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Come si misura la felicità (in azienda)?

C’è un modo nuovo di leggere il clima del lavoro in Italia: non chiedendosi se le persone siano felici o infelici, ma osservando quanta energia emotiva resta disponibile. Il sintomo più significativo dei tempi che corrono è una grande zona grigia: il 43% dei lavoratori dichiara di non sentirsi né felice né infelice.

Questi sono i dati emersi dalla sesta edizione dell’Osservatorio BenEssere Felicità, promosso dall’Associazione Ricerca Felicità e realizzato con il supporto metodologico dell’istituto di ricerca Ipsos Doxa. Il punto, quindi, non è tanto il malessere ma un senso di anestetizzazione, una forma di neutralità che può diventare disimpegno silenzioso. L’indagine è stata realizzata su un campione rappresentativo di 1000 lavoratori e lavoratrici, tra il 21 e il 22 gennaio 2026.

“Il dato che colpisce di più non è tanto il livello della felicità, quanto la grande area intermedia in cui le persone si collocano. Quando quasi una persona su due non riesce a dire se è felice o infelice significa che siamo davanti a qualcosa di diverso dal disagio” osserva Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità.

Il BEF Index: l’indice della felicità

C’è una novità: il 16 marzo 2026 l’Osservatorio BenEssere Felicità ha lanciato il BEF Index, primo indice italiano che misura benessere e felicità nel lavoro su scala 0–100, promosso con la partnership tecnica di Day, società attiva su buoni pasto, buoni acquisto e piani di welfare aziendale, diventata Società Benefit nel 2023.  

“Il BEF Index nasce proprio per trasformare una grande quantità di informazioni sul lavoro e sul benessere in un indicatore comparabile nel tempo, capace di aiutare aziende e istituzioni a capire dove intervenire” osserva Eva Sacchi, Research Director di Ipsos Doxa Public Affairs.

Il BEF Index prova a scomporre la felicità in 6 dimensioni (con relativi punteggi): felicità personale (Happiness), fioritura professionale (Flourishing), capitale psicologico (PsyCap), percezione dell’impatto sociale dell’organizzazione (Sustainability), rapporto con la tecnologia (Tech Attitude), qualità delle condizioni di lavoro (Wellbeing). Il punteggio complessivo della rilevazione è 50,6: un risultato a metà strada che rivela una stabilità fragile.

“Le persone si sentono abbastanza capaci di reggere (PsyCap alto), discretamente in crescita e con una certa fiducia nel senso sociale dell’organizzazione ma pagano un conto fisico e psicologico sulle condizioni di lavoro (Wellbeing ultimo a 41,7). Questa asimmetria è un segnale forte: stiamo usando capitale psicologico come ammortizzatore di un sistema che consuma energia” afferma Sandro Formica, Direttore scientifico dell’Osservatorio BenEssere Felicità.

Gestire la felicità in azienda

Per un’organizzazione, la neutralità emotiva è un indicatore insidioso: non genera conflitto, ma può ridurre iniziativa individuale, qualità del lavoro e capacità di apprendere. È un clima che fa sì che l’operatività regga, ma senza alimentare innovazione. Il presente funziona, ma a discapito del futuro.

“Quando le persone smettono di reagire o di prendere posizione significa spesso che stanno entrando in una modalità di sopravvivenza. In momenti come questo le aziende hanno una grande responsabilità, quella di non limitarsi a chiedere performance, ma creare contesti dove le persone possano sentirsi sostenute” commenta Mariacristina Bertolini, Vicepresidente e Direttrice Generale di Day.

“Ogni attore coinvolto ha una responsabilità e un potere, siano collaboratori o leader. Insieme è possibile co-costruire un nuovo paradigma capace di far evolvere le condizioni faticose che emergono dall’indagine di quest’anno. Comprendere che l’intelligenza collettiva e la collaborazione intergenerazionale può farci evolvere e scrivere pagine di futuro generative” conclude Bertolini.

Cosa cambia nelle aspettative: work-life balance primo driver

Un altro segnale da non sottovalutare è il cambio di priorità: tra i fattori che rendono soddisfacente un lavoro, al primo posto compare il work-life balance (30%), che sale dalla quinta posizione dell’anno precedente.

Subito dopo arrivano reddito e autonomia. Non sorprende, allora, che entrino in gioco due leve ormai divenute centrali: equità percepita della retribuzione (il 43% ritiene lo stipendio sottodimensionato rispetto alle prestazioni richieste) e pressioni che invadono la vita privata (una quota rilevante segnala interferenze sull’equilibrio fisico ed emotivo). Sul welfare emerge un paradosso operativo: per la maggioranza è un criterio di scelta e un aiuto concreto, ma oltre un terzo dei lavoratori dichiara di non vedere una reale promozione dei servizi in azienda.

Un’ultima evidenza riguarda la tecnologia: molti riconoscono di dover migliorare le competenze digitali, ma la fiducia nell’uso responsabile dell’AI da parte delle aziende resta limitata.

Il BEF Index nasce con un’ambizione chiara: rendere comparabile nel tempo il clima lavorativo e fornire a manager e HR uno strumento di indagine utile alla governance sostenibile e alla spinta innovativa.

L’articolo Come si misura la felicità (in azienda)? proviene da Parole di Management.