Electrolux, il piano esuberi apre una nuova vertenza sulla Manifattura italiana
Come si legge sul sito web di Electrolux Group, la multinazionale svedese ha annunciato un piano di ‘ottimizzazione del suo assetto organizzativo e produttivo in Italia’. Il piano si traduce in 1719 esuberi, divenuti necessari secondo l’azienda a causa della ‘domanda persistentemente debole, una sempre maggiore pressione competitiva, costi strutturalmente elevati, e crescente complessità operativa’. Un segnale preoccupante per il comparto manifatturiero, e nello specifico per quello dell’elettrodomestico.
La vertenza Electrolux è arrivata il 26 maggio 2026 al primo tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che si è chiuso senza il ritiro del piano di ristrutturazione annunciato dalla multinazionale. Il confronto è stato aggiornato al 15 giugno 2026, ma la posizione di governo, sindacati ed enti locali è stata netta: il piano deve essere ritirato e sostituito da una proposta industriale alternativa.
“Il piano presentato dall’azienda è irricevibile, inaccettabile, sia per l’assenza di adeguate prospettive industriali sia per le ricadute occupazionali che comporterebbe. Chiedo a Electrolux di ritirarlo e di aprire un confronto vero, per costruire una soluzione industriale condivisa e sostenibile, fondata su investimenti, innovazione, tutela degli stabilimenti e salvaguardia dell’occupazione”, ha commentato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
Il piano riguarda tutti gli stabilimenti italiani del gruppo. A Susegana gli occupati passerebbero da 728 a 418, con 310 esuberi; a Porcia da 571 a 309, con 262 posti a rischio; a Solaro da 615 a 398, con 217 esuberi; a Forlì da 683 a 345, con 338 tagli. Per lo stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, è prevista la chiusura completa, con l’uscita di tutti i 170 dipendenti. Agli esuberi annunciati si aggiungerebbero inoltre oltre 200 lavoratori a termine che, secondo i sindacati, non sarebbero confermati.
Il nodo industriale dietro i tagli
L’azienda ha richiamato il peso della domanda stagnante, della pressione sui prezzi e dei differenziali di costo rispetto ai Paesi extraeuropei. La crisi Electrolux mette in evidenza una tensione strutturale della Manifattura europea: da un lato la pressione globale sui costi, dall’altro la necessità di preservare capacità produttiva, competenze e occupazione nei territori. L’elettrodomestico, settore già esposto alla concorrenza internazionale e al peso dell’energia, rischia di diventare uno dei punti più sensibili di questa frattura.
Nel corso dell’incontro, Urso ha richiamato il metodo seguito dal Mimit nelle principali crisi industriali, a partire dal caso Beko, concluso senza licenziamenti collettivi, senza chiusure di stabilimenti e con nuovi investimenti. “Le crisi industriali vanno governate, non subite: anche nelle situazioni più difficili si può arrivare a un accordo che non lasci nessuno indietro”, ha sottolineato il Ministro.
Il Segretario Generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, ha denunciato apertamente come “l’operazione non configuri un rilancio o una ristrutturazione, bensì un vero e proprio smantellamento industriale basato su logiche puramente finanziarie che penalizzano la ricerca, lo sviluppo e l’organizzazione stessa del lavoro”. In parallelo, il Segretario Confederale della Cisl, Giorgio Graziani, ha evidenziato che “la crisi di competitività e la forte pressione dei mercati asiatici e cinesi richiedano risposte strutturali non più rimandabili, invocando urgenti e concrete politiche industriali sia a livello italiano che europeo per proteggere e arginare la concorrenza extraeuropea”.
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