Bilancio 2026 interviene anche sul fronte degli incentivi per il 2026 e il 2027: innalza a 5mila euro la soglia detassabile e riduce all’1% l’imposta sostitutiva, includendo anche i premi di risultato.

Quanto alle forme di partecipazione, il terzo punto stabilisce anche una modalità consultiva, che prevede il coinvolgimento dei lavoratori attraverso pareri preventivi su scelte aziendali strategiche. Il quarto punto riguarda invece la partecipazione organizzativa, che si traduce in commissioni paritetiche composte da rappresentanti dell’impresa e dei lavoratori, e può prevedere anche ruoli dedicati: referenti per formazione, welfare, politiche retributive, qualità degli spazi di lavoro e altri ambiti operativi.

La norma si applica a tutte le aziende a prescindere dalle dimensioni. Ma non è prevista alcuna obbligatorietà: “La contrattazione resta il motore ed è ciò a cui dobbiamo guardare oggi come strumento principe per governare le trasformazioni in corso nel mercato del lavoro” ha detto all’evento Daniela Fumarola, Segretario generale della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (Cisl). “Biagi parlava di partecipazione come motore di democrazia e della persona che deve essere protagonista del mercato del lavoro esercitando una responsabilità” ha riferito poi. “Le sue idee vivono ancora”. E in parte si sono riversate nella legge, pensata per offrire una “nuova opportunità competitiva” e a favore della “redistribuzione della ricchezza” conclude Fumarola. 

Le best practice 

Modelli partecipativi di lavoratori in azienda esistono già. Un caso è Leroy Merlin, leader nella grande distribuzione specializzata in bricolage, come ha testimoniato al convegno Fabrizio Leopardi, a capo delle Relazioni Istituzionali HR. “Il nostro è un caso peculiare perché l’azienda è francese e già dal 1959 nel Paese c’è una legge che rende obbligatorio il premio di risultato” ha raccontato. Uno dei segreti è stato questo: “Ogni collaboratore, per quanto piccolo, nella nostra azienda ha un perimetro di autonomia in cui viene accompagnato e c’è una spinta a una presa di decisione”. Si vede dai venditori in negozio: “Il livello di formazione non ha eguali perché il commesso può prendere decisioni insieme al cliente”. Dietro, ha spiegato, c’è un concetto secondo cui vanno ceduti pezzi di potere e va condiviso l’elemento finanziario: “Da noi l’azionariato diffuso esiste da vent’anni”.  

Anche il Gruppo Hera, una delle principali multiutility italiane, prevede forme di coinvolgimento dei dipendenti, con un focus specifico sulla gestione degli appalti. «Oggi c’è piena equivalenza nella contrattazione collettiva applicata a dipendenti e appaltatori», spiega Fabrizio Pancino, Responsabile Relazioni Industriali del Gruppo. A supporto, l’azienda ha attivato un sistema di controlli che consente di monitorare in tempo reale le attività di cantiere su qualità, sicurezza e ambiente. Inoltre, nella fase di pubblicazione dei bandi, sono previsti due momenti informativi di confronto con le organizzazioni sindacali per verificare l’assenza di difformità nei contratti applicati. Ora la domanda si sposta sul resto del mercato: quante imprese sceglieranno di cogliere l’opportunità offerta dalla nuova legge?

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