Corporate bullshit: tutto fumo e niente arrosto
Alzi la mano chi non ha mai presenziato a una riunione di lavoro dov’era tutto uno sciorinare di ‘growth-hacking’, ‘impact-minded global enterprise’, ‘cross-collateralization’ e via dicendo. Perché, inutile negarlo, dirlo in inglese ha tutto un altro appeal (per l’appunto). Si viene presi più sul serio e tutto suona più professionale (o è solo un’impressione?). Altro discorso è invece capire se l’aziendalese, quel certo tipo di gergo infarcito di anglicismi usato dentro le organizzazioni, abbia una qualche efficacia pratica. Uno studio della Cornell University pubblicato sul giornale Personality and Individual Differences sembrerebbe dire il contrario.
Chi si lascia particolarmente impressionare da discorsi intrisi di paroloni e tecnicismi alle volte contorti e incomprensibili, a cui lo studio si riferisce con il termine di corporate bullshit, sarebbe poi più scarso sul lavoro. E incapace di prendere decisioni determinanti sul piano del business. Con il risultato di creare aziende guidate da leader disfunzionali. Sarebbe questa la conseguenza finale dell’utilizzo del corporate bullshit, evidenzia il quotidiano britannico The Guardian. Espressioni che si avvicinano pericolosamente a essere ‘stupidaggini‘ (per usare un eufemismo, essendo la traduzione letterale ben più scurrile). “Semanticamente vuote e spesso confusionarie” afferma la ricerca. Ma che i manager utilizzano per fare bella figura e migliorare la percezione che si ha della compagnia all’esterno.
“Dice molto il modo in cui le persone parlano tra loro all’interno di una organizzazione. Ma il problema nasce quando le parole diventano dei nonsense utilizzati per fuorviare” ha dichiarato al quotidiano Shane Littrell, ricercatore di post dottorato della Cornell University nonché autore dello studio. “E le maggiori criticità si riscontrano proprio in chi non è in grado di distinguere le diverse tipologie di linguaggio”.
Littrell lo ha capito analizzando i comportamenti di un migliaio di lavoratori, mettendoli davanti ad alcuni possibili scenari lavorativi. E concludendo che le peggiori soluzioni proposte arrivavano proprio da chi aveva una particolare propensione per il corporate bullshit. Gli stessi che poi maturavano un punteggio inferiore in fatto di pensiero analitico, riflessione e capacità di apprendimento.
Lavoratori in realtà meno efficienti
Non tutti i mali vengono per nuocere. L’aspetto secondario della vicenda è che chi è suscettibile a questo stile di linguaggio reputa i propri superiori più carismatici e visionari. E dunque sente una più forte vicinanza rispetto alla mission aziendale, sperimentando di conseguenza una maggiore soddisfazione sul lavoro.
Non solo. Tutti i lavoratori coinvolti nello studio provengono da un lungo iter accademico in ambito HR, marketing e finanza. Spesso hanno lauree e dottorati, per cui sarebbe troppo semplicistico pensare che sia solo una questione di essere dei sempliciotti con poca materia grigia a disposizione. Essere influenzati dall’aziendalese può dipendere da altro: “Non succede solo a chi è meno intelligente, ma è qualcosa che può accadere a tutti a seconda della situazione e se impostato in maniera tale da parlare ai nostri bias inconsci” è stata la conclusione di Littrell.
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