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Città fantasma (per lo Smart working)

Non è solo questione di comodità – almeno in apparenza il lavoro da casa risulta meno pesante – o di efficienza: niente mezzi pubblici, auto e traffico, ma dritti al computer a produrre. La scelta dello Smart working ha effetti talvolta dirompenti su più piani. In primis sulle città dove si concentrano gli uffici e in special modo nei centri cittadini, fino a poco tempo fa affollati non solo da turisti, ma anche dao lavoratori. Dopo il Covid il panorama è cambiato per sempre. Ma in meglio?

Si prenda il caso degli Stati Uniti, il Paese che per eccellenza anticipa le tendenze mondiali. Ad Austin e Denver, aree metropolitane dove il 23% dei lavoratori è in Smart working, più di un quarto degli spazi per uffici è vacante, il tasso più alto tra le grandi città nordamericane. Un problema che incide, per esempio, sulle entrate provenienti dalle tasse. Che è poi il parametro su cui si basa spesso il valore degli immobili commerciali e residenziali. E che, ha ricordato un articolo dell’Economist, è destinato a calare del 10% nel 2026, fino a 212,7 miliardi di dollari, l’equivalente di 181,3 miliardi di euro. 

I danni al mercato immobiliare (in caduta libera)

Il mercato immobiliare rischia insomma la caduta libera, laddove lo Smart working prende piede. E la soluzione non è facile né immediata. Perché nonostante il tentativo di far rientrare le persone negli uffici negli Stati Uniti – e non solo – la modalità di lavoro da remoto ormai si è radicata. C’è sì una ripresa dei centri cittadini afflitti dallo spopolamento causato dal Covid, ma è solo parziale. 

In Nord America, circa il 15% dei lavoratori delle principali aree metropolitane lavora in Smart working per la maggior parte dei giorni settimanali. In alcune zone si sfiora il 25%. Si tratta magari di persone che continuano a vivere in città oppure nei sobborghi, ma che non hanno intenzione di trasferirsi in zone centrali. E se già negli States il budget dei residenti delle grandi città è in ritirata, lo Smart working non fa che esacerbare la problematica. 

Amazon e le big preferiscono l’ufficio

Nel colosso tech Amazon il ritorno alle scrivanie in ufficio è diventato ufficiale a gennaio 2025. Il CEO Andy Jassy lo aveva comunicato con una lettera ai dipendenti spiegando come i vantaggi del faccia a faccia, specialmente per la creatività, fossero superiori a quelli del lavoro da remoto. E stando ai dati raccolti da un sondaggio interno, il 90% dei lavoratori sembrerebbe d’accordo. Per Amazon la decisione è definitiva, così come per altre mega compagnie del mondo tech e non solo. Una volta terminata la pandemia a fare il passo indietro sono state per esempio At&t Disney, Goldman Sachs e la Bank of America

E in Europa? Deutsche Bank all’inizio del 2025 ha deciso di rivedere la propria politica riducendo il lavoro da remoto dal 60 al 40%. Qualche protesta all’inizio, ma poi è tutto scemato. Anche in Francia la compagnia di video giochi Ubisoft ha rivisitato la propria struttura di telelavoro facendo rientrare in sede i dipendenti tre giorni a settimana su cinque. In Italia l’uso dello Smart working dilaga soprattutto nelle grandi aziende e nelle microimprese. Attecchisce molto meno nelle Piccole e medie imprese (PMI), ma per il 2026 si stima una ripresa del 5,25%, come emerge dai dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. Il tempo dell’emergenza pandemica sembra però finito per sempre: allora si contavano 6,5 milioni persone in Smart working. A oggi a ritrovarsi in ufficio sono circa 3,5 milioni di lavoratori.

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