
AI Act, le PMI italiane arrivano impreparate alla svolta
Il 2 agosto 2026 segna un passaggio decisivo per la regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale (AI) in Europa. Entrano infatti in vigore le principali disposizioni dell’Artificial Intelligence Act (AI Act), aprendo una nuova fase per le imprese chiamate a utilizzare questi strumenti nel rispetto di criteri di trasparenza, sicurezza ed etica. In questo scenario si inserisce il IV Rapporto Etalentum, azienda di Ricerca e Selezione del Personale, “L’impatto dell’IA Generativa sulle PMI e sulla loro governance”, che fotografa il livello di preparazione del sistema produttivo italiano. L’indagine evidenzia un divario tra l’interesse verso l’AI e la capacità concreta delle aziende, soprattutto piccole e medie, di governarne l’impiego in modo conforme alle nuove regole.
L’AI Act adotta un approccio basato sulla classificazione del rischio per garantire la tutela dei diritti fondamentali e della sicurezza dei cittadini dell’Unione Europea. Sebbene un emendamento approvato dal Parlamento europeo abbia esteso al 2 dicembre 2027 il termine per la piena conformità dei sistemi ad alto rischio impiegati in ambiti come occupazione, selezione del personale e valutazione dei lavoratori, da agosto 2026 scattano comunque i principali obblighi di trasparenza. Da questa data, tutte le organizzazioni che utilizzano sistemi di AI rivolti al pubblico, come chatbot e assistenti virtuali, dovranno informare chiaramente gli utenti che stanno interagendo con una macchina. Analoghi obblighi riguardano i sistemi capaci di generare o manipolare testi, immagini e contenuti audiovisivi, compresi i deepfake, che dovranno essere identificabili attraverso marcature e metadati. Per alcuni sistemi già presenti sul mercato è prevista una deroga fino al 2 dicembre 2026, mentre gli altri obblighi restano pienamente operativi. Il mancato rispetto delle disposizioni può comportare sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo, sebbene il regolamento preveda criteri di proporzionalità per startup e PMI.
“L’AI Act non rappresenta solo una normativa cui conformarsi ma un’opportunità strategica per le aziende di integrare l’AI nei propri processi in modo corretto ed etico e guadagnare un vantaggio competitivo”, ha affermato Jaume Alemany, CEO di Etalentum Italia. Secondo il Pwc AI Barometer 2026, le aziende con un’alta esposizione all’AI mostrano una crescita media della produttività del 34% rispetto al 2018 (contro il 24% dei settori a bassa esposizione) e il top 20% delle imprese più integrate è arrivata al 163%. “Questa divergenza crea un divario competitivo tra i leader e i ritardatari e richiede non solo un salto tecnologico ma, soprattutto, di cultura aziendale e di competenze, inserendo nuovi profili a formando gli altri, come peraltro prescrive la norma”.
Governance ancora debole nelle piccole imprese
Secondo il rapporto, il principale ostacolo per le aziende italiane non è tanto l’accesso alla tecnologia quanto la mancanza di regole interne e processi di controllo. La distanza tra grandi imprese e PMI è marcata: mentre il 40% delle aziende quotate e dei grandi gruppi industriali ha già avviato un’integrazione strutturata dell’AI, la quota scende al 9% tra le piccole e medie imprese. Per circa la metà delle PMI l’utilizzo dell’IA rimane sporadico o del tutto assente. La conseguenza è un’esposizione crescente ai rischi normativi. Il 39% delle organizzazioni dichiara infatti di non aver ancora definito una policy ufficiale per l’utilizzo dell’IA generativa; solo il 23% ha adempiuto agli obblighi di AI Literacy e appena il 12% informa gli utenti quando interagiscono con sistemi automatizzati. “Questo ritardo non è solo italiano, ma appare comune a quei Paesi che, come la Spagna, hanno un tessuto imprenditoriale basato su piccole e medie imprese”, afferma Alemany. “La mancanza di una struttura manageriale con ruoli dedicati scarica sull’imprenditore una enorme mole di compiti, cui fatica a rispondere. Inoltre l’evoluzione normativa viene spesso interpretata solo come un aggravio burocratico, invece di un’occasione per ripensare e fare evolvere l’organizzazione aziendale e il flusso dei processi”.
L’assenza di una governance strutturata alimenta inoltre forti timori sulla sicurezza dei dati. Il 65% delle aziende teme che le informazioni inserite nei sistemi di IA possano essere utilizzate per addestrare modelli di terze parti o essere esposte a violazioni informatiche. Per questo quasi la metà delle organizzazioni vieta l’inserimento di dati aziendali sensibili, limitando l’uso dell’AI ad attività considerate marginali. Nelle imprese che hanno invece adottato una governance dedicata, le decisioni fanno capo soprattutto alla Direzione generale (43%), affiancata dal dipartimento IT (40%) e dalle Risorse Umane (28%). Tuttavia, le politiche adottate continuano a concentrarsi prevalentemente sulla sicurezza informatica, lasciando in secondo piano formazione e monitoraggio etico, aspetti esplicitamente richiesti dall’AI Act.
Il rapporto evidenzia anche un significativo ritardo sul fronte delle competenze. L’80% dei lavoratori possiede infatti una conoscenza dell’intelligenza artificiale di livello base o intermedio, mentre solo il 2% èconsiderato realmente esperto. L’articolo 4 dell’AI Act impone ai datori di lavoro di promuovere l’AI Literacy e di sviluppare competenze specifiche all’interno delle organizzazioni. Eppure il 56% delle aziende non ha ancora creato ruoli dedicati allo sviluppo o alla gestione dell’AI. Le imprese che hanno investito in nuove professionalità mostrano invece una crescente domanda di figure in grado di progettare nuovi flussi operativi, governare l’adozione delle tecnologie e formare il personale.
Le Risorse Umane guidano la sperimentazione
L’area Risorse Umane emerge come il principale laboratorio di sperimentazione dell’IA generativa. L’elevata produzione documentale e la natura trasversale delle attività rendono infatti il dipartimento HR uno dei contesti più adatti per misurare i benefici in termini di produttività prima di estendere gli strumenti ad altre funzioni aziendali. L’utilizzo dell’AI interessa ormai numerosi processi amministrativi e di comunicazione, ma continua a sollevare interrogativi sul piano organizzativo. “L’utilizzo dell’AI apre opportunità enormi in termini di efficienza ed efficacia della gestione delle Risorse Umane, ma occorre sempre bilanciare lo sviluppo tecnologico con la centralità delle persone, specialmente in un mercato caratterizzato da una diffusa carenza di talenti dove sono i candidati a scegliere le imprese e non viceversa”.
Tra i professionisti intervistati, il 51% teme una progressiva perdita di umanità nella cultura aziendale, mentre il 23% vede il rischio di violazioni normative dovute a un utilizzo non regolamentato della tecnologia. Un ulteriore 11% teme un ridimensionamento del proprio ruolo strategico. Nonostante queste preoccupazioni, prevale una visione positiva: il 58% ritiene che una corretta integrazione dell’AI valorizzerà il ruolo delle Risorse Umane, liberando tempo dalle attività ripetitive per concentrarsi maggiormente sulla strategia, sulla cultura aziendale e sulle relazioni con le persone.
“Le aziende sono chiamate a superare l’approccio puramente difensivo e restrittivo della tecnologia per concentrarsi sulla definizione di linee guida interne chiare, sulla tracciabilità dei flussi di dati e sull’attribuzione di responsabilità precise per la supervisione umana”, è la conclusione di Alemany. Costruire un inventario delle applicazioni esistenti, valutare i profili di rischio dei diversi strumenti e pianificare percorsi formativi dedicati rappresenta, secondo il rapporto, non soltanto un adempimento normativo, ma una leva strategica per la competitività futura delle imprese.
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