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Attaccati al Pil (pro capite)

Nel dibattito politico italiano, tra polemiche sterili e slogan ripetuti, da qualche tempo compaiono due parole che non comparivano da decenni: crescita e sviluppo. Il problema, però, è che spesso sono usate senza sapere bene di cosa si stia parlando. Proviamo allora a chiarire un punto di partenza fondamentale: non tutta la crescita è sviluppo e non tutto lo sviluppo produce crescita. Le due cose sono legate, ma non coincidono.

La crescita è un dato quantitativo, misurabile: il Prodotto interno lordo, i numeri, le percentuali. Lo sviluppo è invece qualitativo: riguarda le capacità, le competenze, il modo in cui un sistema economico crea valore. In economia, il rapporto è piuttosto chiaro: se sviluppi le capacità di una popolazione, la crescita diventa una conseguenza naturale. A parità di condizioni, cresce di più il Paese che riesce ad aumentare il valore aggiunto prodotto da ogni lavoratore. Ed è qui che l’Italia ha smesso di funzionare.

Quando oggi si parla di crescita, ci si limita quasi sempre a constatare che il Pil non cresce abbastanza. Come se fosse un fenomeno atmosferico: lo si osserva, lo si commenta, si fanno previsioni, ma raramente ci si chiede perché accade e cosa bisognerebbe fare per cambiarne l’andamento. Il Pil, però, non cade dal cielo: è il risultato diretto delle attività economiche di un Paese. Se non cresce, significa che non stiamo creando più valore. Il punto è che continuiamo a discutere dei numeri senza mai chiarire gli obiettivi. In cosa vogliamo crescere? Con quali priorità? Con quali strumenti? Senza risposte a queste domande, il dibattito resta vuoto.

Per anni, in una fase di crescita demografica, l’obiettivo di aumentare il Pil poteva avere senso. È il modello seguito con coerenza, per esempio, dalla Germania: export, industria, tecnologia, investimenti di lungo periodo. Ma quel mondo non esiste più, soprattutto per l’Italia. Oggi ci troviamo in una fase di calo demografico strutturale. La popolazione diminuisce, quella in età lavorativa ancora di più.

Il dilemma del Pil: la crescita da sola non basta   

Con meno lavoratori, il Pil nazionale può crescere solo in due modi: aumentando (molto) il valore aggiunto per lavoratore, oppure sostituendo i lavoratori che mancano con lavoratori immigrati. Quest’ultima strada, però, ha limiti evidenti. Se i nuovi lavoratori occupano posti a bassa produttività, il Pil non cresce. E, nel caso italiano, con salari più bassi di almeno il 30% rispetto alla media dei principali Paesi europei, il rischio è quello di attirare solo basse competenze.

Non a caso, senza le spinte artificiali di Superbonus e Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), il Pil reale italiano è in difficoltà da anni. Il vero nodo è sempre lo stesso: la produttività non cresce. È ferma da decenni, mentre nel resto d’Europa continua ad aumentare. A questo si aggiunge il problema demografico. Secondo l’Istat, nei prossimi 10 anni la popolazione italiana diminuirà in media dello 0,5% all’anno. Nei prossimi 20 anni, la popolazione in età lavorativa calerà del 10%. Per compensare questo calo, servirebbero oltre 5 milioni di nuovi lavoratori. Ma soprattutto, servirebbero lavoratori qualificati e non manodopera generica.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: ha davvero senso, per un Paese che perde abitanti, ostinarsi a inseguire l’aumento del Pil nazionale? La risposta è: probabilmente no. Quello che conta davvero è il Pil pro capite, cioè il reddito medio delle persone. È questo il dato che determina il potere d’acquisto, il benessere, la sostenibilità del welfare. In questo modo, anche un Paese con un Pil stabile o leggermente in calo ospiterebbe in proporzione cittadini più ricchi.

Aumentare il Pil pro-capite significa aumentare il valore aggiunto per lavoratore più velocemente di quanto diminuisca la popolazione. Non è un’utopia. È esattamente ciò che hanno fatto, negli ultimi 25 anni, tutti i Paesi europei avanzati, con incrementi medi della produttività intorno al 2% annuo. Se loro ci sono riusciti, perché noi dovremmo considerarci incapaci? Un calo della popolazione dello 0,5% annuo richiede una crescita del Pil reale di poco superiore allo zero per mantenere stabile il Pil pro capite. Per farlo crescere dell’1,5% annuo – un valore finalmente percepibile – serve una crescita della produttività intorno al 2%.

Scenari macroeconomici

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Dal lavoro femminile all’aumento dell’età pensionabile

Non è fantascienza: è la normalità europea. Un esempio concreto viene dalla Spagna. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), la crescita spagnola è trainata soprattutto dai servizi, sia nei consumi interni sia nelle esportazioni. Le entrate dal turismo estero superano i 120 miliardi, più del doppio di quelle italiane. A questo si aggiungono servizi collegati ad alto valore: catene alberghiere, trasporti, piattaforme, servizi digitali: settori in cui l’Italia, pur avendo enormi potenzialità, resta indietro.

C’è poi una leva gigantesca che continuiamo a sottoutilizzare: il lavoro femminile. In Italia lavora circa il 55% delle donne in età attiva, contro il 68% della Francia e il 74% della Germania. Avvicinarci alla media europea significherebbe guadagnare milioni di lavoratori, che porterebbero quindi più reddito, più contributi, più crescita del Pil pro-capite. Senza importare manodopera. Lo stesso vale per la durata della vita lavorativa. In Italia si lavora in media poco più di 32 anni, contro i 37 della media europea, i 36 della Spagna e i 40 della Germania. Portarci almeno ai livelli spagnoli aumenterebbe il monte ore lavorate di circa il 12%, l’equivalente di più di 3 milioni di lavoratori.

Un semplice aumento dell’età pensionabile di un mese all’anno produrrebbe decine di migliaia di lavoratori equivalenti ogni anno. Infine, c’è il grande bacino di lavoratori italiani che non partecipano al nostro Pil: lavoratori in cassa integrazione di lunga durata (155mila lavoratori), giovani che emigrano (190mila all’anno), italiani già all’estero (600mila dal 2021), lavoratori europei qualificati che oggi scelgono altri Paesi.

Continuare a puntare sull’aumento del Pil nazionale, in un Paese che perde popolazione, significa inseguire un obiettivo sbagliato. La vera sfida è aumentare il Pil pro capite, anche accettando una riduzione della popolazione complessiva. È una sfida più realistica e più sostenibile. Non richiede milioni di nuovi immigrati, ma una cosa molto più difficile per l’Italia: una vera politica di sviluppo. Servizi ad alto valore, produttività, lavoro femminile, più anni di lavoro, migliore utilizzo delle risorse già disponibili. La crescita, quella vera, non è una previsione da commentare. È una scelta da fare.

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