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Più produttivi con l’Intelligenza Artificiale (etica)

L’Italia spende poco in digitale, meno dei suoi competitor europei, e le conseguenze si vedono da decenni nei dati sulla produttività. I numeri che porta sono impietosi: il nostro Paese è quarto in Europa per spesa digitale in valore assoluto, ma la penetrazione sul Prodotto interno lordo (Pil) si ferma all’1,9%, contro il 2,6% dei Paesi europei comparabili, il 3% dei Paesi nordici, e oltre il 4% degli Stati Uniti.

È stato proprio partendo da questi numeri che Alessandro Geraldi, Group CEO di Impresoft ha iniziato il suo ragionamento su come il digitale resti fondamentale per migliorare la produttività del Paese: “Tutti noi sappiamo che negli ultimi 20 anni il Pil è stato piatto; gli economisti dicono che il problema è la produttività, perché si è investito poco e male in digitale”. Il risultato è quello che il manager chiama “debito tecnologico”: “È come non aver manutenuto l’impianto idraulico o quello elettrico; puoi anche dare una rinfrescata alla casa, ma se non hai l’infrastruttura dati, non vai da nessuna parte”.

Questo ‘debito’ rende ancora più urgente da parte delle aziende italiane l’adozione delle tecnologie, in particolare dell’Intelligenza Artificiale (AI). Ma al tempo stesso, adottare l’AI complica il quadro, perché si tratta di una tecnologia che funziona bene solo se c’è un ecosistema di dati e processi su cui appoggiarsi.

Sperimentare l’uso dell’AI per l’adozione

Proprio per rispondere alle necessità del mercato, Impresoft è al lavoro sul progetto “AI first at scale”: non basta essere pionieri nell’adozione dell’AI, bisogna riuscire a far funzionare quella sperimentazione in modo sistematico, su tutti i 1.700 collaboratori del gruppo e sull’intera offerta ai clienti. “Non vogliamo essere solo AI first, ma AI first at scala; in maniera deliberata abbiamo detto alle nostre persone: andate, utilizzate, sperimentate. Non abbiamo avuto un approccio comando e controllo, un solo Large language model (LLM), una sola architettura aperta. Questo è stato fondamentale per fare tanta sperimentazione all’interno”, ha spiegato il manager.

L’AI, infatti, è già pervasiva nell’operatività quotidiana del gruppo: nel supporto al codice, nella gestione dei ticket dei clienti, nell’analisi delle performance di marketing, nel controllo finanziario. Ma la tecnologia non è uno strumento per ridurre il personale: è dunque una scelta valoriale prima ancora che strategica, tanto che il claim di Impresoft è “AI First. Human Amplified”. “Non pensiamo di ridurre gli investimenti in persone che fanno codice, ma addirittura di aumentarli. Gli sviluppatori hanno competenze che l’AI non avrà con facilità e mi riferisco, per esempio, alla gestione della qualità e all’ecommerce. La differenze è che con l’AI le persone possono svolgere attività che fino a ieri non riuscivano a fare”, ha argomentato Geraldi.

Una governance dell’AI tutta italiana

Uno degli elementi più originali del posizionamento di Impresoft è la scelta di sviluppare internamente un modello di governance dell’AI coerente con i valori del contesto italiano ed europeo. Trasparenza degli algoritmi, sovranità del dato per i clienti, piena aderenza all’AI Act europeo: non uno slogan, ma un framework operativo già in vigore. Geraldi è stato diretto anche sui rischi: “Ci rendiamo conto che quando si utilizza l’AI, essa è manipolatoria, perché cerca di ingaggiarci e sa usare la dopamina per stimolarci a stare sempre di più su quegli strumenti. Per questo abbiamo rilasciato le policy di governance. Non sconsigliamo l’uso dell’AI, ma vogliamo tutelare l’azienda e le persone; quindi evitiamo lo shadow AI, diamo strumenti aziendali certificati e formiamo le persone a usarli bene”.

Su questo punto la posizione del gruppo si discosta nettamente da chi vede nell’AI solo un moltiplicatore di efficienza da introdurre il più rapidamente possibile. Per l’azienda, il ritmo dell’adozione conta quanto la direzione: “Avere un unico punto di riferimento per guidare la trasformazione digitale richiede un muscolo allenato all’innovazione. Fare software significa veramente innovare, mettersi dalla parte del cliente”.

Il tema della formazione è uno di quelli sui quali Geraldi si sofferma con più passione. Il problema, ha spiegato, non è solo insegnare alle persone a usare gli strumenti di AI: è costruire un’abitudine all’aggiornamento continuo, in un contesto in cui ogni settimana le tecnologie cambiano in modo significativo: “La formazione deve cambiare radicalmente. Non può più essere di tipo universitario. Mi ricorda la formazione che si fa agli scout, con il passaggio orale di nozioni in piccoli gruppi; e così bisogna fare con l’AI per confrontarsi su come la si sta usando e capire che cosa è cambiato, perché ogni settimana tutti ci rendiamo conto che c’è qualcosa di nuovo da scoprire o che è stato rilasciato”.

Il ruolo per rilanciare il sistema Paese

Dal racconto di Geraldi è emerso che non siamo di fronte a un’azienda tecnologica in corsa verso la crescita a tutti i costi. Piuttosto la descrive meglio l’immagine di un player che si sente depositario di una responsabilità precisa nei confronti del tessuto produttivo italiano: “Il nostro ruolo fondamentale è stare tra i grandi vendor internazionali e i clienti. Prima di tutto abbiamo l’obbligo morale di conoscere l’AI – e questo vale per tutte le persone del gruppo – e di usarla eticamente e bene. Ma soprattutto dobbiamo assicurare che nelle aziende ci sia l’infrastruttura fondamentale per renderle competitive partendo dai dati e arrivando ai processi; poi c’è l’AI che può aiutare a usare le informazioni in modo efficace”.

Il mercato sul quale Impresoft è concentrata è il mid-to-large italiano, quella ‘pancia del Paese’ fatta di Manifattura, Retail e Pharma che producono, esportano e competono, ma che fino a poco tempo fa pochi grandi operatori ICT avevano scelto davvero come priorità. La scommessa sta pagando: nel 2026 il gruppo prevede di chiudere intorno ai 240 milioni di euro di ricavi, con una crescita organica che si aggira intorno al 10% in un mercato che non cresce a quella velocità.

Quella del player di tecnologia è stata una crescita legata al fondo Clessidra, arrivato nel 2022 e che da allora ha visto il gruppo completare 18 acquisizioni, integrando realtà imprenditoriali italiane di qualità. Oggi il 57% dei ricavi arriva dal Manifatturiero, il 15% dal Retail, circa il 7% dal Pharma e dall’Healthcare: “Vuol dire conoscere profondamente il mercato di sbocco”, ha sottolineato Geraldi, il cui obiettivo è rendere le aziende italiane davvero algoritmiche, basate sulla conoscenza, e farle diventare più competitive nel mondo.

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