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Il Diavolo veste Prada 2 è (di nuovo) un film sul lavoro

A 20 anni dal film che ha trasformato Miranda Priestly in un’icona pop del potere editoriale, Il Diavolo veste Prada è tornato nei cinema con una gigantesca operazione mediatica: una sorta di crossover fra moda, marketing e nostalgia millennial. Fra gadget costosissimi (il pop corn bucket a forma di borsetta distribuito alle prime e che ora si trova online a prezzi di bagarino) e le strepitose passerelle degli attori impegnati nel press tour mondiale, l’hype è stato sapientemente costruito e servito per il secondo capitolo del film.

Ma la pellicola sta facendo discutere e non per i motivi che ci si potrebbero aspettare. Se il primo film era una sorta di favola contemporanea sul lavoro in cui la protagonista Andy Sachs, novella Biancaneve, ribaltava il regno della matrigna cattiva, l’algida e dispotica Miranda, direttrice della potentissima rivista di moda Runway, per affermare una visione autonoma di se stessa e del proprio lavoro, nel secondo capitolo c’è molto meno spazio per le parabole personali, perché il mondo sta… cadendo a pezzi. E noi (lavoratori) con esso.

Runway e la crisi del giornalismo

Il Diavolo veste Prada 2 parla essenzialmente della crisi globale dell’informazione e dell’editoria. L’intero sistema editoriale è costretto a misurarsi con la trasformazione digitale: persino l’onnipotente Runway è diventata una rivista online. L’abbandono della carta stampata non è solo il tramonto di un supporto fisico, ma l’archiviazione definitiva di una forma di potere mediatico. E con un pubblico tanto vorace quanto effimero, persino la strapotente Miranda, che 20 anni prima decideva le sorti dei brand di moda con un’alzata di sopracciglio, oggi si trova a correre dietro alle metriche oscure di views e like.

Andy è diventata un’affermata giornalista d’inchiesta: non importa quanto valore abbia il suo lavoro, equivale a zero se nessuno clicca i suoi articoli. La velocità di fruizione ha modificato anche il valore percepito del lavoro giornalistico. E così come è successo ai circa 300 (veri) giornalisti del Washington Post che febbraio 2026 sono stati licenziati dal patron del giornale Jeff Bezos, anche Andy perde il posto di lavoro a causa dei tagli.

Come confessa a un certo punto Stanley Tucci, che interpreta il fido aiutante di Miranda, Nigel: “Creiamo contenuti per la gente che scrolla mentre fa la pipì”. Non è un caso se i proventi della vendita all’asta dei costumi del film, hanno annunciato Meryl Streep e Anne Hathaway il 24 aprile 2026 in conferenza stampa a Seoul,  verranno donati al Committee to protect journalism, organizzazione no profit statunitense per la difesa della libertà di stampa.

Il ritorno dell’ambizione

Così come il primo capitolo della saga era, di base, un film sul lavoro, così lo è il secondo. Curiosamente, entrambi vanno contro il sentire comune dei propri tempi. Nel primo film, Andy rinuncia a un lavoro ambitissimo (per cui “1 milione di ragazze ucciderebbero”), ma caratterizzato da ritmi inumani, competizione esasperata e leadership tossica, per trovare un equilibrio più funzionale ai suoi desideri. In questo senso, la pellicola aveva anticipato il tema del work-life balance come forma di retention, emerso come protagonista nelle politiche organizzative dell’ultimo decennio. La stessa Miranda, che governa l’azienda con cristallino autoritarismo, sembra aprirsi sul finale a uno stile di leadership più empatico.

Con il secondo capitolo della saga, la musica cambia. Nel sentire comune, soprattutto delle generazioni più giovani, lavoro non significa più appartenenza. Per la GenZ, gli sforzi per il lavoro non sembrano più valere la pena. Anche perché, a ben vedere, il lavoro nel 2026 è molto meno redditizio di quanto non fosse 20 anni prima. Oggi viviamo in un mondo di risorse limitate: le carriere si restringono, il lavoro paga meno, le opportunità scarseggiano. Eppure, il Diavolo veste Prada 2 rimette il lavoro al centro e restituisce dignità all’ambizione. E ha il pregio di non sostituirla con elementi narrativi più rassicuranti: Andy non si è sposata e non ha figli perché ha investito su una professione a cui sente di appartenere e che ama. In questo senso, non esiste il work-life balance, se il lavoro è la prima scelta di una persona. Il film ha anche il pregio di affrontare questo tema da un’ottica femminile, senza ridurre l’ambizione a colpa o caricatura.

Nigel e il prezioso lavoro dell’HR

Da un punto di vista organizzativo e manageriale, una menzione speciale va spesa per la figura di Nigel, il fido aiutante di Miranda. “Nigel ricorda molto il lavoro dell’HR: pur rimanendo dietro le quinte, ha sempre chiara la strategia aziendale”, spiega Michela Trentin, HR Consultant e CEO di MTC Consulting.

Nigel è il punto di incontro tra la direzione e la prima linea, il collante che tiene insieme le esigenze organizzative e le persone. Sa trasferire anche le notizie più difficili ai dipendenti, senza perdere la connessione di intenti con la leadership. Nel suo ruolo, supporta l’azienda anche quando gli altri crollano. Nigel, pur essendo stato tradito da Miranda, continua a comprenderne la logica del potere e della sopravvivenza professionale. “Ed è proprio lì che il personaggio diventa straordinario: non è cieco, non è ingenuo, ma sceglie comunque la lealtà verso un sistema che conosce perfettamente, come fa un HR quando accetta di lavorare in una azienda”, prosegue Trentin.

La logica del benessere, in questo secondo capitolo della saga, è ribaltata rispetto al primo film: le aziende in cui le persone stanno bene sono anche le aziende che performano, e non viceversa. “A volte andiamo troppo dietro al concetto di benessere, dimenticando che il lavoro è anche qualche notte insonne, sacrificio e impegno”, spiega Trentin. L’importante è arrivare a sentire il valore del proprio contributo, soprattutto quando è costato qualche mal di pancia. 

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